Obama’s Failure vs. Mitt’s Plan?

china_usIl terzo dibattito presidenziale ha rappresentato l’ultima occasione per i candidati di confrontarsi in un faccia a faccia prima delle elezioni del prossimo 6 novembre. Nella discussione di ieri sera, pur dedicata alla politica estera, non sono mancati i riferimenti a questioni di politica interna ed economica. Romney nel complesso è apparso essere sulla difensiva, accusato dal Presidente in carica di voler articolare una serie di politiche sbagliate e incaute che risultano incoerenti. L’ex governatore del Massachusetts ha invece rinnovato un’accusa già fatta in precedenza durante la campagna elettorale: Obama avrebbe fallito nella difesa dei valori e degli interessi americani all’estero. Tra i temi toccati dal dibattito vi sono stati il programma nucleare iraniano, il Medio Oriente, la Russia, la questione dell’attacco all’ambasciata libica. Nel complesso però, e al netto della retorica elettorale, sembra che le differenze in materia di politica estera tra Romney e Obama riguardino il tono, lo stile e la loro concezione della leadership, più che sostanziali divergenze programmatiche. I due candidati hanno dato, infatti, l’impressione di avere posizioni analoghe su alcune questioni: il ritiro dall’Afghanistan, il pericolo di un intervento in Siria, l’uso dei droni nella lotta al terrorismo. Il dibattito è sembrato sostanzialmente volto a far emergere chi fra i due contendenti sarà in grado di difendere in maniera più efficace la preminenza economica e politica del paese nel mondo globalizzato. È da questo punto di vista che il contributo di Bruno Settis e Lawrence Miles esamina alcune delle questioni che hanno animato il dibattito sulla politica estera durante questa campagna elettorale: i rapporti tra Cina e Stati Uniti, la questione israelo-palestinese, il voto ebraico e la presenza statunitense in Libia.

 

Per buona parte della campagna elettorale, la politica estera ha rivestito un’importanza marginale negli interventi dei due candidati, caratterizzati soprattutto dalla preminenza di temi economici: la partita sembrava doversi giocare unicamente su quali fossero gli strumenti più adatti ad arginare la crisi economica. Pare in sostanza che, com’è stato fatto notare più volte anche negli ultimi giorni, «se Obama quest’anno è vulnerabile, lo è a causa dell’economia e non della politica estera». 1

Gli episodi di Bengasi dell’11 settembre scorso, però, hanno riportato in primissimo piano le questioni di politica estera nella campagna elettorale, prima d’ora intrecciate e mescolate a quelle di ordine commerciale. E insieme alla politica estera è riemersa la rappresentazione convenzionale di un partito repubblicano dedito alla sicurezza nazionale contrapposto ad un partito democratico accusato di debolezza di fronte alle minacce internazionali. Certo, non si tratta solo di un atteggiamento generale, ma di visioni, obiettivi e promesse diversificate, che rispondono sia a necessità mediatiche della propaganda elettorale che a più ampie congiunture e strategie sul piano internazionale: lo dimostra in primo luogo la scelta dello staff di Obama, a cominciare dalla conferma del vicepresidente Joe Biden, a lungo direttore del Comitato del Senato per le Relazioni Internazionali. 2 Cerchiamo di mostrarlo prendendo in esame l’interesse per alcune aree, scelte a titolo di esempio: i rapporti con la Repubblica Popolare Cinese, la questione israelo-palestinese e la ricerca del voto ebraico, il problema della presenza statunitense in Libia.

