L’America e la politica di modernizzazione nel lungo Novecento

Seguendo le indicazioni degli organizzatori, in queste righe vorrei proporre alcuni suggerimenti “teorici” venuti fuori dalla lunga esperienza di ricerca, lettura e riflessione che ha prodotto il mio saggio La sfida della modernità (Ellwood 2012). 1

Questo testo offre essenzialmente la storia politica di un confronto di modelli ed esperienze di modernità. Una modernità di tipo occidentale, evidentemente: razionale, tecnologica,  più o meno capitalista, più o meno democratica, in continua ricerca di un equilibrio stabile tra crisi ed espansione, tra Stato e mercato, tra individuo e collettività, tra conservazione e innovazione. Ma per la maggior parte del tempo, suggerisce il libro, non è stato un confronto tra pari, poiché gli Stati Uniti hanno dimostrato nel corso del Novecento una capacità ineguagliabile di inventare istanze di modernità e allo stesso tempo la capacità e la volontà di proiettarle nel mondo. Questa forma di “volontà di potenza” l’ha conosciuta per prima l’Europa. Dall’epoca della globalizzazione in poi tutto il mondo ha dovuto fare i conti con questa dinamica espansionista (evidentemente la stessa “globalizzazione” – come parola, mito e realtà – non è altro che uno degli esempi più visibili di uno di questi modelli di modernità americana). Da Buffalo Bill a Google, gli europei e gli altri hanno dovuto fare i conti con questa forma di sfida americana: non una forma tradizionale di imperialismo, e nemmeno di egemonia (punto discutibile), ma una convocazione o incitazione, una provocazione che richiede una risposta, un invito a una competizione con minaccia: se non accettate la sfida sarete travolti –  basti vedere la storia di Hollywood in Europa o di Google. 2

Fare i conti allora… ma quali conti? Definiti da chi? In quali contesti? Con quali modelli alternativi da proporre? È semplicemente una questione di trovare quel “modo o formula di vita che sappia congiungere le vecchie tradizioni e il nuovo mondo che ci assale da ogni parte”, come ha scritto il noto romanziere e commentatore irlandese Sean O’Faolain nel lontano 1940?

Come ho scritto nel testo:

In realtà naturalmente il potere americano in tutte le sue manifestazioni ha generalmente interagito con i processi di cambiamento in corso in Europa (come in qualunque altro luogo) in un modo turbolento, generando spesso attriti e addirittura manifestazioni di “antiamericanismo”. Ovunque, come ha sostenuto Federico Romero, i protagonisti locali in questo processo d’adattamento si sono adeguati come meglio potevano “alle opportunità e alle difficoltà derivanti da mutamenti tecnologici che non erano solamente o unicamente americani, e si sarebbero probabilmente verificate – benché in tempi e in forme differenti – anche senza l’influenza americana”. Al tempo stesso, ogni gruppo, generazione, comunità, settore produttivo e culturale si è adoperato per venire a patti con ciò che l’America offriva, esattamente come era successo con tutte le altre fonti d’innovazione in ogni tempo: gli sviluppi sociali come il femminismo, l’economia, la scienza, la tecnologia, la comunicazione di massa, l’integrazione europea e così via. Tuttavia, era necessario scegliere con tutta la forza di volontà e le risorse culturali disponibili, se si voleva rimanere nella corsa per la modernità così come ispirata dalla maggiore potenza dell’epoca.

E in queste ultime righe il testo fa  riferimento indiretto al lavoro di tutti quei colleghi, su entrambe le sponde dell’Atlantico, che hanno voluto indagare l’impatto/ricezione in Europa della cultura di massa americana in tutte le sue forme negli ultimi cento e più anni: Mary Nolan, Victoria de Grazia, Rob Kroes, Reinhold Wagnleitner, Richard Kuisel, Richard Pells, Jessica Gienow-Hecht, Volker Berghahn e altri ancora.

Manifesto pro-americano (Italia, 1948).

Manifesto pro-americano (Italia, 1948).

Manifesto anti-americano (Francia, ca. 1950).

Manifesto anti-americano (Francia, ca. 1950).

Il testo si sofferma sulle tre fasi storiche in cui, secondo me, l’incontro/confronto transatlantico di esperienze e modelli di modernità è stato particolarmente intenso, cioè nei tre dopoguerra del ventesimo secolo in Europa. Ma nell’intervento al convegno CISPEA ho cercato di segnalare alcuni terreni dove si poteva – e si può ancora in alcuni casi – vedere in azione la questione americana nelle politics of modernization in Europa. Sono terreni dove sono in gioco fattori quali la democrazia di massa, la produzione e il consumo di massa e, inoltre, la comunicazione di massa: quell’“empire of fun”, identificato da Wagnleitner. Vanno dagli scontri sulle grandi catene di retailing all’inizio del Novecento fino a quelli attorno a McDonald’s e Starbucks oggi; dai confronti sul fordismo nel primo dopoguerra a quelli sulla produttività dell’epoca del Piano Marshall; dalle diverse idee di cos’è un canale televisivo degli anni Cinquanta al ruolo dello Stato nello sviluppo di internet oggi, dai vari concetti di welfare state alla sfida ideologica del “Washington consensus” – deregulation, privatisation, globalization – degli anni Novanta e Duemila. Va molto di moda in certi settori storiografici oggi la questione dei consumi, e in effetti il nuovo libro di Logeman (2012), Trams or Tailfins?, è un ottimo esempio di come si può esplorare the politics of Americanization in un determinato settore (concludendo ovviamente che i tedeschi occidentali si sono sforzati massicciamente per non emulare l’America).

Il rischio di un tale approccio è che si trascurino certe grosse questioni presentate dalla sfida americana nel suo senso storico più ampio: l’ascesa e il declino dell’idea di sviluppo o crescita  venuto fuori così prepotentemente dall’America della Seconda guerra mondiale; l’evoluzione comparativa delle industrie creative, compresa, ultimamente, internet;  il contrasto/combinazione su tante questioni di stili di vita: dal femminismo alla cultura giovanile, dall’omosessualità alla religione. Di sicuro la necessità di rispondere alla sfida americana ha diviso gli europei molto più che riunirli: basti vedere il contrasto stridente tra i modi francesi e inglesi di considerare l’utilità dei riferimenti d’oltreatlantico. Ma nel suo insieme, è il carattere e il destino di tutta l’Europa che è stato forgiato in una certa misura dalla necessità del confronto con l’America,  nella misura in cui gli europei, anche loro, volevano essere – ciascuno a modo suo, naturalmente – moderni.

Note:

  1. Si noti che la versione inglese del libro – The Shock of America. Europe and the Challenge of the Century (Oxford, Oxford University Press, 2012) – contiene elementi non presenti nell’edizione italiana. Oltre a una maggiore attenzione all’esperienza britannica, vi si trova in più soprattutto un’analisi della dimensione cinematografica dei rapporti transatlantici.
  2. Per i tentativi degli europei di sviluppare un’alternativa a Google, Andriolo et al. 2012.

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