We are the 47%: La questione economica nelle presidenziali statunitensi

Presidential_Debate_04556Il dibattito che ieri sera ha impegnato i due candidati alla presidenza Barack Obama e Mitt Romney ha confermato un copione già scritto. L’economia è stata il campo di battaglia in cui, sostiene il «New York Times», si sono confrontate due «ideologie». Al di là di termini assai insidiosi, l’impressione è che i due candidati abbiano veicolato due visioni differenti di Stato e di società, snocciolando una serie di statistiche e di dati inusuale per dibattiti televisivi che normalmente puntano a suscitare emozioni più che a registrare calcoli. Un’impressione che conferma, a prescindere dalla polarizzazione emersa dal dibattito, quanto la “tecnica” costituisca una cultura politica comune a fronte di una crisi globale che non solo imperversa ancora sugli Stati Uniti, ma ne limita sensibilmente le capacità di spesa e di intervento a causa di un debito pubblico che ha raggiunto cifre esponenziali anche sull’altra sponda dell’Atlantico. Contro ogni previsione, è stato Romney a uscire vincitore dal dibattito, che ha visto un Obama sulla difensiva, quasi intimorito dai toni incalzanti dell’avversario.

Quanto la performance di Romney inciderà sul confronto elettorale lo scopriremo nei prossimi giorni. Per il momento vorremmo presentare una chiave di lettura delle issue economiche che stanno caratterizzando il dibattito sulle presidenziali. Mettendo a tema le differenze tra le proposte economiche dei due candidati, proveremo a delineare le ricette economiche repubblicane e democratiche in materia di fisco, welfare, occupazione e, più in generale, ruolo del governo, nel tentativo di comprendere quali siano i modelli storici di riferimento dei due candidati, al di là della facile retorica.  

 

Per quanto l’omicidio dell’ambasciatore Chris Stevens in Libia e i gravi tumulti nei paesi arabi avessero qualche settimana fa spostato il fulcro del dibattito sulla politica estera, l’economia è ritornata prepotentemente al centro delle questioni chiave che accompagnano questa campagna per le presidenziali.

D’altronde, già le polemiche sulla politica commerciale americana e la gestione dei difficili rapporti con la Cina, scaturite a seguito della presenza dei due candidati in stati dove sono presenti importanti industrie automobilistiche, e la pubblicazione dell’ormai celebre video in cui Mitt Romney bolla il 47 per cento degli americani come fannulloni dipendenti dai sussidi statali sembravano riproporre quelle tematiche che avevano animato le convention dei due partiti. La campagna elettorale è così tornata vigorosamente sulla questione forse più importante per l’elettorato USA, ovvero le proposte di politica economica con cui si vorrebbero raggiungere tre obiettivi: dare nuovo slancio all’economia americana, ancora impigliata alla crisi economica globale, rinnovare la posizione di leadership sul piano internazionale e limitare la crescita del deficit federale.

I problemi economici al centro del dibattito—l’aumento dei posti di lavoro, la politica fiscale, il contenimento del deficit pubblico—portano con sé controversie legate alle politiche di welfare e al ruolo del governo federale tout court. La complessità di queste tematiche e la difficoltà nell’affrontarle per entrambi i candidati sono state particolarmente evidenti durante le due conventions. Gli acceptance speeches di Romney e Obama, così come quelli dei due altri grandi protagonisti delle rispettive conventions, Paul Ryan, da una parte, e Bill Clinton dall’altra, hanno solo in parte risposto ad alcune sostanziali questioni di fondo: qual è la natura delle ricette di politica economica proposte dal partito repubblicano e dal partito democratico? Come si intrecciano e si scontrano con lo stato dell’economia americana? Quali sono i precedenti storici utilizzati dai due candidati e dai rispettivi staff per trovare soluzioni, anche solo propagandistiche, alle difficili sfide a cui si propongono di dare risposta?

