And the Winner is…

2016-Barack-Obama-397x300A conclusione della “corsa per le presidenziali”, terminata nella notte fra il 6 e 7 novembre con la vittoria del Presidente in carica Barack Obama su Mitt Romney, pubblichiamo il resoconto del convegno organizzato dal Dipartimento di Scienze Politiche e Sociali dell’Università di Bologna in collaborazione con il CISPEA, giovedì 8 novembre, dal titolo: “And the winner is……” Una ‘nuova’ Casa Bianca dopo le elezioni del 2012?

Questo incontro, pensato come uno scambio di riflessioni interdisciplinari sui risultati delle elezioni presidenziali, è stato coordinato dalla Prof.ssa Raffaella Baritono e ha visto la partecipazione dei Professori Tiziano Bonazzi (Università degli Studi di Bologna), John Harper (John Hopkins University Bologna Center), Duccio Basosi (Università Cà Foscari – Venezia) e, in rappresentanza del blog e della newsletter “C’era una volta l’America”, Cristina Bon (Università Cattolica di Milano).

Ciascuno degli interventi ha cercato di analizzare, da diversi punti di vista, i risvolti sociali, politici ed economici della riconferma del Presidente democratico alla Casa Bianca.

Per Duccio Basosi, il carattere tristemente distintivo del secondo mandato di Obama è rappresentato dall’evanescenza di quella prospettiva di cambiamento radicale che aveva accompagnato le elezioni del 2008. Le strofe “sinistre” di This land is your land, con le quali era stata celebrata la vittoria del 2008 da parte di molti attivisti, hanno lasciato il posto ai calcoli della cultura economica neoliberale, incarnata da uomini tanto del presidente quanto di Wall Street come il segretario del Tesoro Tim Geithner. In altri termini, la politica economica di Obama non è stata in grado di aggredire la polarizzazione sociale, alimentata da un trentennio di egemonia neoliberale, e chiaramente indicata dal fatto che il 60% della ricchezza del paese è posseduta dal quintile più ricco della popolazione e, all’interno di questo quintile, l’1% si accaparra la fetta più consistente. Nei prossimi quattro anni Obama sarà in grado di riequilibrare questo quadro, introducendo almeno una tassazione progressiva che rimedi ai danni fatti negli scorsi decenni? Basosi non ne è del tutto convinto. Nel prossimo futuro, infatti, il Presidente riconfermato dovrà ripianare il debito pubblico per evitare il declassamento dei titoli di stato, il che potrebbe comportare un taglio della spesa pubblica, Welfare compreso, sebbene Obama abbia promesso di voler intervenire sulle spese militari. L’avvicendamento dei più grandi esponenti di Wall Street ai vertici della Federal Reserve e il Dipartimento del Tesoro non farebbe inoltre sperare in una decisiva regolamentazione degli scambi finanziari.

Ma se non possiamo far altro che aspettare per vedere come i democratici gestiranno le questioni economiche e sociali nel prossimo quadriennio, l’analisi politica impone intanto di registrare quei cambiamenti già in atto nel bacino elettorale e nella stessa conformazione sociale statunitense, utili per ipotizzare futuri riallineamenti negli assetti partitici. Partendo dall’osservazione storica dei due principali riallineamenti politici del ‘900, quello prodotto da Franklin Delano Roosevelt nel 1932 e ’36, e quello prodotto da Reagan nel 1980, il Prof. Tiziano Bonazzi osserva che fra il 2008 e il 2012, un nuovo elettorato liberal è emerso sulla scena politica nazionale, ed ha avviato un flusso di cambiamento negli assetti partitici. Si tratta di un gruppo multietnico, prevalentemente giovane e con un’alta percentuale di adesione femminile; legato a contesti di alta urbanizzazione, strutturato su categorie post-moderne relative a genere, etnia e livello di educazione e, infine, geograficamente radicato nelle fasce costiere. Sugli stati centrali sembra invece consolidarsi un elettorato tendenzialmente conservatore, impiegato nel settore dell’agricoltura di tipo industriale, che pur vivendo una società post-moderna non ne penetra il contesto socio-culturale, producendo una frattura tra i propri valori Otto-Novecenteschi e quelli dei gruppi liberal che popolano realtà ad alto tasso di urbanizzazione. Guardando i dati del voto è inevitabile chiedersi se questi nuovi gruppi, determinanti per il risultato elettorale, non siano forse il preludio di una maggioranza stabile, motore di un nuovo riallineamento politico.

I cambiamenti e i problemi relativi alla politica interna, sembrano costituire temi di primaria importanza anche per un esperto di storia delle relazioni internazionali come il Prof. John Harper, secondo il quale “queste elezioni pongono più questioni e problemi di quelli che risolvono”: dal fiscal-cliff al futuro incerto della middle class, sotto pressione a causa di molteplici fattori interni ed internazionali. Domande in cerca di risposta, come quelle relative alle scelte dell’amministrazione Obama in politica estera per i prossimi quattro anni. Al di là di qualsiasi previsione specifica, ciò che rimane certo è il ruolo istituzionale del Presidente quale custode del primato politico, militare ed economico statunitense nel mondo; di conseguenza, delle infrastrutture dell’impero, e quindi di alleanze, di rapporti e di relazioni che non possono essere liquidate facilmente.

