Donne e gender politics nella campagna elettorale statunitense: una breve riflessione controversa

Il 28 settembre 2012 si è svolta a Roma, presso il Centro Studi Americani, una giornata di studi curata dell’AISNA, dal titolo Towards the 2012 Presidential Elections. Nel corso della mattinata, Alan Schechter (Wellesley College) ha tenuto una lezione su The Rise and Fall of Progressive Politics and Values in Contemporary America, mentre Bruno Cartosio (Univ. di Bergamo) ha parlato di Dimensione personale e cultura politica di Barack Obama. Infine, si è tenuta una Tavola rotonda a cura del Forum Giovani Americanisti, cui hanno preso parte Alessandra Bitumi (Univ. di Bologna), Annalisa Mogorovich (Univ. di Trieste) e Marco Morini (Univ. di Padova), coordinati da Claudia Fimiani (Univ. di Roma Tor Vergata). Pubblichiamo qui di seguito l’intervento di Annalisa Mogorovich, dedicato alle questioni di genere all’interno della campagna elettorale.

 

All’interno della campagna elettorale per le elezioni presidenziali del prossimo 6 novembre 2012, le gender politics hanno recentemente acquisito un peso notevole e un’importanza che va esaminata. Ripercorrendo con attenzione il dibattito pubblico americano degli ultimi mesi, risulta possibile parlare del ruolo delle politiche di genere nella campagna elettorale adottando due metodi diversi: il primo può essere definito uno sguardo dall’alto, per riflettere sull’uso di women’s issues durante le due conventions di Tampa e Charlotte e all’interno dei programmi del partito repubblicano e democratico. Il secondo criterio – che è anche quello più interessante – è uno sguardo dal basso, aspetto che permette di analizzare rispettivamente i movimenti a sostegno dei due candidati, quali la National Federation of Republican Women e Women for Obama, ma anche i numerosi networks femminili, politicamente attivi e in prima linea a sostenere l’uno o l’altro candidato. L’importanza di alcune women’s issues in questa campagna elettorale, ma anche e soprattutto il peso e il rilievo del voto femminile, vengono evidenziati sensibilmente anche sulla stampa statunitense: le due macro-categorie più marcate, su cui si concentrerà quest’analisi, sono il diritto alla salute, in stretta connessione ai diritti riproduttivi, e il lavoro, in relazione alla crisi economica del 2008.

