Circolazioni transatlantiche in storia delle migrazioni: Portoricani e italiani a New York (1920–1960)

Il 4 novembre del 1946 la rivista Time scriveva: “Il cuore del diciottesimo distretto elettorale di Manhattan è un ghetto infestato dal crimine e dai topi chiamato East Harlem. Le orde di italiani, portoricani, ebrei e negri che ci abitano hanno sempre votato repubblicano. Ma nell’ultimo decennio ha preso il potere una nuova forza: la variopinta macchina elettorale di Vito Marcantonio, il deputato deforme, dagli occhi iniettati di sangue e dalla voce stridula amico dei comunisti. I gangster, i magnaccia e gli spacciatori di droga che lo sostengono lo chiamano l’‘Onorevole Fritto Misto’” (National Affairs 1946).

Al di là del linguaggio violento, nel suo attacco contro il politico italoamericano che per primo mobilitò i portoricani di New York fino a diventare un acceso sostenitore dell’indipendenza di Porto Rico nel Congresso degli Stati Uniti, Time coglieva comunque un aspetto essenziale. Nell’immediato secondo dopoguerra la parte nordorientale di Manhattan era un mosaico di comunità immigrate con pochi equivalenti al mondo che prometteva (o minacciava) sviluppi politici inediti e incontrollabili (Meyer 1989). Particolarmente problematica era la coesistenza dei due gruppi citati in cima alla lista di Time: gli italiani e i portoricani. A quella data, East Harlem rappresentava allo stesso tempo la più grande comunità portoricana fuori dall’isola (circa 50.000 persone) e la più grande enclave italiana nell’emisfero occidentale (circa 70.000 tra immigrati di prima e seconda generazione).

I motivi di scontro tra i due gruppi abbondavano. Le gang giovanili delle due fazioni si davano battaglia per le strade del quartiere in difesa di quello che ritenevano essere il loro territorio (Schneider 1999). Le operaie italiane erano risentite per l’entrata in massa delle portoricane nel settore tessile, di cui detenevano l’egemonia. Le donne portoricane – impiegate come forza lavoro dequalificata – protestavano la loro esclusione dai sindacati dominati dagli italiani (Ortiz 1996). Portoricani e italiani competevano poi per l’accesso alle risorse messe a disposizione dalle politiche sociali del New Deal, e in particolare per l’assegnazione delle case popolari, un tipo di edilizia per cui alla fine degli anni Cinquanta East Harlem avrebbe avuto la più alta concentrazione di tutti gli Stati Uniti (Zipp 2010).

In generale, come ultimi arrivati nel quartiere, i portoricani trovarono il potere politico locale saldamente nelle mani degli italiani (Thomas 2010); gli italiani lottavano per riaffermare la loro identità di americani bianchi, appena conquistata ed ancora incerta, prendendo violentemente le distanze dai portoricani – dalla pelle più scura, più poveri e più incapaci di parlare inglese di loro, ma con cui dovevano condividere sempre più spesso le strade, le case, le scuole e le chiese di East Harlem. Come rivela chiaramente l’articolo di Time, vista dall’esterno la vicinanza fisica tra portoricani ed italiani suggeriva inequivocabilmente una loro vicinanza razziale (Guglielmo e Salerno 2003; Roediger 2002).

Tra il 1920 e il 1960, in sostanza, i portoricani e gli italiani di New York costruirono le loro identità razziali, di classe, di genere, politiche e culturali in gran parte per attrito gli uni con gli altri. A uno snodo cruciale nella trasformazione della città, la stessa New York venne a ridefinirsi attraverso la relazione dei due gruppi con la città e le molteplici connessioni transnazionali attivate dalle migrazioni portoricane e italiane, che collegarono ancora più capillarmente la metropoli con il mondo.