Chiudiamo questa overview dei lavori di Bologna, pubblicando integralmente l’intervento di Cristina Bon, che rappresenta un naturale completamento dell’attività di cronaca, analisi e approfondimento condotta dalla redazione della Newsletter e del Blog in questa accesa e combattuta corsa per le presidenziali 2012.

 

Convegno Studi Americani – Bologna, 8 novembre 2012

Elezioni Presidenziali Americane 2012.

Strategie politiche, proiezioni di voto e risultati elettorali.

 

Per cercare di comprendere quel che è accaduto nella notte fra il 6 e il 7 novembre 2012  evitando di seguire l’onda della cronaca e degli umori giornalistici, è forse utile fermarsi un attimo, lasciare da parte le proiezioni statistiche delle ultime ore e ricostruire, in breve, un percorso che dia una visione generale di quanto è accaduto negli ultimi due mesi, dalle conventions repubblicana e democratica di fine agosto/inizio settembre, ad oggi.

Questa sembra del resto la conclusione più naturale del costante lavoro di monitoraggio e riflessione sulla campagna presidenziale che ha tenuto impegnata la redazione della newsletter  e del blog «C’era una volta l’America» per circa otto mesi.

È del resto proprio questo impegno collettivo pregresso che ci dà oggi la possibilità di prendere il dovuto distacco dalla cronaca trionfalistica, così come dalla tentazione di “salire sul carro del vincitore”, per valutare in modo critico e, per quanto possibile, oggettivo, il nesso fra le strategie politiche, le proiezioni di voto e i risultati delle urne. Individuare questi legami può aiutare, nel contempo, a capire quale impatto avranno queste elezioni presidenziali sulla percezione del sistema politico statunitense, sia sul piano interno sia sul versante internazionale.

In questa sede, verranno esposte alcune delle principali riflessioni rimbalzate negli ultimi mesi sulle pagine della newsletter semestrale, della pagina Facebook e del blog lanciato a settembre; riflessioni che si sono concentrare su tre macro settori fondamentali: economia, gender politics e politica estera. Sarà qui riservata una particolare attenzione alle prime due issues, che risultano estremamente interconnesse, lasciando invece da parte la politica estera. Guardando infatti tanto alle conventions, quanto ai tre dibattiti televisivi susseguitisi nel mese di ottobre scorso, sembra evidente che, a differenza del 2008, la politica estera abbia costituito un campo di discussione a sé stante (tranne che per le consuete questioni relative ai finanziamenti e alle spese militari), mentre siano stati i temi economici e fiscali ad aver fortemente condizionato l’impostazione delle campagne presidenziali repubblicana e democratica. Il discorso politico è stato quindi, in altre parole, strutturato attorno alla percezione della crisi economica in atto e alle scommesse sul futuro, al punto da potervi assolutamente ricondurre anche quelle diatribe, apparentemente di stampo morale e religioso, relative ad aborto e diritti gay. Un’impressione generale che merita poi di essere analizzata alla luce dei risultati emersi nei ben 12 swing states.

Economia

Partendo dunque dal posizionamento di Obama e Romney sul versante economico si è visto come, fin dall’inizio, i due candidati abbiano veicolato due visioni differenti di Stato e di società 1.Romney ed Obama si sono presentati di fronte alle rispettive potenziali constituencies elettorali con una idea diversa circa le funzioni dello stato federale nella gestione dell’andamento economico della nazione – gestione resa più complessa da quella crisi economica internazionale iniziata negli Stati Uniti a seguito dello scoppio della bolla speculativa dei crediti sub-prime, e che attanaglia ancora oggi l’economia americana su tre fronti principali: la produzione nazionale di ricchezza (PIL), l’offerta di beni e servizi e la bilancia commerciale. Secondo il Bureau of Economic Analysis nel secondo trimestre 2012 l’economia americana è cresciuta dell’1.7 per cento contro una crescita del 2 per cento nel primo trimestre. Anche la bilancia commerciale è in passivo di 42 miliardi di dollari, anche se le esportazioni sono complessivamente aumentate. I problemi relativi a produttività e bilancia commerciale hanno avuto evidenti ricadute sui redditi individuali, soprattutto quelli medi,che rimangono ancora molto bassi: dall’inizio della crisi sono calati del 4-5 per cento e il tasso di povertà ha raggiunto il 15 per cento della popolazione, il più alto dell’ultimo ventennio.

Occupazione: a peggiorare ulteriormente le condizioni delle classi medie e dei lavoratori è la situazione occupazionale. Sebbene all’inizio di settembre il livello di disoccupazione si fosse assestato sull’8%,  facendo registrare un miglioramento rispetto all’inizio del 2012, tale livello rappresentava una percentuale ancora molto alta ed è stato perciò uno dei dati maggiormente cavalcati da Romney nei sui ultimi comizi pre-elettorali. In più di un’occasione, l’ex governatore del Massachusetts ha infatti sottolineato come, da Franklin Delano Roosevelt in poi, nessun presidente sia stato rieletto arrivando alle urne con un tasso di disoccupazione superiore al 7,2%. Pochi giorni prima del voto, il tasso di disoccupazione è sceso al 7,8/7,9% – una conseguenza dei 171.000 posti di lavoro recuperati nel mese di ottobre, e che si sono aggiunti ai 96.000 creati nell’agosto 2012 – ma era ancora ben al di sopra della soglia del 5% promessa da Obama 2.

