Nixon, Kissinger e la politica verso il Libano, 1969–1972

Il 28 ottobre 1969, lo stesso giorno in cui al Cairo la delegazione libanese negoziò con Arafat i dettagli di un accordo sulla libertà di cui i fedayin avrebbero potuto godere nel Paese dei Cedri, Kissinger inviò a Nixon un memorandum in cui sottolineava come «il movimento dei fedayin ha due obiettivi principali: primo, il recupero dei territori conquistati [da Israele nella Guerra dei Sei Giorni] e il ristabilimento della Palestina; secondo, […] l’eventuale rovesciamento dei governi [arabi] moderati» 1. L’ex professore di Harvard avvertiva il Presidente del rischio di una destabilizzazione politica del Libano, simile a quella che si stava profilando in Giordania (Dann 1991; Bailey 1984), a cui stavano conducendo le azioni terroristiche che i fedayin lanciavano contro Israele. Inoltre, Kissinger poneva in risalto la pericolosità che un eventuale intervento siriano a difesa dei “fratelli” palestinesi avrebbe potuto avere nella ridefinizione degli equilibri mediorentali: «I siriani hanno giocato un ruolo attivo nell’appoggio delle azioni dei fedayin […].  La crisi attuale potrebbe fornire al governo siriano di sinistra l’opportunità di utilizzare i fedayin per mobilitare il sentimento arabo contro il governo moderato libanese» 2.

Il contesto storiografico

Le succitate parole di Kissinger, se, da un lato, escludevano l’intenzione statunitense di intervenire direttamente in Libano – soprattutto a livello militare –, dall’altro, non celavano l’attenzione particolare che la Presidenza Nixon intendeva porre nei confronti della dialettica politico-militare libanese. Ciò, di fatto, permette di smentire quella teoria interpretativa, diffusasi soprattutto all’indomani dell’intervento americano in Libano nel 1978, che cercava di dimostrare come l’azione militare degli Stati Uniti costituisse una sorta di “rimedio” ad un loro presunto disinteresse manifestato per le dinamiche politiche, diplomatiche, economiche e militari libanesi negli anni precedenti lo scoppio della Guerra Civile (Havemann 1988). Tali analisi, che, non hanno avuto la possibilità di fondarsi sull’apparato documentaristico solo recentemente declassificato, sono state messe in risalto soprattutto dai lavori di Rex Brynen (PLO Policy in Lebanon: Legacy and Lessons) e Michael C. Hudson (The Palestinian Factor in the Lebanese Civil War). Secondo gli autori, l’Amministrazione Nixon avrebbe differenziato l’approccio nei riguardi delle ingerenze che le organizzazioni palestinesi esercitavano verso le politiche interne di Giordania e Libano, Stati che i fedayin dopo la Guerra dei Sei Giorni avevano eretto a basi operative delle proprie azioni di guerriglia contro Israele. Studiosi del calibro di Asaf Siniver (Nixon, Kissinger, and U.S. Foreign Policy Making), Miriam Joyce (Anglo-American Support for Jordan) e Nigel Ashton (King Hussein of Jordan) hanno ripreso tali tesi in alcuni loro lavori recenti. Essi, hanno evidenziato il ruolo attivo svolto da Kissinger per ottenere dall’apparato decisionale statunitense l’adesione alla propria linea diplomatica mediorentale (e non a quella dello State Department) ed al conseguente modus operandi realistico. Gli autori hanno sottolineato soprattutto come l’attivismo americano manifestatosi durante la crisi giordana mirasse a preservare l’integrità politica del Regno hashemita perché ciò avrebbe rafforzato la credibilità di Washington nei riguardi dei Paesi arabi radicali, invogliandoli a recidere i propri legami con Mosca 3. Al contrario, nel Libano dei primi Anni Settanta, come ha riportato Farid el Khazen, riprendendo ed ampliando le tesi di Yair Evron (War and Intervention in Lebanon) e John Cooley (Payback: America’s Long War in the Middle East,), «uno scontro [tra libanesi e palestinesi] non avrebbe costituito né una sfida per la credibilità né una minaccia alla sicurezza americane» (El Khazen 2000). Ciò poiché, mentre in Giordania lo showdown tra la Legione Araba e i fedayin avrebbe prodotto un vincitore ed uno sconfitto, in Libano, nessun gruppo socio-religioso era nelle condizioni di raggiungere una piena affermazione sull’altro. Quest’equilibrio de facto avrebbe consentito a Washington di non avvertire alcuna sfida al proprio prestigio e ai propri special interests permettendogli di assumere un atteggiamento di complessiva equidistanza tra le parti.