Nel tentativo di sciogliere questi nodi, lo sforzo che qui viene proposto è quello di “smontare” il messaggio di politica economica dei due candidati per osservarne, oltre alla ribalta mediatica, il retroscena storico. La questione parte da problematiche di politica economica per discutere il messaggio che sta alla base della retorica dei due candidati. A parere di chi scrive, entrambi hanno modelli di riferimento recenti da cui traggono ispirazione: il delinearli sarà utile per comprendere la natura delle loro proposte politiche e per capire che tipo di “America”  ci troveremo di fronte dal giorno successivo alle elezioni del 6 novembre prossimo. Al fine di discutere questi legami, si partirà da un’analisi dello stato di salute dell’economia statunitense, per poi considerare come Romney e Obama abbiano intenzione di affrontare i problemi presenti e rilanciare la crescita del paese. Uno sguardo alle rispettive strategie politiche e alle potenziali constituencies elettorali, infine, permetterà di evidenziare le differenti idee dei due candidati alla presidenza circa le funzioni dello stato federale nella gestione dell’andamento economico della nazione e di formulare alcune ipotesi in merito ai punti di riferimento storici di Romney e Obama.

 

A cinque anni dall’avvio della crisi economica internazionale iniziata negli Stati Uniti a seguito dello scoppio della bolla speculativa dei crediti sub-prime, l’economia americana è ancora immersa in una spirale economica negativa da cui solo i più ottimisti vedono una chiara via d’uscita. Lo scorso 29 agosto, il Bureau of Economic Analysis ha aggiornato i dati di crescita del PIL americano nel secondo trimestre 2012. Secondo questi dati, l’economia americana è cresciuta del 1.7 per cento contro una crescita del 2 per cento nel primo trimestre. I fattori che hanno inciso maggiormente su questo rallentamento sono stati la riduzione del consumo pro capite e l’ammontare complessivo degli investimenti. Questi dati sono stati solo in parte bilanciati da una leggera riduzione della spesa federale e dall’aumento dell’export.

Alla luce di questi nuovi dati, sembra difficile che le previsioni della Banca Mondiale, che si attendeva una crescita del PIL americano del 2 per cento per il 2012, possano essere rispettate ed è più probabile una crescita significativamente inferiore. Nel frattempo, le proiezioni di crescita cinesi sono quattro volte superiori (anche se gli ultimi dati sembrano ridimensionare questa tendenza), e quelle dell’India tre volte superiori. Il Fondo monetario internazionale prevede che, se il tasso di crescita cinese manterrà questo trend, il PIL cinese supererà quello americano entro il 2017. Nonostante il PIL pro capite americano rimanga quattro volte superiore a quello cinese, la sua crescita media—2.2 per cento dall’inizio della crisi—comparata a quella dei suoi rivali economici sembra certificare un ridimensionamento epocale del potere economico americano contro cui poco potrà fare qualsiasi dei due candidati sarà eletto.

Il PIL, ad ogni modo, rappresenta solo uno dei diversi indicatori con cui interpretare le performance economiche di un paese. Nel tentativo di comprendere le condizioni reali con cui una società si confronta quotidianamente rimane essenziale considerare anche altri fattori economici. Seguendo questa indicazione e spostando così l’attenzione dalla produzione di ricchezza generale alla produzione di beni e servizi, l’immagine di un’economia americana in difficoltà non sembra mutare. I dati del Bureau of Economic Analysis segnalano che nel secondo trimestre i settori in cui si sono registrate le flessioni più significative sono stati il comparto automobilistico e l’high-tech. Il primo ha ridotto dallo 0.72 allo 0.8 il proprio contributo alla crescita del PIL, e la vendita al dettaglio di materiale informatico ha fatto segnare una contrazione dello 0.09 per cento, dopo aver contribuito alla formazione del PIL per lo 0.02 per cento nel primo trimestre.

Anche i dati sul commercio riflettono le condizioni generali del paese. Secondo il Bureau of Economic Analysis, le esportazioni a luglio sono state pari a 183,3 miliardi di dollari e le importazioni a 225,3 miliardi di dollari. La bilancia commerciale americana ha fatto segnare così un passivo di 42 miliardi di dollari contro un passivo di 41.9 miliardi a giugno. Complessivamente, però, le esportazioni americane sono cresciute del 6.0 nel secondo trimestre contro una crescita del 4.4 per cento nel primo, e le importazioni sono cresciute del 2.9 percento a fronte di un incremento del 3.1 per cento nel primo trimestre.