Se si analizzano alcuni dati statistici sulle elezioni del 2008 e le ipotesi statistiche per il  novembre prossimo, emergono dei dati degni di attenzione rispetto al comportamento elettorale delle donne. È stato proprio nel 2008 che al voto femminile fu riconosciuto un peso notevole, essendo stato la chiave di volta della vittoria democratica (insieme al voto dei giovani al di sotto dei 30 anni): aveva scelto Obama il 56% delle donne votanti – senza considerare i dati scomposti per razza, con un netto apice tra le minoranze – e le donne stesse costituivano il 53% di tutti gli americani che si erano recati alle urne. Aveva certamente suscitato molto scalpore mediatico il fatto che il 95% dell’elettorato afroamericano fosse convogliato a favore del candidato Barack Obama, ma il suo peso elettorale era del 13%, mentre furono proprio le donne risolutive per la vittoria. Per un possibile confronto con l’attualità, secondo un prospetto statistico elaborato ad aprile, Obama ha perso qualche punto considerevole di gradimento nell’elettorato femminile scendendo al 49%, contro il 43% a sostegno di Romney. Soffermandosi sulle due conventions e sulle dichiarazioni dei due candidati, è interessante notare le profonde differenze di approccio al discorso di genere dei democratici e del Grand Old Party (GOP) dei repubblicani. Secondo i calcoli del New York Times, women è stata una delle parole più pronunciate durante la convention democratica, 69 volte ogni 25.000 parole, contro le 26 dei repubblicani. Nei discorsi dei democratici, women è stata registrata con una frequenza tale da posizionarla solamente dietro a job e quasi a pari merito con family, economy e middle-class. All’assemblea di Charlotte si è parlato di donne riferendosi soprattutto al diritto personale al controllo della riproduzione: in questo senso, emblematico il discorso di Cecile Richards, presidente di Planned Parenthood Federation, organizzazione fondata nel 1921, che con più di 820 centri su tutto il territorio fornisce servizi che includono screening per tumori al seno e alla cervice, test di gravidanza e test per le malattie sessualmente trasmissibili, ma provvede anche alla diffusione di contraccettivi e pratica l’interruzione di gravidanza. Osservando il report annuale per il 2009, i centri Planned Parenthood hanno fornito prestazioni così ripartite: il 35% di servizi di contraccezione e il 35% di servizi di aiuto per le malattie sessualmente trasmissibili, mentre le pratiche abortive costituivano il 3% del totale; solo nel 2008 sono state evitate 973.000 gravidanze unplanned causate da rapporti sessuali non protetti, proprio grazie alla diffusione di contraccezione ed educazione sessuale sul territorio americano. Alla Democratic National Convention (DNC) ha tenuto un discorso anche Nancy Keenan, presidente di NARAL pro-choice America, associazione molto attiva in politica per opporsi alle restrizioni di accesso all’aborto e sostenere candidate e candidati pro-choice, indipendentemente dalla loro appartenenza politica. Entrambi gli interventi hanno enfatizzato la tenace opposizione a quella che è stata già da tempo definita la War on women iniziata dai repubblicani per limitare i diritti riproduttivi delle donne e ostacolare la fruizione di assistenza sanitaria pubblica, impostando il dibattito su una netta opposizione all’aborto e anche alla contraccezione – specialmente stando ad alcune affermazioni di Ryan – nonostante il 99% delle donne abbia fatto uso di contraccettivi almeno una volta nella vita. D’altronde, le democratiche (e i democratici) insistono da sempre intensamente su questi temi, sottolineando la retorica delle associazioni come NARAL e anche lo stesso Planned Parenthood, legate all’idea di impegnarsi perché ogni gravidanza sia voluta, con un’attenzione particolare riservata alle teenagers (ogni anno, infatti, si registrano circa 750.000 gravidanze tra ragazze di età compresa tra i quindici e i diciannove anni). In questo senso, si impegnano per rivendicare l’importanza dei centri di assistenza e di tutti i servizi da loro forniti: come ricordato da Linda Gordon in un articolo apparso sulla newsletter C’era una volta l’America, le cliniche con fondi pubblici negli Stati Uniti sono circa 7.000 e aiutano un numero che si aggira attorno ai 6.6 milioni di donne l’anno. Più del 40% delle loro funzioni sono connesse ad aiuti e servizi post-partum e alla salute dei neonati, insieme a esami come mammografie e diagnosi di tumori al seno.

Il diritto della donna a gestire il proprio corpo, e dunque anche il diritto alla salute, sono sicuramente i punti centrali dell’impegno politico e civile delle donne democratiche, diritto citato anche in un breve passaggio del discorso di Michelle Obama, che però è riuscita a coniugare senza troppe contraddizioni questo aspetto al suo ruolo piuttosto tradizionale di mom-in-chief, sottolineando il rimando a dei valori forse troppo stereotipati della famiglia e della madre. Probabilmente, i media hanno puntato i riflettori su queste tematiche approfittando delle affermazioni dei repubblicani pro-life in merito all’aborto, cui Romney è assolutamente contrario tanto da affermare di voler riportare alla giurisdizione dei singoli Stati la sentenza della Corte Suprema Roe v. Wade. Certamente queste non sono le tematiche principali della campagna elettorale ma si tratta di questioni considerevoli, che spesso vengono riportate in ballo, ma non con il peso che stanno assumendo in questa corsa alla Casa Bianca. Il diritto alla riproduzione e il diritto alla salute rappresentano una fetta fondamentale della costellazione delle social issues discusse, specialmente perché tagliare i fondi a certi enti come Planned Parenthood – che negli ultimi due anni i repubblicani hanno più volte proposto di definanziare – significa incidere sostanzialmente sul diritto alla salute delle donne più svantaggiate (soprattutto afroamericane), ma significa anche, e soprattutto, ledere i loro diritti di cittadinanza: intrecciata alle questioni di classe, ma soprattutto di razza ed etnia, la questione dei diritti riproduttivi diventa dirimente per la campagna elettorale.

