Our journey is not complete: il secondo insediamento di Barack Obama

Obama Mall 2013“I want to take a look, one more time. I’m not going to see this again”. Il Presidente Obama  ha giurato per la seconda volta come presidente degli Stati Uniti, ha pronunciato il discorso inaugurale; così, prima di rientrare e proseguire la lunga cerimonia dell’Inauguration Day articolata in diverse fasi, si volta, un secondo ancora, verso il National Mall, verso la folla sottostante di circa 800.000 persone che ha atteso, agitato bandiere, applaudito, cantato e ballato.

È uno spettacolo sicuramente singolare che Obama sa di vedere come presidente in carica, per la seconda e ultima volta. Uno spettacolo che si ripete con le sue varianti e con diversi protagonisti da quando gli Stati Uniti hanno eletto il loro primo presidente, una vera e propria tradizione nazionale.

Inauguration day: una tradizione

Il 20 e il 21 gennaio 2013, con due cerimonie distinte (privata e pubblica) Barack Obama ha prestato il suo giuramento come presidente degli Stati Uniti d’America per un secondo mandato quadriennale, l’ultimo concessogli dalla Costituzione, che si concluderà con l’insediamento del suo successore il 20 gennaio 2017.

Affinché il presidente assuma le sue funzioni ed eserciti i poteri di sua prerogativa, la Costituzione statunitense impone un unico adempimento: che egli presti un giuramento o comunque una dichiarazione solenne prima di entrare in carica.  Alle dodici del 20 gennaio comincia il nuovo mandato presidenziale. Il presidente eletto recita, alla presenza del giudice capo della Corte Suprema, la formula prevista dall’articolo II, sezione I della Costituzione: “I do solemnly swear [or affirm] that I will faithfully execute the office of President of the United States, and will do the best of my ability, preserve, protect and defend the Constitution of the United States”. Secondo la biografia di George Washington di Washington Irving, le parole “so help me God” furono aggiunte dal primo presidente degli Stati Uniti durante il suo primo insediamento, subito dopo aver giurato. Non esiste però alcuna testimonianza contemporanea del fatto. Anzi, l’unica fonte dell’epoca che riproduce per intero il giuramento di Washington omette completamente la postilla religiosa. Il più antico articolo di giornale che riporti le parole esatte di un giuramento (quello di Chester Arthur, pubblicato su The New York Times nel 1881) descrive una formula in cui l’invocazione “so help me God” appare di carattere personale e non ufficiale. L’anno dell’adozione della procedura corrente, in cui il giudice capo della Corte Suprema pronuncia il giuramento e il presidente eletto lo ripete, è ignota. Nella prestazione del giuramento non è richiesto l’uso di alcun libro, né in particolare di un testo sacro, di cui la Costituzione non fa menzione. Essendo però consuetudine, almeno nel diciottesimo-diciannovesimo secolo, usare la Bibbia nei giuramenti, in seguito è così sempre generalmente avvenuto. Dal 1937 anche il vicepresidente presta giuramento nella stessa cerimonia; prima di allora, il giuramento era pronunciato in Senato. In questo caso, la Costituzione non stabilisce una formula di giuramento vicepresidenziale, così per consuetudine il vicepresidente recita la formula in uso dal 1884 per il giuramento di inizio mandato di senatori, rappresentanti e di altri responsabili del governo.

L’insediamento del primo presidente degli Stati Uniti, George Washington, fu presieduta dal Cancelliere Robert R. Livingston alla Federal Hall di New York il 30 aprile 1789. Fu Thomas Jefferson, nel 1801, il primo presidente ad entrare in carica a Washington, che proprio quell’anno divenne capitale federale. Da allora in poi, il Campidoglio, sede del Congresso degli Stati Uniti, divenne il luogo deputato alle cerimonie di giuramento dei presidenti. Solo durante la Seconda guerra mondiale, Franklin Delano Roosevelt pronunciò il suo quarto giuramento dalla Casa Bianca. Oliver Ellsworth fu il primo Giudice Capo della Corte Suprema a officiare uno swearing-in presidenziale (John Adams 1797); funzione che i suoi successori non hanno mai mancato di ottemperare in una cerimonia di insediamento regolarmente programmata.