Sistema fiscale: oltre al problema della crescita, un tema chiave della campagna elettorale presidenziale, soprattutto sul versante repubblicano, è stato rappresentato dalla gestione del sistema fiscale (tema in realtà non nuovo e cavalcato anche da McCain nel 2008) e del debito nazionale. Da un punto di vista storico, può essere notato che il livello di prelievo fiscale americano è da decenni tra i più bassi dei paesi OCSE (Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico). Dal 1950 al 2009 il rapporto fra entrate fiscali e PIL si è mantenuto pressoché costante, ovvero fra il 24,7  e il 24,1 %, contro una media dei paesi OCSE rispettivamente del 25,4 e del 33,8 per cento. Ma volendo allargare lo sguardo e considerare la storia del sistema fiscale statunitense nel suo complesso, il dato in realtà non stupisce, nel senso che dimostra una certa continuità rispetto alla sua concezione strutturale originaria delle entrate fiscali. Negli Stati Uniti il sistema di prelievo sui redditi individuali (income tax) è stato introdotto a livello federale solo a partire dal 1913 (XVI emendamento) e, se si guarda alle origini ottocentesche del sistema di imposizione diretta – utilizzato in periodi di pace solo a livello statuale – si può constatare facilmente come, in generale, la pressione fiscale non sia mai stata eccessivamente oppressiva, soprattutto nei confronti delle forme di proprietà, di cui l’esempio ottocentesco più rilevante è stato rappresentato dagli schiavi di origine africana (a tale proposito è curioso notare che a questi ultimi venivano spesso applicate delle semplici poll-taxes, tasse cioè ci capitazione, legate al concetto di rappresentanza politica) 3.

Tornando al ‘900, però, si può notare che, mentre il rapporto fra imposte e PIL non è sostanzialmente aumentato, negli anni la composizione del sistema fiscale ha subito profondi cambiamenti: mentre, fra gli anni ’50 e i giorni nostri, le entrate fiscali provenienti dalla tassazione sui capitali si sono ridotte dal 30 al 10 per cento 4, le tasse sulle buste paga dei lavoratori americani per programmi come Social Security e Medicare sono continuate ad aumentare contribuendo a creare, insieme alle tasse sui guadagni individuali, la parte più consistente delle entrate federali. Dall’amministrazione Reagan a quella di G. W. Bush, le tasse sui guadagni sono state progressivamente ridotte, ma la riduzione si è concentrata sui redditi più alti, mentre per le classi medie si è trattato di una sostanziale stabilità. In questo modo, con una ridotta pressione su capitali e redditi elevati, il sistema fiscale americano, che Obama si è proposto di riformare, è caratterizzato da un forte squilibrio a beneficio delle grandi concentrazioni di capitali.

Riassumendo, i problemi che, specialmente nei due mesi prima del voto, hanno influenzato l’andamento delle campagne elettorali dei due candidati alla Presidenza, riguardano in particolare l’andamento del PIL e dei redditi medi, il tasso di occupazione, il deficit commerciale e di bilancio e la gestione della pressione fiscale.

Le proposte di Obama e Romney: di fronte a questa situazione generale, le strategie di Obama e Romney apparivano in perfetta antitesi l’una rispetto all’altra. Richiamandosi al modello dell’amministrazione Clinton, Obama riteneva – e ritiene tuttora – che per risolvere la crisi produttiva ed occupazionale sia necessario un efficace intervento dello stato sull’economia.

Il piano di Romney, invece, la cui impostazione richiamava da vicino quella dell’amministrazione Reagan degli anni ’80, vedeva nell’invadenza del governo centrale il freno ad uno sviluppo altrimenti aperto a tutti, sulla scorta del fatto che la mobilità sociale garantisca presto o tardi la propria chance di successo. Da qui una forte retorica anti Big-Government, che, da un punto di vista fiscale si risolve, ad esempio, nell’adottare lo sguardo di Adam Smith, evitando di utilizzare il prelievo fiscale per scopi differenti da quelli di mera collezione delle entrate fiscali – non revenue purposes. Seguendo questa linea Romney ha proposto 5 trilioni di dollari in tagli a tasse federali da bilanciare con l’eliminazione di detrazioni fiscali e di sprechi nella spesa federale su programmi, ad esempio, di educazione e assistenza alimentare, di programmi contro la tossicodipendenza, la sicurezza nei luoghi di lavoro e la protezione ambientale. Un piano abbozzato, privo di dettagli utili a valutarne la fattibilità, che a fine settembre è stato giudicato aritmeticamente impossibile da un’analisi del Tax Policy Center e si è pertanto rivelato uno dei principali elementi di debolezza per l’ex-governatore repubblicano.