Tale impianto interpretativo ha costituito la base su cui gli studiosi hanno fondato il dibattito storiografico sull’impegno degli Stati Uniti in Libano nel periodo precedente la guerra civile. La maggior parte degli storici, però, non ha potuto imperniare le proprie analisi su delle basi scientifiche. Di tale mancanza hanno sofferto gli studiosi statunitensi, che hanno potuto attingere ad un impianto scientifico limitato, come i Public Papers, le dichiarazioni pubbliche, le interviste giornalistiche e televisive di Nixon e dei componenti della sua Amministrazione e gli State Department Bulettin.Al contrario, gli storici libanesi, nel fornire le proprie interpretazioni della crisi che condusse alla guerra civile del proprio Paese, ne hanno enfatizzato alcuni aspetti. Tra questi, essi hanno sottolineato sia le caratteristiche sociali, politiche ed economiche delle cause del conflitto (Hudson 1985; Id. 1988; Petran 1987), sia (in modo estremamente sbilanciato nella difesa di una componente socio-religiosa a discapito di un’altra) le proprie appartenenze familiari (il sistema dello za’im),religiose o politiche (Barakat 1977; Id. 1979). Anche la storiografia italiana in merito è estremamente limitata poiché l’interpretazione della guerra civile libanese, ed i prodromi ad essi sottesi, sono riconducibili sia all’interno di filoni di tipo giornalistico o pamphlettistico che privilegiano una visione terzomondista (De Matteis 1991) sia a delle opere generiche o monografiche che si limitano ad abbracciare apertamente un assunto politico di partenza di tipo anti-israeliano e filo-arabo (Moscato 1993).

Al di là di questo, rimane ineludibile, per la comprensione del quadro politico interno ed internazionale, lo studio delle opere di memorialistica degli statisti americani come i volumi di Richard Nixon (RN: The Memoirs of Richard), Henry Kissinger (Gli Anni della Casa BiancaAnni di CrisiYears of Renewal), Harold (Hal) Saunders (Other Walls: The Politics of the Arab-Israeli Peace Process), William B. Quandt (Peace ProcessDecade of Decisions) e di Harry Haldeman (The Haldeman Diaries). Ad essi bisogna aggiungere alcuni lavori i cui contenuti possono essere suddivisi in quelli di tipo analitico-narrativo, come le opere di Kamal Salibi (Crossroads to Civil War), Marius Debb (The Lebanese Civil War), Walid Khalidi (Conflict and Violence in Lebanon) ed Itamar Rabinovic (The War for Lebanon, 1970–1983), e giornalistico, come i testi di Thierry Desjardins (Le Martyr du Liban,), Jonathan Randal (Going All the Way), Thomas Friedman (From Beirut to Jerusalem) e Sandra Mackey (Lebanon: Death of a Nation). Solo negli ultimissimi anni, la declassificazione del vasto apparato documentario statunitense sta consentendo agli storici di analizzare dettagliatamente il decision-making process dell’Amministrazione Nixon. Ciò ha consentito ad uno storico come Robert Dallek di pubblicare una delle prime opere di alto livello scientifico che ha analizzato in senso ampio il ruolo di Kissinger per la definizione della politica estera dell’amministrazione ed il conseguente ruolo di «Presidente ombra» in cui fu confinato Nixon (Dallek 2007). Inoltre, la disponibilità del materiale inedito, ha permesso a studiosi della realtà mediorentale come Barry Rubin (Lebanon: Liberation, Conflict, and Crisis) e Nigel Ashton (The Cold War in the Middle East) ed Antonio Donno (Nixon, Kissinger e il Medio Oriente 1969–1973) di curare le edizioni di opere, fondate su un robusto impianto di fonti inedite ed edite, che stanno contribuendo alla rielaborazione e rievisione di alcuni topoi interpretativi sin ad ora dati per assodati. Il libro curato da Antonio Donno, in particolare, ha rappresentato il lavoro analiticamente e scientificamente più esauriente sino a questo momento pubblicato in Italia sull’atteggiamento politico-diplomatico dell’Amministrazione Nixon verso il Medio Oriente.

