I limiti cronologici della storia atlantica: Il problema della cesura rivoluzionaria

La Storia atlantica ha, tra i suoi molti pregi (oltre a quello di aver messo in evidenza le connessioni tra africani, amerindiani ed europei al di là delle frontiere nazionali e imperiali), quello di aver messo fortemente in questione i limiti delle periodizzazioni tradizionali, ancora molto forti e caratterizzanti per i nostri insegnamenti, tra storia medievale, moderna e contemporanea.

Da un lato la Storia atlantica ha messo in questione l’evento della scoperta, il 1492, come uno degli elementi fondatori dell’epoca moderna. La formazione di uno spazio atlantico comincia infatti ben prima del 1492, alla fine dell’epoca medievale, grazie a un processo molto graduale, che implicò dinamiche di esplorazione, incontri e scambi, l’interazione tra percezioni geografiche e realtà. In questa ottica, il viaggio di Colombo non rappresenta tanto l’inizio di un’era, quanto piuttosto il culmine di un processo molto più ampio, che dalla costruzione commerciale di un Atlantico europeo – che legava il Baltico al Mediterraneo –, passando per gli sviluppi della cartografia e della navigazione, arriva sino alla conquista e colonizzazione degli arcipelaghi dell’Atlantico orientale, tappa imprescindibile per l’espansione europea in Africa occidentale e per la conquista delle Americhe (Fernández-Armesto 1987).

Ancora più labile e incerto diventa il limite tra storia moderna e storia contemporanea. Mentre i primi studi di storia atlantica vedevano il limite nelle ultime indipendenze del Nuovo Mondo, ossia quelle iberoamericane degli anni Venti, oggi la questione è oggetto di un profondo dibattito. In effetti, gli studi sull’epoca rivoluzionaria hanno messo in evidenza che i movimenti di emancipazione, nonostante abbiano implicato l’introduzione di molti strumenti della modernità politica (come il costituzionalismo, le dichiarazioni dei diritti, il repubblicanesimo), non sono più considerate oggi dalle rispettive storiografie come eventi fondatori degli stati nazionali moderni.

Inoltre, nonostante i processi rivoluzionari, ci sono delle forti continuità tra l’epoca pre- e post-indipendenza, come la continuazione della tratta (illegale), il mantenimento della schiavitù o del tributo indigeno nell’America spagnola. Molti studiosi hanno quindi considerato che il limite della Storia atlantica vada spostato più avanti, almeno alla fine del diciannovesimo secolo (Rothschild 2011). Personalmente, condivido questa impostazione con un distinguo: ossia, vedrei nell’epoca rivoluzionaria un “terzo momento”, un periodo che si distingue sia dall’epoca coloniale, che da quella post-coloniale mantenendo delle caratteristiche ben precise. Ad esempio, per quanto riguarda la tratta e la schiavitù, che rappresenta uno degli elementi fondamentali del mondo atlantico, l’era delle rivoluzioni sembra rappresentare un vero e proprio spartiacque nella storia della schiavitù atlantica. Se negli anni Sessanta del Settecento la proprietà degli schiavi era comune nelle Americhe, onnipresente in Africa e ammessa in Europa e se la tratta degli schiavi, così come i beni prodotti dagli schiavi, guidavano l’economia atlantica, nel 1820 questo sistema era stato fortemente attaccato in alcuni contesti e messo a dura prova in altri: nelle periferie del mondo schiavista, dove l’uso degli schiavi era utile ma non necessario alla riproduzione del sistema economico, la schiavitù era stata proibita, mentre quattro dei principali stati che praticavano la tratta – Gran Bretagna, Francia, Olanda e Stati Uniti – avevano formalmente abolito il traffico degli schiavi. Gli ex-schiavi di Saint Domingue, la colonia di piantagione più redditizia delle Americhe alla fine del Settecento, non solo avevano abolito la schiavitù ma avevano creato uno stato indipendente. Sembrava quindi che l’era rivoluzionaria avesse comportato l’inizio del processo dell’abolizione della tratta e della schiavitù (Davis 2006; Brown 2006).

Eppure, allo stesso tempo, non c’erano mai stati così tanti schiavi nelle Americhe come nel 1820. La frontiera schiavista si era espansa drammaticamente nel corso di quegli anni, con centinaia di migliaia di acri messi a coltivazione nei Caraibi e nel Nord America. La tratta inoltre raggiunse un nuovo picco: si stima che 488 mila schiavi furono imbarcati per le Americhe tra il 1826 e il 1830. Solo una volta, in tutta la storia della tratta Atlantica, un numero maggiore di schiavi era stato imbarcato dall’Africa in cinque anni. Ciò significa che questo periodo rappresenta un’epoca di crescita straordinaria per l’istituzione della schiavitù, ma anche, dall’altro lato, dell’ethos dell’antischiavismo. L’era delle rivoluzioni non segna dunque il termine del sistema schiavistico atlantico, ma un suo profondo riposizionamento. Da un lato, si assiste a una diversificazione dell’economia schiavista, con Cuba e Brasile che ricevono la maggior parte degli schiavi importati dall’Africa (sviluppo delle piantagioni di zucchero e caffè a Cuba e di caffè e cotone in Brasile). Dall’altro le rivoluzioni, con le loro guerre interne e internazionali, avevano contribuito alla liberazione di numerosi schiavi e alla loro inserzione nell’arena politica (Brown e Morgan 2006).