Su questa tematica ho appena cominciato un percorso di ricerca in coerenza con la mia specializzazione di storico delle migrazioni negli Stati Uniti tra tardo Ottocento e Novecento. Le storie dell’immigrazione negli Stati Uniti che prendono in esame più gruppi immigrati in maniera sia comparativa che relazionale sono a tutt’oggi sorprendentemente poche. Per quanto riguarda la città di New York si è fermi ad un vecchio classico di Bayor (1988), Neighbors in Conflict, che ha raggiunto la seconda edizione nel 1988. L’unico libro che prende in esame le relazioni tra immigrati italiani e latini è la storia sociale delle comunità di sigarai cubani e siciliani in Florida al torno del Novecento – The Immigrant World of Ybor City (Mormino e Pozzetta 1987). Di converso, il poco che è stato pubblicato di recente in termini di storia dell’immigrazione “multigruppo” ha dimostrato la grande fertilità di questo tipo di approccio nello svelare panorami etnici e razziali della storia statunitense prima sconosciuti (gli esempi comprendono The White Scourge [Foley 1997] sui lavoratori del cotone bianchi, neri e messicani in Texas; The Shifting Grounds of Race [Kurashige 2008] su giapponesi e neri a Los Angeles; e Coolies and Cane [Jung 2006] sui lavoratori dello zucchero cinesi e afroamericani in Louisiana). La mia ricerca promette quindi di per sé di costituire un contributo significativo a un filone importante e ancora poco praticato nel mio specifico settore storiografico di appartenenza.

Tuttavia il mio progetto vuole andare al di là di questo. La mia ipotesi di ricerca è infatti che la storia della New York portoricana e italiana tra gli anni Venti e gli anni Cinquanta del Novecento configuri in tutto e per tutto una “storia atlantica,” che non si snoda soltanto lungo il triangolo New York-Porto Rico-Italia, ma, più ampiamente, all’interno di un sistema di interconnessioni economiche, politiche, sociali e culturali che è venuto a formarsi dal 1500 in poi tra i diversi lati dell’oceano.

Da un punto di vista metodologico, credo pertanto che per studiare questa “storia atlantica” (con la S minuscola) occorra utilizzare gli strumenti della Storia Atlantica (con la S maiuscola): in particolare, come sottolineato nel più volte richiamato articolo di Alison Games su American Historical Review, la capacità della Storia Atlantica di trascendere i confini e le storiografie nazionali ed imperiali per descrivere interi mercati del lavoro, reti commerciali, pratiche culturali, nozioni di razza, formazioni di classe e differenze di genere dislocate sull’ampia tela transoceanica (Games 2006; v. anche Games 2004, 4). La history without borders evocata da Alison Games è l’unico approccio che può dare fino in fondo conto del perché, in un determinato momento storico, dei migranti dalle aree rurali di un’isola caraibica si siano scontrati con i figli dei braccianti del latifondo meridionale nelle strade della più grande e moderna città del mondo; del dove originassero i concetti e i vissuti di razza attraverso i quali i portoricani e gli italiani di New York guardavano l’altro da sé, costruendo così la propria identità sociale e idea di cittadinanza; di quali fossero le nozioni e le pratiche di genere che si scambiavano le donne portoricane e italoamericane in fabbrica e nel quartiere; di quali fossero le fonti politiche e discorsive dei rispettivi nazionalismi diasporici; eccetera.

La metodologia della Storia Atlantica si configura inoltre come un apporto fondamentale per la mia ricerca (e per ricerche analoghe alla mia), per il suo carattere sistemico, di analisi delle interdipendenze all’interno di un contesto geografico e storico di ampia estensione ma relativamente integrato. Come ha notato un’altra praticante della Storia Atlantica applicata alla storia locale, Lara Putnam, “per comprendere le cause e valutare le conseguenze dei mutamenti osservabili in una determinata località dobbiamo considerare eventi e fenomeni in luoghi a questa direttamente connessi, così come anche le tendenze e i processi che influenzano il sistema nel suo complesso” (Putnam 2006, 615).

Dal punto di vista della periodizzazione, la mia ricerca sugli immigrati portoricani e italiani a New York (una storia locale e contemporanea) si rapporta con la Storia Atlantica (cioè, nella sua accezione più cogente, la storia di un oceano e tre continenti nella prima epoca moderna) in due modi. Innanzitutto, riconoscendo alla circolazione di persone, capitali, cose e idee attraverso e all’interno dell’Atlantico tra 1500 e 1800 un ruolo imprescindibile di sfondo e precedente alle dinamiche tardo ottocentesche e novecentesche oggetto centrale della ricerca, che sono altrimenti impossibili da comprendere. In secondo luogo, sottolineando – come hanno già fatto Donna Gabaccia e altri commentatori – che i processi storici e le interconnessioni che crearono un “mondo atlantico” tra Cinquecento e Settecento non si sono bruscamente interrotti dopo le rivoluzioni borghesi e la fine della tratta schiavista, ma sono evoluti in una genealogia di eventi e dinamiche successive che è possibile e utile continuare a tracciare nello stesso contesto atlantico – sebbene si tratti di un Atlantico più “piccolo” e sempre più “globale” (Gabaccia 2004).

