Storia atlantica e transatlantica fra età moderna e contemporanea: Una riflessione storiografica

La storia “atlantica” e la “storia transatlantica” hanno scritto in modi e momenti diversi molteplici pagine di storia della storiografia nel secondo dopoguerra, ma con importanti anticipazioni precedenti. Pare quasi che un segmento significativo della storiografia internazionale e degli intellettuali pubblici internazionalisti si siano frequentemente cimentati a rifondare la “storia atlantica”, a passare da una storia atlantica “vecchia” a una “nuova” nel ricostruire il rapporto tra il “Vecchio Mondo” (non solo l’Europa ma anche l’Asia e l’Africa) e quello “Nuovo”. Ed è probabile che questa ispirazione storiografica “atlantica”, come Maria Matilde Benzoni ci spiega nella sua relazione a proposito del libro di Gerbi (1945) La disputa del Nuovo Mondo, risalga in varie formulazioni fino quasi alle origini stesse del rapporto europeo col continente americano: un approccio peraltro in eterno conflitto non solo con la storia nazionale, ma anche con altre storie sovranazionali, che, definite di volta in volta continentaliste o emisferiche (sia nord che latino-Americane), o globali, tutte insieme hanno sottolineato non solo il tentativo di comprendere “l’altro”, ma anche quello di comprendere se stessi attraverso questo “altro”.

Dagli anni Ottanta-Novanta questa terminologia è stata rinnovata sia negli studi di modernistica che di contemporaneistica: la prima ha riformulato il concetto di “Storia Atlantica”, costruendo tra 1492 e inizio Ottocento una unità analitica centrata sullo spazio oceanico, e riferentesi alle circolazioni tra le quattro sponde continentali che esso bagna. La seconda ha rinnovato la “storia transatlantica” (questo è il termine più frequentemente usato dai novecentisti) in varie direzioni. Due esempi importanti: l’influente studio di Rodgers (1998), Atlantic Crossings,  ha mostrato l’importanza che la circolazione transatlantica di persone, di idee, e di politiche pubbliche di fronte alle sfide della “Seconda rivoluzione industriale” ha svolto nel promuovere “modernizzazioni” competitive o cooperative nel mondo atlantico: un tema quest’ultimo recentemente ripreso con vigore dal dibattito storiografico impegnato a inserire il rapporto transatlantico, come sottolineato dal premiato libro di Westad (2005), The Global Cold War, nelle interazioni globali (e qui credo che l’apporto di colleghi latino-americanisti ed europeisti per arricchire questi accenni storiografici sia particolarmente prezioso).

Sullo sfondo dei precedenti tentativi di “storia atlantica”, ma con una particolare attenzione ai nuovi approcci, questo seminario, che è il primo di tre incontri concordati con Colleghe e Colleghi delle Università di Roma Tre e Bologna e sponsorizzati dalla SISSCO, vuole mettere in relazione problematiche, concetti, approcci e risultati emersi in oltre un ventennio di nuove “storie atlantiche e transatlantiche” al di là delle distinzioni temporali e delle specializzazioni individuali. La convinzione è che una serie di categorie che vengono utilizzate dalle diverse scuole storiche, quali impero, colonialismo, razza, commercio internazionale, reti sovranazionali, nazione, statualità, modernità, globalità, e certo non sono tutte, possono assumere significati più ricchi e innovativi, se le loro molteplici utilizzazioni storiografiche sono sistematicamente confrontate, insistendo magari sui terreni di frontiera fra modernistica e contemporaneistica tra seconda metà del Settecento e fine Ottocento. La rottura delle barriere di periodizzazione, per quanto santificate dalla pratica scientifica e istituzionale, è un terreno complicato ma sicuramente fruttuoso. E mi viene in mente con ammirazione il vecchio testo di Macry (1989), La società contemporanea, che, organizzando l’indice per grandi tematiche socio-economiche e politiche (la famiglia, lo stato, la popolazione, l’industrialismo), superava liberamente i confini canonizzati di modernistica e contemporaneistica, per trovare di ogni problematica una credibile origine dell’oggi.

