Introduzione: La lunga storia atlantica

Illustrazione di Ambrosius Holbein per l’edizione del 1518 dell’Utopia di Tommaso Moro.

Illustrazione di Ambrosius Holbein per l’edizione del 1518 dell’Utopia di Tommaso Moro.

Cos’è la “storia atlantica”? O meglio: fino a quali limiti, spaziali e cronologici può spingersi? La prima giornata del ciclo seminariale di studi atlantici – gli altri due appuntamenti si terranno in primavera presso l’Università di Bologna e in autunno a Roma Tre – è stata dedicata a discutere una questione metodologica oggi assolutamente imprescindibile per chiunque intenda fare del continente americano – settentrionale o meridionale – il proprio oggetto di ricerca storica.

Una questione che nasce dall’esigenza di mettere ordine in almeno un secolo di storiografia, fra studi di modernistica e contemporaneistica, che condividono spesso termini e categorie comuni, pur con differenti accezioni di significato. Come ha efficacemente ricordato Maurizio Vaudagna nel suo intervento iniziale, sono infatti molti i concetti che hanno avuto differenti utilizzazioni storiografiche, fra cui figurano quelli di impero, colonialismo, nazione, razza, migrazione – ma l’elenco potrebbe proseguire a lungo.

Il presupposto di base da cui ha preso avvio il seminario di studi atlantici è l’idea per cui esistono fenomeni che trascendono le tradizionali barriere periodizzanti della storia, e possono essere compresi molto meglio se si è disposti ad analizzarne continuità e discontinuità storiche. In questo senso, è dunque possibile constatare che i fenomeni caratterizzanti la cosiddetta storia atlantica tradizionale, quella che associamo generalmente alla formazione dei grandi imperi coloniali atlantici dell’età moderna – Spagna, Portogallo, Olanda, Inghilterra, Francia – hanno trasceso i confini dell’età rivoluzionaria di fine Settecento per propagarsi nell’Ottocento, sopravvivendo dunque allo sgretolarsi dei domini imperiali nelle Americhe.

Se è innegabilmente vero che esistono fenomeni meritevoli di essere analizzati in senso diacronico, senza limiti cronologici dettati da miopi ripartizioni disciplinari, questa consapevolezza non risolve però il problema di fondo, quello cioè di capire se abbia comunque senso definire i limiti geografici e cronologici della cosiddetta “storia atlantica”. A questo quesito, i relatori della prima sessione dei lavori seminariali hanno risposto in modo pressoché unanime, sostenendo, sulla base di osservazioni puntuali, che la storia atlantica continua ben oltre la rivoluzione americana, i movimenti di indipendenza nazionale del centro e sud America e l’abolizione della schiavitù, prolungando la propria ombra fin oltre la metà del diciannovesimo secolo.

Così, ad esempio, Federica Morelli sostiene che l’era delle rivoluzioni non abbia rappresentato una vera cesura per il mondo atlantico, e uno dei migliori esempi di questo fatto si troverebbe nella persistenza del sistema schiavistico ben oltre l’abolizione ufficiale della tratta. Così anche l’idea di colonia e colonialismo atlantico supererebbe la fine degli imperi in quanto, nel caso dei sistemi politico-sociali emersi dai movimenti di indipendenza “la storia nazionale non rappresenta che un’estensione di quella coloniale”.

L’estensione cronologica del mondo atlantico alla seconda metà del diciannovesimo secolo si basa invece principalmente sull’osservazione della presenza di problemi comuni ai sistemi politici atlantici ottocenteschi emersi dalle guerre di indipendenza e dalla crisi degli imperi d’inizio Ottocento. Questioni come “la difficoltà a creare stati nazionali in contesti multietnici, il costituzionalismo e il repubblicanesimo, la delicata relazione fra federalismo e centralismo” sono indiscutibilmente tratti comuni al contesto europeo e americano ottocenteschi; e alcuni concetti, come quello di cittadinanza, mantengono nei sistemi politici americani ottocenteschi dei caratteri molto simili a quelli conservati entro i confini coloniali di età moderna.

Alla luce dell’esposizione di Morelli ci si potrebbe però chiedere se la presenza di fenomeni condivisi e di una certa continuità diacronica fra categorie concettuali possa bastare per dichiarare di trovarci in presenza di un sistema atlantico organico, qual è stato – secondo la storiografia – il sistema economico-sociale dell’atlantico di età moderna (in particolare lo spazio atlantico dei secoli sedicesimo e diciassettesimo). La stessa Morelli sembra in effetti ammettere questo problema quando ravvisa che, a fronte del consolidamento degli scambi commerciali atlantici e dell’arrivo di nuove ondate migratorie, nella seconda metà del diciannovesimo secolo lo spazio atlantico viene privato dell’Africa che era stata al centro della tratta degli schiavi.