A partire dai fatti più recenti, dunque, non è difficile riassumere la critica che Romney rivolge a Obama, né la soluzione che propone: in questo campo, secondo l’ex governatore del Massachusetts, Obama sarebbe un azzeccagarbugli troppo tenero con i rivali vecchi e nuovi degli Stati Uniti, ai quali bisogna invece saper far fronte con un atteggiamento più deciso e muscolare. Si tratta, dice Romney sul suo sito, di garantire «a new American Century». Ma, come dichiara egli stesso in un articolo-manifesto redatto per la rivista specializzata Foreign Affairs, il nuovo secolo americano si troverebbe in questo momento di fronte ad una nuova generazione di minacce globali. 3

Tutte le pagine dedicate alla politica estera nel sito di Romney contengono paragrafi intitolati “Obama’s Failure” e “Mitt’s Plan“, per sottolineare che i presunti insuccessi dell’amministrazione uscente richiedono un necessario cambio di rotta. Non che si tratti di toni inconsueti per un candidato presidente: basti guardare Obama che, durante la campagna elettorale del 2007, aveva sottolineato la necessità di un rinnovamento della leadership statunitense. 4

Negli ultimi mesi, la politica estera ha avuto un peso considerevole nei discorsi del Partito Repubblicano. Può esserne un sintomo la voce molto diffusa, anche se poi ufficialmente smentita, della candidatura a vicepresidente di David Petraeus, star della counterinsurgency, che dal 2008 in poi ha ricoperto i più rilevanti incarichi militari, per poi divenire direttore della CIA.

La stampa ha spesso sottolineato la presunta coincidenza della politica estera dei due grandi partiti, il cui obiettivo principale sarebbe la conservazione dell’egemonia mondiale di cui godono gli USA. Quest’ultimo è uno stereotipo molto diffuso, peraltro non solo europeo, se anche il Global Times, quotidiano nazionalista del Partito Comunista Cinese (PCC), ha titolato Us election pick barely matters to China, poiché «né Romney né Obama possono rovesciare la relazione bilaterale. L’unica differenza è che Romney è nuovo e potrebbe creare più suspence». 5 Le relazioni tra gli Stati Uniti e il gigante asiatico, infatti, rappresentano una delle questioni che alimentano in maniera preponderante il dibattito sulla politica estera in questa campagna elettorale.

Le iniziative più importanti dell’amministrazione Obama nel campo della diplomazia sono state negli ultimi mesi, infatti, oltre alla frenetica attività del Segretario di Stato Hillary Clinton, il viaggio diplomatico in Asia del Segretario alla Difesa Leon Panetta nella seconda metà di settembre. A quest’ultimo il New York Times dedicava un articolo che individuava l’obiettivo fondamentale di Panetta: rassicurare i paesi asiatici, e in primo luogo la Repubblica Popolare Cinese, riguardo alla concentrazione di energie economiche e militari degli USA nell’area del Pacifico. 6 Gli USA continueranno a essere «ciò che sono stati per i passati sette decenni, ovvero la potenza militare chiave per l’area dell’Asia e del Pacifico, che ha garantito la pace e la stabilità», aiutando in questo modo paesi come la Cina e l’India a «crescere e prosperare». Subito dopo questo annuncio, Panetta si è espresso sui rapporti tra Cina e Giappone, il cui importante accordo monetario del 2011 era apparso come un grave attacco al protagonismo mondiale del dollaro. Panetta ha manifestato la sua preoccupazione per la contesa delle isole Senkaku 7 e contemporaneamente ha rivolto un appello per il rafforzamento dell’alleanza politica ed economica degli USA con il Giappone, siglando un accordo, annunciato il 17 settembre, per un nuovo scudo missilistico che lo protegga da un eventuale attacco della Corea del Nord. 8

Del resto, recentemente Obama si era pronunciato sulla questione cinese con il chiaro intento elettorale di rassicurare al contempo investitori e lavoratori votanti. Riportando l’attenzione sul suo ricorso al WTO, aveva attaccato la gestione statale dell’industria automobilistica in Cina, in quanto, a causa dei sussidi, violerebbe la concorrenza e le regole della convivenza economica internazionale. A tal proposito, il Washington Post ha colto l’occasione per sottolineare che, se in riferimento alle relazioni tra Cina e Stati Uniti si cita di frequente l’importanza del commercio e della correttezza nei rapporti commerciali, esiste anche una lunga lista di dispute tra cui bisogna annoverare la questione del controllo cinese sul suo settore finanziario, l’ampio ruolo delle imprese statali nell’economia e il rigido controllo valutario. 9

