Le fabbriche del sogno americano: Le convenzioni nazionali di partito e la messa in scena della retorica nazionale

american-dream-is-overCon le convention repubblicana e democratica, la corsa alla Casa bianca è entrata nel vivo. Dopo aver seguito le primarie repubblicane, siamo pronti a seguire e commentare i principali eventi e temi di una campagna elettorale che si profila non solo incerta e combattuta, ma anche assolutamente importante per comprendere le future dinamiche politiche, economiche e culturali, non soltanto degli Stati Uniti: crisi economica, debito pubblico e tassazione, lavoro e nuove politiche di welfare, diritti civili e migrazione, e politica estera – specie dopo il brutale attentato all’Ambasciata statunitense in Libia – sono questioni al centro della sfida tra Obama e Romney, come pure del nostro dibattito pubblico. Come di consueto, useremo la storia per comprendere continuità e discontinuità di una politica, come quella statunitense, nella quale spesso l’Europa e l’Italia si sono specchiate. Iniziamo con un articolo di Cristina Bon che analizza quanto successo a Tampa e Charlotte, ricostruendo il ruolo delle convention di partito nel sistema politico americano. Buona lettura!

 

Quattro anni fa, camminando verso pulpito del Pepsi Center di Denver per pronunciare il suo primo acceptance speech, Barack Obama incarnava nell’immaginario collettivo l’erede ideale di Abraham Lincoln. Sia durante la campagna presidenziale, sia all’indomani del successo elettorale che ne decretò l’ascesa al vertice esecutivo, fu lo stesso Obama ad alimentare questo parallelismo, affermando  esplicitamente di aver trovato diretta ispirazione nella figura, nell’oratoria e nell’azione politica di Lincoln. Era chiaramente quello il simbolo storico cui il giovane avvocato e senatore dell’Illinois aveva deciso di ispirarsi. In un momento in cui i temi caldi erano rappresentati non solo dalla crisi economica, ma anche dall’urgenza di risolvere le situazioni militari e strategiche in Iraq e Afghanistan, in un momento in cui l’amministrazione Bush veniva schiacciata dal peso delle accuse interne e internazionali per la violazione dei diritti umani e civili nella lotta al terrorismo e in cui il Parlamento statunitense riassumeva pericolosamente i connotati di una “house divided against itself” 1, Obama decise di puntare alto e legare analogicamente se stesso e il proprio messaggio di speranza (Yes We Can) a uno dei più importanti e carismatici presidenti della storia americana. Un invito a nozze per i media, che non persero l’occasione di sfruttare tutte le molteplici sfumature dell’analogia. Oggi, come è stato ormai notato da alcuni fra i principali organi di stampa americani, quella speranza sembra essersi un po’ appannata. Nel suo secondo acceptance speech di pochi giorni fa, di fronte ai delegati di partito convenuti a Charlotte (N.C.) – nonché ai ventimila cittadini accorsi per dare il proprio supporto all’incumbent president – Barack Obama ha chiaramente chiesto tempo per risollevare il mercato del lavoro, duplicare le esportazioni e ridurre il deficit pubblico.

Per il presidente in carica molto rimane ancora da fare sul piano energetico e sul sistema educativo ed è quindi tempo di rimettere nel cassetto Abraham Lincoln per richiamare in causa Franklin Delano Roosevelt: “I will require common effort, shared responsibility, and the kind of bold, persistent experimentation that Franklin Roosevelt pursued during the only crisis worse than this one”. Uno slittamento simbolico di non poco conto, insomma, e sicuramente di più difficile gestione rispetto al precedente: perché se è senz’altro vero che Roosevelt è ricordato oggi per aver traghettato gli Stati Uniti fuori della rovinosa crisi economico-finanziaria dell’inizio degli anni Trenta attraverso una coraggiosa riforma del mercato del lavoro e nel sistema assistenziale, bisogna ricordare che i traguardi inizialmente raggiunti – e comunque non paragonabili a quelli ottenuti da Obama nel suo primo quadriennio – vennero poi pesantemente controbilanciati da un secondo mandato giocato sulla difensiva, alla luce di un Congresso dominato per la prima volta da una componente conservatrice bipartisan. Ed è proprio un irrigidimento delle posizioni interne alla House of Representatives (oggi a maggioranza repubblicana) che Obama si trova ora ad affrontare dopo i molteplici tentativi di coesione politica reiterati dalla Presidenza negli ultimi anni. A differenza del suo predecessore, inoltre, e per quanto si sforzi di sottolineare il rientro delle truppe in Iraq e l’uccisione di Osama Bin Laden, per ora il presidente in carica non può nemmeno vantare grossi risultati in campo internazionale: negli ultimi due anni, infatti, accanto al problema del controllo del terrorismo in Afghanistan, si sono uniti i fallimenti diplomatici in Iran e Siria, mentre anche la linea attendista scelta di fronte ai movimenti rivoluzionari arabi in Egitto e Libia è risultata ben poco chiara e incisiva.