Obama ha invece sempre adottato una prospettiva completamente diversa. Nel piano del Presidente ormai riconfermato emerge chiaramente il principio secondo il quale lo strumento fiscale debba e possa essere usato per modificare il comportamento degli individui e delle imprese al fine di costruire un tessuto sociale più omogeneo e resistente alle crisi economiche. Mantenendo salda questa particolare funzione affidata allo strumento fiscale, Obama ha cercato di guadagnare al proprio piano di politica economica l’appoggio di quei settori dell’establishmentamericano non irrimediabilmente schierati sul versante repubblicano e, nel contempo, ha tentato di conquistare quanto più elettorato possibile di una classe media dai contorni piuttosto ampi, che comprende le tre categorie tradizionalmente vicine al partito democratico: l’elettorato giovanile, la comunità afro-americana e le donne 5.  Alla luce della vittoria democratica si presume quindi che il presidente Obama proseguirà a rafforzare l’attuale politica di tassazione e spesa federale, cui aggiungerà un innalzamento della pressione fiscale sui contribuenti che percepiscono un reddito superiore ai 250.000 dollari annui. A questo si aggiungeranno modesti tagli al bilancio federale, fra cui, i principali, riguardano la spesa per operazioni militari internazionali (prima fra tutte la missione in Afghanistan).

I confronti televisivi

Come è noto, però, a cinque settimane dal voto la vittoria del Presidente in carica sembrava, se non totalmente in pericolo, neppure così netta. Se, appena prima che si aprissero gli scontri televisivi diretti, l’apprezzamento tanto azzardato quanto infelice di Romney sul 47 per cento degli americani sembrava aver compromesso fortemente le chances di successo repubblicane, il primo dei tre dibattiti – quello del 3 ottobre scorso all’università di Denver – aveva fatto di Mitt Romney un credibile chief executive, soprattutto sul lato della crescita economica e commerciale, rispetto alla quale l’ex-governatore ha sciorinato i suoi cinque, ambiziosi, punti: rendere gli Stati Uniti un paese energeticamente indipendente, aprire al commercio con l’America Latina ed applicare invece una maggiore severità nei confronti dei rapporti commerciali con la Cina; infine, aiutare le piccole attività imprenditoriali e, punto forse più importante, riportare il bilancio in equilibrio. Il candidato repubblicano si è mostrato di fronte ai telespettatori statunitensi come un esperto uomo d’affari, profondo conoscitore del sistema industriale americano e delle sue necessità. Da questo punto di vista ha assolutamente sposato le preoccupazioni del Presidente in carica rispetto alle piccole medie imprese, cercando, al tempo stesso di far dimenticare l’immagine di un candidato schierato dalla parte dei super-patrimoni(“I will not reduce the share paid by high-income individuals” 6).

Nonostante piani fiscali abbozzati ed imprecisi, l’ex governatore del Massachussetts è inoltre riuscito a tornare in modo insistente su di un problema scomodo per l’amministrazione Obama, quello del deficit di bilancio e del debito pubblico e, quindi, della necessità di spending review. Va infatti ricordato che, al di là di qualsiasi originale ed entusiasmante piano di riforma, se entro il 1° gennaio il Congresso non procederà ad un taglio di 1,2 trilioni di dollari di spese federali, i titoli di stato americani potrebbero perdere la tripla A da parte delle agenzie di rating. Da questo punto di vista, le posizioni di Romney a favore della deregolamentazione e del decentramento sembravano rispondere in modo più deciso e determinato all’esigenza di contenimento dei costi: un esempio su tutti riguarda i programmi di formazione, gestiti a livello federale da otto agenzie, che Romney proponeva di affidare direttamente agli stati; ai quali sarebbe stata consentita anche una maggiore autonomia sui piani di Medicaid – a fronte però dell’introduzione di un tetto limite ai finanziamenti federali 7. Certo, oltre alla soppressione di alcune agenzie federali, la ricetta di Romney prevedeva anche l’abolizione dell’Obamacare e la sospensione dei finanziamenti alla PBS, due intenzioni sicuramente forti e di grande impatto sull’elettorato.

D’altra parte, invece, sia dentro che fuori dai dibattiti presidenziali, Obama ha proseguito ad insistere sugli investimenti pubblici, sopratutto in educazione e nuove fonti energetiche, sostenendo, al contempo, che qualsiasi tipo di forte taglio alla spesa pubblica non basti di per sé a diminuire il deficit e debba necessariamente essere accompagnato da un lieve aumento della pressione fiscale sui redditi più elevati. In questo senso le prospettive del presidente in carica sono sembrate più concrete e realistiche, ma certamente di minor impatto propagandistico.

Le priorità degli elettori e gli Swing States

Già a fine ottobre – e quindi nel corso della settimana pre-elettorale – anche il vantaggio repubblicano conquistato sul fronte del bilancio pubblico si è però nuovamente assottigliato. Il motivo si ritrova nel fatto che le questioni economiche sono state declinate sugli swing states e ne hanno rimesso in discussione i sondaggi. Passando infatti dalla dimensione nazionale a quella locale, più che la spending review – sulla quale nell’ultimo mese si è concentrata la campagna repubblicana – è stata di nuovo la questione dell’occupazione a preoccupare maggiormente gli elettori.