Innovatività

La possibilità d’accesso alle fonti primarie statunitensi inedite (quali quelle raccolte nei Nixon Presidential Materials Project e nelle serie del Record Group 59 relative al Libano dei National Archives ele Henry Kissinger Telephone Transcripts) ed edite (tra cui i Public Papers of President Nixon, 1969–1974 ed I Papers Relating to the Foreign Relations of the United States)a cui, per una maggior completezza deldecision-making process si possono affiancare i files britannici sul Libano del Foreign and Commonwealth Office – riportate alla fine della presente relazione –, offre la possibilità di elaborare una nuova chiave interpretativa in grado di fornire una lettura innovativa della politica degli Stati Uniti verso il Libano. Essa potrà far risaltare le correlazioni esistenti tra l’evoluzione della politica mediorientale statunitense, la necessità di preservare l’integrità politica libanese ed il containment di Mosca nell’area.

Al contrario di quanto sostenuto sino ad ora dal filone principale della storiografia, lo studio delle fonti, finalizzato alla stesura di una monografia sui rapporti tra gli Stati Uniti ed il Libano durante la prima amministrazione Nixon, sta progressivamente mettendo in evidenza come Henry Kissinger, nonostante il Presidente non gli avesse affidato alcun incarico ufficiale riguardo la questione mediorentale, abbia utilizzato, sin dal 1969, la titolarità dell’Nsc per seguire – in maniera estremamente attenta – le dinamiche politiche delle comunità socio-religiose ed i rapporti tra partiti e movimenti politici libanesi e tra questi ed i fedayin 4. In tale opera di analisi – molto spesso evolutasi in prassi politico-diplomatica –, egli manifestò tutto il suo essere un Realpolitiker (Del Pero 2006) evidenziando una condotta tesa alla «salvezza del governo moderato [libanese] ed alla protezione della comunità cristiana» 5. Da Consigliere alla sicurezza di Nixon, Kissinger tenne sotto costante osservazione il crescente indebolimento dei partiti libanesi (causato dal progressivo coinvolgimento nella dinamica politica dell’Olp e delle azioni dei guerriglieri palestinesi), cercando di coordinare l’azione diplomatica con le valutazioni dell’intelligence e dei militari 6. Tale atteggiamento, che si differenziava in maniera netta dalla linea di apertura alle istanze arabe propugnata dallo State Department (il cui culmine fu la proclamazione del Piano Generale per la Pace in Medio Oriente, meglio noto come Piano Rogers del dicembre 1969), era finalizzato sia a rendere chiara al Cremlino la risolutezza statunitense a garantire la sopravvivenza di un regime arabo moderato, sia a mostrare ai Paesi arabi radicali, specie alla Siria, client state di Mosca, la volontà americana di «reagire ad un’invasione straniera [del Libano]» 7. Tale presa di posizione, nell’escalation della crisi tra libanesi e palestinesi, pose in risalto la volontà di Kissinger di far assumere agli Stati Uniti un ruolo attivo nella difesa dell’autonomia del Libano. Politica che nell’area mediorentale contribuì a far identificare la détente con la Realpolitik, a ridimensionare il radicalismo palestinese, a difendere l’integrità politico-territoriale israeliana e a rafforzare la special relationship con i Paesi arabi filo-occidentali, concorrendo al contenimento sovietico ed al mantenimento della balance of power in Medio Oriente.