Prima ancora che Obama potesse pronunciare il proprio acceptance speech, la linea perseguita dall’amministrazione democratica in campo politico-internazionale era già stata al centro del mirino dell’ultima convention nazionale repubblicana, che ha ufficializzato la candidatura di Mitt Romney e Paul Ryan alle elezioni presidenziali. Tuttavia, al di là di qualche reciproco attacco polemico e delle generiche dichiarazioni di intenti dei candidati, le due settimane dedicate rispettivamente alle convention repubblicana e democratica non hanno visto emergere programmi particolarmente dettagliati o soluzioni innovative per garantire l’abbattimento del tasso di disoccupazione o il superamento della flessione dei consumi seguita alla crisi economica. Ma, come ha fatto velatamente intuire lo stesso Obama nei primi passaggi del proprio discorso, oggi i veri protagonisti delle tradizionali convention di partito non sono certo i programmi presidenziali.

In sé, una convention di partito rappresenta certamente il momento istituzionale più solenne e importante della campagna presidenziale, in cui il vincitore delle primarie viene investito candidato ufficiale. Fin dal momento in cui comparvero per la prima volta, nel 1832, le national convention hanno sempre rivestito tre funzioni principali: decisionale, programmatica e propagandistica. Nel tempo queste tre funzioni si sono consolidate ed è incredibile rilevare come, al di là delle innovazioni tecnologiche e mediatiche che ne hanno ovviamente esasperato la spettacolarità, si siano mantenute sostanzialmente intatte. Tuttavia, a partire dagli anni Trenta del Novecento, ovvero dalla candidatura di Franklin Delano Roosevelt, la componente di propaganda e promozione della figura del candidato sembra avere progressivamente messo in secondo piano il ruolo della convenzione come momento di costruzione del programma partitico. La convenzione diventa piuttosto il momento in cui il partito, almeno per qualche mese, si ricompatta attorno alla figura del candidato alla presidenza, trasformandosi così in un vero e proprio partito del presidente. Da un punto di vista storico, questa particolare funzione della convenzione, come luogo di formazione di una coalizione presidenziale, ha assunto una visibilità ed un’importanza maggiori proprio a partire dalla prima candidatura di FDR alla casa Bianca, quando la convention repubblicana del 1932 divenne teatro di una nuova consuetudine: l’”incoronazione” diretta del candidato alla presidenza nella convenzione e il relativo discorso di accettazione di fronte ai delegati.

SONY DSCDSC03489Non può dunque stupire se, come accaduto anche nel corso delle due ultime ricorrenze, all’interno delle convenzioni i programmi politici cedano il passo a una narrativa biografica e, per certi aspetti, apologetica. Il discorso di Mitt Romney ne è l’esempio perfetto. Nella scomoda posizione di un candidato chiamato a presentare un programma presidenziale capace di ricondurre a unità le fratture interne al GOP e gestirne le componenti più radicali, il 27 agosto Romney è arrivato in Florida con l’obiettivo primario di raccontare la propria storia. Una storia personale mai troppo esibita nel corso delle primarie e sapientemente conservata anche di fronte alle notizie più scomode diffuse dai media a stelle e strisce negli ultimi mesi, come le ombre gettate sull’attività svolta in qualità di presidente e CEO di Bain Capital – la società di consulenza in private equity fondata da Romney assieme a un gruppo di soci nel 1984 e di cui ora è partner in pensione 2. Del resto, come E. J. Dionne sottolineava due settimane fa dalle pagine del Washington Post: “Romney […] will not emerge successfully form Tampa unless he can convince voters that what they are seeing is a real person and not an image cleverly crafted for the sole purpose of getting 270 electoral votes” 3.

