La nuova età dorata: Il capitalismo americano nella nuova economia globale, di Edoardo Andreoni, Davide Borsani, Giovanni Collot

Nel 2012 il dibattito su come definire gli anni Novanta del XX secolo, se come una seconda Gilded Age o piuttosto una Golden Age, è ancora vivo 1. Da un lato, Thomas Friedman ha recentemente pubblicato il volume That Used to Be Us 2, nel quale loda la dinamicità, ormai perduta, dell’economia americana negli anni Novanta; allo stesso modo, nel 2009, David Calleo ha apostrofato il periodo della presidenza Clinton come “remarkably successful” 3 da un punto di vista economico. Dall’altro lato, Robert Brenner ha pubblicato nel 2002 un volume dal titolo The Boom and the Bubble 4, in cui ha analizzato in chiave critica la precedente decade, denunciandone le contraddizioni. L’ex Consigliere economico di Bill Clinton, Joseph Stiglitz, ha poi titolato un suo libro Roaring Nineties 5, con un evidente e polemico richiamo agli anni precedenti la Grande crisi del 1929. Dal canto suo, l’opinione pubblica americana tende tuttora a raffigurare l’ultima decade del Novecento come una Golden Age, un’età di vero progresso e di ricchezza.

In una prospettiva macroeconomica, vi sono molti indicatori che fanno pendere l’ago della bilancia verso l’età dell’oro. Dopo la recessione del 1991, il Prodotto Interno Lordo degli Stati Uniti crebbe in media annuale del 3,85% 6 fino al 2000. Il reddito personale passò dai 18.436$ del 1992 ai 25.946$ del 2000 7. Nel medesimo periodo, il debito pubblico fu ridotto dal 63,1% del PIL al 56,5%. Il deficit federale, pari a 4,6% nel 1992, si tramutò in un surplus del 2,4% otto anni più tardi 8. La disoccupazione, che dopo la recessione si attestava al 7,5%, nel 2000 si stabilizzò al 4% 9, ovvero la metà della media dei Paesi industrializzati. E ancora, il flusso in entrata degli investimenti stranieri diretti aumentò dai 20.000 miliardi del 1992 ai 320.000 miliardi del 2000; un indicatore che può essere considerato come la  prova dell’affermazione della leadership statunitense nel settore della ricerca e dello sviluppo delle nuove tecnologie. Né fu un caso che l’indice borsistico dove erano quotate le maggiori imprese operanti nel campo delle nuove tecnologie, il Nasdaq, visse un clamoroso boom nella seconda metà degli anni Novanta, mentre, al suo fianco, il tradizionale Dow Jones continuava la sua corsa. Erano le spinte date della New Economy, ovvero un sistema economico globale “più evoluto”, avente come centro gli Stati Uniti, “che si sviluppò in risposta alla crescente globalizzazione dei mercati, stimolato principalmente dall’introduzione delle tecnologia della rete [internet…] in cui sono fondamentali i valori legati all’innovazione continua, al capitale umano, all’informazione e al tempo” 10. Contemporaneamente, a livello internazionale, gli USA sperimentarono un incremento della percentuale del proprio PIL su base globale aggregata pari al 6%: dal 24% del 1980 al 30,7% del 2000. Un balzo che invertì la percezione di un declino economico relativo rispetto alle rampanti tigri asiatiche 11.

Questo insieme di indicatori positivi va inserito in un contesto di crescita generalizzata del PIL globale, nel quale anche gli indicatori sociali mostrarono un miglioramento della situazione: la povertà valutata in termini assoluti, calcolabile in un reddito giornaliero pro capite di 1$ a parità di potere d’acquisto, decrebbe di circa il 10% negli anni Novanta 12.

Da sinistra: copertina di Newsweek, 5 luglio 1999; copertina di Time, 27 settembre 1999; copertina di BusinessWeek, 14 febbraio 2000.

Da sinistra: copertina di Newsweek, 5 luglio 1999; copertina di Time, 27 settembre 1999; copertina di BusinessWeek, 14 febbraio 2000.