Un dato nettamente in controtendenza, rispetto alla maggior parte degli indicatori economici, è rappresentato dal mercato azionario che ha raggiunto all’inizio di settembre i suoi livelli più alti degli ultimi 4 anni e recuperato il 74 per cento del proprio valore dal momento dell’insediamento di Obama nel 2009. A fare da contraltare a questo dato sono, invece, i redditi medi che rimangono ancora molto bassi: dall’inizio della crisi sono calati del 4-5 per cento e il tasso di povertà ha raggiunto il 15 per cento della popolazione, il più alto dell’ultimo ventennio.

A peggiorare ulteriormente le condizioni delle classi medie e dei lavoratori è la situazione occupazionale. Il 7 settembre scorso il Bureau of Labor Statistics ha rilasciato il suo bollettino mensile sulla situazione del lavoro nel paese. In agosto l’economia americana ha creato 96.000 nuovi posti di lavoro facendo scendere il livello di disoccupazione a 8,1 per cento. Il numero delle persone disoccupate si attesta a 12.5 milioni. Dall’inizio dell’anno, la disoccupazione negli Stati Uniti si è aggirata attorno a valori compresi tra l’8.1 e l’8.3 per cento. Questo dato è stato letto in modo molto severo da molti analisti in quanto è stato osservato nel quadro dell’andamento occupazione degli ultimi 5 anni. Dopo una drastica riduzione tra il 2008 e il 2009,  negli ultimi 3 anni il livello occupazionale si è stabilizzato su numeri molto bassi vivendo una leggera, ma comunque insufficiente, ripresa solo a partire dalla fine del 2011. Per riassorbire in tempi rapidi la disoccupazione creata dalla crisi, e dare una prospettiva occupazionale alla nuova forza lavoro affacciatasi sul mercato, gli Stati Uniti avrebbero bisogno di creare almeno 200.000 posti in più ogni mese. Se a questo si aggiunge che il dato sulla riduzione disoccupazionale di agosto è almeno in parte determinato dal fenomeno dei disoccupati scoraggiati, che cessano di cercarsi un posto di lavoro, la questione occupazionale rimane tutt’ora la più problematica da affrontare per entrambi i candidati.

Di fronte a questo quadro economico negativo, per alcuni commentatori di parte repubblicana è stato naturale avanzare, e auspicare, possibili similitudini tra la presidenza Obama e quella Carter del ’77-’81, in cui le difficili condizioni economiche contribuirono in modo decisivo alla mancata rielezione del presidente democratico. Questo paragone può risultare efficace nell’influenzare l’immaginario dell’elettorato americano e indebolire l’immagine di Obama, ma è da considerare con prudenza se analizzato sulla base delle condizioni economiche.  Sarebbe, infatti, frettoloso affermare che il presidente Obama sia fortemente condizionato in modo negativo dall’attuale fase economica. Se è vero—come molti scienziati politici sembrano suggerire—che in materia economica il comportamento elettorale è influenzato maggiormente dai trend piuttosto che dalle condizioni economiche reali, allora, il candidato democratico non soffre di uno svantaggio decisivo nei confronti del suo avversario. L’economia americana non vive una fase di crescita esplosiva, ma sta crescendo, e il trend occupazionale è—sebbene solo lievemente—in ascesa. Le proiezioni della Federal Reserve, pubblicate il 13 settembre scorso, per i prossimi 3 anni e mezzo prevedono una crescita del PIL reale tra l’1.7 e il 2.0 per il 2012, tra il 2.5 e 3.0 per cento nel 2013, tra il 3.0 e 3.8 per cento nel il 2014 e tra il 3.0 e 3.8 per cento nel il 2015. Il livello di disoccupazione dovrebbe aggirarsi tra l’8.0 e 8.2 per cento nel 2012, il 7.6 e 7.9 per cento nel 2013, il 6.7 e 7.3 per cento nel 2014 e tra il 6.0 e il 6.8 nel 2015. 1

 

Non sono, ad ogni modo, solo i numeri dell’amministrazione Obama ad essere l’obiettivo della critica repubblicana. Al centro dell’alternativa proposta da Romney è il modello di società che li produce e, in particolare, la gestione economica dello stato federale e il suo strumento principale: la politica fiscale. Ai nodi della crescita economica ed occupazionale sono così affiancati quelli del sistema fiscale e delle proposte per riformarlo, tenuti insieme dall’irrisolto problema del debito federale. Anche in questo caso osservare in prospettiva storica alcuni dati strutturali può essere utile per analizzare quanto viene affermato nell’agone elettorale.