Nel corso degli anni sono sorte numerose prassi che hanno trasformato la spartana cerimonia sacramentale dei primi insediamenti presidenziali in una vera propria giornata di sfilate e festeggiamenti, nota come Inauguration Day. Questa giornata cadde il 4 marzo (quattro mesi dopo le elezioni) dal 1798 al 1933, ma in quell’anno la modifica del Ventesimo emendamento della Costituzione fissò la data d’inizio mandato al 20 gennaio. Le celebrazioni collaterali, che si sono affiancate al giorno dell’insediamento vero e proprio, durano generalmente dieci giorni, dal quinto precedente al quinto successivo all’Inauguration Day. Solo nel 1973, in occasione del secondo insediamento di Richard Nixon, le celebrazioni vennero interrotte per il funerale di stato tributato all’ex-Presidente Lyndon Johnson, scomparso il 22 gennaio di quell’anno. La costituzione della Joint Congressional Committee on Inaugural Cerimonies per l’organizzazione della cerimonia pubblica di insediamento al Campidoglio, risale al 1901, mentre quella della Armed Forces Inaugural Committee (poi Joint Task Force-Armed Forces Inaugural Committee) che coordina la partecipazione delle forze armate alle celebrazioni di insediamento del loro comandante in capo è stata istituita nel 1953. Dallo stesso anno, presidente e vicepresidente sono stati ospiti d’onore al pranzo presso il Congresso degli Stati Uniti dopo la cerimonia. Eccettuati il Discorso sullo Stato dell’Unione, la Red Mass e i funerali di stato, è questa l’unica altra occasione in cui presidente, vicepresidente e membri delle due camere si radunano contemporaneamente nello stesso luogo. Dal secondo insediamento di Thomas Jefferson (1805) è sorta la tradizione della sfilata del presidente lungo Pennsylvania Avenue, dal Campidoglio alla Casa Bianca.

Obama presta giuramento alla Casa Bianca, 20 gennaio 2013

Obama presta giuramento alla Casa Bianca, 20 gennaio 2013

Obama ripete il suo giuramento presso in National Mall, 21 gennaio 2013

Obama ripete il suo giuramento presso in National Mall, 21 gennaio 2013

Nel 2013, l’inizio del secondo mandato di Barack Obama, il 20 gennaio, è caduto di domenica. Come i suoi predecessori Ronald Reagan e Dwight Eisenhower, il presidente ha adempiuto agli obblighi costituzionali prestando giuramento nella Blue Room della Casa Bianca alle 12 di domenica 20 gennaio alla presenza del Giudice Capo John G. Roberts e della first family. Ventiquattro ore dopo, lunedì 21 gennaio, il Presidente Obama ha ripetuto il suo giuramento in pubblico, alla presenza delle massime cariche degli Stati Uniti e di 800.000 persone assiepate nei giardini di Capitol Hill.

Nonostante non fosse un obbligo strettamente costituzionale, Barack Obama ha fortemente voluto una cerimonia pubblica per il suo secondo Inauguration Day, visto che la data del 21 gennaio presenta importanti risvolti simbolici, primo fra tutti la coincidenza con il Martin Luther King Jr Day, creando un legame ancora più forte tra la figura e le battaglie pacifiche di King e il percorso politico del primo presidente afroamericano nella storia degli Stati Uniti.

Abraham Lincoln e Martin Luther King, due nomi, due figure che ritornano nella storia del Presidente Obama. Proprio davanti al busto del reverendo King nella rotonda di Capitol Hill il presidente si è fermato; solo qualche istante in silenzio: un momento sicuramente toccante, in cui il famosissimo discorso “I have a dream”, tenuto il 28 agosto 1963 al Lincoln Memorial, è sembrato risuonare in tutta la sua forza. “President Obama represents the last lap of this unfinished race to achieve equality”, così ha dichiarato il reverendo Jesse Jackson.

Giurando pubblicamente su due copie della Bibbia, una appartenuta a Lincoln (la stessa del primo giuramento del 2009) e l’altra a Martin Luther King Jr, Barack Obama ha simbolicamente voluto riaffermare che la sua azione politica poggia le sue fondamenta sull’eredità dei due grandi personaggi.

Da una parte, l’elezione di Obama è riuscita a rispecchiare almeno parzialmente l’avverarsi degli ideali di giustizia ed eguaglianza di Martin Luther King e delle centinaia di attivisti per i diritti civili appartenenti a tutte le minoranze, dall’altra, nel corso della sua storia personale e politica, Barack Obama non ha mai nascosto che la sua prima fonte di ispirazione sia Abraham Lincoln.