La mia ricerca intende svolgere questo lavoro di incorporazione metodologica e di periodizzazione estesa su tre piani in particolare: 1) quello della storia delle migrazioni atlantiche; 2) quello dell’integrazione dei cosiddetti Atlantici bianco, nero e rosso; e 3) quello della storia di genere e dell’intimità. 1

Storia delle migrazioni atlantiche

La storia delle migrazioni atlantiche è stata tipicamente articolata in tre distinti periodi. Il primo, che è anche l’unico di cui si occupa la Storia Atlantica nella sua accezione più stretta, è quello della “migrazione organizzata” che vide come principali protagonisti alcuni milioni di africani e alcune centinaia di migliaia di servi a contratto, marinai e soldati europei tra il 1500 e il 1819. Il secondo periodo è quello della “migrazione autonoma” che vide come principali protagonisti alcuni milioni di europei che rispondevano volontariamente alle attrattive economiche transatlantiche tra il 1820 e il 1914. Il terzo periodo è quello della “migrazione per quote”, tra il 1915 e il 1965, frutto della regolazione selettiva dei flussi da parte di diversi stati americani che, con il concorso di due guerre mondiali e della Grande depressione, ridusse drasticamente i movimenti transatlantici favorendo quelli infracontinentali. Si è trattato complessivamente di un fenomeno altamente significativo e non solo dal punto di vista quantitativo (più di tre quarti della popolazione dell’emisfero occidentale discende da persone che vi arrivarono attraversando l’Atlantico). La solita Alison Games ha sostenuto che le “migrazioni hanno plasmato il mondo atlantico più di ogni altro tipo di connessione e interazione all’interno della regione” (Games 2004, 5). Il mio punto di vista è che questa osservazione rimanga valida per tutti e tre i periodi e che questi siano legati da un rapporto di concatenazione e causalità piuttosto che di alterità.

Rappresentazione della nave negriera Brookes (1788), usata dagli abolizionisti della tratta degli schiavi per sottolinearne la disumanità.

Rappresentazione della nave negriera Brookes (1788), usata dagli abolizionisti della tratta degli schiavi per sottolinearne la disumanità.

Migranti lasciano Ellis Island (1900).

Migranti lasciano Ellis Island (1900).

Vignetta “The High Tide of Immigration – A National Menace“, apparsa sulla rivista umoristica Judge (1903). Essa rappresenta la paura di alcuni americani per il crescente numero di immigrati provenienti dall’Europa meridionale e orientale.

Vignetta “The High Tide of Immigration – A National Menace“, apparsa sulla rivista umoristica Judge (1903). Essa rappresenta la paura di alcuni americani per il crescente numero di immigrati provenienti dall’Europa meridionale e orientale.

Per buona parte del periodo della “migrazione organizzata” (1500–1819) Porto Rico e l’Italia meridionale fecero insieme parte dell’Impero spagnolo, al cui interno andrebbero quindi compresi i flussi della mobilità umana che interessarono tanto africani in stato di schiavitù quanto soldati mercenari, missionari, marinai, servi e forza lavoro in genere, nel grande quadro dello slittamento del fulcro dell’attività economica dell’impero dal Mediterraneo all’Atlantico. Peraltro molti contributi di storia delle migrazioni (in particolare quelli di Jan e Leo Lucassen) hanno confutato l’idea di un’Europa della prima modernità statica e sedentaria che si mette in movimento solo nell’Ottocento con la rivoluzione industriale. Europei e africani mostrano livelli di mobilità comparabili tra 1500 e 1800, anche se i flussi europei rimangono prevalentemente all’interno del continente e del Mediterraneo e si svolgono sull’asse campagne-città (Lucassen e Lucassen 2009). Le migrazioni europee transatlantiche, in altre parole, decollano e conoscono un boom nell’Ottocento non perché avvenga un cambio di paradigma “europeo” rispetto alla mobilità, ma perché cresce rapidamente la sicurezza e l’economicità dei trasporti attraverso l’Atlantico (Nugent 1992).

