Tra egemonia e impero: Gli Stati Uniti e le sfide della globalizzazione, di Marianna Bettini, Giuseppe Paparella

Durante la seconda età dorata (1980–2001), nel mondo accademico e politico americano si è delineato un dibattito sulla questione della sostenibilità della cosiddetta “egemonia americana”. Tale dibattito ha visto, da un lato, i declinisti affermare che il primato economico, politico e militare degli Stati Uniti era in crisi. Dall’altro, coloro che sostenevano le tesi antidecliniste ritenevano che la supremazia del Paese sulla scena globale non potesse essere messa in discussione da nessun altro attore del sistema internazionale.

Il consolidamento dell’egemonia

NASDAQ_studiountitled-11HollywoodSignTra il 1980 e il 2001 gli Stati Uniti hanno raggiunto il picco della loro potenza da una molteplicità di punti di vista: economico, militare e ideologico. In particolare, a partire dai primi anni Novanta, il mercato interno statunitense, grazie alle sue ingenti importazioni, è riuscito a fungere da volano per la crescita europea e cinese. A ciò va aggiunto che in questa fase sono oramai venuti meno i nemici ideologici e strategici della Guerra fredda: nel 1978, con le riforme promosse da Deng Xiaoping, la Cina ha aderito al sistema capitalistico internazionale, mentre, a partire dalla caduta del muro di Berlino, si è assistito allo sgretolamento del sistema sovietico.
La presunta assenza di uno o più competitor sulla scena internazionale, che impedivano il processo di rebalancing, indusse i neoconservatori ad annunciare il cosiddetto “unipolar moment” (Krauthammer e Wohlforth in particolare). I liberali parlarono invece degli Stati Uniti come la “indispensable nation”, nozione che esprimeva la consapevolezza della preminenza americana nel contesto strategico ed economico globale.

Per spiegare l’assenza di rebalancing, e il contestuale consolidamento della posizione egemonica statunitense, il Prof. Romero identifica quattro cause strutturali. In primo luogo, l’equilibrio derivante dalla presenza degli arsenali nucleari. Infatti, come emerge dal celebre dibattito tra Waltz e Sagan sulle armi nucleari quali garanzia per la pace mondiale, la preponderanza militare americana in tale ambito avrebbe cambiato qualitativamente i meccanismi e le regole della competizione di potenza. In secondo luogo, bisogna prendere in considerazione congiuntamente due ulteriori elementi: l’interdipendenza economica e il fattore culturale. Il loro effetto combinato ha svolto, infatti, un ruolo inibitore per le ideologie nazionali dopo la fine della Guerra fredda: ogni Stato-nazione ha sfruttato la crescita economica statunitense e i processi di globalizzazione a essa connessi per garantirsi una fetta della prosperità collettiva. Infine, bisogna considerare che il predominio strategico americano è stato percepito come benigno e non minaccioso anche da altre potenze come Cina e Russia.

A questo quadro teorico si aggiungono alcuni dati significativi. Robert Singh e Josef Joffe hanno affermato che, nonostante gli imponenti tagli alle spese militari avvenuti negli ultimi anni, gli Stati Uniti conservano un notevole margine di potenza relativa rispetto al resto del mondo. Inoltre continuano a mantenere una superiorità imbattibile nelle capacità militari di tipo convenzionale, per le quali nel solo 2011 sono stati spesi ben 740 miliardi di dollari. È importante altresì sottolineare che gli Stati Uniti sostengono, in alcuni casi guidandoli, diffusi network di alleanze e partnership globali: pertanto, su 192 stati a livello mondiale, solamente 5 di essi possono essere catalogati come antagonisti, ovvero Cina, Iran, Venezuela, Corea del Nord e Cuba.

Inoltre, nonostante la crisi economica, il potere economico americano rimane inarrivabile, raggiungendo il valore di circa 14,3 trilioni di dollari (tra il 20 e il 30% del PIL mondiale), mentre il suo PIL pro-capite è il più alto al mondo (circa 47.000 dollari). La potenza economica e finanziaria raggiunta nella seconda “età dorata” è testimoniata anche dal ruolo del dollaro, che continua a svolgere la funzione di moneta di riserva: infatti, essa garantisce la crescita della Cina e l’apertura del mercato interno americano alle esportazioni cinesi.