In un’era in cui “party conclaves do not draw the audiences they once did” 4 (le conclave di partito non attirano più il pubblico che attiravano una volta), il racconto autobiografico non ha dunque rappresentato per Romney solo una mossa mediatica tesa a guadagnare ascolti, ma è stato un requisito imprescindibile per dimostrare ai delegati e agli elettori repubblicani di non essere solo un imprenditore abituato a cercare il compromesso più vantaggioso. A ben guardare, però, la retorica autobiografica non è stata utilizzata solo da Romney, ma è stata più o meno cavalcata da tutti gli speakers intervenuti al Tampa Bay Times Forum; in particolare dalla giovane promessa del panorama repubblicano, nonché senatore dello stato del Florida, Marco Rubio, che ha ricordato le origini cubane della propria famiglia e le grandi opportunità ancora presenti e vive sul suolo americano. Opportunità che, come ha sottolineato invece il presidente in carica al termine della convention democratica, non equivalgono sempre alla concreta disponibilità di posti di lavoro o di un sistema economico in piena salute, ma all’assoluta certezza che chiunque negli Stati Uniti “gioca secondo le stesse regole, da Main Street a Wall Street a Washington DC” e ha, per questo motivo, possibilità di riuscita e successo direttamente proporzionali al proprio impegno. Ed è proprio in questo che, del resto, si sostanzia l’“American Dream”: un concetto per nulla recente, ma che affonda le proprie radici nelle origini della storia nazionale statunitense, e che ha iniziato a diffondersi quasi due secoli fa, negli anni Trenta dell’Ottocento, con l’emergere di un moderno sistema partitico nazionale americano, il cosiddetto second party system. Fu infatti la candidatura alla presidenza del primo vero self-made man statunitense, il generale Andrew Jackson, a fornire gli elementi fondamentali di quella retorica autobiografica che è ancora oggi una componente imprescindibile e trasversale sia degli interventi degli speakers presso le national convention, sia degli acceptance speech dei candidati alla presidenza. Ed è però proprio in questa straordinaria retorica che si percepisce un senso di unità nazionale capace di trascendere i confini della contesa politica per ricompattare la nazione di fronte alle sfide del secondo millennio.

Note:

  1. Questa espressione fa parte del famoso discorso tenuto da Lincoln a Springfield (Illinois) nel giugno 1858, in occasione della convention repubblicana che lo aveva nominato candidato al seggio senatoriale federale. In quella circostanza Lincoln affrontò direttamente la questione della schiavitù nei territori, che da almeno dieci anni divideva profondamente i rappresentanti degli stati del Nord e del Sud in Congresso ed era arrivata al punto di scatenare un conflitto civile nei territori del Kansas. Nel discorso del 1858 Lincoln decise quindi di spostare l’attenzione dalla questione in sé al problema più alto dell’unità nazionale: “A house divided against itself cannot stand. I believe this government cannot endure, permanently, half slave and half free”. (“Una casa divisa contro se stessa non può stare in piedi. Credo che questo governo non possa resistere, costantemente, per metà in schiavitù e per l’altra libero”).
  2. Già nel corso delle primarie repubblicane l’attività che Romney avrebbe continuato a svolgere fra il 1999 e il 2002 in Bain Capital, una società le cui manovre di acquisizione e smembramento delle imprese in difficoltà, ha fortemente penalizzato la figura dell’ex governatore del Massachusetts quale candidato alla presidenza. A questo si aggiunge sia la presenza di capitali all’estero – Svizzera, Bermuda e Cayman Islands – e, più recentemente le indagini che, a pochi giorni dalla chiusura della Convention di Tampa, il procuratore generale di New York ha avviato su alcune fra le più importanti società di private equity, fra cui Bain Capital, per presunti abusi di norme per la riduzione dei pagamenti di imposte.
  3. E. J. Dionne, Can Romney show he’s more than a politician?, in «The Washington Post», August 27th 2012.
  4. Ibid.

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