Quest’ultimo è il punto su cui Romney si è concentrato, promettendo più fermezza e aggressività del presidente attuale, reo di aver fallito completamente nella gestione delle relazioni commerciali con la Cina. 10 La posizione dei repubblicani può essere riassunta nella formula elegante di Paul Ryan: «China is treating Obama like a doormat». 11 Del resto anche il più recente spot elettorale di Romney si apre promettendo di aiutare la middle class, «il che significa inasprire i controlli su imbroglioni come la Cina». 12 Sin dalle primarie Romney ha espresso sul confronto con la Cina una posizione dura riguardo alla violazione dei diritti di proprietà intellettuale e alla manipolazione valutaria, asserendo la necessità di una politica commerciale più aggressiva, che preveda anche sanzioni e dazi speciali per specifiche imprese cinesi. Sulle questioni geopolitiche il sito ufficiale dichiara che «Romney implementerà una strategia che renderà il percorso della Cina verso l’egemonia regionale più costoso rispetto al percorso alternativo di diventare un partner responsabile nel sistema internazionale». Obiettivo che dovrà essere combinato alla difesa dei diritti umani, l’appoggio ai dissidenti, il disarmo della Corea del Nord e il sostegno ai gruppi di pressione della società civile, in quanto «gli Stati Uniti hanno un ruolo importante nell’incoraggiare l’evoluzione della Cina verso la creazione di un ordine politicamente più aperto e democratico». 13 Questo è stato uno degli argomenti su cui Romney si è più accanito anche nel corso del dibattito televisivo del 16 ottobre: «La Cina manipola la sua valuta da anni e anni. Il presidente (Obama) ha realmente la possibilità’ di etichettarla come manipolatrice di valuta. Ma si rifiuta di farlo. Il primo giorno [di presidenza] io lo faro’».

Non solo Obama ha risposto prontamente, ricordando a Romney che lui stesso investe in compagnie cinesi (comprese quella che «permettono al governo di spiare sulla sua stessa gente»), ma sono arrivate severe bacchettate anche dalla Repubblica Popolare stessa. Il Global Times del 18 ottobreriporta le dichiarazioni di Hong Lei, funzionario del ministero degli esteri, e Niu Xinchun, esperto di relazioni internazionali e di Stati Uniti, che invitano i candidati presidenti a puntare sulla cooperazione piuttosto che sull’ostilità, ribadendo al contempo che non si intende allentare il controllo valutario. 14 Obama inoltre ha preso recentemente iniziative per contraddire Romney sulla sua presunta arrendevolezza alla Cina, introducendo alcune misure protezionistiche e inviando l’ambasciatore in Cina Gary Locke in una visita in Tibet. 15

L’elemento della competizione tra gli Stati Uniti e la Cina sembra anche essere un utile strumento, seppur da solo insufficiente, per comprendere le vicende dell’area mediterranea e mediorientale degli ultimi due anni. Non è questa la sede per ripercorrere gli eventi che hanno contraddistinto i mutamenti avvenuti in Libia o in Siria, ma anch’essi sono inseparabili dai difficili rapporti tra Stati Uniti e Cina. Gli Stati Uniti hanno fatto sentire la loro voce fin da subito riguardo alla ricerca di nuovi equilibri nei paesi i cui governi sono stati rovesciati dalle cosiddette “primavere arabe”, definizione che è ormai evidentemente fuorviante per fenomeni molto diversi sia dal punto di vista dell’esito e degli obiettivi politici che della partecipazione sociale. Basti ricordare, da una parte, la pressione del Segretario di Stato Clinton per sostituire Mubarak con Omar Suleiman alla presidenza dell’Egitto e, dall’altra, l’attuale balletto del presidente Morsi tra Washington e Pechino. 16

