Capitani coraggiosi e robber barons: Capitalismo e impresa tra Otto e Novecento, di Manuela Altomonte, Alfredo Mazzamauro, Tania Rusca, Matteo Sironi

500 triplitrilioni multipludilioni quadricatilioni centrifugatilioni di dollari e 16 centesimi valgon bene una battaglia, o io non son più Paperon de’ Paperoni!”

(Zio Paperone) 1

 

Andrew Carnegie

Andrew Carnegie

Robber barons, baroni ladri. La noblesse dell’economia americana, l’élite dell’imprenditoria manageriale in senso moderno, un manipolo di industriosi manigoldi, apprezzabili per ingegno e capacità innovatrici, ma temuti e disprezzati per la loro razionale e speculativa indifferenza verso le più elementari espressioni di moralità. Semplicisticamente, questi sono i tratti distintivi della prima classe sociale capitalista emersa durante la seconda metà del XIX secolo negli Stati Uniti d’America.

Quest’immagine, quasi sempre negativa, è comune nei racconti ispirati da questi personaggi, una caratterizzazione specificatamente biografica e perlopiù impressionistica delle generazioni dell’epoca. La lezione del professor Fasce, tenuta nel corso dell’VIII Summer School CISPEA, ha cercato di ricostruirne il profilo in chiave storiografica, operazione che, come vedremo, risulta tutt’altro che semplice. La necessità di proteggere i risultati e le strategie dei pools dalla concorrenza 2, il rispetto profondo e radicato per un proibitivo valore ottocentesco quale quello della segretezza e la dimensione elitaria e distorta della circolazione delle notizie tra i vertici di questa piramide imprenditoriale sono tutti fattori che hanno causato l’insanabile mancanza di fonti storiografiche, che sarebbero indispensabili per tracciare con pennellate più precise il profilo di questi baroni ladri e soddisfare la volontà di ricostruire in maniera sistematica una fase fondamentale della storia d’impresa americana.

Nel corso della lezione il professor Fasce ha distinto quattro interpretazioni, che corrispondono ad altrettante fasi di studio e ricerca, riguardo all’emersione della grande impresa tra Otto e Novecento. Si è notato come, curiosamente, questi capitoli della storiografia abbiano in comune una peculiarità: l’età dorata dei grandi magnati è sempre e accuratamente evitata, come se fosse un’oscura parentesi da non menzionare. Dato questo aspetto, Fasce ha proposto un’analisi che si potrebbe definire “a posteriori” o “a contrario” tentando di “dare voce” ai vuoti storiografici presenti in letteratura. Questo sforzo analitico verrà ripercorso nella prima sezione del seguente testo. La seconda parte, invece, consiste in un tentativo di comparazione con quella che oggi sembra essere una nuova classe di baroni ladri, protagonisti di una seconda Gilded Age a chiusura del XX secolo. Come si avrà modo di costatare, l’esercizio comparativo, sebbene eviti azzardate sovrapposizioni, mette in luce interessanti similitudini tra le due età dorate che potranno essere di un qualche interesse per una più profonda comprensione di entrambi i periodi.

Storia d’impresa tra smascheramenti e turning points

La corruzione dilagante, la concorrenza spietata senza esclusione di colpi e la mastodontica ingerenza nella politica locale e nazionale sono tre dei principali elementi che hanno portato gli storici a etichettare il periodo che va dal 1880 al 1901 – i decenni più fertili per i capitani d’industria – come Gilded Age, età dorata. L’aggettivo che denota quest’epoca assume in lingua inglese una connotazione negativa, che mette in evidenza l’importanza attribuita all’apparenza più che alla sostanza, un’età quindi a primo acchito ricca e prospera, ma in realtà densa di contraddizioni e ineguaglianze.

