Una Nazione-guida euro-americana. Giuseppe Mazzini, Aurelio Saffi e gli Stati Uniti d’America negli anni del Risorgimento e della Guerra Civile

Contesto storiografico

La prospettiva geopolitica dalla quale le élites italiane si spinsero a guardare gli Stati Uniti d’America conobbe, nel corso del XIX secolo, trasformazioni tali da indurle a ridefinire il ruolo della giovane repubblica nel più vasto scenario euro-americano. Se ancora nella prima metà di quel «Lungo Ottocento» gli Stati Uniti non rappresentavano altro che il lontano ed esotico alfiere del governo democratico e di un modello di costituzionalismo federale, nel tormentato inizio del «Secolo Breve» furono assurti a pilastro della stabilità del nuovo ordine europeo 1.

Negli anni in cui esplose la crisi tra gli stati schiavisti e l’Unione, il ceto dirigente liberale del nuovo stato unitario italiano si vide costretto ad elaborare una sua politica estera nei confronti di Washington nel quadro del più ampio confronto geopolitico franco-britannico.  Dal canto loro le forze di opposizione – la Democrazia risorgimentale – arroccate sulla difensiva dopo i rovesci del 1848 e desiderose di riassumere “l’iniziativa” nazionale ipotecata agli interessi del “cesarismo” bonapartista, elaborò una sua strategia filo-unionista che mirava a trasformare le preesistenti forti simpatie filo-italiane di vasti settori politici statunitensi  in una stabile  e duratura collaborazione politica.

In questo contesto, Giuseppe Mazzini maturò il progetto di un’alleanza tra democratici europei e Stati Uniti, mentre  Aurelio Saffi – il più sistematico ed “intellettuale” dei suoi discepoli – operò una sintesi delle sue riflessioni sul modello politico statunitense e sulla sua genesi in rapporto ai conflitti avvenuti in Europa tra stati accentratori e autoritari e periferie decentratrici e democratiche. Se per Mazzini era quindi opportuno ridare slancio – stavolta con l’ausilio della vittoriosa “Grande Repubblica” statunitense – a un progetto rivoluzionario per realizzare una nuova Europa democratica, Saffi, più cautamente, invitava il pubblico democratico a fare come gli americani per il completamento dell’unificazione nazionale. Con tutto ciò è evidente che per entrambi gli Stati Uniti avessero assunto ormai un ruolo essenziale nell’indirizzare le opinioni pubbliche e le forze democratiche europee nei processi di nation-building e state-building.

Che questi due approcci alle profonde trasformazioni innescate dalla crisi americana rimandassero ad un dialogo di lungo periodo tra intellettualità risorgimentale e panorama politico anglo-sassone, ereditato dalla prima diaspora patriottica italiana, nonché alla consapevolezza di una “internazionale” liberale (ancor prima che democratica) (Bayly, Biagini 2008; Isabella 2009) è un aspetto che la storiografia italiana ha scarsamente ponderato fino a tempi recenti, con la parziale eccezione dell’attività di ricerca, pioneristica ma isolata, di Giorgio Spini.

Non meraviglia perciò che i primi a gettar luce, nella prima metà del secolo scorso, sui rapporti tra Italia e Stati Uniti siano stati due studiosi d’Oltreoceano 2. Questo “monopolio” storiografico americano si è protratto almeno fino agli anni Sessanta, al punto che anche le prime ricerche sui progetti mazziniani per un’alleanza con gli Stati Uniti, come pure la prima monografia su Mazzini e gli U.S.A. e la lettura del Risorgimento da parte del millenarismo protestante americano furono opera di studiosi statunitensi 3.

Con gli anni Sassanta e la ricorrenza del centenario dell’Unità d’Italia e della Guerra Civile compaiono le prime ricerche italiane, peraltro orientate anch’esse allo studio dei rapporti diplomatici durante la guerra per poi offrire una panoramica delle differenti “voci” italiane sul conflitto in atto in America 4. Si è in tal modo creato un filone di studi minoritario che è stato essenziale nel creare i presupposti per un dibattito storiografico. Ciò nonostante la maggior parte delle ricerche ha finito per adottare un approccio analitico mirante ad evidenziare i nessi tra polemica politica italiana e il sostegno all’Unione o alla Confederazione, fino a spingersi, in alcuni casi, a giudicare i limiti analitici degli osservatori politici e dei pubblicisti dell’Italia post-unitaria. Si giunti quindi ad analizzare l’intero dibattito ideologico e politico italiano sulla Guerra Civile come strumentale al più grande conflitto politico interno, del quale il futuro assetto istituzionale dello stato unitario costituiva il vero oggetto del contendere 5. Questa riduzione dell’intero dibattito sulla Guerra Civile americana aescamotage dialettico della lotta politica interna ha inevitabilmente finito col dare una rappresentazione distorta di quel dibattito che è apparso come estremamente “provinciale” 6.

Tuttavia, come ebbe modo di rilevare Giorgio Spini, tale approccio (che è poi prevalso) avrebbe potuto indurre a sottovalutare la dimensione teorica e geopolitica del dibattito politico italiano riguardante il ruolo delle potenze e delle forze politiche europee nello scontro in atto Oltreoceano (Spini 1965).

Tenendo conto della nuova generazione di studiosi che hanno individuato la natura tutt’altro che episodica e contingente dei legami del movimento democratico italiano con gli Stati Uniti (Antonelli, Monsagrati, Fiorentino 2000; Fiorentino e Sanfilippo, 2004; Ridolfi 2005; Sarti 2000), una futura ricerca che intenda approfondire la natura dell’allineamento filo-unionista della Democraziarisorgimentale dovrebbe inquadrare il dibattito italiano all’interno di quello europeo. Sarà più specificatamente necessario porlo in relazione alla vasta e articolata panoramica di giudizi sulla politica estera britannica e il tentativo di Luigi Bonaparte di restaurare l’Impero Messicano in chiave anti-statunitense (Bayly 2004; Bonazzi, Galli 2004).