In una situazione in cui il confronto era particolarmente controverso, al punto da portare a 146 il parco dei Grandi Elettori di incerta allocazione distribuiti su 12 stati, il successo di una delle due campagne presidenziali è stato quindi deciso dal tiro alla fune giocato fra dimensione nazionale e dimensione locale, fra la spending review del governo centrale e lo sviluppo economico e sociale costitutivo delle singole realtà statuali.

Riflettendoci un momento, questa situazione di incertezza – dovuta al voto di una minoranza di elettori appartenenti ad un numero ridotto di stati –  rappresenta al tempo stesso una delle principali garanzie istituzionali del modello democratico statunitense: un modello che si fonda, non a caso, sul concetto di double security system di derivazione madisoniana, in virtù del quale  «il potere ceduto dal popolo è innanzitutto diviso fra due distinti governi e, successivamente, la parte assegnata a ciascun governo è a propria volta suddivisa fra distinti e separati dipartimenti». È da questa distribuzione verticale del potere che consegue una double security «per i diritti del popolo. Questi diversi governi si controlleranno l’un l’altro e, al tempo stesso, ciascuno sarà controllato al proprio interno» 8. Il frequente ripresentarsi, nella storia delle elezioni presidenziali americane, di competizioni elettorali così controverse, nonché spesso decise addirittura dai voti di un singolo stato, sembra così il risvolto politico di un DNA istituzionale che affonda le proprie radici nelle interpretazioni costituzionali dei padri fondatori.

Guardando ai risultati elettorali, sembra in effetti di poter affermare che il problema occupazione, declinato a livello statuale, sia stato decisivo per decretare la vittoria di Obama. Tornando a considerare i dati, possiamo infatti constatare che, nonostante la disoccupazione negli Stati Uniti abbia quasi toccato la soglia dell’8%, il sistema economico americano continui ad essere in crescita e il trend occupazionale è – sebbene solo lievemente – in ascesa 9. In particolare, i dati relativi alla situazione occupazionale dei singoli stati, diffusi tre settimane fa, vedono il tasso di disoccupazione scendere in 5 stati in bilico su 7 (Colorado, Florida, Iowa, Ohio e Wisconsin). In Virginia e New Hampshire, invece, la situazione rimane invariata, ma si tratta di una stabilità rispettivamente del 5,9 e 5,7%, un livello al di sotto della soglia nazionale 10. La flessione della disoccupazione a livello statuale è stata tanto positiva per il Presidente in carica, quanto negativa per il candidato repubblicano. Un risultato che, del resto, era già intuibile a pochi giorni dal voto, dato che la sovrapposizione fra statistiche dell’occupazione e mappa elettorale non sembrava per nulla favorevole ai repubblicani. Gli stati già vinti da Obama – Maine, New Mexico e Minnesota – e quelli quasi vinti – Nevada e Michigan, sono infatti anche stati dove si sta registrando un aumento di assunzioni.

Lo stesso David Plouffe, il regista della campagna elettorale di Obama, ha affermato di aver pianificato il rush finale elettorale sulla “mappa economica degli stati in bilico” 11. Una strategia che, guardando alle preoccupazioni dei cittadini in uno stato chiave come l’Ohio – che da mezzo secolo vota il presidente vincente – non solo si è rivelata corretta, ma è stata  condivisa sia dal premio Nobel per l’economia del MIT Peter Diamond, sia dall’autorevole firma del “Financial Times” Martin Wolf, secondo il quale “Negli Stati Uniti la disoccupazione è una ‘crisi’, il debito pubblico un ‘problema’” 12.

Obamacare

Ma se il problema del bilancio ha dunque ceduto il passo, in quanto appunto “problema”, alla “crisi” occupazionale, ecco che, nelle settimane precedenti al voto del 6 novembre, anche le issues sociali hanno acquistato una nuova visibilità, in quanto strettamente legate alle politiche fiscali. Così, a poche ore dall’elezione, uno dei più grandi successi dell’amministrazione Obama, la copertura assicurativa sanitaria nazionale (Protection and Affordable Care Act, della primavera del 2010), è tornato a rafforzare le posizioni del Presidente in carica 13. Criticato spesso anche per parte democratica, in quanto ritenuta una riforma troppo timida e frammentata (ai governi dei singoli stati è stata lasciata la facoltà di istituire i propri piani assicurativi di base), il Patient Protection and Affordable Care Act ha comportato cambiamenti nell’articolazione della spesa pubblica, con risvolti diretti sul sistema fiscale (aumento ad esempio della Medicare Tax sui redditi che superano i 200 mila dollari l’anno) ma, cosa più importante, è colmo di risvolti diretti sul piano delle gender politics, in quanto favorirà indubbiamente l’accesso di un numero sempre crescente di donne, soprattutto quelle appartenenti alle minoranze più svantaggiate, ai controlli medici di carattere preventivo. Non sembra quindi una coincidenza che proprio il bacino di voti femminile (in particolare quello rappresentato dalle donne single) abbia assunto un’importanza cruciale, specialmente nelle ultime settimane di campagna elettorale, in cui è riemerso con forza anche il tema dell’aborto.