Sono proprio questi aspetti negativi di una quotidianità impotente di fronte ai meccanismi del big business in nuce a ispirare il primo tentativo di comprensione di ciò che stava accadendo nell’economica americana: il muckraking, ossia il giornalismo di denuncia. In questa prima fase, la carta stampata del primo Novecento inveisce contro gli immensi pools che ormai caratterizzano la maggior parte dei settori industriali: si assiste a una vera e propria personificazione delle grandi imprese, proliferate soprattutto negli ultimi trent’anni del secolo appena trascorso, identificate con queste grandi figure demoniache.

In realtà, i magnati non ritenevano di avere nulla da rimproverarsi, essi incarnavano ai loro stessi occhi il modello del self-made man americano, da stimare per il coraggio e l’ingegno, modelli di pionieri del progresso e fenici arabe industriali, icone di quella che sarebbe diventata una strenuous life, importante tassello dell’eccezionalismo statunitense.

La seconda tappa di questo processo interpretativo, che va dalla fine degli anni Trenta del Novecento fino al secondo dopoguerra, vede l’interesse per l’età dorata e i suoi protagonisti investire il mondo accademico, dando avvio a una fertile fase di studio e ricerca. In mancanza di documenti ufficiali, alla Columbia University lo storico politico Allan Nevis cerca di colmare il deficit di informazioni andando a intervistare le élites a lui contemporanee con l’uso del magnetofono. L’affidabilità nell’uso di dati sensibili garantita dalla quinta più antica università americana aiuta lo studioso a rompere il silenzio attorno a questa categoria sociale e così, tracciando prudentemente le loro biografie, Nevis risale al contrario a un valore fondamentale che caratterizza la classe imprenditoriale americana a partire dal secolo precedente: la segretezza. Segretezza intesa non solo come strategia di protezione dei propri interessi, ma anche e soprattutto come valore della personalità dell’uomo vittoriano chiuso nella propria coscienza, il cui carattere era frutto di dedizione e disciplina. I robber barons, con il loro incedere altero e distinto e la loro essenza da machiavellici strateghi, sono l’icastica incarnazione di questo modello.

Nello stesso periodo, gli studi della Harvard Business School sono invece firmati dal grande economista austriaco Joseph Schumpeter, il quale, nel pieno del suo periodo americano, ha una visione allo stesso tempo grandiosa e tragica del capitalismo visto come “distruzione creativa”. Lo sviluppo, e con esso l’alternarsi delle varie fasi del ciclo economico, viene spiegato attraverso un approccio dinamico: il nuovo soggetto economico, l’imprenditore innovatore, introduce nuovi prodotti, sfrutta le innovazioni tecnologiche, apre nuovi mercati e cambia le modalità organizzative della produzione, riuscendo così a promuovere la modernizzazione in campo sia economico che sociale, seppur producendo comunque forti tensioni sociali. L’influenza esercitata da Schumpeter, perciò, stimola l’attenzione verso le figure contradittorie dei “capitalisti rapaci”, anche se la speculazione teorica da lui avviata e la persistente mancanza di fonti ne limitano l’analisi storica.

Le ricerche di Harvard, identificate da Fasce come terza fase, continuano tra gli anni Cinquanta e Sessanta, ma sono caratterizzate da un taglio completamente nuovo, dovuto all’utilizzo di originali strumenti sociologici. È Alfred Chandler, con la sua visione evoluzionista dell’imprenditoria, che introduce la figura del manager, uomo d’affari professionalizzato e istituzionalizzato che decide la strategia e la struttura dell’impresa mediante l’innovativa elaborazione di input che provengono dall’economia e dalla tecnologia. Il manager si sostituisce all’originaria figura dell’imprenditore, dovendo trovare, all’interno del processo di sviluppo in atto, una razionalità intesa come rapporto tra fini e mezzi, tra strategia e struttura. Questa coordinazione amministrativa risulta fondamentale per il raggiungimento di maggiori tassi di crescita ed efficienza, obiettivi primari di qualsiasi settore economico, soprattutto se governato dal big business. Quello di Chandler è un colpo duro all’economia neoclassica, arrivando egli a identificare nel manager la “mano visibile” che razionalmente gestisce e muove il mercato.

