Gli Stati Uniti al bivio: Le elezioni presidenziali 2012

triesteIn attesa di conoscere il risultato del voto americano, che sarà noto di qui a poche ore, pubblichiamo qui di seguito un resoconto del Seminario tenutosi a Trieste il 31 ottobre 2012, dal titolo Gli Stati Uniti al bivio: le elezioni presidenziali 2012, che ci viene in aiuto per tirare le somme di una campagna elettorale vivace, combattuta, piena di imprevisti e ora quasi sospesa a causa dell’uragano Sandy, per rivederne le caratteristiche principali, i punti salienti, le posizioni dei due candidati e, in alcuni casi, le loro mancanze e criticità. Leonardo Buonomo (Univ. di Trieste) ha coordinato gli interventi di Kyle Scott (Console Generale degli Stati Uniti d’America a Milano), Georg Meyr (Univ. di Trieste), Elisabetta Vezzosi (Univ. Di Trieste) e i contributi di Carla Konta (Univ. di Trieste), Sara Miotto (Univ. di Trieste), Annalisa Mogorovich (Univ. di Trieste) e Matteo Pretelli (Univ. di Trieste). Il Seminario è stato organizzato con la collaborazione dell’Università degli Studi di Trieste, del CISPEA (Centro Interuniversitario di Storia e Politica Euro – Americana) e dell’Associazione Italoamericana del Friuli  Venezia Giulia.

 

Attraverso uno sguardo generale sulle tematiche dirimenti, secondarie e anche assenti in questa campagna elettorale, l’evento di Trieste si è posto l’obiettivo di tirare le fila di questa campagna elettorale, soppesare le posizioni dei due protagonisti della corsa alla Casa Bianca, e rilevarne gli aspetti critici per far emergere come gli Stati Uniti si trovino veramente ad un bivio che dipenderà interamente dall’esito di queste elezioni. Il Seminario si è dipanato attraverso l’analisi di molte questioni e punti chiave che dunque riteniamo di presentare organizzati in macro-categorie per proporre le varie voci e opinioni che in alcuni casi si sono confrontate. Partendo dall’ampio intervento del Console Generale degli Stati Uniti a Milano, Kyle Scott, si è ripercorso velocemente il sistema elettorale statunitense – per concentrarsi sul ruolo chiave assunto nelle ultime battute della campagna elettorale dai Battleground States, o Swing States – per poi procedere nell’analisi delle questioni che sono state le grandi protagoniste, o le grandi assenti, di questa competizione ancora così incerta.

The Economy

Le tematiche affrontate durante la campagna elettorale sono moltissime, ma è The Economy quella più dirimente per l’elettorato: è un aspetto che conta molto soprattutto nella possibile rielezione del Presidente in carica, specialmente per Obama in questo momento storico di crisi mondiale. Se da un lato il Presidente fa leva sul fatto di aver ereditato una situazione disastrosa dall’amministrazione Bush – sottolineando però la sua capacità di aver fatto ricrescere seppur timidamente l’economia negli ultimi due anni e aver creato cinque milioni di posti di lavoro –, è lo sfidante che ha avuto molte più carte da giocare, puntando all’insufficienza dei provvedimenti presi da questa amministrazione. Il secondo nervo scoperto, strettamente legato all’economia, è rappresentato proprio dalla creazione di nuovi posti di lavoro, specialmente per i giovani, e dal deficit di bilancio. La posizione di Romney in materia è tradizionalmente repubblicana, proponendo l’abbassamento delle tasse per tutti i cittadini, mentre Obama si è mostrato intenzionato a tagliare la spesa gradualmente, ma alzando l’imposizione fiscale ai più ricchi per alimentare il welfare sovvenzionando i suoi progetti di sostegno alle lower classes.