Le continuità tra la fase della migrazione organizzata e la fase della migrazione autonoma 1820–1914 non si esauriscono nel fatto che la tratta di africani proseguì oltre il 1800 e che l’abolizione della schiavitù avvenne ovunque più tardi (a Porto Rico solo nel 1873). Esattamente a cavallo tra le due fasi (nel 1815) la Corona spagnola emise la Real Cedula de Gracias, concedendo terra e incentivi ai coloni europei cattolici che avessero voluto immigrare a Cuba e Porto Rico. La conseguenza fu l’ingente arrivo a Porto Rico di spagnoli, portoghesi, francesi e soprattutto corsi di etnia italiana che contribuirono, oltre che a una riconfigurazione razziale della popolazione, allo sviluppo della produzione di caffè nell’isola.

Le migrazioni italiane costituirono naturalmente un elemento centrale della fase 1820–1914. I migranti della penisola si diressero attraverso l’Atlantico seguendo certosinamente le fluttuazioni del mercato del lavoro; prima soprattutto verso l’America Latina e poi soprattutto verso gli Stati Uniti.

L’interdipendenza dei vari “pezzi” di mondo atlantico per quanto attiene alla divisione internazionale del lavoro risulta di nuovo evidente nel trapasso alla fase della “migrazione per quote”, 1915–1965. L’esclusione per legge degli italiani e degli altri europei dal sud e dall’est del continente dall’immigrazione negli Stati Uniti (1924) è coeva alla concessione della cittadinanza statunitense agli abitanti di Porto Rico (1917) che iniziarono a quel punto, insieme agli afroamericani di diversi stati del sud degli USA, la migrazione intensiva verso le occupazioni nei servizi e la manovalanza a New York.

Anche quella che negli anni Cinquanta gli italiani di Harlem percepirono come l’“invasione finale” del loro quartiere da parte dei portoricani è legata a dinamiche squisitamente atlantiche. La migrazione portoricana a New York assunse dimensioni di massa non solo per l’introduzione di voli di linea tra l’isola e la metropoli, ma perché il governo degli Stati Uniti promosse l’accoglienza dei portoricani espulsi dal mercato del lavoro nel corso dell’Operation Bootstrap (o Operación Manos a la Obra), l’industrializzazione dell’economia portoricana il cui successo rappresentava un fiore all’occhiello della strategia propagandistica terzomondista americana nei primi anni della Guerra fredda. 2

Ricomposizione dell’Atlantico bianco, nero e rosso

Una simile rete di genealogie e successioni è riscontrabile nelle suddivisioni tematiche che ha assunto la storiografia della circolazione umana, culturale e ideologica nel teatro atlantico – l’Atlantico bianco, nero e rosso.

Per quanto riguarda la formazione transatlantica di modelli politico-intellettuali di radice europea e angloamericana (che insieme con la storia dell’imperialismo atlantico va sotto il nome di Atlantico bianco), bisogna notare come entrambi i nazionalismi, portoricano e italiano, si appropriarono significativamente del vocabolario e dell’immaginario nazionale e repubblicano delle rivoluzioni francese e americana. Molti dei primi immigrati portoricani e italiani a New York nella seconda metà dell’Ottocento erano rifugiati dei rispettivi movimenti per l’indipendenza nazionale.

Alla fine del secolo, la stampa italoamericana guardò alla guerra imperialista del 1898 che portò all’invasione di Porto Rico da parte degli Stati Uniti con un caratteristico mix di sostegno alla missione americana di civilizzazione di popoli inferiori e di comprensione per la causa indipendentista portoricana, basata sulla propria recente esperienza risorgimentale.

Altrettanto se non più significativa nello sviluppo delle due comunità a New York fu la mobilità delle ideologie politiche di riforma sociale attraverso il Nord Atlantico tra la fine dell’Ottocento e la Seconda guerra mondiale. Le applicazioni in termini di politiche sociali che ne derivarono plasmarono in profondità l’esperienza portoricana e italiana a New York e i modi in cui le due comunità si rapportarono reciprocamente. Un esempio specifico riguarda l’edilizia sociale, nell’ambito della quale la visita di Le Corbusier a New York nel 1935 fu molto influente nel seguente sviluppo architettonico dell’edilizia popolare, di cui East Harlem rappresentò il più importante laboratorio del Nord America.