Tuttavia tali dati, seppur importanti, non hanno convinto parte della comunità scientifica che ha preferito guardare oltre la lamina dorata e analizzare le distorsioni “nascoste” del sistema economico della seconda Gilded Age. È stato dunque evidenziato come la bilancia commerciale passasse da un sostanziale pareggio tra export ed import, a uno stato di deficit tra il 1992 ed il 2000: se le importazioni aumentarono del 4,2% (dal 10,7% al 14,9%) del PIL, le esportazioni rimasero pressoché costanti intorno al 10,5% 13. Nonostante il reddito personale medio fosse cresciuto, ciò avvenne in modo sperequato. Come ha affermato criticamente Duccio Basosi, “la distribuzione del reddito ha assunto negli anni Novanta caratteristiche problematiche”: se da una parte il reddito reale medio del 20% più povero degli americani tendeva a diminuire e i salari reali della classe media, il 60% della popolazione, ristagnavano, dall’altra si assisteva invece ad un aumento della ricchezza del restante 20%, quello più abbiente, che già deteneva il 50% della ricchezza nazionale 14. Perciò, per l’80% dei consumatori, secondo Francesco Saraceno, ciò fu compensato “dal ricorso all’indebitamento privato, favorito da un sistema finanziario sempre meno regolato – oltre che dalla diffusa illusione che tutti i vincoli alla crescita illimitata di alcuni settori (finanziario, immobiliare) fossero stati rimossi definitivamente. Conseguentemente la domanda aggregata (consumi e investimenti) è rimasta elevata, pur essendo alimentata da debito e non da reddito” 15. Il problema della sottoccupazione era altrettanto rilevante: anche se la disoccupazione statunitense risultava più bassa della media europea, ciò era dovuto alla diversa natura della statistica; negli USA, a differenza dell’Europa, si considerava occupato chi lavorava anche una sola ora durante la settimana 16. Infine, la diminuzione della povertà a livello mondiale riguardava sostanzialmente un solo paese: la Cina, che con i suoi seicento milioni di contadini usciti da uno stato di povertà assoluta influenzava la statistica su un piano globale 17.

Come emerge dalla breve analisi fin qui condotta, il dibattito storiografico sull’interpretazione da dare agli ultimi anni del XX secolo è tutt’altro che concluso: la stessa caratterizzazione di questo periodo come seconda Gilded Age, e l’individuazione dei suoi confini cronologici, presentano infatti aspetti problematici e ambiguità. Nonostante queste incertezze, molti storici concordano nel considerare il democratico Bill Clinton, presidente dal 1993 al 2001, come uno dei protagonisti di questo periodo ambiguo di fin de siècle. È utile quindi analizzare più da vicino la sua presidenza e le scelte economiche che hanno accompagnato, permesso e facilitato la percezione degli anni Novanta come età dell’oro, dando però vita anche agli aspetti più controversi e oscuri di tale fase, che possono essere interpretati come i presupposti della crisi economica di inizio secolo.

Ritratto di Bill Clinton.

Ritratto di Bill Clinton.

Clinton vinse le elezioni nel 1992, ponendo fine a dodici anni di amministrazioni repubblicane e conquistando, per la prima volta dai tempi di Carter, la maggioranza in entrambe le Camere del Congresso. Questa maggioranza però durò poco: alle elezioni di mid-term del 1994 i repubblicani riconquistarono la maggioranza al Congresso, inaugurando un periodo di incontri e scontri tra il ramo legislativo e quello esecutivo che si protrassero per i successivi sei anni dell’amministrazione Clinton. Per questa ragione alcuni storici, tra cui Wilentz 18, sono soliti dividere marcatamente in due parti l’amministrazione Clinton: i primi due anni, in cui il presidente avrebbe portato avanti iniziative più legate alla tradizione democratica di centro-sinistra (un esempio su tutti, l’abortita riforma sanitaria) e gli anni successivi alla svolta del 1994, in cui Clinton si sarebbe trovato a lottare con un Congresso ostile e quindi fu costretto a spostarsi verso politiche più centriste. In realtà, come sostenuto da Basosi 19, Clinton dimostrò fin dall’inizio, soprattutto in campo economico, di allontanarsi dalla dottrina del pensiero democratico, abbracciando alcuni fondamenti del liberismo: il suo principale successo sul piano interno fu il rientro dal forte deficit accumulato negli anni di Reagan, ottenuto a partire dal 1993 attraverso la riduzione della spesa pubblica, accompagnata al taglio delle tasse per le famiglie a reddito basso e all’aumento delle tasse per l’1,2% di americani più ricchi 20. Sul piano internazionale, inoltre, la spinta neoliberista si realizzò attraverso la ratifica del NAFTA (1993), e tramite i negoziati e la successiva entrata in vigore del WTO (1995). Tali scelte non ortodosse di politica economica sono da spiegarsi con il fatto che il presidente faceva parte del gruppo dei cosiddetti New Democrats 21, democratici che davano per assodata la rivoluzione reaganiana e il liberismo e che per questo sostituivano alle tradizionali politiche “newdealiste” iniziative più centriste e volte allo sviluppo del libero mercato.