Politica estera

Il peso della politica estera nella campagna elettorale è stato trattato ampiamente dall’intervento di Georg Meyr, che ha osservato quanto, anche storicamente, questa tematica occupi una posizione secondaria e richieda per sua natura un atteggiamento prudente: emblematico il caso di Woodrow Wilson, che prima di essere eletto (novembre 1916) non aveva considerato la possibilità di entrare in guerra, per poi dichiarare l’intervento nell’aprile 1917. La prudenza in politica estera può essere ascritta alle dinamiche elettorali della campagna del presidente in carica, ma anche Romney è stato misurato e meno aggressivo di quanto avrebbe potuto – basti pensare al dibattito del 22 ottobre – tanto da affermare di essere accordo con Obama/Biden su alcuni punti, come il ritiro dall’Afghanistan entro il 2014. D’altra parte, Romney ha cercato abilmente di tenere le distanze dalla facile critica democratica di essere la naturale prosecuzione della linea unilaterale dei neo-cons: le divergenze dei candidati sembrano dunque essere minime, e non foriere di visioni del mondo completamente diverse. Riguardo la Cina, Romney parla di rispetto delle regole del gioco della finanza e del commercio, sulle Primavere Arabe sembra sostenere una linea ai limiti dell’intervento specialmente in merito ai diritti umani, mentre è contrario a un intervento in Siria. Certamente però, c’è un approccio diverso al problema della difesa, basti pensare alla prospettiva di Obama di ridurre le spese militari, che invece Romney vorrebbe portare al 4% aumentando sempre più il gap tra Stati Uniti e resto del mondo in materia di armamenti. Se però secondo Meyr non si può parlare di vere e proprie divergenze ma di sfumature di opinione, Elisabetta Vezzosi sostiene invece che i due candidati hanno una visione diversa non solo dell’America ma di tutto il Mondo: basti pensare all’Europa, grande assente nei dibattiti, il cui modello di welfare è stato menzionato solamente come paradigma negativo dal candidato repubblicano, per sostenere una visione demonizzata dello stato sociale – come d’altronde sostiene Federico Rampini in Non ci possiamo più permettere uno stato sociale. Falso! (Laterza, 2012) – e criticare le aperture attuate dall’amministrazione Obama. In questo senso, le aspettative dell’Europa di essere presente nelle discussioni di politica estera, in particolare del presidente Obama, sono state profondamente disattese, a fronte invece di un largo sostegno della stessa opinione pubblica europea: già nel 2008 The Guardian aveva parlato di Europe’s Obamamania: i sondaggi mettono chiaramente in rilievo come il 75% degli europei, se potesse votare, sceglierebbe il candidato democratico (in Italia il 73%).

Energia e risorse alternative

Entrambi i candidati hanno genericamente affermato di voler ridurre le importazioni e aumentare la produzione autonoma degli Stati Uniti, ma le posizioni assunte sono state spesso vaghe e confuse. Obama è sembrato arretrato: se nel 2008 si era presentato come presidente della Green Economy, negli anni successivi ha assunto posizioni più statiche e ambivalenti. Basti pensare che nel 2010 il presidente chiedeva più fondi per sostenere l’energia alternativa, ma nello stesso anno annunciava nuove trivellazioni sul territorio statunitense. Elisabetta Vezzosi – riprendendo la definizione di The Guardian dell’ambiente come ghost in questa campagna elettorale (www.climatesilence.org) – ha messo chiaramente in luce le ambiguità di Obama, che durante la campagna elettorale e nei dibattiti ha parlato di energia, ma non di ambiente. Non avendo dimostrato il coraggio ad andare fino in fondo, il presidente ha perso comunque l’occasione di mettere in luce le mancanze ancora più gravi dello sfidante, talmente impreparato da mettere in discussione le fondamenta scientifiche del riscaldamento globale.

Wild card events

Si tratta di eventi solitamente a livello internazionale, ma in questi giorni è sicuramente l’uragano Sandy ad aver oscurato la campagna elettorale e diventare elemento chiave. Tutti e tre i relatori concordano sulle possibili ripercussioni dell’uragano – che ha causato una stima di 20 miliardi di dollari – sulla campagna elettorale: da una parte i candidati non si sono potuti spostare sospendendo la loro campagna elettorale, specialmente negli Swing States, dall’altra si è per il momento sospesa la pratica dell’Early Voting, che si era attivata in alcuni degli Stati colpiti. È soprattutto il forte impatto emotivo che ha dato e sta dando la possibilità al presidente Obama non solo di avere un ruolo di primo piano a livello mediatico, ma anche di poter dimostrare le sue capacità di Commander in Chief. Se in questa occasione Romney non ha avuto la possibilità di mettere in luce le sue capacità di leadership – mentre Obama ha invece ottenuto l’aperto sostegno elettorale del sindaco di New York, Michael Bloomberg – la gravità dell’evento può far riconsiderare a molti cittadini l’importanza del ruolo dello Stato federale in situazioni simili, ai danni dell’idea di small government dei repubblicani.