La proposta nasce da un disagio e da un’opportunità, che accomuna (o dovrebbe accomunare) tutti i contemporaneisti, ma in particolare i cultori di cose americane. Il senso cioè che dagli anni Ottanta il grande fiorire di storie transnazionali di ogni tipo abbia sì creato una grande confusione terminologica e concettuale, ma abbia anche modificato o almeno eroso il paradigma storiografico, fondato sullo spazio dello stato-nazione “uscendo”, come ha detto Edoardo Tortarolo, “dalle secche della storia nazionale”. Questo può rendere obsolete molte delle cose che abbiamo scritto in passato, una constatazione certamente triste, ma anche una potenzialità stimolante. Se noi americanisti europei siamo tutti in un certo modo “storici transatlantici” in quanto portiamo con noi nell’affrontare quel processo temporale un patrimonio di valori, metodi, punti di vista, preferenze tematiche derivanti dalla nostra localizzazione, come va affermando un ampio gruppo americanista di ricerca con studiosi dell’ovest e dell’est, modernisti e contemporaneisti, sulla scrittura di storia nordamericana in Europa, la nostra collocazione alla periferia del nostro oggetto di studio, che tanto ha nutrito la nostra “doppia marginalità” europea e americana, che abbiamo così spesso lamentato, diventa una risorsa in quanto il punto di vista “di fuori” dello spazio nazionale diviene una prospettiva preziosa per una storia sovranazionale. Si pensi, per esempio, al ruolo dell’australiano Ian Tyrrell nell’affiancarsi e quasi anticipare autori statunitensi nel definire criteri e concetti della storia transnazionale nordamericana (lo stesso discorso vale certamente anche per cultori di storie asiatiche, africane e sicuramente, anche per studiosi europeisti di paesi europei diversi dal proprio).

Ci sono concetti che sono di ampio uso sia dei modernisti atlantisti sia dei contemporaneisti, che sembrano avere una contiguità che manca talora di comunicazione. Prendiamo la parola schiavitù, una categoria centrale nella “storia atlantica” modernista. Tanto è vero che alcuni storici, come ad esempio Joyce E. Chaplin, fanno finire l’Atlantic History nel 1808, momento di abolizione della tratta, tassello centrale del mondo atlantico cinque-settecentesco. Eppure per il contemporaneista europeista e americanista l’interesse continua. Il primo può constatare, come indicato dagli studi di Pap Ndiaye sulla condizione nera in Francia, alla luce anche dell’esperienza nera nel continente americano, quanto difficile, spesso impossibile, fosse realizzare l’abolizione della schiavitù proclamata dalla rivoluzione francese nei territori coloniali appunto francesi nel mondo centro americano e caraibico, in Africa, nei possedimenti francesi dell’Oceano Indiano. D’altra parte l’esperienza della tratta o la sua memoria identificante sono centrali nel determinare comportamenti e valori delle comunità schiavistiche nordamericane, ma certamente anche caraibiche, ed essa ipotizza continuità culturali africane, loro presunte cancellazioni, loro ibridazioni tra memoria, trauma e attualità. È questa condizione schiavistica così legata al trauma della tratta e ai processi di etnicizzazione e razzializzazione che si affermano nelle società coloniali modernistiche, che a sua volta condiziona comportamenti di massa dei neri nordamericani tradotti ad esempio nel dibattito sul perché delle grandi migrazioni nere dal sud agrario verso il nord urbano, che alcuni storici attribuiscono proprio all’eredità dello schiavismo. È in questo intreccio di continuità e rotture che travolgono i limiti periodizzanti, che è interessante confrontare come elaborano e usano il concetto di schiavitù i modernisti, soprattutto atlantisti ma non solo, e i contemporaneisti di varia specializzazione.

Ancora, il rapporto modernistica-contemporaneistica sul terreno atlantico si può esplorare andando a esaminare le linee di confine tra le due specializzazioni, nella consapevolezza che i confini sono altrettanto linee di divisione quanto di passaggio e di porosità, per cui il problema diventa quello di cosa si perde e di cosa passa e con quali trasformazioni e modifiche. Federica Morelli afferma che la storia atlantica

“termina quando nuove sfide politiche, economiche, tecnologiche e morali incrinarono l’integrità che era emersa nel mondo atlantico tra il diciassettesimo e il diciottesimo secolo. I limiti cronologici non coincidono quindi con quelli delle tradizionali periodizzazioni della storia – medievale, moderna e contemporanea … perché i tradizionali confini tra epoca moderna e contemporanea non hanno alcun significato per la storia atlantica, in quanto né la fine degli imperi, con la conseguente nascita di nuove nazioni indipendenti, né la fine dell’epoca rivoluzionaria determinarono la scomparsa di alcuni elementi essenziali del mondo atlantico, come la tratta, la schiavitù, le migrazioni” (Morelli 2013).

Benjamin West, “The Death of General Wolfe“ (1770). Il quadro rappresenta la morte del generale britannico Wolfe durante la Battaglia del Québec del 1759 durante la Guerra dei sette anni.