Infine, non può essere assolutamente sottovalutato il potere ideologico rappresentato dal modello culturale americano, che secondo Joffe è insito soprattutto nel lavoro e nei risultati ottenuti dai centri di ricerca e dalle università americane, catalogati come due fondamentali risorse di potere. Al soft power di stampo universitario, si deve necessariamente associare il ruolo di Hollywood nel veicolare, ormai da svariati decenni, quel processo di egemonizzazione globale, in senso gramsciano, richiamato dallo stesso Romero.

Prospettive decliniste e la necessità di ripensare l’egemonia

Nonostante questi dati e riflessioni teoriche, è importante sottolineare come negli ultimi dieci anni, a partire dalla guerra in Afghanistan e in Iraq, si sia delineato per gli Stati Uniti un arretramento in termini di legittimità e autorità globale. La decisione americana di trasgredire quelle regole internazionali che gli USA avevano in larga parte contribuito a creare ha prodotto le prime crepe al suo consenso. Come ha ricordato Michael Cox, infatti, il declino non avviene quando una grande potenza perde una guerra regionale, bensì quando gli altri attori cominciano a non seguire le regole di funzionamento del sistema. Tale dinamica risulta più marcata se a venir meno alle regole è la potenza leader del sistema.

Si può quindi discutere la possibilità della diminuzione della legittimità americana a livello globale, prendendo in considerazione la tesi proposta nel 2000 da Ikenberry in After Victory. In tale volume, l’autore sosteneva che dopo la Seconda guerra mondiale si fosse realizzato un ordine creato a immagine e somiglianza degli Stati Uniti. La fine di tale ordine non sarebbe coincisa con quella della Guerra fredda, poiché esso era portatore di valori che avrebbero potuto espandersi indipendentemente da chi fosse il principale competitor degli Stati Uniti.

Per tale ragione, risulta interessante concentrarsi sul dibattito circa la legittimità attuale degli Stati Uniti, anche nell’ottica di quelle che sono state le varie posizioni assunte in materia di politica estera dall’amministrazione neoconservatrice di George W. Bush. In tale fase, si delineano numerose controversie nel Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, nell’ambito di discussioni interne della NATO, nella posizione assunta dai diversi paesi europei, che hanno prodotto effetti importanti anche sul Vecchio Continente. Un’altra interpretazione dell’approccio declinista ruota attorno al concetto di imperial overstretching, proposto da Gilpin in senso generale, e poi applicato da Paul Kennedy agli Stati Uniti. Con tale concetto ci si è interrogati sulla possibilità e capacità di un impero di riuscire a rispondere in modo effettivo alle sfide che si presentano e che mettono in discussione la sua tenuta.

Inoltre, focalizzandosi sulla crisi economica e riprendendo l’immagine di Obama come il “capitano di una nave che sta affondando” disegnata da Quinn, si possono ritrovare le concettualizzazioni proprie dell’ottica declinista. Infine, è importante descrivere la differenza fra multilateralismo e multipolarità: se da un lato lascia intravedere l’emergere di nuovi stati, e in tal senso i BRICS ne sono la massima espressione, quasi certamente questi stessi non costituiscono nuove sfide dal punto di vista della sicurezza. Sono piuttosto competitor globali in ambito economico, o per la definizione di nuove pratiche giuridiche e l’acquisizione di legittimità internazionale.

Pertanto, il dibattito declinista negli Stati Uniti ruota attorno a due posizioni relative alla cosiddetta “grande strategia” che dovrebbe essere perseguita. Da una parte c’è la cosiddetta strategia realista, enucleata da Cristopher Layne nel 1997 e ripresa poi da Stephen Walt negli anni 2000. Secondo tale scuola di pensiero, l’emergere dei BRICS e il declino dell’influenza e del PIL americano hanno determinato la fine del momento unipolare: di conseguenza, gli Stati Uniti dovrebbero “addomesticare” il proprio potere all’estero e, quindi, ricondurre la loro grande strategia nel cosiddetto off-shore balancing per concentrarsi sui problemi di natura interna.

Per contro, nel Liberal Leviathan Ikenberry afferma che non stiamo assistendo al declino imperiale statunitense, bensì alla messa in discussione del suo ordine egemonico. Ciò che preoccupa, quindi, è la crisi di autorità a livello internazionale che dovrebbe spingere gli Stati Uniti a ricostruire i fondamenti istituzionali e a ristabilire la propria legittimità globale, attraverso alleanze, partnership, istituzioni multilaterali, relazioni speciali.

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