Social issues

Come messo in luce dal Console Generale Scott, gran parte delle questioni sociali non hanno rivestito un ruolo di primo piano nella campagna elettorale, nonostante in questo caso le differenze tra i due candidati siano evidenti e profonde. Ci sono nette differenze di approccio su welfare, aborto, same-sex marriage, dettate non solo da posizioni personali ma dall’idea del ruolo dello Stato federale: Romney sostiene il minimo intervento e supporto federale per evitare di aumentare le spese, proclamandosi baluardo dell’assistenza privata. Obama invece sostiene l’intervento e il ruolo dello stato, ha dimostrato di voler estendere a più ampie fasce di popolazione la protezione sanitaria (che secondo i repubblicani toglie invece la libertà di scelta al singolo) e notevole apertura sul tema dei diritti civili degli omosessuali, grazie a un forte ruolo del vicepresidente Biden. I provvedimenti in materia di welfare di Obama, specialmente in un periodo di crisi, hanno avuto un’incisività non trascurabile: food stamps, Medicaid e sussidi ai disoccupati sono stati fondamentali per la sussistenza di molte persone, basti pensare che alla fine del 2010, fase di crisi acuta, il numero degli americani sotto la soglia di povertà era di 56,2 milioni (calcolato considerando un reddito di 22.000 dollari l’anno per una famiglia di 4 persone).

Latinos e immigrazione

Nel 2008 la comunità ispanica aveva rivestito un ruolo fondamentale nell’elezione di Obama. Il peso elettorale dei Latinos, la comunità etnica più numerosa negli Stati Uniti, acquisì un peso elettorale pari al 9%, e le previsioni per il loro orientamento elettorale non sono cambiate: in particolare, il sostegno al candidato democratico si fa sentire con insistenza in molti Swing States. Tuttavia, Matteo Pretelli ha messo in luce il rischio – conclamato da un recente sondaggio del Pew Research Center – che gli ispanici siano meno interessati a esprimere il loro voto rispetto a quattro anni fa, quando fu possibile parlare di una vera e propria mobilitazione pro-Obama. Nonostante la sua importanza, il tema della riforma del sistema dell’immigrazione ha avuto invece uno spazio molto ridotto e solo durante il secondo dibattito, pur trattandosi di una materia molto dibattuta fin dal 2005: Obama, tuttavia, è stato in grado di difendersi dalle accuse di Romney di non aver saputo affrontare il problema, soprattutto perché, nonostante tutte le mancanze, durante questi quattro anni alcuni provvedimenti sono stati presi. Infatti, l’amministrazione democratica ha permesso che i figli degli immigrati residenti da anni negli Stati Uniti – che vanno a scuola o che hanno preso servizio nelle forze armate – non siano deportati, dando loro la possibilità di richiedere un visto di soggiorno temporaneo. Romney – che ha espresso invece il suo apprezzamento per la Proposition 300 dell’Arizona – avrebbe però potuto porre l’accento sul fatto che legislazioni statali così discusse sono state possibili a causa dell’inerzia del governo federale, mentre Obama ha saputo mettere in evidenza l’assurdità di alcune posizioni del suo avversario, per esempio sul self-deportation. Tuttavia, va rilevato quanto entrambi i candidati abbiano preferito trattare poco la tematica dell’immigrazione: certamente, però, Obama ha da parte sua il fermo sostegno degli ispanici – nonostante le politiche molto timide intraprese in questi quattro anni – mentre Romney considera questa una partita persa in partenza.