Il forte sostegno all’Unione da parte della quasi totalità degli ambienti democratici europei non sarebbe perciò solamente da ascrivere al più che prevedibile consenso all’Unione “anti-schiavista”, ma, più precisamente all’aspettativa di una prossima “americanizzazione” (e quindi “democratizzazione”) delle istituzioni politiche europee. Ciò si sarebbe ovviamente verificato solamente con la vittoria dell’Unione sulla Confederazione che avrebbe permesso un rafforzamento degli Stati Uniti e, di conseguenza un indebolimento e tracollo del fronte bonapartista in Messico che si sarebbe inevitabilmente riverberato nel Vecchio Continente (Bayly, Biagini 2008; Biagini 1992;  Spini 1965).

Proprio da queste ultime osservazioni occorre chiedersi se non sia necessario abbandonare la vecchia interpretazione “italo-centrica” dello sguardo italiano sulla guerra in atto in America, per iniziare ad adottare una prospettiva comparata sui due scenari – Guerra Civile e Risorgimento – vissuti dai contemporanei come due eventi cruciali dell’ordine geopolitico europeo del XIX secolo.

Contenuto della ricerca

Nella mia attività di ricerca, sviluppatasi dal lavoro di tesi cerco di porre in rilievo la dimensione internazionale dei commenti e le prese di posizione di Giuseppe Mazzini sulle tematiche connesse alla Guerra Civile Americana, unitamente alle riflessioni di Aurelio Saffi 7. I documenti esaminati sono raccolti nell’Edizione Nazionale degli Scritti Editi ed Inediti di Giuseppe Mazzini 8 e nei Ricordi e Scritti di Aurelio Saffi 9. Per quanto riguarda la produzione mazziniana sono stati consultati anche quegli scritti politici e l’epistolario anteriori al conflitto americano che coprono il periodo 1831–1860, in modo da tracciare l’evoluzione del pensiero di Mazzini in rapporto allo svolgersi degli eventi negli Stati Uniti. Quanto ad Aurelio Saffi, sono stati esaminati gli articoli pubblicati nel 1861 su «Il Popolo d’Italia» di Napoli e nel 1865–1866 su «Il Dovere» di Genova, nonché alcune lettere del periodo compreso tra l’unificazione italiana e la Terza Guerra d’Indipendenza.

Ho affrontato la posizione di Mazzini (fino ad oggi esaminata secondo un’angolazione che tendeva a sottolineare i pregi e le contraddizioni dei suoi giudizi  sui due schieramenti della Guerra Civile) cercando di evidenziare i caratteri di una strategia geopolitica che lo spinsero ad individuare negli Stati Uniti la «Nazione-guida» 10 del futuro contesto internazionale euro-americano. Il sostegno di Mazzini all’Unione di Lincoln trarrebbe quindi origine e forza dall’auspicio di un nuovo ordine mondiale democratico imperniato sulla potenza della “Grande Repubblica” americana, insidiata, in quel frangente, dalla ribellione schiavista e dalle politiche imperialistiche delle monarchie europee. Da parte sua Aurelio Saffi, consapevole di trovarsi in una fase di transizione, sceglie di proporre al pubblico democratico la comparazione tra Stati Uniti ed Europa, con l’intento di riscoprire le radici europee della democrazia americana e additando nel modello statunitense l’ispirazione per la costruzione di uno stato democratico. Nelle sue Lezioni d’Oltre l’Atlantico, Saffi rifiuta l’ eccezionalismo americano, in una lettura che sottolinea per contro l’origine europea della democrazia statunitense e dunque la sua riproducibilità. Dall’analisi saffiana non emergono un “Vecchio” e un “Nuovo” Continente, ma un comune scenario euro-americano nel quale al modello dello stato centralizzato e accentratore di origine assolutista si contrappone quello di uno stato federalista e decentratore, frutto della mediazione tra organi legislativi e governo centrale e dell’elaborazione di ordinamenti giuridici che salvaguardano il diritto dei popoli all’autogoverno.

Ho trattato i giudizi espressi da Saffi e, soprattutto, da Mazzini, cercando di rendere la complessità di un approccio dei due esponenti repubblicani al conflitto americano che fu meno dogmatico e “sentenzioso” di quanto un certo cliché sull’intransigenza mazziniana voglia avvalorare. Ho voluto rivolgere particolare attenzione – come già anticipato – al timore di un declassamento geopolitico degli Stati Uniti e i suoi probabili effetti sul “fronte” democratico globale, come pure alla percezione di assistere ad un graduale processo di  emancipazione dei neri strettamente intrecciato e stimolato dalle istanze di riforma per una maggiore democratizzazione delle stesse istituzione statali e federali, provenienti da larghi settori dell’opinione pubblica statunitense. Del resto i brevi richiami a quelle figure chiave dell’abolizionismo, dei diritti delle donne, del sindacalismo e dei movimenti di riforma che interloquirono anche con i due repubblicani, indicano quanto questo argomento sia tuttora poco approfondito. Urge, ai fini di una definizione della possibile collocazione e dell’apporto di Mazzini e Saffi  al più vasto dibattito europeo sul conflitto d’Oltreoceano, una più approfondita ricostruzione di quei mediatori culturali che costituirono il  loro “corredo” analitico 11.