Il livello di prelievo fiscale americano è da decenni tra i più bassi dei paesi OCSE (Organizzazione per la Coperazione e lo Sviluppo Economico). Nel 1965 il rapporto entrate fiscali/PIL era del 24,7 per cento, 0.6 punti percentuali superiore al 24,1 del 2009, contro una media dei paesi OCSE rispettivamente del 25,4 e del 33,8 per cento. Nonostante questa pluridecennale stabilità del rapporto tasse/PIL, la composizione del sistema fiscale ha subito profondi cambiamenti. In particolare, le entrate fiscali provenienti dalla tassazione sui capitali si sono ridotte dal 30 per cento degli anni ’50 al 10 per cento dei giorni nostri. Secondo uno studio del Department of Treasury, tra il 2000 e il 2005, in media, le imprese americane hanno pagato una percentuale di tassazione effettiva del 13 per cento, la percentuale più bassa tra i paesi del G7, e corrispondente a quasi tre punti percentuali sotto la media OCSE.

Mentre le tasse sui capitali si riducevano ai minimi storici, le tasse sulle buste paga dei lavoratori americani per programmi come il Social Security e Medicare sono continuate ad aumentare contribuendo a creare, insieme alle tasse sui guadagni individuali, la parte più consistente delle entrate federali. Le tasse sui guadagni individuali, tuttavia, sono state, a partite dalla presidenza Reagan fino a quella Bush jr., oggetto di continue riforme fiscali tese a ridurne progressivamente il peso. Anche in questo caso, però, la riduzione si è concentrata sui redditi più alti, mentre per le classi medie si è trattato di una sostanziale stabilità. In questo modo, con una ridotta pressione fiscale su capitali e redditi elevati, il sistema fiscale americano, che i programmi elettorali dei due candidati si propongono di riformare, è caratterizzato da un forte squilibrio a beneficio delle grandi concentrazioni di capitali e raccoglie complessivamente meno gettito fiscale in rapporto al PIL della maggior parte dei paesi OCSE.

 

A questo aspetto si deve aggiungere il fatto che su entrambe le proposte di riforma dei due candidati pesa il macigno rappresentato dal 1,2 trilione di dollari di tagli alle spese federali che se non approvati dal Congresso entro il 1 gennaio potrebbero costare ai titoli di stato americani la tripla A da parte delle agenzie di rating. Moody’s, l’agenzia di rating che più chiaramente ha minacciato il possibile declassamento del debito sovrano americano, prevede che il governo raggiungerà nuovamente il limite al debito imposto con la precedente manovra di bilancio entro la fine del 2012.

 

Il piano per il bilancio federale di Obama—accolto con favore da diversi analisti indipendenti, come il Congressional Budget Office—prevede di continuare, in parte, lungo l’attuale politica di tassazione e spesa federale, eccetto che per un innalzamento della pressione fiscale su i contribuenti che percepiscono un reddito superiore ai 250.000 dollari annui, e per alcuni modesti tagli al bilancio federale. La principale voce di bilancio che dovrebbe subire questi tagli è la spesa per operazioni militari oltreoceano in cui è compreso anche il finanziamento alla missione in Afghanistan. Secondo il piano, i 127 miliardi di dollari stanziati per il 2012 dovrebbero abbassarsi a 97 nel 2013 e ridursi ulteriormente negli anni successivi fino a stabilizzarsi a 44 miliardi di dollari, cifra che dovrebbe rimanere stabile fino al 2022. 2