Sono insomma fasi caotiche e delicatissime per la geopolitica di quell’area e, sotto questo aspetto, la linea seguita da Romney ricalca lo schema già adottato rispetto alla questione cinese: si rimprovera all’amministrazione Obama lentezza negli interventi, ricerca velleitaria di paci impossibili e, più in generale, scarsa fermezza. 17

Tale schema viene riproposto anche per leggere il conflitto israelo-palestinese: in un discusso video registrato clandestinamente ad una cena di fundraisers, Romney ha dichiarato che i palestinesi non hanno alcun interesse a realizzare la pace e che il loro comportamento guerrafondaio impedisce la sicurezza del governo israeliano. Per usare le parole amare del New York Times, insomma, Romney ha prospettato non una “Two-State” ma una “No-State Solution“. 18 Più in generale, i repubblicani stanno cercando di trarre vantaggio elettorale dalla fase di relazioni aspre tra Washington e Tel Aviv: a luglio Romney ha tenuto un discorso a Gerusalemme, in cui l’ex governatore e Netanyahu si sono promessi reciproco sostegno. 19 Si potrebbe dire che si sia innescata una competizione elettorale su Israele e per il voto ebraico, come si può ben vedere dal dibattito plurale su Haaretz, i cui opinionisti si stanno interrogando su chi fra Obama e Romney potrebbe meglio tutelare gli interessi di Israele. 20

L’assassinio a Bengasi dell’ambasciatore Stevens, un interessante esempio di “Quiet American” esperto della cultura araba, con i suoi collaboratori, nella data significativa dell’11 settembre, ha dato ovviamente un’ottima occasione di ribadire il rodato copione delle accuse ad Obama. Ma si è rivelata, almeno secondo alcuni commenti, 21 un’accusa maldestra e affrettata, cui Obama e Clinton hanno risposto in modo fermo.Era stato, infatti, lo stesso Romney, la mattina dell’11 settembre, a chiedere la sospensione del dibattito politico in occasione dell’undicesimo anniversario dell’attacco agli Stati Uniti. Salvo poi cambiare diametralmente strategia una volta arrivata l’eco degli attacchi in Libia ed Egitto e, soprattutto, della posizione espressa dall’ambasciata statunitense al Cairo che, nel tentativo di sedare i rivoltosi aveva espresso «condanna per i continui sforzi da parte d’incauti individui di ferire i sentimenti religiosi dei Musulmani». Accogliendo tale posizione come ulteriore prova di una debolezza latente dell’Amministrazione Obama in politica estera, Romney aveva dichiarato come fosse «vergognoso che la prima risposta dell’Amministrazione Obama non fosse di condanna verso gli attacchi alle nostre missioni diplomatiche, ma di comprensione verso chi tali attacchi li aveva portati».

L’Amministrazione Obama, il giorno seguente, aveva evitato di commentare le parole dello sfidante, esprimendo solo il suo cordoglio, per poi dichiarare in serata alla CBS: «il Governatore Romney sembra avere la tendenza a sparare prima e mirare poi», sottolineando l’inappropriatezza delle sue dichiarazioni. Continua a trattarsi di una questione spinosa e di grande effetto mediatico: nel dibattito televisivo del 16 ottobre Romney ha tentato di rimproverare Obama per non aver reagito con chiarezza e fermezza all’attacco terroristico; ma questi è riuscito a rispondergli in modo da fargli fare una brutta figura, con l’assistenza della moderatrice Candy Crowley e con riferimenti esatti alla sua dichiarazione. E meno di 24 ore dopo, dal Perù, il Segretario Clinton si è assunta tutta la responsabilità della sicurezza del corpo diplomatico: una mossa intelligente tesa, in buona sostanza, a scagionare Obama e disinnescare questa ripetuta argomentazione di Romney.