Le autorità imperiali, spesso, rispondevano ai movimenti ribelli invitando gli schiavi a difendere l’ordine coloniale in cambio della libertà. Gli ufficiali britannici offrirono la libertà in modo sistematico agli schiavi, specialmente durante la rivoluzione americana e la Guerra del 1812. I realisti spagnoli seguirono l’esempio britannico contro i movimenti patriottici in Nuova Granada e Venezuela, ottenendo l’appoggio di molti schiavi. La maggior parte dei grandi proprietari terrieri del continente si rifiutarono di armare gli schiavi durante l’epoca delle rivoluzioni. Al di fuori delle economie di piantagione, invece, l’atteggiamento fu diverso. Nelle zone temperate del Nord America inglese e del Sud America spagnolo, dove il numero degli schiavi era significativo ma non troppo grande, i leader coloniali spesso arruolavano gli schiavi negli eserciti ribelli. Lo stesso Bolívar, nonostante fosse un convinto sostenitore della schiavitù come istituzione e temesse gli uomini di colore, capì, specialmente dopo i tentativi falliti di istaurare delle repubbliche indipendenti tra il 1812 e il 1814, che l’unico modo per vincere gli spagnoli era arruolare gli schiavi e gli uomini di colore negli eserciti indipendentisti. Anche se spesso i suoi proclami contro la schiavitù erano puramente strumentali, molti schiavi acquisirono la libertà arruolandosi negli eserciti indipendentisti.

Le guerre, comunque, non offrirono agli schiavi solo la libertà. Molti ex-schiavi infatti non si limitarono a rivendicare la libertà ma pretesero gli stessi diritti degli altri cittadini. Coloro che avevano combattuto nell’esercito continentale durante la rivoluzione nordamericana chiesero di essere riconosciuti come “patrioti americani”, così come lo chiesero coloro che avevano partecipato alle guerre di indipendenza nell’America spagnola. La tendenza a esaltare l’abolizione pacifica della schiavitù ha oscurato, in effetti, per molto tempo l’importanza della violenza e delle guerre per la liberazione degli schiavi. Anche se l’era delle rivoluzioni non segna il termine del sistema schiavistico atlantico, i movimenti rivoluzionari svelarono una nuova dimensione del possibile che, da allora in poi, influenzò le aspirazioni degli schiavi e degli abolizionisti, culminando, tra gli anni Trenta e Novanta del diciannovesimo secolo, nell’abolizione della schiavitù in tutto il mondo atlantico.

Alla luce delle forti continuità dell’epoca indipendente rispetto al periodo precedente l’epoca rivoluzionaria, ci si è chiesto quale sia il significato del termine “coloniale”. In effetti se gli diamo come limite l’indipendenza dalle rispettive madrepatrie, il termine non designa più dei rapporti socio-politici specifici, ma indica piuttosto un semplice limite cronologico. Tuttavia, ci si può domandare se l’abolizione tardiva della schiavitù e il crescente razzismo delle società bianche rispetto ai neri e agli indigeni, nel quadro degli stati-nazionali otto e novecenteschi, appartenga o meno alla storia coloniale. Le società coloniali di popolamento, come quelle americane dell’epoca moderna, si distinguono infatti dagli imperi coloniali dell’epoca contemporanea per un tratto essenziale: qui i coloni (settlers) sono sia dei colonizzatori nei confronti delle popolazioni indigene e africane che dei colonizzati in quanto dipendenti politicamente, giuridicamente e commercialmente dalle metropoli europee. Se adottiamo quindi il punto di vista delle teorie post-coloniali, la storia nazionale non rappresenta che un’estensione di quella coloniale (Schaub 2008; Chaplin 2003).

Questa prospettiva, discussa soprattutto in ambito nordamericano, critica apertamente la subordinazione della storia coloniale americana a quella degli Stati Uniti. Afferma Jack Greene a questo proposito: “non si può più pensare al coloniale come a qualcosa di esclusivamente pre-nazionale” (Greene 2007). Tale prospettiva vuole infatti porre l’esperienza coloniale americana in un contesto più ampio, che integri le altre esperienze coloniali inglesi nel Nuovo Mondo e le esperienze coloniali di altri imperi. Non solo, ma Greene ci dice anche che gli Stati Uniti si sono formati all’interno di un mondo costituito da imperi. Non c’è quindi da meravigliarsi se la corsa alla terra, l’espansione verso ovest, la forma federale sono degli elementi che ritroviamo nello stato imperiale da cui sono nati e negli altri imperi dell’epoca. In questo modo la storia americana non è più quella dell’eccezionalismo, ma può essere comparata ad altre regioni. Il problema dell’occupazione delle terre, dell’espansione verso zone di frontiera o la forma da dare ai nuovi stati indipendenti (federalismo o centralismo) è una caratteristica anche della maggior parte degli stati latinoamericani ottocenteschi.

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