In ogni caso è vero che con il Congresso a maggioranza repubblicana Clinton realizzò una svolta più decisa verso scelte liberiste: in rapida successione furono poste le basi per la deregolamentazione, prima, e per la non regolamentazione, poi, della finanza 22. Le mosse più importanti in questo senso furono la riduzione delle tasse sui “capital gain” (1997) e l’abolizione del Glass-Steagall Act, legge risalente agli anni del New Deal che separava le attività bancarie da quelle finanziarie. Infine l’amministrazione, sotto la guida del Segretario al Tesoro Larry Summers, decise di non regolamentare la finanza, in particolare per quanto riguardava i derivati 23.

Come sostiene Basosi 24, tali decisioni di politica economica ebbero l’effetto di liberare l’enorme potenziale dell’economia statunitense e, legandosi alla rivoluzione della New Economy, stimolarono l’economia statunitense di fine secolo. La riduzione delle tasse sui redditi da capitale fece in modo che un’enorme quantità di risorse confluissero negli investimenti in borsa, causando altissimi guadagni nel settore delle nuove tecnologie. La riduzione delle spese statali, inoltre, si riflesse negativamente sulla capacità redistributiva dello Stato. Molti risparmiatori cominciarono ad investire in borsa: si passò così dal classico keynesismo statale a quello che alcuni autori hanno definito “stock market keynesism” 25. Come conseguenza di questo processo di sviluppo e rinnovamento, gli Stati Uniti confermarono il loro primato economico a livello internazionale. In questo senso si spiega l’elevato flusso in entrata di FDI: il mondo investiva nell’economia degli Stati Uniti, guida in un mondo globalizzato dai tratti sempre più unipolari. 26

Le politiche economiche di Clinton, però, oltre a permettere e accompagnare questo sviluppo economico senza precedenti, posero anche le basi per il suo crollo 27 a causa di un’economia sbilanciata ed eccessivamente finanziarizzata, di una politica di indebitamento che importava capitali dal resto del mondo e di un crescente divario tra ricchi e poveri. Se negli anni Novanta questi lati negativi non emersero, messi in secondo piano dall’ottimismo che caratterizzò l’età dell’oro, la prima avvisaglia dei rischi impliciti nel sistema si ebbero nel 2000, con il crollo della New Economy. La successiva crisi economica, cominciata nel 2007, ha messo definitivamente in chiaro quello che in realtà si agitava sotto la patina dorata dell’età di Clinton.

Come accennato sopra, l’interpretazione da dare agli anni conclusivi del XX secolo, e la possibilità di tracciare un parallelo fra di essi e gli ultimi due decenni del XIX secolo, sono tuttora oggetto di dibattito fra gli storici. Anche accettando la validità dell’analogia fra le due “fine secolo”, resta aperto il problema di individuare l’inizio e la conclusione della cosiddetta seconda “età dorata”. Alcuni storici, che ritengono gli anni Novanta e la presidenza Clinton al centro della seconda Gilded Age 28, includono in questa periodizzazione anche gli anni Ottanta, durante i quali si affermarono i principi e le pratiche neo-liberiste destinate a condizionare fortemente lo sviluppo dell’economia statunitense di fine secolo. In questo periodo, infatti, si situano le origini dei fenomeni di finanziarizzazione del capitalismo americano 29, di crescente indebitamento pubblico e privato e di aumento delle disuguaglianze economiche 30 che hanno caratterizzato la seconda Gilded Age.