Gender Politics

Le Women’s issues in questa campagna elettorale si sono concentrate soprattutto su lavoro e diritti riproduttivi; ma a partire dalle due conventions e dai tre dibattiti televisivi è stato l’aborto il tema centrale di discussione. Tuttavia, le proposte dei repubblicani riguardano una serie di servizi sociali che potrebbero essere rimessi in discussione per molte donne americane. Facendo leva sulle posizioni repubblicane pro-life, la proposta avanzata dal GOP è quella di definanziare drasticamente alcuni enti come Planned Parenthood (cosa in parte già successa per decisioni del Congresso negli ultimi due anni): si tratta di cliniche finanziate con fondi pubblici, che negli Stati Uniti sono circa 7.000 e aiutano 6.6 milioni di donne l’anno, donne spesso soggette a discriminazioni di classe o razza/etnia e che in molti casi entrano in contatto solo con queste strutture sanitarie durante tutta la loro vita. Le pratiche di interruzione di gravidanza fornite da questi centri costituiscono solo il 3% di tutte le loro prestazioni, che includono screening per i tumori al seno e alla cervice, aiuti per le donne in gravidanza e le neo-mamme e servizi di contraccezione e prevenzione: l’esistenza di questi centri è qualcosa di più che un diritto sociale per milioni di donne americane. Considerando le statistiche sul ruolo e il peso delle donne al momento del voto, emerge ancora più chiaramente quanto sia rilevante il peso delle donne elettrici: nel 2008 Obama aveva vinto su McCain con un vantaggio del 14% tra le donne. Un sondaggio Gallup del 21 ottobre registra un lieve calo del 3%. Se si incrociano questi dati con le statistiche negli Swing States, le donne avranno probabilmente ancora una volta un ruolo chiave perché proprio negli stati in bilico si rileva come il 39% delle donne abbia priorità gender-oriented, pur esprimendo visioni simili a quelle degli uomini su temi comuni: l’aborto sembra essere ancora una volta una delle questioni determinanti per l’elettorato femminile, che comunque costituirà di nuovo più del 50% degli americani che si recherà alle urne il 6 novembre.

Social Networks

Analizzare il ruolo dei social networks e della tecnologia in questa campagna elettorale è rilevante per la ridefinizione dei rapporti tra cittadini e politica. Interattività e velocità sono state due delle parole chiave della campagna elettorale già nel 2008, ma questa campagna è veramente hi-tech, basti pensare che i due terzi degli utenti di internet usano social network e youtube e che il 26% degli elettori utilizza la rete per informarsi sulla campagna elettorale. Questa evoluzione ha portato a metodi nuovi anche nella raccolta fondi, basti pensare ai PACs e ai neonati Super PACs (Political Action Committees), finanziatori privati della politica, cui è stato tolto ogni limite dalla sentenza della Corte Suprema Citizens United v. General Election Committee (2010). Inoltre, questa campagna elettorale ha ottenuto il 10% di donazioni tramite sms e apps dei cellulari di tutti i cittadini, ma i risvolti positivi nascondono anche delle possibili implicazioni negative. A week is an eternity in politics è sicuramente un’espressione chiave per questo nuovo tipo di rapporto tra politica e cittadino, che ora hanno un rapporto di scambio bilaterale, in cui il cittadino diventa prosumer, produttore di informazioni e consumatore di notizie: ma la massa incontrollata di informazioni nel mondo della rete carica di una responsabilità nuova il destinatario, futuro elettore, quella di dovere civico di selezionare i dati incontrollati forniti dal web per informarsi consapevolmente.

Conclusioni

Il peso di queste elezioni è davvero forte, basti pensare che non pochi osservatori le hanno definite tra le più decisive nella storia elettorale statunitense. Questa valutazione non emerge soltanto da un dato oggettivo come quello del livello di finanziamento elettorale raggiunto dai due candidati e partiti: quella del 2012 sarà infatti ricordata come la campagna elettorale più costosa, che ha visto la spesa di 1 miliardo di dollari a testa (Obama, Romney and Their Parties on Track to Raise $2 Billion by Nicholas Confessore and Jo Craven McGinty, New York Times, October 25, 2012). Deriva anche dalle potenzialità, in parte inespresse, o se volete dal carattere controverso di una leadership come quella di Obama che aveva animato speranze che oggi appaiono quanto meno ridimensionate. Quattro anni di amministrazione democratica hanno deluso molte aspettative, forse troppo enfatizzate nel 2008. La speranza di un’America post-racial si è ridotta alla scelta di Obama di fare il presidente di tutti, sebbene la crisi economica abbia certamente rafforzato le linee razziali ed etniche. Sebbene la politica di affirmative actions non sia stata abbandonata, nei suoi discorsi più alti Obama ha sempre insistito sulla necessità di emanciparsi e guadagnarsi il successo attraverso il merito e l’istruzione. Vedremo allora, nel caso dovesse essere rieletto, se suoi importanti provvedimenti, come ad esempio quello relativo all’equal pay for equal work contro la discriminazione salariale basata sul genere (Lilly Ledbetter Fair Pay Act, 2009) e la nomina di due donne alla Corte Suprema (Elena Kagan nel 2010 e Sonia Sotomayor, prima ispanica, nel 2009) costituiranno la base per nuove politiche che rispondano positivamente alle principali social issues emerse in questa campagna elettorale.

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