Obiettivi

Lo scenario politico entro cui gli Stati Uniti avrebbero dovuto incanalare tale linea diplomatica propugnata da Henry Kissinger era caratterizzato dalla minaccia costante a cui Beirut era sottoposta dal tentativo di Arafat e dell’Olp di creare uno Stato nello Stato. Ciò, oltre a provocare le risposte militari dell’Idf agli attacchi che i fedayin lanciavano contro lo Stato ebraico dal Sud del Libano, stava radicalizzando una parte sempre più consistente della società libanese, rompendo l’equilibrio tra le componenti musulmane e cristiane della società esistente sin dal 1943. Sin da quell’anno, con la raggiunta indipendenza dalla Francia, ex potenza mandataria e con la promulgazione della propria Costituzione, il Libano si era retto su di un sottile equilibrio sociale fondato sul Patto Nazionale. Quest’accordo, pur sancendo il carattere arabo del Paese e la sua appartenenza alla Lega Araba, assegnava la Presidenza della Repubblica ed il comando delle forze armate ai cristiani, la carica di Primo Ministro ai musulmani sunniti e la Presidenza del Parlamento ai musulmani shiiti. Ciò, di fatto, aveva contribuito a garantire una mediazione incruenta dei diversi interessi politici (Salam 1973; Rabbath 1987). La governabilità politica, raggiunta grazie a delle seppur limitate riforme politiche, permise di poter avviare, specie con il governo Karāmi, una serie di programmi d’opere pubbliche ambizioso che, di fatto, rinforzò l’economia interna – aprendo le porte ad una notevole espansione nel Paese degli istituti di credito – e che, favorendo i consumi, diede il via ad un vero e proprio boom economico (Chiha 1965; Labaki 1988).

Tale situazione di relativa stabilità toccò il suo culmine tra il 1958, dopo che l’intervento dei marines inviati dal Presidente Eisenhower ebbero ristabilito l’ordine ed il legittimo potere di Chamoun (De Luca 1998), ed il 1967, con la fine della Guerra dei Sei Giorni. Il conflitto, che aveva visto un ridimensionamento politico, diplomatico ed economico di molti Stati dell’area mediorientale (Oren 2002), per il Libano rappresentò il punto più alto del proprio sviluppo, grazie all’atteggiamento di sostanziale neutralità. Anche se non mancarono attestati formali di solidarietà alla causa pan-araba nei riguardi del conflitto con Israele, le componenti politico-religiose rappresentate da Camille Chamoun, Raymond Eddé e Pierre Gemayel raggiunsero un accordo tripartito – una vera e propria alleanza in grado di proteggere il Paese da qualunque trauma politico – contro «l’arabismo, il sionismo ed il comunismo» (Traboulsi 2007, 251). La raggiunta stabilità politica rese possibile un aumento degli investimenti finanziari e di capitale da parte dei Paesi occidentali, gli Stati Uniti su tutti. Ciò rinsaldò il circolo virtuoso dell’economia che, grazie all’aumento degli investimenti pubblici in campo infrastrutturale, si tradusse in un sostanziale aumento dell’occupazione (Gates 1989; Gordon 1980) – di cui benificiò soprattutto la componente musulmana della società libanese che, pur essendo maggioranza numerica del Paese, sino ad allora era rimasta relegata nell’ambito proletario in campo lavorativo – ed in una più equilibrata redistribuzione del reddito nazionale. L’afflusso di valuta pregiata – soprattutto dollari – in campo finanziario generò un surplus che fu reinvestito per l’ammodernamento di alcuni settori dell’agronomia, come la produzione di tabacco, che subì un’impennata tale da permettere a molti piccoli agricoltori di «raggiungere le file della borghesia» (Traboulsi 2007, 159).