Abraham Lincoln

Abraham Lincoln

La figura del sedicesimo presidente degli Stati Uniti – tornata in questi giorni alla ribalta anche grazie al film di Steven Spielberg che ne ripercorre gli ultimi mesi di vita – è una delle più celebrate della storia americana e venerata in patria in modo quasi religioso. È da quando ha iniziato la propria ascesa politica come semplice “senatore” che Obama si rifà implicitamente al “Grande Emancipatore”; e del resto i parallelismi tra i due personaggi sono molteplici: entrambi avvocati dell’Illinois, entrambi semisconosciuti e dati per sfavoriti alle primarie per la candidatura alla presidenza dei rispettivi partiti. Barack Obama ha coltivato con attenzione la sua immagine “lincolniana”, citando spesso nei suoi discorsi ed elogiando in pubblico le doti politiche del sedicesimo presidente degli Stati Uniti. In occasione del suo primo insediamento, nel 2009, Obama ripercorse lo stesso viaggio inaugurale in treno da Philadelphia a Washington che fece Lincoln nel 1861.

D’altronde, anche la situazione politica odierna presenta alcuni elementi di similitudine rispetto a quella dell’America degli anni della Guerra civile: primo fra tutti, una fortissima rigidità nelle posizioni dei rispettivi schieramenti e una forte opposizione interna alle decisioni del presidente, visto come troppo moderato dalle ali più radicali dei rispettivi partiti. In tal senso, gli elogi di Obama a Lincoln hanno anche una funzione strumentale volta a contenere, da un lato, l’opposizione agguerrita dei repubblicani, che alle elezioni di novembre hanno mantenuto il controllo della Camera dei Rappresentanti e reso esigua la maggioranza democratica al Senato; dall’altro lato anche le critiche dell’ala più radicale degli stessi democratici, che contesta all’odierno presidente un’eccessiva moderazione nell’azione politica. In questo senso, Obama richiama la figura di Lincoln come simbolo di unità di fronte alle divisioni, come politico in grado di agire con risolutezza e superare le chiusure dell’opposizione, allora come oggi.

Apparentemente divisi da 150 anni e dall’appartenenza politica a due partiti opposti, l’affinità ideologica dei due presidenti è tale da aver spesso portato i media ad associare i due nomi; e tale affinità può essere tracciata anche in virtù della ridefinizione delle agende politiche dei due principali partiti statunitensi, compiutasi negli anni Trenta del Novecento. Naturalmente, non mancano critiche e scetticismi a questo tipo di paragoni ed è noto che i presidenti in carica si rifacciano apertamente ai loro predecessori, citando ripetutamente coloro che hanno ammirato di più. Forse le critiche più profonde al parallelismo Obama-Lincoln sono mosse proprio dai progressisti, secondo i quali, nonostante Lincoln fosse incline al compromesso, cionondimeno raggiunse i suoi più importanti obiettivi politici: impedire la disgregazione degli Stati Uniti e ottenere l’abolizione della schiavitù con l’introduzione del Tredicesimo emendamento nel 1865. Al contrario, Barack Obama sembra essere molto più propenso a fare delle concessioni sul piano degli ideali e parla della bipartisanship come di uno scopo a cui tendere piuttosto che come un mezzo attraverso il quale raggiungere dati obiettivi politici, per questo viene accusato talvolta di mancare di quella visione politica che ebbe invece il suo predecessore negli anni Sessanta del diciannovesimo secolo.

Il discorso inaugurale di Obama: tra Jefferson e Clinton

Fino alla fine del diciannovesimo secolo il presidente eletto proferiva il proprio discorso prima di giurare. Fu William McKinley, nel 1897, però a chiedere di cambiare la procedura per avere l’opportunità di chiudere il discorso ripetendo la formula del giuramento prestato. Quattro presidenti non tennero mai alcun discorso: John Tyler, Millard Fillmore, Andrew Johnson e Chester Arthur. Essi presero infatti il posto di un presidente deceduto in corso di mandato e non furono poi rieletti. In totale, 37 presidenti degli Stati Uniti pronunciarono 54 discorsi inaugurali: il più breve fu il secondo discorso di George Washington (135 parole), mentre il più lungo fu quello di James Harrison (8495 parole).

Attraverso il suo discorso di insediamento, che ha sempre occupato un posto di rilievo nell’immaginario americano, il presidente ha cercato di lasciare una traccia di sé nella storia. Non sono mancati, nei discorsi presidenziali, frasi ad effetto (“the only thing we have to fear is the fear itself” declamò Roosevelt nel suo primo discorso inaugurale nel 1933) che sono entrate nel linguaggio comune.