Attraverso la disamina dell’epistolario e degli scritti politici ho voluto evidenziare come il giudizio di Mazzini sugli Stati Uniti fosse caratterizzato, sin dagli inizi, da una profonda tensione tra l’accettazione (pur con alcune riserve) del modello di libertà repubblicana sancito dalla Rivoluzione Americana e la condanna della realtà del sistema schiavistico e dei suoi propugnatori.  Mazzini considerava lo schiavismo ben più di un’antitesi agli ideali del repubblicanesimo, ma il retaggio di un passato coloniale americano, ferocemente avversato da molti degli stessi statunitensi che si battevano per una maggiore estensione dei diritti civili e politici. Il rafforzamento della compagine democratica sarebbe stato quindi l’unico rimedio efficace contro il potere di quegli interessi che tutelavano l’istituto della schiavitù.

È dunque evidente che l’abolizione della schiavitù costituisse per Mazzini il “banco di prova” della forza e della maturità delle istituzioni democratiche americane, anche per controbattere alle autorevoli voci della pubblicistica reazionaria, e soprattutto, liberale-conservatrice che paventavano l’evoluzione verso forme di governo democratiche adducendo, proprio quale funesto esempio degli eccessi del governo popolare, la schiavitù dei neri gli Stati Uniti 12.

La pluralità di soggetti politici che già caratterizzava la democrazia americana, permise a Mazzini, nel periodo che va dal 1841 al 1856, di trovare degli interlocutori che potevano condividere i suoi progetti di espansione della democrazia in Europa e nelle Americhe, ma, nello stesso tempo, non le sue idee abolizioniste. Nel caso della Christian Alliance, un gruppo proselitista protestante sorto nei primi anni Quaranta e affine alla galassia del Nativismo, che mirava a promuovere una conversione dei cattolici al Protestantesimo, la questione della schiavitù rimase sostanzialmente in sordina 13. Problemi d’altra natura influenzarono invece la tenuta dell’accordo di Mazzini con la Young America. Questo gruppo politico, che tradiva, almeno nel nome, una chiara ascendenza mazziniana, era frangia del Partito Democratico che riscuoteva, all’ inizio degli anni Cinquanta, un particolare seguito nell’Ovest e, in minor misura, nel Sud degli Stati Uniti. I maggiori esponenti dell’organizzazione (tra i quali alcuni schiavisti dichiarati) se da un lato trovavano in Mazzini un alleato, pronto ad assecondare, per la causa della democrazia in Europa, una vigorosa politica espansionista statunitense, non poterono soprassedere sui rapporti che costui intratteneva con noti esponenti abolizionisti.  La collaborazione con la Young America non  fallì per divergenza di vedute sulla schiavitù dei neri. Ciò nondimeno i suoi dirigenti, non mancarono di addurre, quale scusa per le loro mancanze nei confronti della controparte italiana, il risentimento provocato da alcuni articoli abolizionisti di Mazzini pubblicati in America e in Gran Bretagna 14.

Queste schermaglie con la Young America dimostrano quanto, in tema di schiavitù, Mazzini fosse poco disposto a censurare i suoi rapporti con gli abolizionisti e ad addivenire ad un compromesso anche qualora avesse potuto stringere un accordo capace di ridare respiro ai suoi progetti insurrezionali. Pertanto risulta estremamente difficile provare che Mazzini, allo scoppio della Guerra Civile, manifestò particolari ambiguità o sostanziale neutralità nei confronti dei due schieramenti. I documenti esaminati attestano infatti che, prima in privato e poi pubblicamente, manifestò la sua solidarietà all’Unione 15.

Piuttosto si può affermare che la sua cautela nel dichiarare pubblicamente il suo sostegno al Nord (posta in rilievo dalla storiografia) originava – paradossalmente – dal suo strenuo e radicale abolizionismo, che lo indusse a dichiararsi apertamente per l’Unione qualora questa avesse dimostrato di porre ufficialmente in atto una politica anti-schiavista, come in effetti fece sul finire del 1862, dopo che Lincoln aveva  emanato l’Emancipation Proclamation. È vero che Mazzini operò una distinzione tra la causa dell’Unione e quella dell’abolizione della schiavitù, ma sin dagli inizi della crisi espresse la consapevolezza che senza l’affermazione della prima ben difficilmente si sarebbe potuta realizzare, pur con tutti i limiti che non mancò di rilevare, la seconda.

Sembra perciò priva di fondamento qualsiasi tesi che, procedendo dalla distinzione tra la causa abolizionista e la politica unionista, voglia avvalorare l’“equidistanza” di Mazzini o, addirittura, un suo riconoscimento del diritto del Sud storico – gli Stati Confederati d’America – all’autodeterminazione 16.

È noto che Mazzini non mancò di rilevare il cauto anti-schiavismo del governo di Washington, nonché le esitazioni e le riserve espresse, nello stesso Nord, sull’opportunità di riconoscere il suffragio ai neri liberati, che egli sosteneva dovesse essere l’obiettivo principale che avrebbe consacrato  una lotta così lunga e sanguinosa 17  Nonostante ciò nella documentazione esaminata non vi è traccia di alcuna sua disposizione ad avallare il diritto all’autodeterminazione dei Confederati. Costoro, pur agendo in conformità ad una dottrina sulla sovranità dei singoli stati d’indubbia legittimità, non poterono che apparigli come latori di una missione nazionale che reclamava il diritto a scindersi dalla nazione americana per conservare un’istituzione, la schiavitù, antitetica ai principi del suo umanitarismo; la religione dell’Umanità.