L’equilibrio socio-politico su cui il Libano sembrava ormai avviato subì un primo colpo con la crisi dell’Intra Bank, istituto di credito a partecipazione statale che movimentava l’ingente quantitativo di capitali presente nel Paese e che gli valse la qualifica di «Svizzera del Medio Oriente». I capitali con cui l’Intra Bank conduceva le sue operazioni erano soprattutto quelli stranieri – specie quelli dei Paesi produttori di petrolio che utilizzavano la banca come istituto d’intermediazione finanziario – e la liquidità disponibile aveva consentito d’operare degli ingenti investimenti nel processo di sviluppo infrastrutturale del Paese e nell’export di derrate alimentari. Le conseguenze socio-politiche del crack, avvenuto nel 1966, si avvertirono l’anno successivo, quando l’arrivo del capitale straniero – specie statunitense – spostò l’asse degli investimenti verso l’ambito finanziario, penalizzando soprattutto i piccoli imprenditori – specie quelli agricoli – e generando dei vasti settori monopolistici. Ciò, se da un lato originò l’arricchimento del ceto borghese medio-alto, costituito da cristiani, dall’altro portò ad uno spopolamento delle campagne a favore di un’urbanizzazione selvaggia. Nei sobborghi di Beirut o Sidone, vere e proprie favelas, si raccolse la gran parte della popolazione musulmana, il cui malcontento cominciò a crescere a dismisura. Fu in quel frangente che i partiti musulmani avviarono le prime, pressanti richieste di una revisione della rappresentatività – secondo loro sbilanciata a vantaggio della minoranza cristiano-maronita – sancita nel Patto Nazionale a favore dei propri correligionari (Dib 2004, 150–153). La frattura determinatasi tra le componenti sociali libanesi si acuirono nel 1968, che può essere posta come la data d’inizio dell’involuzione politica del Libano. In quell’anno i fedayin, compirono il primo attentato contro il territorio israeliano dal Sud del Paese (O’Ballance 1974), rendendolo un’appendice della «guerra d’attrito» che lo Stato ebraico e l’Egitto stavano combattendo sul Canale di Suez (Korn 1982; Whetten 1974) e scatenando la prima ritorsione dell’Idf e dando inizio a quella radicalizzazione politica che sarebbe sfociata nella guerra civile.

Tuttavia, è da mettere in risalto come anche prima del 1968, immediatamente dopo la fine della Guerra dei Sei Giorni, con la conquista israeliana della Cisgiordania, si verificò una prima situazione di disequilibrio socio-politico (Soffer 1986; Gordon 1980, 9–13) nel momento in cui l’esodo dei profughi palestinesi, nonostante la gran parte si fosse riversata in Giordania, raggiunse anche il Libano (Sayegh 2005). Qui, al pari di quanto accadde nel regno hascemita, le organizzazioni politiche palestinesi si organizzarono ed avviarono le prime azioni di guerriglia anti-israeliana, anche se queste mantennero più un carattere episodico che non una continuità d’azione politico-militare. Fu tra il 1969 ed il 1970, in concomitanza con l’esplosione della crisi giordana del settembre del 1970 (Settembre Nero) e la forte repressione messa in atto da re Hussein che i palestinesi si spostarono massicciamente in Libano. Dopo l’espulsione dalla Giordania, i profughi si riversarono nel Sud del Libano e si stabilirono in numerosi campi-profughi, dove raggiunsero in breve il numero di 150.000 (Khalidi 1984, 258), dipendendo interamente da al-Fatah per ogni tipo di attività e servizi (Migdal 1980). Inquadrati nelle file di al–Fatah, del Fplp e del Fdplp, i guerriglieri palestinesi, che in poco meno di un anno passarono da 800 a circa 2200 (Rubin, Colp Rubin 2005, 77), cominciarono a sostituirsi progressivamente alla legittima autorità libanese, avviandosi a costituire uno Stato nello Stato nella regione di Arqub – la cosiddetta Fatahland – e arrivando a controllare delle porzioni sempre più ampie di territorio da cui i fedayinlanciavano i loro attacchi verso Israele, causando la reazione dell’Idf (Brynen 1989, 49–51; el-Rayyes,  Nahas 1976; Yaari 1970). Il governo libanese, sempre più schiacciato tra le pressioni del mondo arabo – specie quelle siriane ed egiziane – che premevano perché ai palestinesi fosse concessa libertà d’azione e le ritorsioni militari di Gerusalemme, autorizzò le forze armate, il cui Stato Maggiore era controllato dai cristiani, ad usare la forza per limitare la portata delle operazioni di guerriglia dei fedayin (Randal 1983, 164). Il 3 novembre 1969, con la mediazione di Nasser, si arrivò alla sottoscrizione degli Accordi del Cairo, con cui all’Olp veniva concessa libertà d’azione nel rispetto delle leggi e della sovranità libanesi in cambio dell’impegno a non lanciare attacchi ad Israele dal confine Sud del Paese (Winslow 1996, 161–174). Ciononostante, i palestinesi ruppero l’accordo nelle settimane successive e, a partire da quel momento sino al culmine raggiunto nell’aprile 1975, gli scontri tra l’esercito regolare di Beirut e i fedayin si fecero sempre più frequenti.

