La politica non è noccioline: Politica ed economia nella prima età dorata, di Luca Menconi, Fabrizio Ribelli, Bruno Settis

Rivoluzione democratica ed economica più volte si sono toccate fino a sovrapporsi e a diventare due facce della stessa medaglia. L’analisi dell’interrelazione tra il piano politico e quello economico della prima età dorata coglie, in primo luogo, la risposta della politica alla rivoluzione economica che c’è stata sul finire dell’Ottocento, una rivoluzione le cui radici affondano negli anni precedenti la Guerra civile. In secondo luogo, paragonando la prima e la seconda età dorata, si evidenzia come le due siano accomunate da estreme diseguaglianze economiche e sociali, capitalismo sregolato e strapotere del denaro organizzato, il tutto influenzato dalla diffusione del darwinismo sociale.

La prima Gilded Age fu un’età di apparente splendore fondato su una significativa prosperità diffusa, in seno alla quale si svilupparono le potenzialità produttive e i contrasti sociali che sarebbero cresciuti nel periodo successivo, trasformando gli Stati Uniti in una potenza industriale mondiale e alimentando un clima di sostanziale fiducia nella pratica democratica, dimostrata dai picchi di partecipazione al voto di quegli anni. Tale partecipazione non era però ancora un fenomeno onnicomprensivo dell’intero spettro sociale: si trattava di una partecipazione bianca e maschile. Finley Peter Dunne lascia così descrivere a Mr. Dooley la politica del tempo: «La politica non è noccioline. È un gioco da uomini; e le donne, i bambini e i proibizionisti farebbero bene a starne fuori».

Coerentemente con la definizione di Twain e Warner, la Gilded Age era vista, già da coloro che la vivevano, come un’età scintillante, ma che celava elementi di forte contraddizione e troppo complicati per essere interpretati in quel momento. Questi elementi, con il senno di poi, sono molto più chiari oggi di quanto non lo fossero allora. Riassumendo, potremmo elencarli così: uno spirito acquisitivo selvaggio, la corruzione diffusa, lo strapotere del denaro organizzato e un atteggiamento accondiscendente rispetto a questi fenomeni da parte della classe politica, denominata con accezione negativa “politicos” (politicanti), che fu dominante fino all’età progressista. Successivamente, la storiografia, la letteratura pubblicistica e giornalistica identificarono l’intero periodo con la definizione di  Gilded Age, età dorata, patinata d’oro.

Da un punto di vista economico e politico, si vede come sia mutata la realtà degli Stati Uniti nel corso di quel periodo. Con la rivoluzione del mercato e l’affermazione di un mercato nazionale, si instaurò una sostanziale coesistenza, seppur conflittuale, fra due tipi di capitalismo: da un lato quello dei piccoli produttori e dall’altro il grande capitale, che necessariamente dovettero coabitare, seppur nella costante contrapposizione pratica e soprattutto ideologica, tra un repubblicanesimo fondato sull’idea del self-made man, con il singolo individuo che voleva immediatamente acquisire e godere dei frutti del proprio lavoro, e uno con protagonista il grande capitale, che si fondava sulla logica del profitto, dell’accumulazione della ricchezza, della forte e netta distinzione dalla classe operaia. Si andava costituendo in questo modo una profonda frattura fra capitale e lavoro. Frattura, questa, che in quegli anni la classe operaia vedeva come temporanea, nella prospettiva che nel futuro questa condizione sarebbe cambiata.

Una definizione così precisa della situazione economica ebbe il suo contraltare in una realtà politica in forte mutamento. I due grandi partiti, apparentemente divisi da un punto di vista ideologico, si ritrovarono poi, considerato il bacino elettorale, a darsi battaglia nello stesso campo politico e nelle stesse classi sociali. Si venne quindi delineando un Partito democratico determinato a difendere gli interessi dei piccoli proprietari e un Partito repubblicano orientato a difendere gli interessi del grande capitale. Dopo la guerra civile, il partito repubblicano rappresentava geograficamente il Nord, il Midwest e la California con un’impronta hamiltoniana attraverso una combinazione tra protezionismo, politica monetaria restrittiva e utilizzo delle strutture governative a tutti i livelli per promuovere il grande capitale. Il progetto economico improntato al laissez-faire fu alla base della critica dei democratici. Il Partito democratico, di stampo jeffersoniano, era invece saldamente radicato nel Sud e mirava soprattutto a promuovere interessi locali e regionali dei piccoli produttori. Al contrario dei repubblicani, i democratici si affermarono soprattutto nei governi statali e locali. Nonostante questa distinzione politica e ideologica, i due partiti puntavano a conquistare un elettorato trasversale alle classi, seppur geograficamente differenziato. La contrapposizione fu dunque su principi ideali da un lato e su politiche concrete messe in campo dall’altro.

“The Bosses of the Senate”. La vignetta, pubblicata nel 1889 da Puck, rappresenta gli interessi corporativi come enormi sacchi di denaro che sovrastano i senatori.

“The Bosses of the Senate”. La vignetta, pubblicata nel 1889 da Puck, rappresenta gli interessi corporativi come enormi sacchi di denaro che sovrastano i senatori.