È perciò errato ipotizzare che la causa dell’indipendenza della Confederazione potesse trovare un qualche riconoscimento da parte di Mazzini. Tanto più che, al di là di ogni disquisizione teorica sul diritto del Sud all’autodeterminazione, la secessione aveva avuto, come esito politico, l’indebolimento degli Stati Uniti. Si era verificata di conseguenza una momentanea “uscita di scena” degli U.S.A. dallo scacchiere americano, che aveva permesso a Napoleone III di invadere il Messico per abbattere la repubblica e instaurarvi un regime monarchico volto a contenere e, se possibile, a destabilizzare la “Grande Repubblica” nel suo stesso emisfero. La minaccia esterna, rappresentata dai francesi in Messico, aggiuntasi a quella interna della secessione schiavista, ebbe un ruolo determinante nel rafforzare il filo-unionismo di Mazzini, preoccupato per le sorti del baluardo del repubblicanesimo nel mondo 18.

La vittoria dell’Unione di Lincoln, l’emancipatore degli schiavi, fu interpretata da Mazzini come il coronamento della rigenerazione della repubblica americana e il principio di una nuova fase storica, caratterizzata dal consolidamento e dall’espansione su scala globale della democrazia, con a capo gli Stati Uniti, la «Nazione-guida» 19 di un nuovo ordine mondiale. Ed è in questo riscatto o «vendetta» del principio del suffragio universale – come la ha icasticamente resa Biagini 20 – che Mazzini, proprio come il radicalismo britannico, suo ambiente di adozione nel lungo esilio inglese, elabora la sua visione degli Stati Uniti come nazione proiettata non al passato, bensì al futuro quale speranza per l’avvenire politico dell’umanità. 21

Mentre la posizione di Mazzini è caratterizzata da un sostegno all’Unione condizionato dall’effettiva attuazione di un progetto abolizionista, Aurelio Saffi già prima dell’inizio delle ostilità aveva espresso pubblicamente sostegno a Washington, palesando la più totale fiducia nella capacità del repubblicanesimo americano di poter affrontare il terribile frangente della guerra civile e rigenerare la nazione proprio perché aveva allevato, nell’esercizio dei diritti democratici, dei cittadini virtuosi.

Per Saffi, cioè, quella guerra – oltre ad essere un evento che avrebbe visto il trionfo della causa dell’Umanità, la rigenerazione della nazione americana e il rafforzamento della sua democrazia, avrebbe finalmente dimostrato l’efficacia del modello repubblicano statunitense, giudicato come sistema di educazione delle masse alla libertà e all’autogoverno. Sarebbe in tal modo stata smentita la previsione, di non pochi tra i conservatori, dell’inevitabile crollo o della degenerazione della “Repubblica Stellata” nell’anarchia o nell’autoritarismo.

Da questa riflessione, abbozzata negli articoli del Marzo 1861 su «Il Popolo d’Italia», Saffi ebbe modo di sviluppare le sue Lezioni d’Oltre Atlantico, pubblicate su «Il Dovere» immediatamente dopo la fine delle ostilità in America.

Mettendo a confronto l’efficace “scuola di democrazia” americana con i fallimenti delle politiche delle monarchie continentali europee, così come della degenerazione autoritaria del modello repubblicano francese, Saffi desumeva l’indiscutibile superiorità del sistema democratico americano, da altri considerato e descritto come eccezionale ed estraneo alla cultura del Vecchio Continente 22. Invece, lo studio delle vicende americane, lo aveva portato a sostenere che la presunta alterità americana non esisteva affatto, che non c’era niente di “eccezionale” nella genesi e nella fortuna della democrazia in America, e che, piuttosto,  questa non era stata altro che l’esito del naturale sviluppo delle istituzioni scaturite dall’antico diritto dei popoli europei colà emigrati, senza l’interferenza della secolare “usurpazione regia”. Perciò l’invito di Saffi a confrontare l’America con l’Europa e a indagare la storia americana ha come fine quello di rileggere la propria per scorgervi (come nel caso dell’esperienza storica italiana delle antiche libertà popolari dell’autogoverno municipale) le radici sulle quali sviluppare in senso democratico la futura pianta del proprio ordinamento amministrativo e istituzionale.

Pare a questo punto opportuno formulare alcune considerazioni finali. Anzitutto occorre ribadire che sia per Giuseppe Mazzini sia per Aurelio Saffi, la difesa dell’integrità statuale della repubblica degli Stati Uniti d’America ( e, quindi, dell’Unione) sembra avere un duplice obiettivo: quello teorico, di dimostrare l’efficacia del repubblicanesimo nel conciliare la libertà con la democrazia e mantenere salde le compagini nazionali e quello politico, di accelerare la realizzazione di un progetto di un nuovo ordine mondiale di nazioni democratiche destinate a succedere alle monarchie ed ai vecchi imperi dinastici.

Pertanto non è da sottovalutare l’ipotesi di Giorgio Spini secondo la quale lo slancio di larghi settori democratici italiani ed europei nel difendere la causa unionista non deve essere letto come meramente strumentale ai dibattiti nazionali, bensì motivato dalla percezione di «una grande guerra civile su scala internazionale» 23 tra reazionari e conservatori da un lato e democratici dall’altro, per ridefinire il futuro assetto politico del continente europeo 24.

La nuova potenza democratica americana avrebbe dovuto aiutare, se necessario anche con la forza del suo apparato militare, i rivoluzionari europei a realizzare il progetto di un’Europa delle nazioni democratiche, unita e pacifica, che Mazzini aveva teorizzato sin dai primi tempi della sua attività politica 25. Come ha fatto notare Nadia Urbinati, questo assunto, pur  nell’alveo della riflessione inaugurata da Kant della necessità di una pace internazionale quale requisito per l’instaurazione di governi liberi, ne capovolgeva teleologicamente i termini, sostenendo che soltanto il consolidamento della democrazia avrebbe fatto evolvere  le relazioni internazionali verso forme più pacifiche 26.