Individuare la conclusione della seconda “età dorata” appare ancora più problematico. A tal fine, sembra opportuno distinguere fra l’ambito politico-militare e quello economico-finanziario. Da un punto di vista geopolitico, il 2001 ha rappresentato certamente una cesura per la potenza americana: con gli attacchi terroristici contro il World Trade Center e il Pentagono e la traumatica presa di coscienza della minaccia rappresentata dal terrorismo jihadista, il trionfalismo degli anni Novanta si è rivelato illusorio. Lo stesso vale per le suggestioni di fine secolo relative all’imminente “fine della storia”, destinata, secondo l’analisi di Francis Fukuyama, a lasciare spazio all’affermazione pacifica e incontrastata di un ordine internazionale a salda guida americana, fondato sui valori della democrazia liberale e del capitalismo 31. Al contrario, sono emerse con chiarezza le contraddizioni della globalizzazione e le difficoltà per gli Stati Uniti di mantenere una supremazia di tipo “unipolare”. Dal punto di vista economico, la breve recessione del 2000–2001 non ha alterato in modo significativo i caratteri e le dinamiche del capitalismo americano. La crescita fondata sull’indebitamento e sulla deregolamentazione del settore finanziario ha continuato a caratterizzare l’economia statunitense fino al 2008, quando le contraddizioni di questo modello di sviluppo si sono rivelate in tutta la loro criticità, dando il via a una delle più acute crisi finanziarie ed economiche affrontate dagli Stati Uniti.  In questo senso, quindi, appare più calzante estendere fino al 2008 la seconda Gilded Age, seguendo un approccio analogo a quello dello storico Sean Wilentz, il quale individua in Reagan e nella sua “rivoluzione conservatrice” il tratto distintivo della storia americana recente, dal Watergate all’elezione di Obama 32.

Quale che sia la data scelta come termine del periodo storico in esame, la distanza fra gli anni della seconda “età dorata” e il presente appare ancora troppo ridotta perché sia possibile condurre un’analisi storiografica seria e approfondita. Oltre all’ovvio limite rappresentato dalla scarsa disponibilità di fonti primarie, pesa sulla possibilità di effettuare un’analisi distaccata e oggettiva il fatto di trovarsi in un’epoca che risente ancora fortemente delle dinamiche economiche e politiche di quegli anni. In particolare, l’attuale crisi economica globale, le cui origini, come si è visto, vengono fatte risalire in gran parte alle scelte di politica economica e finanziaria operate negli anni Ottanta e Novanta del secolo scorso, spinge a enfatizzare gli aspetti negativi della seconda Gilded Age e a interpretarla come il preludio di una fase di inevitabile declino della potenza e dell’economia americana 33. Molte recente analisi, tuttavia, sembrano indicare che tali profezie di declino siano state ancora una volta pronunciate prematuramente. Da un lato permangono molti degli elementi su cui si è fondata l’egemonia americana, inclusi il primato militare degli Stati Uniti, la loro centralità come polo di innovazione tecnologica e ricerca scientifica, e la presenza di istituzioni internazionali multilaterali in larga parte plasmate dai valori e dagli interessi americani 34. Dall’altro lato sembrano emergere nuovi fattori che inducono a guardare con ottimismo al futuro dell’economia e della potenza americana: secondo molti analisti, l’utilizzo di tecnologie produttive avanzate, la scoperta di nuovi giacimenti energetici e l’impiego di tecniche di estrazione innovative stanno stimolando una rinascita del settore manifatturiero negli Stati Uniti, accrescendo la competitività delle imprese americane e la loro capacità di produrre ricchezza e occupazione 35. Alla luce di queste tendenze si profila la possibilità che il periodo in esame, analizzato in una prospettiva storica più ampia, si riveli analogo alla prima Gilded Age: una fase tumultuosa di crescita, crisi e trasformazione che ha posto le basi per un ulteriore sviluppo dell’economia e della potenza americana.