Passando a commentare il piano di Romney, l’ostacolo maggiore è rappresentato dal fatto che tuttora non esiste una precisa serie di misure da poter analizzare. Romney propone 5 trilioni di dollari in tagli a tasse federali che saranno bilanciati dalla eliminazione di non meglio specificati sprechi nella spesa federale. Tra i tagli annunciati è presente una voce identificata come “Function 920: Allowances” del valore di 897 miliardi di dollari in cui sono annunciati generici tagli ai programmi di educazione, assistenza alimentare, programmi contro la tossicodipendenza, per la sicurezza nei luoghi di lavoro e per la protezione ambientale. Questa voce è cruciale per la tenuta del piano Romney-Ryan, eppure è solo abbozzata, priva dei dettagli essenziali per valutarne la concreta fattibilità. 3 In una dettagliata analisi, il Tax Policy Center ha dimostrato come per raggiungere tutti gli obiettivi primari del piano Romney—ovvero, una revisione “neutrale” della politica fiscale che non aumenti la pressione sulle classi medie—non sia aritmeticamente possibile. Sulla base di plausibili previsioni di crescita economica il piano Romney, se attuato nei termini fin qui annunciati, o aumenterà le tasse delle classi medie, o aumenterà il deficit federale. Come si spiega questa contraddizione?

 

Per rispondere a questo interrogativo proponiamo un leggero cambio di prospettiva. I piani di gestione dell’economia federale sono funzionali alle strategie politiche che i due candidati hanno impostato per guadagnare il consenso di quell’elettorato che ritengono essenziale per conquistare la Casa Bianca. Una domanda da porsi allora è la seguente: a chi si stanno rivolgendo Mitt Romney e Barack Obama per puntare a vincere l’elezione di novembre? Quali sono le classi sociali a cui puntano con le loro strategie politiche?

La recente gaffe di Romney ha posto al centro del dibattito elettorale proprio questo tema. Secondo il candidato repubblicano, esisterebbe un 47 % di americani che vive di sussidi pubblici e che per continuare a garantirsi questi benefici voterà con determinazione per Obama alle prossime elezioni. Per questa ragione, Romney non sarebbe interessato a rivolgersi a questa parte di americani né durante la campagna elettorale, né in una sua ipotetica presidenza. Come è noto, il candidato repubblicano ha dichiarato queste frasi in maggio a una cena privata di finanziatori del partito repubblicano inconsapevole di essere ripreso da una telecamera nascosta. Dopo la pubblicazione del video le scuse che in molti si attendevano non sono arrivate e Romney, pur tentando di precisare il contenuto del suo pensiero, non ha ritrattato la sostanza del suo argomento. Di recente, il candidato repubblicano ha aggiunto un altro tassello del mosaico attraverso cui egli legge la società americana. Nel rispondere a una domanda in un’intervista alla ABC, Romney ha dichiarato che considera middle class i cittadini americani con un reddito tra i 200.000 e i 250.000 dollari. Derek Thompson, su The Atlantic, ha fatto notare che, seguendo la definizione di Romney, solo il 5 % della popolazione statunitense farebbe parte di questa categoria. 4 Che dire: un po’ poco, per una società come quella americana che ha costruito la sua prosperità economica e la sua coesione nazionale sull’opportunità per tutti i suoi cittadini di diventare classe media.

Inoltre, va ricordato che la scelta di Paul Ryan come candidato vicepresidente è stata compiuta per due ragioni: (1) la sua solida competenza in campo economico (Ryan è il presidente della House Budget Committee alla Camera dei Rappresentanti); e (2) le sue posizioni spiccatamente conservatrici, vicine al Tea Party. Il secondo punto ha permesso a Romney di assumere un profilo più conservatore, di recuperare consensi dalla “pancia” del partito e di parare il fianco dagli attacchi democratici miranti a dipingere Romney come un repubblicano sui generis favorevole a politiche assistenzialiste.