Tuttavia, è difficile poter prevedere con sicurezza quanto peso reale avranno queste tematiche nel momento del voto: si tratta di una riflessione controversa anche perché non è chiaro in che modo e quali donne potranno essere concretamente influenzate da questo argomento. Indubbiamente si tratta di tematiche davvero fondamentali per la vita e la libertà di scelta delle donne, ma forse in questo contesto storico saranno altre le questioni ritenute più urgenti dall’elettorato femminile, come mostrano alcuni sondaggi. Inoltre, non può passare inosservato il fatto che anche il gap tra pro-life e pro-choice non è più così tanto chiaro, basti pensare che un recente sondaggio Gallup ha mostrato come il 47% degli americani che si definivano pro-choice nel luglio 2011 è sceso al 41% nel maggio 2012, mentre i pro-life sono in salita al 50%. Tuttavia moltissime donne, anche repubblicane, sono rimaste indignate a causa delle spaventose affermazioni di Todd Akin, candidato al Senato per lo Stato del Missouri, quando, dichiarandosi assolutamente anti-choice, aveva affermato l’inutilità di una possibile discussione sull’aborto in caso di stupro perché il corpo della donna è capace di rigettare una gravidanza in caso di legitimate rape (nonostante i dati diffusi dalla National Abortion Foundation evidenzino come gli aborti giustificati con la violenza sessuale siano solo l’1% del totale).

7311792806_63f8320f82Rivolgendo ora l’attenzione ai movimenti dal basso, alle associazioni di donne, e infine anche alla stampa, è facile notare quanto queste tematiche emergano in modi molto diversi e quanto profonda sia la differenza tra i networks delle donne democratiche e repubblicane. I numerosi movimenti a sostegno di Barack Obama, come già detto, insistono principalmente sui temi riproduttivi: è molto interessante il gruppo Feminists for Obama, in cui le issues principali riguardano salute, controllo delle nascite, ma anche violenza contro le donne, diritti LGBTQ (Lesbian, Gay, Bisexual, Transgender, Queer) e solo alla fine la battaglia per equal pay for equal work. Ellie Smeal, presidente della Feminist Majority Foundation, di orientamento democratico, ha una mobilitazione notevole sul web e in una sua rubrica sottolinea il protagonismo, durante la DNC, delle donne e di molte women’s issues portate all’attenzione della convention. Certamente il contrasto con l’assemblea di Tampa è evidente, ma i siti e le organizzazioni femminili a sostegno di Obama, seppur numerosi, non sottolineano le profonde disparità tra le donne stesse: sono completamente assenti le doverose ma necessarie distinzioni tra donne bianche, afroamericane e latine in materia di lavoro, ricchezza, educazione, accesso alla sanità, standard di vita. Nel campo dei diritti civili e soprattutto sociali, le disuguaglianze tra le donne sono significative: le donne afroamericane e latine sono state e sono tuttora colpite molto più profondamente dalla crisi economica rispetto alle donne bianche, perché molto spesso hanno impieghi unskilled, sono meno istruite e hanno meno possibilità, nonostante spesso siano proprio loro le breadwinners della famiglia. Non a caso, nel passato, le donne afroamericane sono state spesso appellate come welfare queens, donne che vivono solamente grazie ai sostegni statali e ritenute poco interessate alla ricerca di un lavoro o di un impiego migliore: eppure, nel 2009 il 28% delle donne nere e il 27% delle donne ispaniche aveva un reddito al di sotto della soglia della povertà, contro l’11% delle donne bianche. Anche in materia di salute le statistiche riguardanti le donne afroamericane, e anche latine, sono veramente allarmanti se si confrontano con quelle delle donne bianche: sono proprio le prime due categorie, infatti, a scegliere l’aborto in proporzione maggiore, perché c’è un gap nelle possibilità di accesso alla contraccezione, insieme alla povertà e al fatto di avere meno risorse per mantenere un eventuale figlio. Spesso, i centri con fondi pubblici sono l’unica struttura sanitaria con cui le donne più svantaggiate entrano in contatto durante la loro vita, perciò non è esagerato affermare che per queste donne l’esistenza e la sovvenzione economica di queste fondazioni sia più che un diritto sociale. Ma, probabilmente per dinamiche e fini elettorali, queste riflessioni non emergono chiaramente nemmeno nelle lotte delle donne democratiche, che preferiscono rivolgersi alle donne come a un soggetto indifferenziato.