Benjamin West, “The Death of General Wolfe“ (1770). Il quadro rappresenta la morte del generale britannico Wolfe durante la Battaglia del Québec (1759) della Guerra dei sette anni.

Proprio questa citazione che postula la fine della “storia atlantica”, dovuta alla crisi degli imperi dopo la Guerra dei sette anni, al sorgere degli stati nazione e alla fine della tratta, tutti fattori che ad avviso dell’autrice interrompono quell’interazione tra europei, africani e amerindi che caratterizzava le società atlantiche, sottolinea tuttavia altrettanto le permanenze e le continuità. È un’analisi che si può fare intrecciando considerazioni di periodizzazione con considerazioni di processi tematici.

Sul terreno del concetto di impero, ad esempio, l’ampio lavoro fatto dai modernisti sulla storia degli imperi e sulla storia atlantica ha già contribuito ad aggiornare la cultura storica media dei contemporaneisti: questi tendevano prevalentemente a derivare il proprio concetto di impero dall’età degli imperi mondiali della seconda metà dell’Ottocento, con controllo dei territori e ampie amministrazioni coloniali, magari coltivando poi l’immagine che gli imperi modernisti consistevano in controlli apicali, efficaci ma rarefatti, di popolazioni fondamentalmente auto-amministrate e soggette a repressioni non solo europee ma provenienti da conflitti etnico/razziali e religiosi interni a quelle aree e dalle gerarchie interne di quelle società. Il che denunciava non solo un accentuato eurocentrismo, ma anche una gerarchizzazione delle stesse metropoli europee con una vocazione teleologica al Novecento, per cui c’erano imperi coloniali “seri” e di cui il contemporaneista sapeva qualcosa (quello britannico e francese), altri residuali e passeggeri (quello olandese e belga), e i “grandi malati” della storia mondiale (quelli spagnolo, portoghese, turco, magari anche quello russo), di cui pochissimo si sapeva fuori degli specialisti e a cui venivano normalmente applicati stereotipi negativi (passatisti, antimoderni). Per il nordamericanista “medio” la presenza spagnola, francese, olandese, russa nell’emisfero nord veniva trattata come entità passeggere in attesa teleologica che il “manifest destiny” statunitense, un concetto molto vicino a motivazioni di espansione imperiale, le cancellasse, nel progressivo costituirsi degli Stati Uniti nella dimensione territoriale novecentesca.

Ora, non solo gli imperi iberici hanno fatto, grazie agli studi modernisti, un loro giusto, importante ingresso nella cultura generale dello storico, uscendo dalla sola consapevolezza dello specialista, ma alcune opinioni sostengono che, ad esempio, con la perdita delle colonie americane, si inaugura un “secondo impero inglese”, (e probabilmente un “secondo impero spagnolo”) oppure che, alla luce degli imperi di età moderna, si deve distinguere una “seconda fase” dell’espansione coloniale imperiale, quella più nota al contemporaneista. Se fino a vent’anni fa quest’ultimo fissava l’attenzione imperiale sull’Ottocento e poi arretrava nel tempo per analogia, adesso il processo sembra essersi capovolto dal moderno al contemporaneo. Ma viene allora da chiedersi quali sono le fertilizzazioni concettuali reciproche che possiamo scorgere nell’utilizzazione del concetto di impero da parte di modernisti e contemporaneisti e i nessi di differenza continuità che distinguono le varie fasi dell’imperialismo.

Prendiamo ad esempio l’idea della crisi degli imperi moderni e degli spazi atlantici interdipendenti nell’“era delle rivoluzioni democratiche” del tardo Settecento, per riprendere il titolo del famoso libro di Robert R. Palmer che anch’egli negli anni Cinquanta aveva tentato di fondare una storia occidentalista della “civiltà atlantica”. E, tuttavia, il costruirsi di un’identità nazionale nordamericana si accompagna a una riflessione emisferica e continentalista a forte componente espansiva e missionaria, che sembra negare una concezione di stato-nazione indirizzata a ritagliare identità più limitate e separate all’interno delle grandi dimensioni intellettuali e territoriali ereditate dal mondo medievale e moderno. E mi chiedo, e chiedo ai Colleghi, se per esempio le stesse riflessioni non valgano anche per i piani bolivariani della Gran Colombia di primo Ottocento. Il che pone anche il problema della natura dell’Ottocento che, visto frequentemente come il secolo dell’affermazione dello stato-nazione, forse porta anche con sé fermenti universalistici che possono collegare la caduta o la crisi dei grandi imperi modernisti con l’affermazione dei “secondi imperi” di metà-fine secolo.