Gender

Quello del “voto di genere” è del resto un tema su cui è stato inevitabile focalizzare l’attenzione durante tutto il corso della campagna presidenziale, soprattutto considerato il peso determinante rivestito dal voto delle donne per decretare la vittoria di Obama nel novembre del 2008.

Nella precedente competizione presidenziale il 56% delle donne votanti aveva scelto Obama e le donne stesse costituivano il 53% di tutti gli americani che si erano recati alle urne. L’incidenza del voto femminile in quella occasione era stata addirittura superiore a quella degli afroamericani, il cui peso elettorale complessivo era stato solo del 13%. Tuttavia, quest’anno le previsioni di voto sono state messe in discussione anche lungo il crinale delle gender issues 14. Il motivo andrebbe individuato nella strategia pre-elettorale repubblicana, tesa a mettere quasi completamente da parte i problemi legati ai diritti alla salute della donna – di cui l’aborto è un corollario – adducendo problemi più gravi da affrontare. Questa volontà ha nascosto anche il deciso tentativo di evitare di prendere posizioni troppo radicali sul piano morale, posizioni che avrebbero prestato il fianco agli elementi più moderati del partito repubblicano. Il punto è che, essendo il diritto alla salute della donna fortemente legato ai finanziamenti pubblici ad enti come Planned Parenthood, è ovvio che le questioni di genere rientrino oggi più che mai a pieno titolo in una campagna elettorale che ha messo al centro le politiche economiche. Non può dunque stupire se l’escamotage repubblicano non abbia ottenuto la fiducia delle donne americane e il vantaggio di Obama a  due settimane dal voto sostasse ancora sull’8%.

Come si è precedentemente accennato, fra fine settembre e fine ottobre alcune cose sono cambiate e molti sondaggi si sono sovrapposti l’uno all’altro. In linea generale, l’unica issue femminile che è emersa con evidenza è stata quella relativa all’aborto (nemmeno ai diritti riproduttivi in generale), con particolare riferimento ai 12 swing states. Secondo Gallup, infatti, proprio nei 12 swing states l’aborto è stata una delle top issues tra le donne, con un’importanza del 39% (mentre il lavoro si è assestato al 19% , e l’healthcare al 18%) 15.

Mentre nel 2008 il divario fra Obama e McCain era di 14 punti, quello fra Obama e Romney si attestava ad 8 punti, rispetto alla parità registrata nelle proiezioni del 2008 sui voti maschili, in cui Romney aveva guadagnato 14 punti di vantaggio.

Le previsioni pre-elettorali davano dunque un elettorato femminile ancora sostanzialmente fedele a Obama, sebbene scesa di 6 punti percentuali: una flessione riconducibile anche alla disillusione delle donne single, che nel 2008 aveva votato in massa per l’attuale Presidente democratico (il 70% contro il 47% delle donne sposate), ma che sono state tra i soggetti più colpiti dalla crisi economica: in media, a partire dal 2006, le donne single hanno perso il 4,9% del reddito medio annuo contro il 3,6% delle donne sposate.

I risultati ufficiali hanno pressoché rispettato le aspettative: il 67% delle unmarried women ha votato per Obama mentre nella loro totalità la maggioranza delle donne (il 55%) ha confermato il proprio appoggio all’amministrazione in carica, mentre Romney si è assestato sul 44% (rispetto al 2008 il gap si è quindi in realtà ampliato).

Diritti civili

Agli orientamenti di voto di uomini e donne, si devono però aggiungere quelli di omosessuali e transgender, una categoria completamente guadagnata alla causa democratica già da mesi, sempre grazie, in gran parte, alla riforma del sistema sanitario nazionale 16. Al di là del successo democratico registrato presso la comunità LGBT, va però notato che negli swing states questo bacino elettorale è risultato meno cruciale e determinante rispetto a quello delle donne, in quanto le elezioni presidenziali non sono coincise con i referendum popolari sugli emendamenti costituzionali relativi ai matrimoni dello stesso sesso.

Tuttavia, in Wisconsin, il voto gay potrebbe aver avuto un peso maggiore, in quanto la candidata democratica Tammy Baldwin è stata la prima persona dichiaratamente omosessuale ad essere eletta al Senato federale. Il caso del Wisconsin era peraltro del tutto delicato. Dopo aver accordato una maggioranza del 56% dei voti ad Obama nelle presidenziali del 2008 e nonostante una tradizione che vuole questo stato storicamente all’avanguardia sia nelle garanzie di contrattazione sindacale, sia nelle politiche sociali, dalle elezioni governatoriali del 2010 il Wisconsin ha improvvisamente virato verso l’ala più conservatrice ed intransigente del Grand Old Party, eleggendo Scott Walker. Il cambiamento ha allarmato gran parte degli elettori democratici, soprattutto in previsione della corsa alle presidenziali. Questa diffusa preoccupazione interna allo stato del Wisconsin – che già veniva registrata dalla nostra redazione nell’aprile del 2012 17 – sembra essere emersa con forza ad una settimana dal voto, quando per la prima volta i sondaggi hanno indicato il superamento di Obama su Romney in Ohio, Iowa e Wisconsin; superamento confermato dalle urne il 6 novembre.