Memore delle esperienze degli anni Quaranta e Cinquanta con gruppi politici americani promotori dell’espansionismo democratico, Mazzini contava di poter finalmente trovare, nella nuova America galvanizzata dalla vittoria sui secessionisti e dal tracollo dei bonapartisti in Messico, il terreno fertile per una nuova “sacra” missione verso l’Umanità. Ma se una parte dell’opinione pubblica americana accoglieva con entusiasmo i suoi propositi (tanto simili alle dottrine di una provvidenziale elezione americana per la diffusione della democrazia nel mondo) sanciti, dal 1866 nei manifesti dell’Alleanza Repubblicana Universale, questo non si poteva dire per il suo ceto dirigente. Tanto è vero che la classe politica statunitense preferì contrapporre, alle “sacre missioni” mazziniane, i suoi “testi sacri” – come, ad esempio il Farewell Address di George Washington – che raccomandavano alla nazione americana di condurre, nei limiti d’azione di uno stato sovrano ancora giovane, una politica estera che sapesse conciliare realismo ed idealismo, nella prospettiva di poter modificare, secondo i propri principi, le strutture politiche e le relazioni internazionali 27.

Così – come peraltro paventato da Saffi nelle sue ultime Lezioni – l’auspicato incontro tra le idee della missione mazziniana per la democrazia e quella di un “impero della libertà” modellato sullo stato sovrano statunitense, non si verificò, e Mazzini fu, per così dire, “relegato” in un inascoltato soliloquio. Quest’ultima sconfitta dovette risultargli tanto più amara nel momento in cui al trionfo della giovane potenza democratica facevano riscontro il lento declino del cesarismo napoleonico e la grave perdita di prestigio della monarchia in Italia.

Pochi anni dopo la sua morte, le “utopie geopolitiche” di Mazzini parvero essere smentite dall’era dell’imperialismo; tanto più che i cammini di Europa ed America sembravano definitivamente destinati a non incontrarsi.

Quando la vittoria dell’Intesa nella Prima Guerra Mondiale (resa possibile dal contributo degli Stati Uniti) suggellò in Europa la fine  delle monarchie autoritarie e degli stati dinastici sovranazionali, fu allora che il progetto mazziniano di una convivenza pacifica tra nuove nazioni democratiche fu evocato e rivalutato – come ebbe modo di dichiarare nel 1919 Woodrow Wilson durante la sua visita a Genova – per la sua lungimiranza ed attualità. 28

Obiettivi

Dopo aver delineato un quadro dell’approccio di Mazzini e Saffi alla Guerra Civile americana, intendo sviluppare la mia analisi della dialettica del movimento democratico risorgimentale con gli Stati Uniti. È mio obiettivo, stante il generale filo-unionismo delle forze democratiche italiane, esaminare la diffusione e la popolarità dell’idea di un nuovo ordine mondiale repubblicano imperniato sulla potenza egemonica statunitense.

Tenendo conto della centralità di Mazzini nell’indirizzare il dibattito politico interno alla Democrazia, è pertanto necessario procedere dai primi e documentati tentativi del movimento mazziniano di trovare un interlocutore politico statunitense. Occorre quindi approfondire le tre maggiori fasi d’approccio al panorama politico americano: il progetto di collaborazione con la Christian Alliance degli anni Quaranta, gli accordi per un contro-intervento a favore delle insurrezioni in Europa con gli esponenti della Young America negli anni Cinquanta e l’ultimo tentativo dei tardi anni Sessanta – attraverso la Universal Republican Alliance – di stabilire un’alleanza direttamente con il governo di Washington. Inoltre, al fine di avere un resoconto più dettagliato di queste relazioni politiche, mi prefiggo di esaminare i punti di vista e le opinioni di entrambi i referenti politici: italiani e statunitensi. Prevedo dunque di analizzare le aspettative, da parte italiana, di un aiuto statunitense così come la metodologia, le strategie e le ragioni dell’iniziale successo e  del successivo fallimento dell’attività di propaganda democratica nell’ottenere tale sostegno. Partendo dal primo tentativo di Mazzini di ottenere un coinvolgimento politico americano con la Christian Alliance, fino agli ultimi progetti insurrezionali messi in atto da Garibaldi e Mazzini nei tardi anni Sessanta prima della conquista di Roma, questa ricerca si focalizzerà sull’arco cronologico compreso tra gli anni 1840–1870.

Al fine di avere una migliore panoramica del punto di vista italiano, ho scelto di selezionare gli attori di primo piano della Democraziarisorgimentale: Giuseppe Mazzini, Giuseppe Garibaldi, Carlo Cattaneo, Aurelio Saffi, Agostino Bertani, Alberto e Jessie White Mario. Complementare a questa scelta è un’indagine sulle loro relazioni con i più noti interlocutori americani dei quali erano direttamente o indirettamente a conoscenza: Lyman Beecher, Margaret Fuller, i membri del corpo diplomatico statunitense durante la Repubblica Romana (N. Browne, L. Cass, Jr.) e i maggiori referenti della Young America (G.N. Sanders, E. De Leon, P. Soulé) e altre figure di spicco dell’abolizionismo e del radicalismo anglo-americano quali Moncure Daniel Conway, William Lloyd Garrison e Gerrith Smith.