Obama, da grande oratore, come ha dimostrato di essere, non è certo arrivato impreparato: il discorso di insediamento al suo secondo mandato ha già riempito pagine di giornali e fatto discutere, nel bene e nel male. Applaudito quanto criticato, il discorso, durato circa 18 minuti, inizia celebrando la Costituzione (“the promise of our democracy”), affermando che l’eccezionalismo americano nasce dalla Dichiarazione di indipendenza.  Il cuore dell’uno e l’altro documento sarebbe per Obama la self-evident truth che gli uomini sono creati uguali.

Con un secondo riferimento alla storia americana, alla Guerra civile, il presidente ricorda il prezzo pagato affinché tale principio potesse essere affermato e come appunto “no union founded on the principles of liberty and equality could survive half-slave and half-free”.

Ma il richiamo ai padri fondatori e alla storia del diciannovesimo secolo non è un semplice omaggio, ma più che altro lo strumento per tracciare una linea di continuità tra i valori della Guerra di indipendenza e la propria agenda politica (tale proposito è molto evidente poiché introduce ogni paragrafo del suo programma con perifrasi come “we still believe”; “we are true to our creed when”). Il presidente avverte che, se i valori che alimentano l’azione americana sono gli stessi, gli obiettivi  variano (“for we have always understood that when times change, so must we”). E parlando sempre al plurale (“we, the American people, America”), perché nell’azione collettiva risiede la forza americana e la possibilità di rispondere alle sfide attuali, enuncia il proprio “programma”, presenta alla sua America e a se stesso le sfide che sono davanti questa nazione, le cui possibilità il presidente dice esplicitamente essere “limitless”.

Il primo punto toccato è l’economia: Obama non parla di tagli alla spesa o di ristrutturazione del debito, il suo è un inno alla prosperità, che riposa, dice, sulle spalle della classe media; prosperità che ovviamente deve essere tradotta in opportunità economiche per tutti e lotta contro la povertà. E anche lì dove accenna alla necessità di ridurre il deficit, il quarantaquattresimo presidente ci tiene a precisare: “we reject  the belief that America must choose between caring for the generation that built this country and investing in the generation that will build its future”. Come a dire che non si può pagare con le pensioni o la sicurezza sociale le spese per l’educazione e la ricerca per ridurre il deficit.

Il tema successivo è il cambiamento climatico; segue la dichiarazione di Obama a un approccio pacifico alla politica estera (“we the people still believe that enduring security and lasting peace do not require perpetual war”), ma l’apice del discorso, e il momento in cui gli applausi della folla presente al Mall diventano una specie di ovazione, si ha quando Obama introduce il tema dei diritti civili. Diritti che Obama estende anche alle rivendicazione degli omosessuali, mettendo l’une accanto alle altre le battaglie di afroamericani, donne e gay.

Gli ultimi due punti sono la politica di integrazione degli immigrati e il controllo delle armi.

Queste sono per Obama le sfide che si presentano oggi all’America, queste le sfide a cui l’America deve far fronte per rilanciare se stessa. Ognuna di esse corrisponde ad un tassello di quella “Coalizione Arcobaleno” che costituisce la sua base di consenso elettorale. Alla classe media promette il rafforzamento della sanità e dei programmi di welfare, nonostante i tagli necessari alla riduzione del debito. Agli ambientalisti promette il rilancio della sfida ai cambiamenti climatici e alle donne assicura che si impegnerà per il diritto al riconoscimento della parità di retribuzione a fronte della parità delle mansioni con i colleghi di sesso maschile. È il primo presidente che pubblicamente pronuncia il termine “gay” in un discorso di insediamento, paragonando le discriminazioni subite dagli omosessuali a quelle patite dagli afroamericani ai tempi della segregazione, indicando i diritti della comunità LGBT come nuova frontiera dei diritti civili. Sull’immigrazione, tema caro alle minoranze ispaniche, promette la riforma per garantire un percorso verso la cittadinanza per circa 11 milioni di clandestini. Il discorso, quindi, rispecchia i valori liberal di quell’America fatta di minoranze e colori diversi su cui il presidente ha potuto contare per essere rieletto, le stesse “minoranze” il cui peso demografico è, e sarà, sempre più politicamente significativo.

Tenendo ben presente queste sfide e facendo appello ai valori di libertà ed eguaglianza come ideali della nazione e parte della tradizione americana, Obama rivendica la necessità di agire e agire ora; anche dove i dissidi tra le varie voci e parti in causa non sono tutte d’accordo, “we must act”. “We have never relinquished our skepticism of central authority, nor have we succumbed to the fiction that all societies ills can be cured through government alone”, e verso la fine del suo discorso Obama afferma “decisions are upon us and we cannot afford delay”. In quel “noi” Obama ricomprende non il solo presidente, non l’esecutivo, non i democratici, o i democratici e i repubblicani, ma l’America, in tutta la sua diversità e complessità.