Spostando l’attenzione sull’altra tematica principale della campagna elettorale in merito alle gender politics, si può sicuramente dire che il lavoro rappresenta il secondo aspetto per importanza nel sostegno femminile a Obama. Le donne repubblicane, invece, lo collocano al primo posto nel supportare le istanze di Romney, ma in modo nettamente diverso. Certamente il lavoro non poteva non essere un tema all’ordine del giorno vista la crisi economica del 2008, il cui peso, stando alle statistiche, ha colpito più gli uomini che le donne, le quali però subiscono la già precedente discriminazione salariale, di cui a Charlotte ha parlato Lilly Ledbetter. È al suo impegno che si deve il Lilly Ledbetter Fair Pay Act del 2009, prima legge firmata da Barack Obama, per combattere il gender wage gap. A parità di lavoro, infatti, se un uomo guadagna 1 dollaro, una donna bianca 77 centesimi, una afroamericana 61 e una latinoamericana 52, stando ai dati del Women of Color Policy Network pubblicati ad aprile 2011. Anche Michelle Obama ha evidenziato in un passaggio del suo discorso il tema del lavoro delle donne, e sia lei che Ledbetter hanno citato il glass ceiling, il soffitto di cristallo della disparità che le donne si stanno impegnando a rompere negli Stati Uniti. A tal proposito è rilevante citare una riflessione diffusasi negli ultimi mesi sulla stampa americana, in merito al rapporto tra donne e crisi economica, centrata sul ruolo e il peso cruciale delle donne single in questa elezione: nel 2008, il 70% aveva votato per Obama, contro il 47% delle donne sposate (aveva invece scelto McCain il 29% delle single e il 50% delle sposate). Secondo i prospetti del New York Times per le elezioni di novembre, tratti dal Bureau of Labor Statistics, qualcosa è cambiato: le previsioni per il partito repubblicano sono pressoché invariate, mentre per Obama si registra un calo di circa 8 punti percentuali sia tra le single che tra le sposate. Le motivazioni sono legate proprio alla crisi economica, che ha colpito molto più pesantemente le donne sole rispetto alle sposate: se, in media, a partire dal 2006 le donne hanno perso il 3,6% di reddito medio annuo, le donne single ne hanno perso il 4,9% (e le sposate il 2%). Tuttavia non ci sono stati alcuni riferimenti specifici da parte dei partiti alle donne single, spesso con figli a carico, che hanno comportamenti e necessità diverse dalle donne coniugate.

nfrwlogoIl target dei repubblicani e delle donne repubblicane – su cui è necessario soffermarsi un po’ più a lungo – è invece sensibilmente diverso. Basta prendere in esame il programma della National Federation of Republican Women (di cui l’89% si considera conservatrice e solo il 6% moderata), che ad agosto ha pubblicato un manifesto delle motivazioni per il sostegno a Romney e al GOP. È un documento interessante perché in esso le tradizionali issues femminili non compaiono: al primo posto si trova l’attenzione da riservare a economia e politica estera, ma anche la necessità di riappropriarsi del ruolo internazionale di leader mondiale detenuto tradizionalmente dagli Stati Uniti – ruolo che Obama avrebbe sempre più infiacchito – insieme alla necessità di accrescere il personale militare e combattere la disoccupazione. Prese di posizione su aborto e controllo delle nascite sono completamente assenti e nemmeno lontanamente accennate. Tra gli obiettivi c’è sicuramente l’impegno per porre sempre più donne in posizioni di leadership, ma le social issues non sono assolutamente menzionate – a eccezione della volontà di abrogare Obamacare – e quest’assenza era chiara anche durante la convention di Tampa, nonostante il gran numero di donne sul podio, i cui discorsi però non cercavano di catturare una platea femminile. D’altro canto, il manifesto delle donne repubblicane si conclude con questa affermazione: Please, liberal women, note that birth control, abortion, “free” healthcare and more entitlements do not show up in our survey results. Republican women have bigger issues on their mind”. Anche quando si parla di un tema come la disoccupazione, non si fa riferimento alla disoccupazione femminile ma alla disoccupazione che colpisce tutti gli americani, e la battaglia per equal pay for equal work a proposito del gap salariale non sembra condizionare le donne repubblicane. Sull’Huffington Post, nei primi giorni di settembre, fu pubblicata una provocazione, in cui si chiedeva: “Can a Feminist vote for Romney?” e la risposta era sì, ma solo presupponendo una sottomissione delle gender politics in favore di problemi considerati più urgenti per gli Stati Uniti in questo momento storico.