Note:

  1. “Gilded”, in italiano traducibile con “dorato”, indica un oggetto patinato d’oro, che però nasconde al di sotto della lamina un metallo certamente meno pregiato. “Golden”, in italiano “d’oro”, va oltre lo scintillio e denota un oggetto costituito interamente da oro e, quindi, ben più prezioso.
  2. T. L. Friedman, That Used to Be Us: How America Fell Behind in the World It Invented and How We Can Come Back, Farrar, Straus and Giroux, New York, 2011.
  3. D. P. Calleo, Follies of Power. America’s Unipolar Fantasy, Cambridge University Press, Cambridge and New York, 2009, p. 97.
  4. R. Brenner, The Boom and the Bubble: The US in the World Economy, Verso, London and New York, 2002
  5. J. E. Stiglitz, I ruggenti anni Novanta. Lo scandalo della finanza e il futuro dell’economia, Giulio Einaudi Editore, Torino, 2004.
  6. http://databank.worldbank.org.
  7. http://www.bea.gov.
  8. http://www.usgovernmentspending.com.
  9. http://www.bls.gov/.
  10. V. Cioli, Modelli di business e creazione di valore nella New Economy, Franco Angeli Editore, Milano, 2005, p. 50.
  11. Taiwan, Corea del Sud, Hong Kong e Singapore, le quali avrebbero presto attraversato un periodo di crisi.
  12. D. Basosi, La nuova “età dorata”: il capitalismo americano nella nuova economia globale, Conferenza presso il Centro Interuniversitario di Storia e Politica Euro-Americana, Carpineti, 3 luglio 2012.
  13. http://databank.worldbank.org.
  14. D. Basosi, La nuova “età dorata”, cit.
  15. F. Saraceno, “Le cause di fondo della crisi economica: disuguaglianze e squilibri globali”, in Aspenia Online, Global Issues, 24 aprile 2012.
  16. D. Basosi, La nuova “età dorata”, cit.
  17. Ibid.
  18. S. Wilentz, The Age of Reagan: a history, 1974-2008, New York, Harper, 2008.
  19. D. Basosi, “La nuova “età dorata”, cit.
  20. http://factcheck.org/2008/02/the-budget-and-deficit-under-clinton.
  21. P. Barker, “Bill Clinton’s Legacy”, in Washington Post, 3 Febbraio 2008.
  22. D. Basosi, La nuova “età dorata”, cit.
  23. http://www.forbes.com/sites/charleskadlec/2012/07/16/the-dangerous-myth-about-the-bill-clinton-tax-increase/.
  24. D. Basosi, La nuova “età dorata”, cit.
  25. >J. K. Galbraith, T. Hale, “Income Distribution and the Information Technology Bubble”, University of Texas Inequality Project, Working Paper.
  26. D. P. Calleo, Follies of Power: America’s Unipolar Fantasy, Cambridge University Press, Cambridge and New York, 2009, p. 98.
  27. D. Basosi, La nuova “età dorata”, cit.
  28. Ibid., cit.
  29. G. R. Knipper, “The financialization of the American economy”, in Socio-Economic Review (UCLA), n. 3, maggio 2005, pp. 173-208.
  30. Si veda il recente rapporto (ottobre 2011) del Congressional Budget Office, “Trends in the Distribution of Household Income Between 1979 and 2007”, http://www.cbo.gov/publication/42729.
  31. F. Fukuyama, The End of History and the Last Man, Free Press, New York, 1992.
  32. S. Wilentz, The Age of Reagan, cit., pp. 1-11.
  33. G. Rachman, “This time it’s for real”, in Foreign Policy, n. 184, gennaio-febbraio 2011, pp. 58-63.
  34. Si vedano R. Kagan, “Not Fade Away”, in The New Republic, 11 gennaio 2012, e R. O. Keohane, “Hegemony and After”, in Foreign Affairs, Vol. 91, n. 4, luglio 2012, pp. 114-118. Si veda anche R. Kagan, The World America Made, Knopf, New York, 2012.
  35. Si vedano, fra gli altri, “Comeback kid. American economy is once again reinventing itself”, in The Economist, 14 luglio 2012, e P. K. Verlenger Jr., “The coming US boom and how shale gas will fuel it”, in Financial Times, 23 aprile 2012.

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