A questa legittima perplessità risponde Marco Mariano, secondo cui l’idea di mondo/spazio atlantico può essere certamente utilizzata come unità e strumento finché “l’Atlantico rimane una vitale” e “privilegiata” arena di scambio fra i continenti che la circondano. Quest’affermazione, sostenuta da studiosi come Philip Morgan e Jack Greene, è del resto ormai largamente condivisa dalla comunità scientifica. Alcuni modernisti puri potrebbero ovviamente obiettare che parlare di “atlantic history” di fronte a fenomeni che indicano una vitalità interna al mondo atlantico sia cosa diversa dall’attribuire la definizione di mondo atlantico ad un sistema di relazioni politico-economiche-sociali infra-continentali. Il che significa che l’idea di storia atlantica dovrebbe sottendere l’esistenza di un sistema organico quale comune oggetto di studio.

La risposta di Mariano a queste potenziali obiezioni consiste nel bypassare il problema prettamente geografico, partendo dall’idea per cui gli studi atlantici non debbano necessariamente presupporre uno spazio economicamente e socialmente integrato. Si potrebbe allora rivedere l’esigenza di associare la storia atlantica a un univoco spazio atlantico, e parlare di storia atlantica laddove ci si trovi in presenza di fenomeni di respiro atlantico, siano essi la “crescita di reti diplomatiche e consolari” fra stati-nazione, o le influenze transnazionali fra fenomeni di burocratizzazione, industrializzazione e democratizzazione. Seppure all’interno di un processo di globalizzazione otto-novecentesca, questi fenomeni sembrano in effetti rendere lo spazio atlantico un’unità di analisi storica coerente “in cui si intrecciano forze transnazionali e dinamiche internazionali”.

Lo studio di queste “forze e dinamiche” transnazionali e internazionali è peraltro al centro dell’ultima monografia di David Ellwood, che si interroga su tre momenti storici del ventesimo secolo. Lo studio di Ellwood individua un intenso “incontro/confronto transatlantico” fra modelli di modernità; uno scontro giocato, in particolare, sulle risposte europee alle costanti sfide provenienti dal mondo americano, dal dopoguerra ad oggi, in molteplici campi: dal femminismo alla cultura giovanile, dalla produzione al consumo e alla comunicazione di massa; dall’omosessualità alla religione. Il taglio di questa ricerca può essere integrato e ulteriormente valorizzato dall’analisi di uno dei fenomeni che più si presta a essere letto in chiave atlantica: quello delle migrazioni oceaniche. Osservate da questo punto di vista le grandi metropoli costiere degli Stati Uniti rappresentano un perfetto bacino di studi transatlantici, capaci di trascendere i “confini e le storiografie nazionali ed imperiali per descrivere interi mercati del lavoro, reti commerciali, pratiche culturali, nozioni di razza, formazioni di classe e differenze di genere dislocate sull’ampia tela transoceanica”. Lo mostra particolarmente bene lo studio di caso di Simone Cinotto che si sofferma sulle progressive ridefinizioni culturali affrontate da New York fra gli anni Venti e gli anni Sessanta del Novecento, attraverso la relazione con la città di due particolari gruppi di migranti – portoricani e italiani – e le “molteplici connessioni transnazionali attivate dalle rispettive migrazioni, che collegarono ancora più capillarmente la metropoli con il mondo”.

È evidente che molte delle questioni metodologiche poste oggi allo storico contemporaneo di fronte al mondo o ai fenomeni atlantici derivano in parte dalle concezioni dello spazio e delle esperienze coloniali nelle Americhe costruite nel corso dei secoli dalla memorialistica e dalle vulgate storiografiche. A queste rappresentazioni storiche, spesso in conflitto tra loro, è dedicato il contributo di Matilde Benzoni, che chiude le relazioni della prima giornata di studio 1 illustrando l’importante eredità lasciata dalle due maggiori cornici ideologiche del mondo atlantico moderno, la leyenda rosa e leyenda negra, sulle rappresentazioni dello spazio atlantico contemporaneo.

Note:

  1. Si informa che i testi pubblicati in questa sede, tratti dalle relazioni presentate nel corso della prima giornata di studio sul tema della storia atlantica e storia transatlantica fra modernistica e contemporaneistica (Torino, 23 novembre 2012) sono work in progress e possono essere citati soltanto previo consenso dell’autore.

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