Si può dunque dire che in questa campagna elettorale le donne democratiche e repubblicane non si affrontano su tematiche comuni perché perseguono due linee completamente diverse, non c’è una comunanza di questioni su cui proporre alternative. Ultimamente le donne sembrano molto divise e non costituiscono dunque un gruppo omogeneo a cui rivolgersi, anche perché le donne e le gender politics vengono tirate in ballo dai due partiti in modi, contesti e con finalità diverse. Certamente però, se tradizionalmente il voto delle donne ha favorito il partito democratico, bisogna anche ricordare che già nel 2008 Barack Obama era stato molto attento alle questioni femminili e ad attrarne il voto, che forse l’ex first lady Hillary Clinton dava troppo per scontato. Molte associazioni e networks femminili lo avevano sostenuto fin dalle Primarie, basti pensare alla petizione New York Feminists for Peace and Barack Obama (di cui sono state  firmatarie molte docenti universitarie di rilievo, tra cui Alice Kessler-Harris e Marilyn Young), che dava tutto il suo appoggio al futuro Presidente non solo per le politiche di genere ma anche per promuovere un’America non più guerrafondaia e interventista. Inoltre, in questi quattro anni di Presidenza, sono state prese alcune importanti decisioni che riguardano da vicino le donne, e che Obama stesso ha definito personal issues. Oltre al già citato Lilly Ledbetter Fair Pay Act, è stata rilevante la creazione del White House Council on Women and Girls nel marzo 2009, che lavora insieme ai dipartimenti esecutivi federali per monitorare tutte le scelte e le decisioni che hanno un impatto sulla vita delle donne, delle ragazze e delle bambine. Il Consiglio, guidato da Valerie Jarrett, si consulta periodicamente con il Presidente sugli effetti delle normative e delle proposte politiche che hanno un’influenza diretta sulle donne. Nel marzo 2011 il Consiglio ha pubblicato Women in America, indicators of social and economic well-being, un report dettagliatissimo e consultabile gratuitamente on-line che analizza cinque aspetti della vita delle donne americane: famiglia e reddito, istruzione, lavoro, salute e crimini (commessi e subiti). È in questo documento che si mette in evidenza come nel 2009 il 21% delle donne nere e il 38% delle donne ispaniche avesse maggiori probabilità di non essere protetto da un’assicurazione sanitaria, rispetto al 14% delle donne bianche; basti pensare che la mancanza di una fonte abituale di assistenza sanitaria è maggiore per le donne ispaniche (24%) e afroamericane (16%) mentre per le bianche è del 12% (in un’età compresa tra i 18 e i 64 anni).

In conclusione, quale sia il preciso bacino di influenza tra le donne americane per democratici e repubblicani è una questione abbastanza controversa, visto che è difficile dire quali siano in questo contesto storico-economico le questioni ritenute più urgenti dall’elettorato americano. Tuttavia, il GOP non dà ancora per persa la possibilità di influenzare le donne, visto che secondo le statistiche il 43% di loro voterà repubblicano, ma facendo leva su argomenti nettamente diversi da quelli delle donne democratiche, visto che gli appelli rivolti in modo specifico alle donne sono molto limitati. La questione non è chiara e prevedibile anche perché in tematiche così delicate e personali come le social issues i confini tra donne repubblicane e democratiche sono sicuramente labili e non riducibili a un’opposizione in blocchi. Forse, da parte repubblicana, non aver ripreso le fila di questi discorsi a Tampa dopo la notevole attenzione mediatica su alcune affermazioni anti-choice di Romney e di Ryan può favorire di molto i democratici, che hanno fatto ripetutamente leva su questi aspetti, anche solo retoricamente. Certamente alcune donne repubblicane più moderate si sono fatte sentire all’indomani delle dichiarazioni di Akin, ma proporre una riflessione pubblica su queste tematiche potrebbe causare qualche contrasto interno al partito, specialmente se si considerano alcune posizioni, per esempio di Ryan, in merito ad aborto e contraccezione: ma questo silenzio quasi assoluto delle donne repubblicane in merito è un aspetto piuttosto critico. Quello che è sicuro è che il peso dell’elettorato femminile – con tutte le necessarie e doverose sfaccettature date da razza/etnia e classe – non può e non deve essere considerato una questione interstiziale, perché ha contribuito e contribuirà in maniera decisiva a scegliere il futuro delle donne americane, ma anche dell’America tutta.

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