Vi è un ultimo elemento da portare all’attenzione del lettore nel tentativo di comprendere il referente sociale di Romney: in termini di rapporti con l’establishment economico-finanziario americano, il candidato repubblicano è di assoluta garanzia. Romney proviene da quel mondo, ha avuto successo in quell’ambiente, e non ha esitato a sfruttare questo fattore a suo proprio vantaggio. Contrariamente a Obama, il candidato repubblicano non ha avuto problemi nel trovare finanziatori per la propria campagna. Egli infatti rappresenta un’assoluta garanzia per gli interessi dei grandi gruppi industriali e bancari. Non è un caso, infatti, che Romney abbia piuttosto avuto difficoltà nel dimostrare di non essere troppo vicino a quel mondo e troppo legato agli interessi di determinati settori industriali e commerciali.

Analizzando nel complesso questi elementi si intravede il profilo che Romney e il suo staff hanno scelto per la loro campagna: un messaggio basato su una forte retorica anti-Big Government, che esalti un modello di cittadino che si fa vanto di non usufruire degli aiuti federali e che considera l’ascesa economica l’unico criterio per valutare il grado di affermazione sociale. Un messaggio fortemente ideologico, che vede nell’invadenza del governo centrale il freno a uno sviluppo altrimenti aperto a tutti, nel rispetto dell’idea che la mobilità sociale garantisca presto o tardi di avere la propria chance di raggiungere il successo. È evidente il ritorno a parole d’ordine di epoca reaganiana, che vanno a sostituire la strategia aggressiva e sbilanciata sulla politica estera del periodo neocon.

Il ticket Ryan-Romney è, come si è visto, una garanzia nei confronti sia della “pancia” del partito che dell’establishment industriale e finanziario. D’altro canto, per vincere le elezioni è necessario mobilitare l’elettorato medio, tendenzialmente non politicizzato, probabilmente spaventato dalla situazione economica e di conseguenza in cerca di un messaggio attraente. Su questo si gioca la scommessa dei repubblicani: pungolare il cittadino medio colpito dalla crisi, giocare la carta dell’orgoglio americano, dipingere Romney come “comandante in capo” il cui obiettivo non sia quello di parare a fatica i colpi della crisi (come propone Obama), ma piuttosto quello di ribaltare il tavolo, rilanciare la crescita, garantire una nuova chance di successo. L’analisi della situazione macro-economica e delle specifiche caratteristiche della proposta di politica economica repubblicana rivela i limiti oggettivi di questa strategia, ma questo è un “dazio” da pagare nei confronti della strada decisa da Romney e dal suo staff.

Guardando al versante democratico, alcune differenze sono evidenti. In primo luogo nella posizione relativa alle classi medie. Sia Obama che Clinton, per limitarci all’analisi dei discorsi alla convention democratica, hanno dedicato lunghi passaggi dei loro monologhi ad esaltare un modello di società in cui tutti abbiano la possibilità di accedere allo status di middle class. Una società basata sulla coesione sociale e che garantisca una qualche sorta di “rete” contro le inevitabili avversità dei percorsi di vita individuali. L’idea, quindi, è quella di una realtà in cui tutti contribuiscano al benessere collettivo, quella di estendere le classi medie quanto più le condizioni economiche complessive lo permettono.

Parallelamente a quanto fatto da Romney con la decisione di indicare Paul Ryan come candidato vicepresidente, negli scorsi mesi anche Obama ha fatto in modo di garantirsi un appoggio sicuro da parte dei settori tradizionalmente vicini al partito democratico. Dovendo anzi cercare di riparare alla delusione di alcuni gruppi che ne avevano assicurato l’elezione nel 2008 (l’elettorato giovanile, la comunità afro-americana e le donne), Obama ha accelerato sul tema del genere e dei diritti degli omosessuali, si è garantito l’appoggio del sindacato e ha riportato al centro dell’agenda democratica il tema della disuguaglianza sociale.