Latinos

Un’altra osservazione meno scontata di quanto sembri, va fatta per quanto riguarda il voto latino in Florida, che storicamente è sempre stato a favore del partito repubblicano a causa dei consistenti aiuti economici profusi ai rifugiati Cubani dalle amministrazioni repubblicane. Le elezioni del 2012 hanno invece confermato un’inversione di tendenza già registrata nel 2008. Obama ha vinto, seppure di misura, con una maggioranza del 49.9%. Tuttavia, il dato più significativo è rappresentato dalla Contea di Orlando – che nel 2004 si era espressa con una maggioranza del 52% per Bush – dove il voto democratico ha raggiunto oggi quota 62%. Il risultato della Florida era del resto stato previsto, statistiche alla mano, già a partire dal febbraio scorso e i motivi sono duplici: da una parte vanno ricercati nell’incremento (ad esempio proprio ad Orlando) di comunità ispaniche non cubane; dall’altra va notato che le nuove generazioni della comunità cubana – che rappresenta il 32% della popolazione latino-americana presente in Florida – non sarebbero più così conservatori come i loro predecessori: mentre i Cubani nati in patria preferiscono infatti tendenzialmente Romney ad Obama tale situazione si ribalta con i Cubani nati negli Stati Uniti i quali supporterebbero il Presidente uscente 18. L’influsso elettorale della comunità ispanica sul successo democratico nel caso della Florida è interessante perché, secondo l’analisi post-elettorale di USA TODAY – uno dei maggiori broadcaster televisivi di informazione statunitense – lo stesso impatto si potrebbe verificare a breve anche in Georgia, Texas ed Arizona, tre stati che le ultime elezioni presidenziali hanno assegnato decisamente al cartello repubblicano. Su scala nazionale va rilevato che il 71% (un incremento del 4% rispetto al 2008) dei voti ispanici è andato al Presidente in carica, che continua anche a mantenere il 93% dei voti afro-americani e ottiene anche il 60% dei voti dei giovani compresi fra i 18 e i 29 anni.

 

Come si è cercato di mostrare, oggi più che mai gli allineamenti partitici risultato particolarmente influenzati da una serie di questioni intrecciate ed interconnesse fra loro, che coinvolgono gli elettori sulla base della condizione economica ed occupazionale, del genere e della razza. Tutti elementi che, mappa elettorale alla mano, sembrano accendere maggiormente l’opinione pubblica lungo le coste orientali e occidentali, mentre le regioni del Solid South – ad eccezione quest’anno di North Carolina, Virginia e Florida – e del Mid West mantengono salde le proprie preferenze.

Note:

  1. La ricostruzione della parte economica si basa sull’ottimo contributo di L. Costaguta, A. Mazzamauro, We are the 47%: La questione economica nelle presidenziali statunitensi, in “C’era una volta l’America”, 4 ottobre 2012, http://www.ceraunavoltalamerica.it/2012/10/we-are-the-47/.
  2. M. Molinari, Più lavoro negli Stati chiave. La carta vincente di Barack, in «La Stampa», 3 novembre 2012, http://www.lastampa.it/2012/11/03/esteri/piu-lavoro-negli-stati-chiave-la-carta-vincente-di-barack v5anFBukoKY8AUdnLmbqCI/pagina.html.
  3. Per una ricostruzione della storia del sistema fiscale americano si rimanda a Brownlee, Elliot W., Federal Taxation in America. A short history, Cambridge, Cambridge University Press, 1996. Per un approfondimento sul sistema di tassazione statuale ottocentesco, con particolare riferimento agli stati del Sud si veda invece Einhorn, Robin L., American Taxation, American Slavery, Chicago, The University of Chicago Press, 2006, pp. 111-115, pp. 207-230.
  4. Secondo uno studio del Department of Treasury, tra il 2000 e il 2005, in media, le imprese americane hanno pagato una percentuale di tassazione effettiva del 13 per cento, la percentuale più bassa tra i paesi del G7, e corrispondente a quasi tre punti percentuali sotto la media OCSE. Si veda sempre L. Costaguta, A. Mazzamauro, We are the 47%: La questione economica nelle presidenziali statunitensi, cit.
  5. Per contro, la strategia repubblicana è stata invece improntata a preservare, secondo l’articolo di Derek Thompson comparso sul The Atlantic il 14 settembre 2012, il consenso del 5% dei cittadini americani (quelli con un reddito annuale compreso fra i 200.000 e i 250.000 dollari) e, sostanzialmente, la fiducia dell’establishment economico-finanziario americano. Si veda D. Thompson, Is 250,000 a Year Really Middle Income?, in «The Atlantic», September 14th,  2012, http://www.theatlantic.com/business/archive/2012/09/mitt-romneys-definition-of-the-middle-class-is-pretty-weird-in-1-graph/262402/.
  6. Si veda il transcript del dibattito del 3 ottobre 2012 sul sito http://www.npr.org/2012/10/03/162258551/transcript-first-obama-romney-presidential-debate.
  7. M. Cooper, A. Goodnough, R. Pear, On health Care, Two Visions With Their Own Set of Facts, in «The New York Times», October, 4 2012, http://thecaucus.blogs.nytimes.com/2012/10/04/on-health-care-two-visions-with-their-own-set-of-facts/.
  8. J. Madison, N. 51, in G. W. Carey, J. McClellan (eds), The Federalist, cit., pp. 267- 272, p. 270.
  9. Le proiezioni della Federal Reserve, pubblicate il 13 settembre scorso, per i prossimi 3 anni e mezzo prevedono una crescita del PIL reale tra l’1.7 e il 2.0 per il 2012, tra il 2.5 e 3.0 per cento nel 2013, tra il 3.0 e 3.8 per cento nel il 2014 e tra il 3.0 e 3.8 per cento nel il 2015. Il livello di disoccupazione dovrebbe aggirarsi tra l’8.0 e 8.2 per cento nel 2012, il 7.6 e 7.9 per cento nel 2013, il 6.7 e 7.3 per cento nel 2014 e tra il 6.0 e il 6.8 nel 2015.
  10. “In Ohio il tasso di disoccupazione lo scorso anno era dell’8,6% ed è sceso al 7% – in settembre era al 7,2% – grazie in gran parte alla ripresa dell’industria dell’auto e al suo indotto, che è uno dei cavalli di battaglia di Obama. Anche in Florida la diminuzione annuale dei disoccupati è significativa: dal 10,4% all’8,7%. Altrove la tendenza, a livello mensile, è simile: in Iowa l’indice è sceso dal 5,5% al 5,2% e in Wisconsin dal 7,5% al 7,3%”. M. Molinari, Più lavoro negli stati chiave la carta vincente di Barack. I dati in Ohio, Florida e Virginia sfruttati per l’ultimo sprint, in «La Stampa», 3 novembre 2012, http://www.lastampa.it/2012/11/03/esteri/piu-lavoro-negli-stati-chiave-la-carta-vincente-di-barack-v5anFBukoKY8AUdnLmbqCI/pagina.html.
  11. Ibidem. Mark Zandi, capo economista di Moody’s Analytics, riassume così la situazione: «In quasi tutti gli Stati contesi i numeri sull’occupazione favoriscono Obama, le statistiche nazionali ai fini dell’esito elettorale contano meno».
  12. G. Riotta, Ma con Barack Obama c’è solo mezza America, in «La Stampa», 3 novembre 2012, http://www.lastampa.it/2012/11/03/cultura/opinioni/editoriali/ma-con-barack-c-e-solo-mezza-america-zlH7dv0pGju8AAqEITLXOL/pagina.html.
  13. Va ricordato che l’ACA venne provvidenzialmente approvato prima del repentino cambio di maggioranza congressuale del novembre del 2010.
  14. A. Mogorovich, Donne e gender politics nella campagna elettorale statunitense: una breve riflessione controversa, in «C’era una volta l’america», 8 ottobre 2012, http://www.ceraunavoltalamerica.it/2012/10/donne-e-gender-politics-nella-campagna-elettorale-statunitense/.
  15. Nei sondaggi pre-elettorali gli uomini invece, riservavano un’importanza del 38% al lavoro e del 37% all’economia.
  16. La riforma, infatti, impedisce alle compagnie di assicurazione di escludere dalla copertura le persone con “condizioni pre-esistenti”, una categoria che veniva normalmente invocata dalle società per negare la polizza alle persone transessuali. Anche l’estensione di Medicaid (il programma assicurativo del governo federale rivolto agli indigenti) avrà effetti positivi per la comunità LGBT: il piano sarà notevolmente ampliato, uniformato sul territorio nazionale ed esteso anche agli adulti senza figli, un gruppo di popolazione attualmente escluso. La riforma, infine, ha spostato l’intero sistema sanitario sotto l’ombrello del Titolo VII del Civil Rights Act, assoggettandolo alla normativa antidiscriminatoria, e ha stanziato fondi per la formazione degli operatori sanitari, con l’obiettivo di accrescere le loro competenze culturali nell’interazione con i pazienti LGBT. Si veda A. Soggia, Obama Pride: i diritti LGBT e le elezioni americane, in «C’era una volta l’America», 17 ottobre 2012, http://www.ceraunavoltalamerica.it/2012/10/obamapride-i-diritti-lgbt-e-le-elezioni-americane/.
  17. K. Busby, Why I voted for Rick Santorum, 10 aprile 2012, http://www.facebook.com/#!/notes/cera-una-volta-lamerica/why-i-voted-for-rick-santorum/177979835655527.
  18. Per una ricostruzione più dettagliata dell’importanza di questo cambiamento rispetto al trend storico degli ultimi cinquant’anni, si rimanda al contributo di P. Cordisco e A. Saviolo, “El voto latino”: il peso delle minoranze ispaniche nel voto in Florida, in «C’era una volta l’America», 3 febbraio 2012, http://www.ceraunavoltalamerica.it/2012/02/el-voto-latino-il-peso-delle-minoranze-ispaniche-nel-voto-in-florida/.

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