“Civilizing Capitalism”: Capitalismo e democrazia nella riflessione intellettuale fra Otto e Novecento, di Ludovica Apolloni, Luciana Barone, Annalisa Mogorovich, Francesca Salvatore

Ricostruire la società americana

Nel contesto americano di fine Ottocento, all’indomani della Guerra Civile e nell’apogeo della seconda fase della Rivoluzione industriale – in cui era dominante la figura del robber baron – il dibattito intellettuale e politico si accese sul problema di come conciliare democrazia e capitalismo. Nella cosiddetta Gilded Age fu proprio questo il nodo urgente da sciogliere: il definitivo consolidamento del capitalismo aveva diffuso ormai su larga scala il rapporto di lavoro salariato, mettendo in crisi la tradizionale self-rule individuale su cui, come ha scritto Robert Wiebe, si fondava la democrazia americana. Da questa contraddizione emerse il New Liberalism, una cultura politica, dai confini vasti quanto porosi, che puntava a individuare una soluzione alle tensioni che scuotevano una società in rapida trasformazione. Una sfida che passava dalla costruzione di un quadro teorico, in cui i concetti di individuo e democrazia acquisivano un nuovo e fecondo significato.

Partendo da un inquadramento cronologico per valutare premesse e possibili eredità successive, si vogliono qui prendere in esame tre spunti di riflessione essenziali. È anzitutto interessante cercare di estendere i confini temporali della Gilded Age, per approfondire le possibili contaminazioni e punti di contatto con i periodi successivi. In secondo luogo, un posto di rilievo è occupato dal nuovo e considerevole ruolo degli intellettuali e degli scienziati sociali – aspetto tipico poiché germogliato in questo periodo – nel contesto americano; infine, risulta interessante riflettere non solo sulle problematiche ma anche e soprattutto sulle nuove circostanze e possibilità aperte da questi mutamenti, che hanno permesso una certa ridefinizione dei concetti di cittadinanza e di partecipazione.

Una breve riflessione storiografica: il dibattito sulla periodizzazione

Vignetta raffigurante i fatti di Haymarket Square, pubblicata nel 1886 da Harper’s Weeky.

Vignetta raffigurante i fatti di Haymarket Square, pubblicata nel 1886 da Harper’s Weeky.

Alla fine del XIX secolo, la continua crescita ed estensione del lavoro salariato aveva contribuito a mettere in dubbio uno dei cardini tipici della tradizione americana, il concetto di cittadino e individuo indipendente. Divenne quindi peculiare della Gilded Age la ricerca di nuovi esiti alla tensione irrisolta – che si può considerare quindi vera e propria frattura – tra democrazia e capitalismo. La soluzione proposta dal New Liberalism partiva dal riconoscimento dei conflitti esistenti (basti pensare ai durissimi scontri presso Haymarket Square a Chicago nel maggio 1886) e tentava in tal modo di sciogliere questa dialettica tra capitale e lavoro offrendo la visione di un nuovo ordine razionale della società. È per questo che, seguendo l’analisi di Nancy Cohen, è possibile estendere i confini cronologici della Gilded Age fino all’Età Progressista. In The Reconstruction of American Liberalism, 1865–1914, infatti, Cohen offre un’interpretazione innovativa: a suo parere, i valori e i programmi associati al New Liberalism non sarebbero stati formulati durante la Progressive Era, bensì in quello che fu il contesto storico e sociale della Gilded Age; la storica decostruisce in tal modo quella tradizione interpretativa che invece riconosceva discontinuità e rottura tra i due periodi.

