Gli afro-americani e il voto a quattro anni dal sogno obamiano

LetmypeoplevoteNell’anno della grande attenzione al voto degli ispanici, gli afro-americani sono tornati alle urne e sono stati determinanti nella rielezione di Obama. Oggi i neri statunitensi continuano però a essere la minoranza con i tassi di povertà e di incarcerazione più alti e con una forte disuguaglianza nel livello dell’istruzione rispetto ai bianchi. I repubblicani, con la loro strategia di appeal all’elettorato bianco conservatore, hanno perso le elezioni anche perché non sono riusciti ad attirare il voto delle minoranze.

 

Qualche mese fa incontrai nella metropolitana di New York una signora afro-americana che stava guardando delle foto. Un po’ incuriosito le chiesi di cosa si trattasse. Mi rispose che era appena tornata dalla commemorazione della famosa marcia per i diritti civili da Selma a Montgomery del 1965 e mi mostrò orgogliosa degli scatti che la ritraevano con l’attivista e politico Jessie Jackson. Ancora più incuriosito, le chiesi quali fossero gli umori nelle comunità afro-americane e se il movimento che aveva portato la quasi totalità dei neri a votare per Obama nel 2008 si sarebbe riattivato anche quest’anno. Con un sorriso ironico mi rispose: “Abbiamo altre possibilità? Lo faremo rieleggere.”

Nell’anno della grande attenzione al voto ispanico, che incrementa di elezione in elezione a ritmi altissimi e che diventerà sempre più importante in futuro 1, il voto afro-americano è stato ancora una volta decisivo. Il sostegno dei neri a Obama non è infatti mancato neanche in queste elezioni (93%, contro il 95% di quattro anni fa) ed è stato determinante soprattutto negli swing states, gli stati dove si è giocata gran parte della campagna elettorale e i cui abitanti sono stati oggetto del bombardamento mediatico della corsa presidenziale più costosa della storia degli Stati Uniti. In Ohio, che dal 1944 ha scelto il candidato perdente solo una volta (Nixon nel 1960), l’elettorato afro-americano ha rappresentato il 15% dei votanti, con un incremento del 4% rispetto al 2008, e il 96% di questi ha scelto Obama. In Virginia, dove il peso del voto afro-americano era del 20%, il presidente ha ricevuto il 93% dei voti dei neri, riconfermando un trend iniziato nelle elezioni del 2008 che ha portato questo stato ad uscire dal novero dei più conservatori. Tendenze simili le hanno avute anche il Michigan, dove l’elettorato nero rappresentava il 16% dei votanti e la Florida dove era il 13%; in entrambi i casi il 95% degli afro-americani hanno votato Obama. 2 Nelle elezioni in cui il voto femminile è stato fondamentale nella rielezione del presidente, le donne afro-americane, che hanno un peso elettorale maggiore rispetto agli uomini (8% contro il 5%), hanno preferito Obama nel 96% dei casi. Una parte importante del successo del presidente tra le elettrici afro-americane è certamente merito della first lady Michelle Obama, che negli ultimi quattro anni è diventata una vera icona globale e il cui indice di gradimento nelle comunità nere è molto più alto di quello del marito. 3

Il sostegno afro-americano alla vigilia delle elezioni non era però scontato. Non che Obama e il suo staff temessero che i neri avrebbero votato Mitt Romney, quanto piuttosto che una fetta dell’elettorato che si era registrata al voto sull’onda dell’entusiasmo nel 2008 – e che rappresentò una parte importante del movimento che lo portò alla Casa Bianca – non sarebbe tornata alle urne. Temevano insomma che in particolare gli elettori dei ceti più poveri, quelli che sperarono nel cambiamento ma che tutt’oggi faticano ad avere delle risposte alla loro condizione, sarebbero rimasti a casa. Dopotutto quest’anno Obama ha concentrato la sua campagna per la rielezione sulla middle-class e non certo sulla battaglia alla povertà, una piaga che negli Stati Uniti affligge 46 milioni di persone, il 15% della popolazione. Per i neri la percentuale sale al 27,6%, cioè quasi 11 milioni di persone 4 Nel 2011 il tasso di povertà dei bambini afro-americani era del 36%, esattamente il triplo di quello dei bianchi non ispanici. 5 Uno dei più influenti intellettuali afro-americani, il filosofo e attivista Cornel West, sostiene che la lotta alla povertà avrebbe dovuto rappresentare uno dei cavalli di battaglia del presidente. West, che nel 2008 aveva sostenuto Obama, critica in particolare la mancanza di coraggio di Obama nel non aver affrontato le tre piaghe che colpiscono la comunità afro-americana in percentuali molto più alte rispetto ai bianchi e agli ispanici: povertà, istruzione e tasso di carcerazione. Per lui l’attitudine di Obama e la sua amministrazione a trattare gli Stati Uniti come un paese post-razziale avrebbe danneggiato ulteriormente gli afro-americani. All’indomani dei risultati elettorali, West ha definito Obama un “Rockfeller Republican in a blackface” 6, giudicando folle e immorale la spesa sostenuta per la campagna per la rielezione in un momento in cui gli Stati Uniti hanno il tasso di povertà tipico di un paese in via di sviluppo. 7