Tale visione è condivisa dallo storico americano Robert Wiebe, il quale, con un’analisi che nuovamente pone in secondo piano la Gilded Age, ritrova nel manager quei principi organizzativi in grado di costruire un ordine sociale nel mondo moderno, strenuamente ricercato nel Novecento, il che pare implicare direttamente un’interpretazione dell’Ottocento come secolo dell’individualismo sfrenato, epoca sottomessa ai capricci dei baroni ladri.

Gli studi che seguono il turning-point chandleriano, a chiusura del processo interpretativo descritto, si concentrano sul management statunitense tra gli anni Settanta e Ottanta, grazie al notevole aumento di disponibilità di dati sulle aziende; viene analizzato il ruolo dello Stato, che Chandler non aveva considerato, e si mettono sotto accusa molti schemi economico-interpretativi screditati dal susseguirsi delle crisi economiche degli anni Settanta. Sembra che una nuova generazione di robber barons si affacci sulla scena mondiale per dominare nuovamente una seconda Gilded Age.

In un suo recente intervento, Richard White sottolinea l’importanza dello studio di quella parentesi oscura della storia d’impresa che è l’età dorata, perché il modo in cui le corporazioni manipolavano il processo politico per competere le une con le altre è un punto di partenza essenziale per arrivare alla comprensione del mondo economico contemporaneo. I mastri costruttori responsabili delle fondamenta dell’attuale modello capitalista possono essere, secondo White, identificati in alcuni punti fondamentali:

  • piuttosto che come individui, i robber barons sono potenti e influenti perché riescono a stringere legami strategici tra i vari settori economici: sono quindi i network a essere decisivi per il loro successo;
  • contrariamente all’interpretazione evoluzionista data da Chandler, secondo White, l’impulso organizzativistico è già presente nei magnati ottocenteschi e nel loro ethos militare, prima che nei manager – ne siano esempio la guerra di John Rockefeller contro gli sprechi, la sistematicità con cui Henry Frick entrava in possesso di nuovi giacimenti di coke, lo stesso originale passaggio dai cartelli ai primi trust 3;
  • la tesi del dominio dell’individualismo sfrenato viene screditata dalla presenza di un ordine naturale, possibile grazie alla legittimazione del ruolo di guida delle élites;
  • il rapporto con la sfera pubblica è abbastanza controverso. Mentre il mondo politico e sociale rifiuta ogni tipo d’influenza del big business nascente, i famigerati imprenditori riescono a conquistare il loro ruolo da burattinai mediante la corruzione e una strategica gestione dell’informazione;
  • la segretezza selettiva, la gestione delle notizie, è una delle risorse fondamentali del robber baron insieme alle cosiddette “quattro M”: machinery, man, material, money;
  • la spinta economica del capitalismo emergente, frutto anche della seconda rivoluzione industriale che aveva visto protagonisti gli Stati Uniti, gioca un ruolo molto importante nell’avvio della politica estera statunitense. La ricerca quasi spasmodica di nuovi mercati, dove investire e riversare gli ingenti resti della sovrapproduzione nazionale, è la causa principale dell’avvio dell’imperialismo americano, perfettamente rappresentato dalla politica estera che il presidente Taft metterà in pratica nel decennio seguente: la diplomazia del dollaro, vettore di profitti e valori statunitensi;
  • il rapporto delle imprese con l’elemento razziale della cittadinanza non è affatto anacronistico considerando l’epoca. L’impresa è wasp, razzista, figlia del suo tempo, anch’essa impegnata a rifiutare la naturalizzazione per i non bianchi nativi dei territori che via via l’imperialismo va conquistando;
  • l’impresa è anche prettamente maschilista, la distinzione di genere è un approccio dato per scontato.