Oppure dobbiamo vedere la svolta di inizio Ottocento con la fine dell’Atlantico del sedicesimo-diciottesimo secolo, come un passaggio verso la “modernità” o verso la “modernizzazione”, concetti molto cari ai contemporaneisti, ma di storia e uso molto problematico. Infatti essi scontano anzitutto la contraddittorietà terminologica, e non solo tale, di identificare il loro progresso con il lasciarsi alle spalle quella fase storica che viene comunemente chiamata “storia moderna” magari con l’ambigua distinzione anglosassone tra early modern e modern history, il che naturalmente pone il problema di contiguità e differenze di questa terminologia quando applicata a cinquecento anni di storia moderna e contemporanea.

Ancora, trovo che l’insistenza sulle interazioni multidirezionali e interdipendenti che caratterizza la storiografia atlantica e imperiale modernistica, sia un’utile spunto di riflessione per chi tratta la relazione politica, economica e culturale tra Stati Uniti ed Europa novecentesca (ma qui mi piacerebbe conoscere l’opinione dei colleghi latino-americanisti sull’interpretazione di Marcello Carmagnani dell’America Latina come “l’altro Occidente” linguisticamente, antropologicamente e socialmente vicina all’asse Stati Uniti-Europa, in quanto, fin dall’epoca coloniale, parte della cosiddetta “diaspora europea” e quindi più adatta ai processi di “modernizzazione” del mondo asiatico o africano così diversi). Che si usi o meno l’ormai apertamente criticato concetto di “americanizzazione”, chi parla invece, come Victoria De Grazia nel suo peraltro bellissimo libro, di un “impero irresistibile” (De Grazia 2005), non solo della potenza politica ma soprattutto dei consumi e delle culture di massa, lascia agli Europei uno spazio solo unidirezionale di ibridazione nell’accoglimento dell’influenza statunitense. Mi pare invece molto interessante la recentissima tesi multidirezionale della studiosa americana Mary Nolan, storica della Germania, nel suo recente, importante volume The Transatlantic Century (Nolan 2012) e nell’importante convegno su “Il ruolo dell’Europa nella complessa storia del mondo atlantico, 1950–1970” da lei organizzato nel giugno 2012 all’Istituto Storico Tedesco di Washington, che sostiene che:

“l’interpretazione tradizionale di una coerente comunità atlantica coerente del dopoguerra dominata dal potere hard e soft degli Stati Uniti, e di un modello americano di modernità che ha pervaso i discorsi sociali scientifici ed economici, necessita di una revisione. Malgrado lo spostarsi delle relazioni transatlantiche di potere dopo la Seconda guerra mondiale a favore degli Stati Uniti, voci europee continuarono a svolgere un ruolo vivace nel costruire il concetto dell’occidente transatlantico, e nei networks sempre più mobili di esperti e professionisti che dominarono le discussioni dell’era postbellica sulla modernizzazione sociale”.

Ma su questo la relazione di David Ellwood, che ha appena pubblicato in italiano da Carocci il “concorrente” volume Una sfida per la modernità (Ellwood 2012), ha molte cose da dirci. Semmai questa storiografia contemporaneistica dedica grande attenzione al tentativo di collocare la relazione transatlantica nello spazio storico globale, un approccio a mio avviso assai utile alla riflessione degli atlantisti modernisti, spesso soggetti alla critica, ad esempio della Gabaccia, di trattare lo spazio atlantico delle “quattro sponde” come area confinata che esclude apporti da altre grandi aree continentali, in un globalismo che varrebbe invece già per la dimensione modernistica.

Considerazioni in certa misura simili si potrebbero fare per il confronto sul terreno della storia delle migrazioni in epoca moderna e contemporanea – si veda la relazione di Simone Cinotto –, del colonialismo, delle società multietniche, della storia del “concetto di nazione (più che su quello di stato)” – dice la Morelli ispirandosi a J.-F. Schaub – “non nel senso politico moderno – la nazione come depositaria della sovranità –, ma come appartenenza a una comunità più ampia di quella della città o della provincia, senza tuttavia attribuirgli il significato di nazione ‘etnica’” (Morelli 2010, 59).

Insieme a Marco Mariano, quali organizzatori di questo primo incontro della serie, sappiamo che esso avrà successo solo se praticherà un ampio spazio di dibattito che non si perda in un pur interessante confronto tra contemporaneisti o modernisti tra di loro (o tra europeisti o americanisti del sud o del nord separatamente), ma che focalizzi l’attenzione proprio su quel terreno dove gli strumenti metodologici e concettuali delle varie specializzazioni temporali geografiche e tematiche si possono confrontare.

COMMENTI

WORDPRESS: 0
DISQUS: 0