Un ordine razionale da legittimare: anomalie, soluzioni, prospettive di analisi

Sicuramente non si possono trascurare altri due fenomeni – tipici della società americana nel contesto della Gilded Age – che hanno notevolmente influito su tutta la storia successiva: in primo luogo, il ruolo del Social Gospel, connesso ai valori della middle class, in una fase in cui la comunità era organizzata attorno alla chiesa e al suo pastore (a tal proposito è significativo ricordare, per esempio, il reverendo presbiteriano Norman Thomas (1884–1968), che si era candidato ripetutamente alle elezioni presidenziali con il Socialist Party of America). In secondo luogo, ma ancor più centrale e caratterizzante, va evidenziato il ruolo di cui vennero investiti gli intellettuali e gli accademici americani: emblematico il caso di Richard T. Ely (1854–1943), addottorato a Heidelberg in Economia e che riportò negli Stati Uniti – più precisamente alla Johns Hopkins University – le sue competenze acquisite in Europa, nonostante le profonde differenze tra le società e le caratteristiche dello Stato tra Vecchio e Nuovo Mondo. Fu merito del suo contributo se nelle università americane si consolidò il modello di intellettuale e professore tedesco al servizio del bene pubblico. Ancora più significativo, forse, fu il caso dell’allievo di Ely, John R. Commons (1862–1945), che mise in pratica gli insegnamenti del maestro in Wisconsin, dove, tra l’altro, fu elaborata la Wisconsin Idea, di Robert M. La Follette (1855–1925). Il fulcro di questa teoria prevedeva la collaborazione tra l’amministrazione dello Stato e il sistema universitario pubblico, mediante la creazione di una commissione regolatoria indipendente, formata da esperti dell’università e dotata di ampi poteri amministrativi. Il governo statale percepiva infatti l’università come un laboratorio di democrazia, il cui obiettivo doveva diventare quello di disciplinare l’industrializzazione capitalista attraverso processi di stabilizzazione sociale, che contenessero i tumulti e le tensioni nelle fila dei lavoratori salariati. È in questa fase, dunque, che venne elaborata una vera e propria cultura politica che aveva come perno la figura razionale del public intellectual, meritevole per le proprie competenze e quindi necessario per affrontare le istanze poste dalla società in materia di welfare, pubblica amministrazione ed economia. Il netto rafforzamento delle scienze sociali negli anni Ottanta e Novanta del XIX secolo – soprattutto sociologia e scienza politica – aprì le porte dell’amministrazione agli intellettuali, che dovevano fornire delle soluzioni razionali ed efficaci, concorrendo in tal modo a rendere la scienza un tipo di conoscenza sempre più avalutativa. Uno dei nodi di riflessione si concentra sulle caratteristiche delle agencies in cui questi intellettuali vennero assorbiti: si trattava di strutture dell’amministrazione, ma su quali basi esse operavano? La loro legittimazione riposava sul sapere tecnico volto a soddisfare il public good. Da qui, l’insistenza sull’avalutatività del loro contributo: basti pensare alle numerose sentenze della Wisconsin Supreme Court che definì queste commissioni quasi-judicial e quasi-legislative, istituzionalizzandone le decisioni che erano adottate seguendo una logica diversa da quella strettamente politica. Era proprio il loro essere out of politics a spiegare il ricorso alla scienza e alla sua oggettività e razionalità, opposta al particolarismo e all’interesse politico.

È interessante inoltre provare a riflettere sulla proliferazione di queste agencies che, inserite nei quadri dell’amministrazione, venivano adoperate per risolvere le urgenze immediate nell’interesse pubblico. Inoltre, trattandosi di una peculiarità tipica del contesto americano, inserire queste valutazioni in una più ampia analisi delle differenze tra Stati Uniti ed Europa potrebbe permettere di comprendere meglio le specificità dello Stato americano e le sue declinazioni.

Conclusioni: potere dell’individuo, ma non del cittadino

Jane Addams.

Jane Addams.