L’analisi di queste caratteristiche rende abbastanza palese un grande paradosso che vede l’impresa come attore moderno iniziatore del progresso, ma che in realtà riesce a sviluppare solo il settore economico bloccando l’apertura in altri ambiti, quali quello sociale e quello razziale. I robber barons sono sì i grandi capitani d’industria originali e innovatori che rivoluzionano il capitalismo americano, ma sono anche figli di determinati processi di sviluppo inseriti in una peculiare fase storica. La loro immagine, in realtà ancora confusa, viene utilizzata come modello di riferimento per dipingere un’intera epoca, riprendendo la concezione di Schumpeter del capitalismo come “distruzione creativa”.

Robber barons: una seconda generazione?

Steve Jobs

Steve Jobs

Il grande boom nel flusso di capitali e le opportunità offerte dalla deregolamentazione fisiologica di settori economici emergenti sono le caratteristiche della prima età dorata che, presenti anche negli ultimi decenni del Novecento, portano a ipotizzare il verificarsi di una seconda Gilded Age. La new economy clintoniana e le industrie tecnologiche dell’Hi-Tech, grazie alla deregolamentazione dei mercati finanziari, creano un vero e proprio boom di questi nuovi settori economici, attribuendo notevoli ruoli di potere a una nuova generazione di robber barons, incarnata, par excellence, dal fondatore di Apple, Steve Jobs.

Un elemento persistente, nonostante sia trascorso ormai un secolo dalla prima età dorata, è la segretezza che rende problematica la reperibilità di fonti per analizzare entrambe le generazioni di baroni ladri, creando non pochi problemi per l’utilizzo pubblico della storia d’impresa. L’accesso agli archivi d’impresa risulta selettivo e vincolato a un’interpretazione spesso parziale che possa favorire l’immagine del soggetto in questione, il che rende vana ogni pretesa di oggettività e veridicità storiografiche.

Anche il peso dell’immagine non è una novità, sebbene si registri un sostanzioso cambiamento di tendenze. I baroni ladri di fine Ottocento vengono dipinti come mostri amorali che portano miseria ovunque pur di aggiungere un misero centesimo al loro bottino di guerra, e questa caratterizzazione dimostra che all’epoca il settore principale della vita pubblica era quello sociale, spaventato e impreparato di fronte all’emergere del peso rilevante attribuito all’economia. I robber barons novecenteschi sono invece pubblicizzati in senso positivo, eroi che trainano l’economia americana e mondiale, osannati anche politicamente perché ancora una volta pionieri del progresso, salvo poi scoprire che corruzione e strategie fedifraghe non sono quasi per niente cambiate. 4

Lo studio della storia d’impresa assume ancora una volta una valenza strategica nonostante le difficoltà logistiche. In un mondo governato dagli interessi economici, in cui si continua a dibattere sulla conquista americana dell’unipolarismo, diventa indispensabile riuscire a capire i meccanismi e i giochi di potere che hanno dato avvio al capitalismo, in modo da riconoscerli e poterne eventualmente controllare l’esagerata riproposizione contemporanea.

Note:

  1. Paperon de’ Paperoni ed Ebenezer Scrooge sono ispirati al magnate dell’acciaio Andrew Carnegie, mentre il pioniere del petrolio John Davison Rockefeller fa da modello per il personaggio J. D. Rockerduck.
  2. “Nascondi i profitti e non dire una parola” era il motto. La concorrenza non doveva vedere quanto produttivo e conveniente fosse il settore, il profitto e il monopolio andavano tutelati a ogni costo.
  3. Il primo trust fu quello creato dalla Standard Oil Company nel 1882: nove fiduciari diventarono i depositari delle azioni di trentasette azionisti diversi impegnati nel settore petrolifero.
  4. Si veda John Naughton, “New-tech Moguls: The Modern Robber Barons?”, in The Guardian, 1 luglio 2012, http://www.guardian.co.uk/technology/2012/jul/01/new-tech-moguls-robber-barons [accesso 21 agosto 2012].

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