Nonostante i dati scoraggianti, la tanto temuta astensione non c’è stata, o almeno non in modo incisivo sul voto. E se anche ci fosse stata, a mitigare i possibili dati negativi per Obama ci ha pensato la National Association for the Advancement of Colored People, l’ultra centenaria associazione per i diritti degli afro-americani. In queste elezioni l’organizzazione ha messo in campo un’enorme campagna di registrazione al voto che ha portato 432 mila nuovi elettori a registrarsi. 8 Considerato che la NAACP opera principalmente nelle comunità nere e che la quasi totalità dei nuovi registrati afro-americani ha votato Obama, è probabile che la campagna abbia avuto un certo peso nel riequilibrare la disaffezione dei votanti del 2008.

Che il voto dei neri e delle minoranze in queste elezioni fosse particolarmente temuto era evidente da tempo. Numerose associazioni per i diritti civili, tra cui la NAACP, dalla fine del 2011 hanno iniziato a denunciare la miriade di cavilli burocratici che diversi stati stavano utilizzando per tenere lontane dal voto le minoranze. Secondo Voting Rights Watch uno degli obiettivi della limitazione del diritto di voto è stato quello di impedire il cosiddetto early voting, il voto anticipato, che alla fine è stato utilizzato da 30 milioni di votanti. Maggiore sarebbe stato il numero degli early voters e più alte sarebbero state le possibilità di vittoria di Obama. L’elettorato repubblicano, infatti, si reca tradizionalmente alle urne il giorno dell’elezione e utilizza meno questa opzione rispetto a quello democratico. E in effetti i repubblicani hanno perso in 34 dei 35 stati dove era possibile votare in anticipo. In molti di questi, però, la restrizione sul diritto di voto è stata particolarmente efficace. Diversi stati del Sud, per esempio, hanno stabilito che per votare fosse necessario un documento di riconoscimento con foto che molti elettori dei ceti più bassi non possiedono, e il cui rilascio è particolarmente oneroso e complesso. In più di un’occasione le corti federali sono intervenute giudicando incostituzionali tali provvedimenti. Anche se molti afro-americani non sono riusciti a votare, secondo Ben Jealous, presidente della NAACP, i tentativi di limitazione del voto hanno finito per penalizzare il partito repubblicano perché molti neri hanno deciso di recarsi alle urne per la prima volta proprio per sfidare le restrizioni che violavano i loro diritti costituzionali. 9

Uno dei motivi che ha spinto gli afro-americani a ripresentarsi alle urne è stata sicuramente la riforma sanitaria, di gran lunga l’iniziativa più “nera” del presidente. Ancora nel 2011 circa 8 milioni di afro-americani, un quinto del totale, non erano coperti da alcun tipo di assicurazione medica. 10 Seppure la riforma sia ancora in fase di rodaggio, entro il gennaio del 2014 l’obiettivo è quello di garantire una copertura assicurativa di base a tutti i cittadini statunitensi. La necessità di una riforma della sanità è d’altronde uno dei punti su cui le associazioni per i diritti civili e gli attivisti afro-americani si stanno battendo da anni e la sua difficile approvazione è stata accolta con gran sollievo da quasi la totalità degli afro-americani. Alla rielezione di Obama era legata anche la sopravvivenza della riforma stessa perché Romney aveva promesso che se fosse diventato presidente avrebbe completamente smantellamento l’”Obamacare”, facendo felice soprattutto il Tea Party, che continua a considerala il primo passo verso il socialismo.