La metodologia adottata in questo tipo di ricerca seguirà il percorso tradizionale degli studi del pensiero politico, con particolare attenzione ai movimenti di riforma statunitensi e britannici e, naturalmente, ai settori democratici del panorama politico italiano. Occorre innanzitutto analizzare la capacità di ogni attore di stimolare, incoraggiare e sollecitare l’impegno della controparte. Strettamente connessa a questo scopo è un’analisi comparativa che presti particolare attenzione ad aspetti del discorso politico che possano provare una possibile adozione, traduzione ed adattamento di termini e locuzioni del vocabolario politico altrui. Intendo infatti privilegiare un approccio analitico che vede nella costante dialettica tra emulazione, assimilazione e rigetto di modelli stranieri un tratto caratteristico della vicenda risorgimentale, se, non, addirittura, la sua genesi (Isabella 2009).

Riallacciandosi a queste ultime considerazioni, questa ricerca intende altresì avvalersi delle nuove chiavi di lettura fornite dalla storia culturale del Nazionalismo e del Risorgimento (Banti 2000, 2005) onde tentare di individuare, da parte democratica, una possibile mitopoiesi della nuova, immaginata, «Nazione-guida» americana.

Note:

  1. D. Rossini, Il mito americano nell’Italia della Grande Guerra, Roma-Bari, Laterza, 2000.
  2. Cfr. H.R. Marraro, American Opinion on the Unification of Italy, New York, Columbia University, 1932; H. Nelson Gay, Scritti sul Risorgimento, Roma, La Rassegna Italiana, 1937; H.R. Marraro, Relazioni fra l’Italia e gli Stati Uniti, Roma, Edizioni dell’Ateneo, 1954; Id. L’unificazione italiana vista dai diplomatici statunitensi, Voll. IV,  Roma, Istituto per la storia del Risorgimento Italiano, 1963–1971.
  3. Cfr. M.E. Curti, “Young America”, in American Historical Review, XXXII, 1926, pp. 34–55; W.F. Galpin, “Letters Concerning the ‘Universal Republic’ ”, in American Historical Review, XXXIV, 1929, pp. 779–787; H.R. Marraro, “Mazzini on American Intervention in European Affairs”, in Journal of Modern History, XXI, n. 2, 1949, pp. 109–114; J. Rossi, The Image of America in Mazzini’s Writings, Madison, University of Wisconsin Press, 1954; H.R. Marraro “Il problema religioso del Risorgimento italiano visto dagli americani”, inRassegna storica del Risorgimento italiano, XLIII, 1956, pp. 463–472.
  4. Cfr. G. Arfè, “La guerra di secessione americana nei dispacci del rappresentante italiano a Washington”, Annuario dell’Istituto Storico Italiano per l’età moderna e contemporanea, XIII–XIV, 1961–1962, pp. 183–349; G. Spini, “I democratici e la guerra civile americana”, in Rassegna storica toscana, XI, n. 1, 1965, pp.153–171;  Symposium di Studi Americani, Italia e Stati Uniti nell’età del Risorgimento e della Guerra Civile. Atti del II Symposium di Studi Americani, Firenze 27–29 Maggio 1966. Firenze, La Nuova Italia Editrice, 1969.
  5. Cfr. L. Celesti, “La Guerra Civile Americana vista dalla stampa genovese”, in Il  Giornalismo Italiano dal 1861 al 1870. Atti del 5° Congresso dell’Istituto Nazionale per la storia del Giornalismo.  Torino 20–23 Ottobre 1966, Torino, Edizioni 45° Parallelo, 1966, pp. 85–90; R. Luraghi, “La Guerra Civile Americana nei commenti dei giornali torinesi dal 1861 al 1865”, in ibid., pp. 47–54; V. Gennaro Lerda, “La schiavitù e la Guerra Civile nelle pagine della Civiltà Cattolica” in G. Spini, A.M. Martellone et al. (a cura di), Italia e America dal Settecento all’età dell’Imperialismo, Padova, Marsilio, 1976, pp. 233–250; M. Margiocco, “Immagini degli Stati Uniti nella pubblicistica fiorentina e milanese del Risorgimento”, in ibid., pp. 219–232.
  6. Cfr. M.L. Lanzillo, “Unità della nazione, libertà e indipendenza. Il Risorgimento italiano e la guerra di secessione americana” in T. Bonazzi, C. Galli, (a cura di), La guerra civile americana vista dall’Europa, Bologna, il Mulino, 2004, pp. 185–260.
  7. E.M. Barsotti, “Difendere la Grande Repubblica. Mazzini, Saffi e la Guerra Civile Americana” – Laurea Specialistica, Università di Pisa, Facoltà di Lettere e Filosofia, Corso di Laurea in Storia e Civiltà, A.A. 2008–2009, Rel. Prof. Arnaldo Testi. Una prima sintesi del lavoro di tesi si può leggere in Id., “Un cospiratore repubblicano e la Nazione-guida”, Bollettino della Domus Mazziniana, Anno LV, n.s., n°1, Marzo 2010 (in corso di pubblicazione).
  8. G. Mazzini, Scritti Editi ed Inediti, Edizione Nazionale, Voll. CVI, Imola, Cooperativa Tipografico Editrice Paolo Galeati, 1906–1943.
  9. A. Saffi, Ricordi e scritti di Aurelio Saffi, pubblicati per cura del Municipio di Forlì, Voll. XIV, Firenze, Tipografia G. Barbera, 1892–1905.
  10. G. Mazzini, “Intorno alla Questione dei Negri in America, Londra 30 Ottobre 1865”, in Il Dovere, 6 Gennaio 1866ora in G. Mazzini, Scritti Editi ed Inediti, Edizione Nazionale, Imola, Cooperativa Tipografico Editrice Paolo Galeati, 1906–1943, vol. LXXXIII, p. 166.