Chiaramente di questa molteplicità vuole essere in primo luogo rappresentante il presidente, che, condividendo le esigenze e i bisogni dell’America, si farà portavoce delle sue istanze. Le radici di suddetti valori trovano chiaramente fondamento, per Obama, nella Costituzione, nell’idea che tutti gli uomini nascano uguali e dotati di inalienabili diritti, per preservare i quali, afferma più volte, è necessaria un’azione collettiva, ogni singolo cittadino deve contribuire al progetto dell’America tratteggiato dal presidente nel discorso.

E se è vero che come un ritornello Obama ripete che il viaggio dell’America verso l’uguaglianza e verso il compimento del sogno americano non è ancora completo, proprio a ribadire che molto deve ancora essere fatto, il presidente si concede un momento per riflettere su quello che può essere iscritto all’attivo nel suo primo mandato: “A decade of war is now ending. And economic recovery has begun.

Conclusioni: quanto è liberal l’America?

Nonostante sia il primo presidente rieletto con meno voti al secondo mandato rispetto al primo in più di un secolo, la sua rielezione ha un sapore di vittoria schiacciante. La crisi, l’opposizione del Partito repubblicano e il debito sempre più pesante avrebbero di certo potuto portare a un esito diverso le ultime elezioni presidenziali. Ma l’America l’ha riconfermato; con qualche voto in meno, forse, ma il volto che nel 2008 era quello del cambiamento, oggi è quello della continuità. E se l’agenda del primo mandato era stata costruita intorno al termine bipartisanship, il secondo discorso inaugurale è molto chiaro: questi sono i valori americani, questo è quello che dobbiamo fare, volenti o nolenti, dice Obama ai repubblicani. Perché è l’America a chiedercelo.

Il discorso di Obama è stato etichettato come progressista e liberal da alcuni, altri hanno semplicemente incrociato i dati di sondaggi con le tematiche toccate nel discorso (si pensi all’immigrazione, al controllo sulle armi, o alla tematica dei matrimoni gay) riscontrando una sostanziale unicità di vedute. Obama starebbe proponendo all’America quello che l’America vuole, dicono questi; quindi il suo non è un discorso liberal, sta solo al passo con i tempi. Altri al contrario affermano che il discorso sia una specie di dichiarazione di parzialità e che il presidente, scottato e deluso dall’ostruzionismo repubblicano, voglia ora puntare direttamente sul consenso popolare per portare avanti la propria agenda; in questo caso ovviamente il discorso inaugurale sarebbe ultra-liberal. Altri ancora sostengono che questo secondo discorso di Obama rappresenti quello che il presidente realmente pensa e che finora non ha, per un motivo o per un altro, espresso. C’è chi vede in lui l’erede di Jefferson, chi di Lincoln, chi di Clinton e di Reagan: un Obama dalle molte facce insomma.

Non manca chi si chiede come, considerate le condizioni in cui versa l’economia americana e l’evidente necessità di ridurre il debito pubblico, un programma ambizioso come quello esposto nel discorso possa essere portato avanti e trasformato in politica, o se piuttosto le belle parole non servano come specchietto per le allodole, mentre il governo mette a punto un piano per la ristrutturazione dell’economia americana. A chi lo ha accusato in passato di non essere abbastanza nero, abbastanza cristiano, non abbastanza bianco, a chi lo accusa oggi di essere un presidente gay, Obama ha risposto con il suo discorso.

Si può credere alle sue parole o aspettare i fatti. Di certo l’America che Obama è chiamato a governare è una sola, spaccata, divisa forse, ma una sola: in parte nera, in parte bianca, in parte di mille altri colori. In parte liberal, in parte conservatrice, in parte per i matrimoni tra gay e in parte pro-life. Se Obama si sbagliasse e il suo “noi” non fosse che uno strumento retorico, allora l’America tra quattro anni sarà più divisa, più bloccata e meno ricca di oggi; ma se il presidente avesse ragione e il suo “noi” rappresentasse l’America, allora il Partito repubblicano dovrà rivedere sostanzialmente la sua piattaforma, e il cambiamento che Obama avrebbe voluto portare quattro anni fa sarebbe a portata di mano.

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