Sono stati almeno due i momenti di tensione negli scorsi quattro anni in cui la comunità afro-americana ha chiesto a Obama di affrontare il problema del razzismo, seppur con i toni pacati di un presidente post-razziale. Il primo, decisamente tragicomico, risale al luglio del 2009, quando il professore di Harvard Henry Louis Gates, uno degli intellettuali afro-americani più influenti degli Stati Uniti, venne arrestato per disturbo alla quiete pubblica davanti alla sua porta di casa a Cambridge. Il poliziotto che lo fermò lo credeva un ladro e dopo un breve scambio di battute, lo ammanettò e lo portò in caserma. A una domanda di un giornalista sul caso Gates, Obama disse che la polizia aveva agito “stupidamente” e che era un dato di fatto che gli afro-americani e gli ispanici venivano fermati molto più spesso dei bianchi durante i controlli di routine dalle forze dell’ordine. 11 Fu una dichiarazione abbastanza forte, che venne accolta con piacere dalle associazioni afro-americane, ma che dall’altro lato attirò sul presidente le critiche dei fanatici di estrema destra e del mondo conservatore. Forse intimorito dalle accuse piovutegli addosso, Obama decise di organizzare un “beer summit” rappacificatore alla Casa Bianca con Gates e il poliziotto in questione. 12 Il secondo caso è stato quello di Travyon Martin, un ragazzo afro-americano di 17 anni ucciso una notte dello scorso marzo con un colpo di pistola sparato dal neighborhood watcher George Zimmermann, una sorta di vigilante di quartiere che avrebbe dovuto essere disarmato. Zimmermann sparò perché Martin indossava una felpa con il cappuccio in testa e si muoveva con “atteggiamento sospetto”. La morte del ragazzo, che in realtà era appena uscito da un negozio dove aveva comprato delle caramelle, scatenò le proteste di decine di migliaia di persone, soprattutto perché le autorità titubarono diverse settimane prima di arrestare Zimmermann, in base all’assunto che l’omicida aveva fatto fuoco per legittima difesa. Una delle voci che si levò con maggior rabbia fu quella di Jesse Jackson, che disse che la società civile doveva prendere atto del fatto che i giovani afro-americani erano sotto attacco e in pericolo. 13 Obama in quell’occasione fu decisamente cauto e si limitò a dire che l’episodio lo toccava particolarmente perché se avesse avuto un figlio maschio sarebbe assomigliato a Travyon. Sebbene Obama avrebbe certamente potuto prendere una posizione più forte, in generale gli afro-americani accolsero positivamente le parole del presidente e le interpretarono come un messaggio di vicinanza e solidarietà alla comunità nera. Dopo il caso Gates, in effetti, Obama ha dato la sensazione di volersi rivolgere agli afro-americani con “l’occhio strizzato”, timoroso delle reazioni di un Congresso da due anni in mano ai repubblicani che a loro volta sono stati – e forse sono ancora – prigionieri di quel Tea Party che dal suo “momentum” del 2010 ad oggi continua a parlare di Obama con epiteti e allusioni razziste.

Se il sostegno dei neri a Obama non è mancato, anche per i bianchi il voto è risultato sempre più polarizzato in senso razziale: Romney è stato preferito dal 59% dei bianchi non ispanici contro il 39% di Obama, migliorando di quattro punti percentuali il risultato di John McCain del 2008. 14 Per capire quanto il voto sia polarizzato, basta considerare che con il solo voto dei bianchi Obama avrebbe vinto solamente in 5 stati. Ma la strategia del candidato repubblicano di puntare sull’elettorato bianco è risultata fallimentare: Romney ha largamente escluso dalla audience quello che negli Stati Uniti chiamano “Rising American Electorate” (RAE), e cioè le donne single, le minoranze e i giovani. Il RAE è stato proprio la fetta dell’elettorato che ha garantito la rielezione del presidente.

Cosa potrà fare Obama nel secondo mandato? Alcuni osservatori sostengono che adesso Obama potrà governare più liberamente senza dover pensare a una rielezione, così da poter mettere in agenda questioni spinose e potenzialmente divisive come quella di affrontare con maggior coraggio i problemi della comunità afro-americana (in primis povertà, alto tasso di carcerazione e istruzione). Ma la realtà è che finché il Congresso sarà in mano ai repubblicani, e quindi almeno per altri due anni, Obama avrà le mani legate e probabilmente dovrà attuare una politica centrista e di compromesso con il GOP. I repubblicani, dal canto loro, dovranno necessariamente cambiare strategia elettorale. Nella platea interamente composta da bianchi durante il concession speech di Romney si spiega la sua sconfitta. La vecchia Southern Strategy non funzionerà più e per i repubblicani queste sono state le ultime elezioni in cui hanno potuto indirizzare i loro sforzi principalmente sui bianchi non ispanici, che sono ancora la fetta più importante dell’elettorato votante, ma che sono anche in continuo e costante declino. Quattro anni fa il rimpianto professore della Columbia University Manning Marable, rispondendo alla domanda se fosse stupito dal successo di Obama, rispose lapidariamente: “no, abbiamo la demografia dalla nostra parte, era inevitabile”. 15Se il partito repubblicano non modificherà la sua strategia, magari proponendo leader con un background multietnico come Marco Rubio e non abbandonerà definitivamente i toni xenofobi che hanno accompagnato anche questa campagna, sarà condannato al declino dalla demografia stessa.

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