  11. Finora risultano esser state raccolte, nella collettanea curata da Tiziano Bonazzi  e Carlo Galli, le differenti “voci” europee sul conflitto americano, in cui si evidenziano, per alcuni dibattiti nazionali come quello italiano, un sostanziale isolamento. Tuttavia, soprattutto nel lavoro di Saffi, che non sembra aver destato particolare attenzione, non mancano espliciti riferimenti alla storiografia americana, britannica e francese dei secoli XVIII e, soprattutto, XIX sugli Stati Uniti. In particolare alle opere di storia della politica di Edouard Lefevbre de Laboulaye, che esercitò un’opera di opposizione alla diplomazia filo-confederata di Napoleone III, e alla storiografia sull’America coloniale e rivoluzionaria di George Bancroft, che, come fatto notare da Tiziano Bonazzi, ebbe un ruolo preminente nel formulare la genesi della democrazia americana nell’esperienza puritana. Inoltre, non mancano nel testo saffiano locuzioni che sembrano essere attinte dal bagaglio retorico del liberalismo popolare inglese e allusioni polemiche ai movimenti di sostegno della Confederazione di una parte del conservatorismo britannico, filo-sudista perché ostile all’estensione del suffragio propugnata dai radicali filo-nordisti. Su Labuolaye e il dibattito francese si veda R. Laudani, “Mitopoiesi della rivoluzione francese. La guerra civile americana e le origini della Francia contemporanea” in T. Bonazzi, C. Galli, La guerra civile americana, cit., pp. 105–135; su Bancroft si veda T. Bonazzi, Il sacro esperimento. Teologia e politica nell’America puritana, Bologna, Il Mulino, 1970, p. 455. Sul dibattito britannico sulla Guerra Civile e il liberalismo popolare si veda T. Tagliaferri, “Il significato della guerra civile americana e i doveri dell’Inghilterra”, in T. Bonazzi, C. Galli, La guerra civile americana, pp. 27–60 e E.F. Biagini, Il liberalismo popolare. Radicali, movimento operaio e politica nazionale in Gran Bretagna 1860–1880, Bologna, Il Mulino, 1992.
  12. Un caso in cui Mazzini cita proprio l’esempio americano  per dimostrare che la schiavitù è un retaggio anteriore alla democrazia statunitense e non un suo prodotto è la polemica con Jean Charles Léonard Sismonde de Sismondi. Cfr. G. Mazzini,  “Sismondi’s Studies on free Constitutions”, in Tait’s Edinburgh Magazine, Agosto 1838, ora  in G. Mazzini, Scritti Editi ed Inediti, Edizione Nazionale, Imola, Cooperativa Tipografico Editrice Paolo Galeati, 1906–1943, vol. XVII, pp. 249–250.
  13. La natura schiettamente settentrionale nonché “semi-politica” dell’organizzazione non crearono particolari problematiche, stante anche la sua totale concentrazione, nella collaborazione con Mazzini, sullo scenario euro-mediterraneo. I contrasti insorsero invece sulla natura rivoluzionaria e prettamente “politica” della collaborazione in vista di un’insurrezione repubblicana in Italia che i mazziniani richiedevano, con disappunto di alcuni tra i più conservatori (e più influenti) dei membri americani dell’Alliance. Questi ultimi divennero sempre meno propensi ad aiutare quei pericolosi “radicali” europei. Invece, per quanto riguarda la schiavitù, si è indotti a ritenere che non pochi tra i membri dell’Alliance la pensassero come Mazzini se, come emerge da un recente studio, la maggioranza degli ex-nativisti (o affini) finisse per confluire, al momento della crisi dei tardi anni Cinquanta, nel movimento abolizionista. Cfr. S. Di Loreto, “Antischiavismo e anticattolicesimo negli Stati Uniti prima della guerra civile” in D. Fiorentino, M. Sanfilippo, (a cura di), Gli Stati Uniti e l’Unità d’Italia, Roma, Gangemi, 2004, pp. 83–99.
  14. Non essendovi nota, nell’Edizione Nazionale degli Scritti Editi ed Inediti di scritti abolizionisti per il biennio 1852–1853 destinati alla stampa americana, non si possono, secondo Joseph Rossi che formulare due ipotesi. La prima è che sia stata pubblicata sul bostoniano Liberator, firmata dal suo amico George Holyoake, una lettera di adesione di Mazzini ad un comitato democratico inglese. La seconda e più plausibile ipotesi è che, sempre sullo stesso periodico, sia stato pubblicato un articolo in cui erano contenute delle osservazioni di Mazzini sulla schiavitù. Cfr. J. Rossi, The Image of America in Mazzini’s Writings, Madison, University of Wisconsin Press, 1954, pp. 100–101, 124n, 181, 182.
  15. Cfr. M.L. Lanzillo, “Unità della Nazione, Libertà e Indipendenza. Il Risorgimento italiano e la guerra di secessione americana”, in T. Bonazzi, C. Galli (a cura di), La guerra civile americana, cit., Bologna, il Mulino, 2004, pp. 189, 200; G. Spini, I democratici e la guerra civile americana, cit., pp. 161–162; R. Luraghi, Storia della Guerra Civile Americana, cit., p. 726: «In realtà la guerra di secessione come lotta tra schiavisti e antischiavisti fu effettivamente combattuta: ma (si potrebbe dire paradossalmente) non in America , sibbene in Europa […]. È vero che molti furono i raggruppamenti liberali, democratici, o, in genere, progressisti che si eressero paladini della causa del Nord […] non pochi furono gli uomini e le correnti di sentimenti schiettamente liberali che (pur esprimendo una condanna