Nella discussione dell’Atlantico nero operato dalla mia ricerca devono ovviamente trovare posto la peculiare storia dello schiavismo a Porto Rico, l’alto grado di intermatrimonialità che favorì la costruzione ideologica di un’immaginaria assenza del razzismo nell’isola, lo shock socio-culturale provocato dall’esperienza del razzismo a New York, in particolare nella relazione triangolare con gli afroamericani, e l’eccezionale valenza del retaggio culturale africano, soprattutto per quanto riguarda la musica e il ballo, nel plasmare l’esperienza diasporica portoricana. Ma un legame significativo connette l’esperienza di razzializzazione di portoricani e italiani anche prima del loro incontro-scontro a New York e risiede nella formazione delle rispettive identità imperiali prima e post-imperiali poi. Come parte del processo di nation building italiano, i meridionali vennero razzializzati, anche dall’antropologia scientifica, come appartenenti a una razza degenerata dai significativi apporti levantini e africani. Non solo questo retaggio di “comprovata” inferiorità dettò i termini delle relazioni degli italiani con i gruppi di migranti di colore a New York (con il terrore dell’identificazione), ma fu incorporato nel dibattito sulla restrizione dell’immigrazione che portò all’introduzione della legge del 1924. Infatti, come ha spiegato Jacobson (2000) nel suo libro Barbarian Virtues, il problema dell’immigrazione interna e il problema delle popolazioni colonizzate in Asia e Centro America (entrambe razzialmente “inferiori”) costituivano due temi inseparabili della tensione tra costruzione nazionale e imperialismo che occupò gran parte del dibattito pubblico americano tra fine Ottocento e inizio Novecento.

Posso solo accennare a come la costruzione relazionale dell’identità razziale tra portoricani e italiani sia stata plasmata da dimensioni transatlantiche diverse come l’incontro tra religiosità popolare cattolica e santeria e dall’influenza del fascismo e del colonialismo italiano in Africa, in risposta ai quali a metà degli anni Trenta si scatenarono violente rivolte nel cuore di Harlem.

Analoghi incroci e successioni si possono individuare per quanto riguarda l’Atlantico rosso – ribelle, egualitario e proletario. La comune esperienza di dominazione imperiale crea un filo rosso tra le rivolte degli indiani Tainos e degli schiavi africani a Puerto Rico e le rivolte per il pane nell’Italia meridionale. Dalla fine dell’Ottocento, l’anarchismo, il marxismo e infine il leninismo si sovrapposero coerentemente al ribellismo rurale e coloniale preindustriale in entrambe le esperienze migratorie, talvolta combinandosi con il nazionalismo diasporico. Il movimento indipendentista portoricano, in particolare, sposò tipicamente visioni politiche socialiste. L’esperienza di coalizione interetnica e interrazziale creata ad Harlem da Vito Marcantonio tra la metà degli anni Trenta e il 1950 si può assumere a originale punto di confluenza di tradizioni di lunga data e ampio respiro.

Conclusione

Concludendo, ritengo che l’incontro/scontro locale che vide protagonisti gli italiani e i portoricani di New York attorno alla metà del Novecento sia una “storia atlantica” tra le tante che potrebbero essere narrate e che vada interpretata con gli strumenti della Storia Atlantica. Il mio obiettivo è di scrivere una storia dell’immigrazione negli Stati Uniti che incorpori esplicitamente metodologie, teorie e risultati della Storia Atlantica, contribuendo così facendo non solo alla revisione della storia nordamericana dell’immigrazione, ma anche al proseguimento del recupero della storia ottocentesca e novecentesca negli studi atlantici.

Note:

  1. Questo terzo punto non può essere sviluppato in questa relazione, ma sarà parte integrante della ricerca che qui viene esposta.
  2. Il Partito Democratico Popolare di Luis Muñoz Marín, fondato nel 1938 su una piattaforma di opposizione agli interessi dell’industria dello zucchero, vinse le lezioni locali nel 1940, e con capitali e incentivi americani dopo la guerra lanciò un programma di riconversione industriale incentrata sui prodotti di consumo (vestiti, scarpe, elettrodomestici, ecc.) Il problema della forza lavoro rurale e urbana eccedente fu gestito attraverso l’emigrazione.

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