A differenza di quanto detto per Romney, invece, una delle maggiori difficoltà di Obama in questi mesi è stata quella di guadagnare il consenso dell’establishment industriale e finanziario. Dopo quattro anni di equilibrismo tra spinte contrastanti che, da un parte hanno cercato di favorire l’estensione di politiche sociali e una maggiore regolamentazione del settore bancario, e, dall’altra, hanno fatto pressione affinché il potere del capitale finanziario rimanesse inalterato, ora sembra che l’establishment americano non sia più disposto a concedere credito ad Obama e sia deciso nel sostenere Romney. Il richiamo di Obama a Franklin Delano Roosevelt nel corso del suo acceptance speech, inoltre, ha fatto ipotizzare un suo abbandono della linea new democrat,inaugurata da Clinton negli anni ’80, per sposare un interventismo più deciso dello stato nell’economia. Questo è il timore del grande capitale statunitense e questo, comprensibilmente, è il principale argomento di attacco che i repubblicani propongono contro la rielezione del presidente in carica, sostenendo che la rielezione di Obama potrebbe dirottare il paese verso un modello di dirigismo assistenzialista con forti venature centralistiche.

In realtà, l’analisi dello stato di salute dell’economia americana e delle proposte avanzate dal partito democratico, compiuta nella prima parte di questo articolo, dimostra che il piano Obama è animato da un prudente realismo, piuttosto che da nostalgiche riproposizioni di modelli del passato. Non pare esserci alcun abbandono dell’impostazione new democrat e ha guidato il presidente fino a questo momento. Obama, infatti, ritiene di certo che Washington debba esercitare un ruolo attivo utilizzando la leva fiscale, fungendo da regolatore del mercato, e agendo da stimolo attraverso la spesa pubblica con il fine di sostenere la crescita economica e allo stesso tempo proteggere i cittadini più vulnerabili dagli eccessi prodotti dalla volatilità del mercato globale. Ma tutto questo deve avvenire nel massimo rispetto possibile per l’iniziativa privata sul libero mercato. Il modello di riferimento di Obama, insomma, sembra ancora una volta essere il mandato clintoniano, piuttosto che quello rooseveltiano nel suo periodo più avanzato di riforme sociali. Le proposte risentono dell’analisi della difficile situazione economica con cui devono fare i conti: una pura difesa della teoria del “mercato come meccanismo autoregolantesi”, in questo passaggio storico, risulterebbe insostenibile. Ne consegue un appello a un modello più statalista, venato di sano realismo, i cui legami con la strategia roosveltiana sono più ideali e retorici che effettivi. 5

 

In conclusione, se nel campo repubblicano le speranze di successo sono legate alla capacità di spingere l’elettorato ad accettare la sfida di una nuova stagione reaganiana all’insegna dell’anti-Big Government, nel campo democratico la partita si gioca sulle chances di Obama, da una parte, di convincere quei settori di establishment americano non irrimediabilmente schierati sul versante repubblicano (operazione resa ancor più complessa dalle posizioni liberal di Obama sui diritti civili, che lo fanno apparire più a sinistra di quanto in realtà non sia) e, dall’altra, di conquistare quanto più elettorato possibile della classe media denunciando il tradimento da parte di Romney dell’american dream che ha spinto la crescita americana nel XX secolo. Non sembra azzardato, dunque, ipotizzare che quell’apprezzamento sul 47 per cento di americani risulti, in fine, decisivo per l’esito delle elezioni del 6 novembre prossimo.

Note:

  1. Economic Projections of Federal Reserve Board Members and Federal Reserve Bank Presidents (Federal Reserve, September 13, 2012) http://www.federalreserve.gov/monetarypolicy/files/fomcprojtabl20120913.pdf.
  2. Congressional Budget, “An Analysis of the President’s 2013 Budget” (Congress of the Unites States, March 2012), http://cbo.gov/sites/default/files/cbofiles/attachments/03-16-APB1.pdf.
  3. Thomas B. Edsall, “The Ryan Sinkhole,” Campaign Stops, September 9, 2012, http://campaignstops.blogs.nytimes.com/2012/09/09/edsall-the-ryan-sinkhole/.
  4. http://www.theatlantic.com/business/archive/2012/09/mitt-romneys-definition-of-the-middle-class-is-pretty-weird-in-1-graph/262402/.
  5. John       Cassidy, ‘Is Barack Obama a Secret Clintonite?’, The              New Yorker,         2012, http://www.newyorker.com/online/blogs/johncassidy/2012/09/is-barack-obama-a-clintonite.html.

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