di principio sulla istituzione della schiavitù) guardarono con simpatia alla lotta del Mezzogiorno per l’indipendenza, o, quanto meno non si lasciarono ingannare dalla leggenda del Nord «antischiavista». […] uomini di opinioni apertamente e disinteressatamente liberali amici del Risorgimento italiano, come Gladstone e Lord Russell, dettero tutta la loro simpatia alla lotta del Sud per la propria indipendenza, e il nostro Mazzini non si stancò mai di ammonire che si stesse ben attenti a non confondere la causa del Nord con quella dell’antischiavismo, mostrando con ciò un acume ben superiore a quello di molti politici del suo tempo»; Spini invece, pur non sposando la tesi di un Mazzini al limite del filo-sudismo, ipotizza che fosse stata l’influenza su Mazzini dell’ambiente britannico, tutt’altro che sfavorevole alla causa dell’indipendenza del Sud a renderlo restio dal condannare tout-court la secessione. Dall’analisi di più recenti opere sul radicalismo britannico e il dibattito sulla Guerra Civile, sembrerebbe più corretto desumere il contrario. Cfr. E.F. Biagini, Il liberalismo popolare. Radicali, movimento operaio e politica nazionale in Gran Bretagna 1860–1880, Bologna, Il Mulino, 1992, pp. 82–96; T. Tagliaferri, “Il significato della guerra civile americana e i doveri dell’Inghilterra” in T. Bonazzi, C. Galli, La guerra civile americana, cit., pp.  27–60.
  16. Questo tipo di interpretazione di Mazzini sostanzialmente neutrale, se non, addirittura, fortemente caustico ed ironico riguardo una presunta ipocrisia nordista è frutto di una lettura alquanto “libera” delle lettere a Clementia Taylor, William Malleson e Matilda Biggs negli anni 1863–1865. Cfr. G. Mazzini, “To Clementia Taylor, London. Lugano May 19th 1863” ora in G. Mazzini, Scritti Editi ed Inediti, Edizione Nazionale, Imola, Cooperativa Tipografico Editrice Paolo Galeati, 1906–1943, vol. LXXIV, p. 224; Id., “To William Malleson., London February  15th, 1864”  ora in Id., Scritti Editi ed Inediti, vol. LXXVIII, cit., pp. 9–11; Id.,  “To Matilda Biggs. London March 4th, 1865” ora in Id., Scritti Editi ed Inediti, vol. LXXX, cit.,pp. 126–127.
  17. Cfr. G. Mazzini, Intorno alla Questione dei Negri in America, cit., pp. 163–167.
  18. Ma non vi fu, com’è stato sostenuto,  un ripensamento a favore dell’Unione  di fronte della costituzione dell’impero-fantoccio di Massimiliano d’Austria poiché già sin dal 1861, aveva espresso l’opinione che la difesa della democrazia era affidata alle mani del Nord. Cfr. G. Mazzini, “To Jessie White Mario, Naples, 15th September 1861” ora  in G. Mazzini, Scritti Editi ed Inediti, vol. LXXI, cit., p. 394; J. Rossi, The Image of America in Mazzini’s Writings, cit., p. 129.
  19. Cfr. G. Mazzini, Intorno alla Questione dei Negri in America, cit., p. 166.
  20. Cfr. E.F. Biagini, Il liberalismo popolare. Radicali, movimento operaio e politica nazionale in Gran Bretagna, cit., p. 93.
  21. Ibid., p. 84.
  22. Cfr. M. Ridolfi, “La Démocratie en Amérique di Tocqueville e la sua ricezione nell’Italia del Risorgimento” in D. Fiorentino, M. Sanfilippo (a cura di), Gli Stati Uniti e l’Unità d’Italia, cit.
  23. G. Spini, I democratici e la guerra civile americana, cit., pag. 158. La “globalità”, o meglio, la percezione della Guerra Civile come parte di un conflitto globale per il rafforzamento della democrazia, l’abbattimento degli ultimi retaggi di dipendenza coloniale e l’estensione dei diritti civili e democratici è stata ripresa, soprattutto per quanto riguarda il dibattito politico inglese, da uno dei più noti studiosi dell’impero britannico e del mondo “atlantico”. Cfr. C. A. Bayly, La nascita del mondo moderno: 1780–1914, Torino, Einaudi, 2007, pp. 181–184.
  24. Cfr. T. Bonazzi, C. Galli (a cura di), La guerra civile americana, cit.
  25. Sulla maturazione di un progetto politico di una nuova Europa di nazioni democratiche alleate, S. Mastellone, Il progetto politico di Mazzini (Italia-Europa), Firenze, Leo S. Olschki, 1994.
  26. N. Urbinati, “The Legacy of Kant: Giuseppe Mazzini’s Cosmopolitanism of Nations”, in Giuseppe Mazzini and the Globalization of Democratic Nationalism (1830–1920), in Proceedings of the British Academy, 152, 2008, pp. 11–35; si veda inoltre S. Recchia, N. Urbinati, A Cosmopolitanism of Nations. Giuseppe Mazzini’s Writings on Democracy, Nation Building and International Relations, Princeton, Princeton University Press, 2009, pp. 1–30.
  27. Cfr. M. Del Pero, Libertà e impero. Gli Stati Uniti e il mondo 1776–2006, Roma-Bari, Laterza, 2008, pp. 15–38, 65–69, 107–113.
  28. Cfr. S. Recchia, N. Urbinati, A Cosmopolitanism of Nations. Giuseppe Mazzini’s Writings, cit., p. 3; S. Di Scala, “Il ventunesimo secolo sarà il secolo di Mazzini?”, in Critica Sociale, n. 8, 2005, pp. 70–71. Per il viaggio di Wilson in Italia e l’entusiastica accoglienza riservatagli dall’opinione pubblica si veda D. Rossini, Il mito americano nell’Italia della Grande Guerra, Roma-Bari, Laterza, 2000, pp. 206–208.

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