Differenze d’opinione sono emerse anche all’interno del Partito Repubblicano. Se da una parte l’ex Segretario di Stato Henry Kissinger ha dichiarato ad ABC News come le parole del Governatore Romney potessero essere condivisibili, di parere opposto sembrano essere le frasi pronunciate dall’ex Senatore del New Hampshire John E. Sununu. In una intervista rilasciata ad MSNBC ha detto che probabilmente Romney «avrebbe dovuto aspettare»; «È un prodotto naturale dell’elezione, ma è la peggior reazione possibile a cosa è accaduto» aggiunge Anthony Cordesman, esperto di politica estera di area repubblicana.

I commenti di Romney appaiono particolarmente maldestri alla luce della particolare congiuntura che stanno attraversando i paesi arabi. A tal proposito, The Independent ha mostrato efficacemente come i disordini non fossero solo reazioni improvvise al video islamofobo, 22 ma che si tratti dell’espressione di profonde tensioni che percorrono tutta l’area: né il problema né la soluzione sono semplici questioni di polso o di polizia, come vorrebbe fare apparire la retorica elettorale di Romney.

La politica estera, dunque, resta un argomento tanto delicato quanto centrale nelle campagne elettorali dei due candidati alla Presidenza. Come agiscano atti, fallimenti e promesse nel campo della foreign policy sul comportamento elettorale è questione difficile da districare. 23 Non è un argomento su cui i sondaggi riescono a dare molte indicazioni, anche se essi mostrano che quando agli americani viene chiesto qual è la questione che considerano più importante nelle campagne elettorali, una maggioranza schiacciante indica quella economica. Eppure, secondo alcuni commentatori, 24 nelle aspre condizioni del dibattito delle ultime settimane proprio i temi della foreign policy potrebbero alla fine avere il ruolo di ago della bilancia. Le dichiarazioni di Obama e di Romney sulla Cina mostrano chiaramente quanto le relazioni internazionali si intreccino con le questioni di economia nazionale. 25 Può essere opportuno ricordare, d’altro canto, che nel campo della foreign policy il potere esecutivo centrale ha ben maggiore spazio di azione che nella domestic policy, come si è visto nei numerosi casi in cui il Congresso è stato scavalcato dal decisionismo presidenziale, non ultimo quello dell’intervento in Libia. Questo si riflette nella sovraresponsabilizzazione del Presidente nei momenti percepiti come di emergenza: sentimento di cui appunto Romney ha cercato di profittare all’indomani della morte di Stevens.

Note:

  1. (nelle parole del Washington Post, 6 ottobre).
  2. Per una ricostruzione della “dottrina Biden” cfr. http://www.foreignpolicy.com/articles/2012/10/10/the_biden_doctrine?page=0,1.
  3. http://www.foreignaffairs.com/articles/62638/mitt-romney/rising-to-a-new-generation-of-global-challenges.
  4. http://www.foreignaffairs.com/articles/62636/barack-obama/renewing-american-leadership.
  5. http://www.globaltimes.cn/content/729970.shtml, (30-08-2012)  ; cfr anche l’articolo di Diego Bertozzi su http://cinapopolare.blogspot.it/2012/09/obama-vs-romney-per-pechino-poco-cambia.html e quello di Foreign Affairs http://www.foreignaffairs.com/articles/138009/andrew-j-nathan-and-andrew-scobell/how-china-sees-america.
  6. Thom Shanker, Panetta Set to Discuss U.S. Shift in Asia Trip http://www.nytimes.com/2012/09/14/world/asia/panetta-to-visit-asia-to-discuss-militarys-shift-there.html?_r=1&smid=fb-share.
  7. http://www.globalpost.com/dispatch/news/regions/asia-pacific/120916/leon-panetta-concern-china-japan-islands-dispute.
  8. http://www.guardian.co.uk/world/2012/sep/17/us-install-early-warning-radar-japan.
  9. http://www.washingtonpost.com/business/economy/us-files-trade-challenge-against-china-over-auto-subsidies/2012/09/17/a8840f0a-00d5-11e2-b260-32f4a8db9b7e_story_1.html; anche su La Repubblica, http://www.repubblica.it/economia/2012/09/17/news/wto_obama_cina_contro_regole_danneggia_lavoratori-42724308/?ref=HREC1-5.
  10. http://www.mittromney.com/issues/trade.
  11. http://www.washingtonpost.com/blogs/election-2012/post/paul-ryan-china-is-treating-obama-like-a-doormat/2012/08/16/030577f0-e7b0-11e1-a3d2-2a05679928ef_blog.html.
  12. http://www.youtube.com/watch?v=dFQAZYZrjVU&feature=player_embedded.
  13. http://www.mittromney.com/issues/china-east-asia.
  14. http://www.globaltimes.cn/content/739059.shtml.
  15. E. Wong, U.S. Ambassador Confirms Meeting With Tibetans in Western China, http://www.nytimes.com/2012/10/18/world/asia/ambassador-gary-locke-met-with-tibetans-last month.html?ref=asia&_r=0.
  16. Cfr. la riflessione generale di Immanuel Wallerstein http://www.agenceglobal.com/index.php?show=article&Tid=2865 ed il relativo editoriale di Le Monde.
  17. Interessante e articolato il commento su Al Jazeera: http://www.aljazeera.com/indepth/opinion/2012/09/201291292323642156.html.
  18. http://thelede.blogs.nytimes.com/2012/09/18/mitt-romneys-no-state-solution/ o http://www.aljazeera.com/news/americas/2012/09/201291812354473418.html.
  19. In Jerusalem speech, it was Romney’s voice but Netanyahu’s wordshttp://www.haaretz.com/blogs/diplomania/in-jerusalem-speech-it-was-romney-s-voice-but-netanyahu-s-words-1.454521; cfr. anche Is Israel’s Netanyahu trying to get Romney elected?, su The Week, http://theweek.com/article/index/233337/is-israels-netanyahu-trying-to-get-romney-elected.
  20. http://www.haaretz.com/news/world/honoring-dead-from-libya-obama-vows-to-stand-fast-against-anti-u-s-protests-1.465101; http://www.haaretz.com/weekend/week-s-end/in-israel-we-speak-republican.premium-1.464972; http://www.haaretz.com/jewish-world/jewish-world-news/obama-lead-over-romney-grows-among-jewish-voters-1.465107. Cfr. anche semplicemente http://www.mittromney.com/issues/israel.
  21.  Mitt Romney misfires in his attempt to discredit Barack Obama’s ‘weak’ foreign policyhttp://www.independent.co.uk/news/world/americas/mitt-romney-misfires-in-his-attempt-to-discredit-barack-obamas-weak-foreign-policy-8142466.html?origin=internalSearch; cfr. anche Romney stumbles over Libya killings, but Obama is vulnerable in the long run http://www.haaretz.com/blogs/west-of-eden/romney-stumbles-over-libya-killings-but-obama-is-vulnerable-in-the-long-run.premium-1.464589. Cfr. infine il commento di Kissinger, http://abcnews.go.com/blogs/politics/2012/09/henry-kissinger-can-understand-mitt-romneys-severe-reaction-to-mideast-violence/.
  22. http://www.independent.co.uk/news/world/politics/revealed-inside-story-of-us-envoys-assassination-8135797.html e poi http://www.independent.co.uk/news/world/africa/libya-we-gave-us-threeday-warning-of-benghazi-attack-8145242.html.
  23. Per uno sguardo più ampio si può rimandare al saggio di Elizabeth Saunders, dal titolo già eloquente The electoral (Dis)connection in U.S. Foreign Policy (febbraio 2012, http://irworkshop.sites.yale.edu/sites/default/files/SaundersElectoralDisconnection.pdf).
  24. http://www.aspeninstitute.it/aspenia-online/article/obama-vs-romney-why-foreign-policy-could-be-tiebreaker.
  25. [cfr. http://campaignstops.blogs.nytimes.com/2012/09/20/why-presidents-love-foreign-affairs/].

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