I conflitti politici, dovuti all’alterazione degli equilibri socio-religiosi provocati in gran parte dalla massiccia presenza palestinese (che, dopo Settembre Nero aumentò di ulteriori 400.000 unità), resero il Libano progressivamente sempre più debole. Le presidenze di Helou e Frangiyeh ed i governi di al-Yafi, Karami, Salam, al-Hafiz al-Sulh e Rifai, che si alternarono alla guida del Paese dalla fine della Guerra dei Sei Giorni sino alla vigilia della guerra civile, furono strutturalmente deboli ed incapaci d’assumere decisioni politicamente condivise. Ciò provocò una progressiva radicalizzazione dell’agone politico e la formazione di vere e proprie milizie armate che non solo spaccarono la già debole unità dell’esercito regolare, ma che acuirono sensibilmente i contrasti tra le varie componenti socio-religiose della realtà libanese. Quella che seguì fu un’escalation conflittuale causata dalla scarsa mobilità sociale – a cui la gran parte dei musulmani erano ancorati –, dall’aumento del costo della vita (ed alla conseguente dilatazione della discrasia tra le ineguaglianze socio-economiche) e dalla crescita della protesta studentesca ed operaia a cui la classe politica non seppe fornire delle risposte convincenti. L’establishmentpolitico libanese si paralizzò in una sclerosi improduttiva a cui si cercò di ovviare mediante l’uso della forza nei riguardi dei guerriglieri palestinesi (Salibi 1976, 77). Gli scontri non fecero altro che acuire ulteriormente le spaccature, generando una dinamica politica che progressivamente passò da un’iniziale paralisi ad una vera e propria cristallizzazione delle posizioni, sino ad arrivare alla radicalizzazione. La conseguenza diretta di ciò fu l’aumento della vulnerabilità del Libano alle ingerenze degli Stati arabi negli propri affari interni. L’esempio più rappresentativo è forse quello della Siria. Assad (Ma’oz, Yaniv 1986), che non abbandonò mai il progetto costitutivo di una “Grande Siria” (comprendente il Libano propriamente detto), non solo intervenne in maniera diretta presso il Governo di Beirut, cercando di condizionarne apertamente le scelte e le finalità politiche, ma riuscì ad infiltrarsi nei gangli vitali libanesi, appoggiando economicamente (oltre che militarmente) la parte shiita della componente musulmana libanese (Shanahan 2005). Ciò permise ai partitiAmal prima (Norton 2010) e ad Hezbollah poi (Qassem 1988), assai poco inclini al pan-arabismo di stampo nasseriano e molto più favorevoli al progetto di “Grande Siria”, di estendere il proprio consenso e di minare ulteriormente il sempre più fragile equilibrio politico libanese. Accanto alle spaccature causate dall’operato dell’Olp, si aggiunsero quelle scaturite dalla ormai conclamata frammentazione delle forze politiche e delle loro prospettive di risoluzione dei contrasti interni: la componente Drusa, che intendeva costituire uno Stato interamente musulmano; i musulmani moderati che miravano a ridimensionare il peso politico interno dei cristiani; i Cristiano-Maroniti, divisi in tre gruppi interni che miravano specificamente a creare una divisione del Paese in due Stati (uno musulmano e l’altro cristiano), a mantenere la componente cristiana predominante e una componente moderata che intendeva affrontare la dinamica politica di uno Stato in cui i musulmani erano la maggioranza della popolazione.