Questo accumulo di trasformazioni politiche, economiche e sociali inducono naturalmente a una riflessione sulle nuove possibilità aperte dal contesto della Gilded Age: lo Stato si servì della scienza – anche come fattore di legittimazione – per risolvere le istanze immediate poste dalla società. Ma se società non è sinonimo di cittadinanza politica, è proprio qui che si scorge la necessità di nuove considerazioni: la possibilità di contribuire al bene pubblico, caratterizzata da razionalità e avalutatività, venne a dipendere da competenze a livello personale, skills individuali che, dunque, permisero di travalicare alcune barriere. Fu possibile dare nuovo potere a chi non era ancora riconosciuto come soggetto politico: le donne. All’interno di queste commissioni, infatti, il forte ruolo di The Public permise proprio alle donne, non ancora cittadine, di ritagliarsi spazi inediti di cittadinanza attiva attraverso numerosi e fitti networks. Basti pensare alle figure emblematiche di Jane Addams (1860–1935) e Frances Willard (1839–1898), presidente della Women’s Christian Temperance Union (1874) dal 1879 al 1898. Ma il liberalismo americano, ancora una volta, implose sul tema della razza, le cui barriere spingevano ai margini della società chi non era bianco, come dimostrato dalla sentenza Plessy v. Ferguson (1896) della Supreme Court – conosciuta come Separate but Equal – che sanciva la legittimità della segregazione razziale.
L’eredità più vistosa di questi mutamenti si rilevò, tuttavia, nell’ambito economico e del consumo: fu soprattutto in questo settore che si rivelò possibile ridefinire ancora una volta i ruoli di cittadinanza. Il riconoscimento della centralità del mercato nazionale e globale è stato forse l’aspetto che sarebbe poi diventato il vero filo rosso della democrazia americana e della sua retorica lungo tutto il XX secolo. Proprio in questa fase si iniziò a porre una forte enfasi sull’aspetto consumistico e sulla centralità del cittadino consumatore. Esempio paradigmatico è dato dalla National Consumers League, fondata nel 1899 dalle riformatrici Jane Addams e Josephine Lowell (1843–1905) in seguito ad uno scandalo per la vendita di carne avariata. Sotto la leadership di Florence Kelley (1859–1932), l’associazione si sviluppò rapidamente, specializzandosi in progetti di tutela per le donne ed i bambini e ponendo sempre più l’accento sul collegamento tra accesso al consumo e accesso alla politica: «To buy means to have power, to have power means to have responsibility». Fu in questo momento che iniziò dunque a definirsi il potere dell’individuo non soltanto all’interno del mondo politico, ma anche e soprattutto nel mondo del consumo. Interessante a questo proposito fu l’interpretazione di John Bates Clark (1847–1938), secondo cui il soddisfacimento intellettuale nel quadro di un’economia in espansione era dato dall’aumento dei consumi. Secondo Clark, infatti, soddisfare i desideri propri dell’essere umano avrebbe condotto naturalmente alla giustizia; la vera chiave per l’agognata uguaglianza effettiva risiedeva, dunque, in una partecipazione attiva al consumo. Sul fronte opposto, Thorstein Veblen (1857–1929), autore della celebre The Theory of the Leisure Class, vedeva nel consumo non un canale di accesso al potere o un simbolo del benessere generale, ma l’incarnazione della ricchezza rapinata da una classe agiata e parassitica.

Etichetta della National Consumers League, apposta a prodotti confezionati, che certificava la loro produzione sotto condizioni sanitarie adeguate.

Etichetta della National Consumers League, apposta a prodotti confezionati, che certificava la loro produzione sotto condizioni sanitarie adeguate.

Alla fine di questo percorso, sembra necessario suggerire una riflessione più approfondita, per fare forse chiarezza delle molteplici sfaccettature dei problemi inerenti alla democrazia e allo Stato americano, al fine di ripensare alle modalità e alle motivazioni che hanno attivato queste nuove possibilità di partecipazione, nonostante permanesse una logica di forte esclusione e chiusura che colpiva determinati soggetti, in primis i neri e le donne, perfino nei più basilari diritti politici. Interessante sarebbe anche soffermarsi sui concetti di public good e democrazia reale, su come e quanto si interconnettano, e su come essi vengano differentemente concepiti e percepiti sul suolo americano ed europeo.

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