Tali politiche possono essere raccolte in tre tipologie: distributive, regolamentative e redistributive. Le prime furono incentrate sulla logica del patronage e del clientelismo, con la distribuzione a pioggia delle risorse e il ricorso alla tecnica dello spoils system a tutti i livelli di governo, da quello municipale e locale a quello nazionale. Le seconde, invece, si concentrarono a livello locale e statale, con due eccezioni di stampo nazionale rappresentate dall’Interstate Commerce Act del 1887 e dallo Sherman Act del 1890, che furono però piuttosto deboli e poco efficaci. Le terze, le politiche redistributive della Gilded Age, presero avvio a livello locale per poi svilupparsi in età progressista con le riforme fiscali a livello nazionale. A queste tre tipologie è possibile aggiungerne una quarta, che ebbe uno sviluppo maggiore a livello nazionale negli anni seguenti, contraddistinta dalla riforma degli strumenti di governo e dal rafforzamento dell’amministrazione pubblica per gestire in modo più diretto e incisivo le conseguenze della grande rivoluzione economica di fine Ottocento. Si tratta chiaramente di politiche profondamente diverse da quelle distributive richiamate in precedenza, perché miravano a contrapporsi in maniera più diretta e forte al capitalismo dilagante ed esplosivo maturato nella Gilded Age. La fine della guerra civile aprì dunque una nuova epoca nella quale, come sostiene LaFeber in The American Search for Opportunity, prese avvio un’intera opera di ricostruzione e adeguamento alla rivoluzione industriale.

“No molly-coddling here”. La vignetta, pubblicata nel 1905 dal New York Globe, rappresenta il presidente T. Roosevelt che brandisce una clava contro i trust.

“No molly-coddling here”. La vignetta, pubblicata nel 1905 dal New York Globe, rappresenta il presidente T. Roosevelt che brandisce una clava contro i trust.

A questo punto la retorica repubblicana del self-made man entrò in crisi, una crisi alimentata anche dall’endemico fenomeno della corruzione che alimentò un clima favorevole per le successive politiche progressiste. Il problema della corruzione era diffuso e ampiamente denunciato dalla pubblicistica sull’argomento. Eppure, dal momento che segnò anche altre fasi della storia americana, bisogna chiedersi perché la storiografia ha ritenuto la Gilded Age un’epoca particolarmente contraddistinta dalla corruzione: è forse conseguenza dell’influenza eccessiva della pubblicistica dell’epoca? Oppure il livello di corruzione fu effettivamente superiore ad altre epoche? E ancora: come mai questa denuncia spronò una mobilitazione in senso riformatrice che fu all’origine dell’ottimismo antropologico della Progressive Era?

Queste sono le domande alle quali abbiamo tentato di rispondere ricorrendo a quel senno di poi che non abbiamo ancora a disposizione per comprendere la cosiddetta seconda età dorata. Questo vero e proprio daimon dello storico viene inevitabilmente chiamato in causa quando si propone di verificare se sia possibile stabilire una simmetria o un’analogia tra le due età di fine secolo. Il problema si pone soprattutto poiché durante la Gilded Age emersero le caratteristiche che fecero degli Stati Uniti una delle grandi potenze mondiali – e poi la grande potenza mondiale – nell’industria e nel commercio, nella politica democratica e nelle politiche che si potrebbero definire espansionistiche, imperialistiche.

Alcuni elementi permettono di individuare tracce comparative: ad esempio, con la cosiddetta Belle Époque europea, segnata da diverse concezioni del pensiero scientifico – ottimista o meno – e dall’impatto politico della Comune di Parigi. Altro elemento rilevante è quello del conflitto sociale e della pacificazione industriale: può essere opportuno ricordare che Mark Twain parlò di Gilded Age già nel 1873, prima delle grandi crisi economiche degli anni Settanta e Novanta dell’Ottocento e della grande insurrezione del 1877. Il dibattito sul tema induce anche a riflettere sul rapporto che si delineò, in modo specifico e diverso rispetto a quello europeo, tra metodi rivoluzionari, violenza politica da una parte, ed esito riformatore dall’altra, in particolare nella lotta per la diminuzione della giornata lavorativa. Nella comparazione è difficile sottrarsi ad accostamenti meccanici, a vere “traduzioni”, in obbedienza a schemi stadiali: è stato osservato che l’operaio salariato statunitense non fece il salto ideologico di volere diventare proprietario dei mezzi di produzione socializzati, o che quantomeno questa posizione rimase minoritaria rispetto a quei complessi intrecci ideologici che abbiamo riunito sotto l’appellativo di repubblicanesimo. Si potrebbe riprendere quello che Edward Palmer Thompson scrisse sulla classe operaia inglese e sul suo repubblicanesimo (emerge qui Thomas Paine come figura di congiunzione), e cioè che ci fu un repubblicanesimo che, in quanto ideologia economica dei produttori (con molte intersezioni e contiguità con quello che veniva chiamato socialismo utopistico da coloro che vi si contrapponevano come socialisti scientifici), funse da ideologia preindustriale per una società industriale.

Da questa conclusione si apre un ventaglio di storie, soggetti e categorie d’analisi dell’età dorata, che possono essere proiettate su tutto lo sviluppo della società statunitense nel Novecento. Non serve allora il senno di poi, bensì una riflessione seria e complessa sui problemi e i processi del “secolo americano” fino ad arrivare fino alla seconda età dorata, attraversando e comprendendo fratture, somiglianze, ritorni. La riflessione circa uno studio comparativo fra le due età dorate può così divenire un possibile sviluppo storiografico utile a verificare quanto di simile abbiano le due epoche, per cercare di comprendere le possibili ricadute storiche.

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