In un contesto simile, che stava portando allo sfaldamento del tessuto sociale, economico e politico del Libano, l’Amministrazione Nixon fu chiamata ad assumere delle responsabilità crescenti. Sin dal 1969, quando le tensioni tra i palestinesi ed i giordani cominciavano a montare, preparando il terreno allo scontro finale tra Hussein ed i fedayin nel Settembre Nero, Kissinger aveva quasi profeticamente messo in guardia l’Amministrazione da una riproposizione delle stesse tensioni anche in Libano, qualora la componente musulmana della popolazione avesse superato numericamente quella cristiana.

Per tutto il corso del 1969 (specialmente nelle fasi immediatamente precedenti e successive alla sottoscrizione degli Accordi del Cairo di novembre, che, sancirono di fatto lo sfaldamento socio-politico del Libano) e del 1970, come stanno mettendo in rilevo l’analisi e lo studio dei documenti (a differenza da quanto sostenuto da buona parte della storiografia precedente alla disponibilità delle fonti primarie inedite), Kissinger si erse a portavoce delle istanze delle forze politiche moderate libanesi – sia cristiane sia musulmane – che chiedevano un maggior impegno economico, politico, diplomatico e, soprattutto, militare degli Stati Uniti per salvaguardare l’integrità politico-amministrativa del Libano. L’ex professore di Harvard assunse tale modus operandi in aperto contrasto con la linea seguita dallo State Department. Infatti, i funzionari (la “burocrazia”, nelle parole di Kissinger) e anche lo stesso Segretario di Stato, William (Bill) Rogers, propugnavano una linea diplomatica di progressivo avvicinamento alle istanze arabe e cercavano di operare pressioni sui governi libanesi affinché cercassero degli accordi con i palestinesi propedeutici all’avvio di riforme politiche che avrebbero dovuto condurre alla risoluzione dei problemi interni. Più realisticamente, Kissinger era convinto che solo dimostrando un atteggiamento fermo di fronte alla minaccia alla stabilità interna libanese rappresentata dai palestinesi (anche in virtù della loro vicinanza all’Unione Sovietica), gli Stati Uniti avrebbero potuto evitare un indebolimento delle posizioni occidentali in Medio Oriente. A conferma di ciò, come è riportato in alcuni documenti che, in questa sede saranno citati solo a titolo esemplificativo, Kissinger agì, anche per il tramite di Joe Sisco (che assunse il ruolo di trait d’union tra l’Nsc e il Dipartimento di Stato) perché gli Stati Uniti rendessero evidente il proprio atteggiamento di difesa dell’autonomia politico-amministrativa del Libano. Il Consigliere di Nixon smentì il Segretario di Stato, che pure aveva ricevuto dal Presidente la titolarità delle competenze sul Medio Oriente, caldeggiando, a differenza di Rogers sia l’invio della Sesta Flotta davanti alle coste libanesi in funzione deterrente anti-fedayin 8, sia la vendita di un pacchetto di armi, soprattutto a causa del fatto che «l’esercito libanese è molto piccolo (circa 13.000 uomini), estremamente debole e male equipaggiato» 9. Già il 19 maggio 1969, Kissinger era riuscito ad ottenere che Joe Sisco perorasse presso il Dipartimento di Stato la necessità che l’Amministrazione Nixon sostenesse l’autonomia libanese mediante il supporto politico, economico e militare: «Suggerisco di andare al nocciolo del problema e di ridurre così la pressione politica e militare nel Sud del Libano» 10. Il 28 ottobre1969, Kissinger rivolse direttamente al Presidente tale punto di vista sostenendo che anche «al mio meeting con il Washington Special Action Group c’è stato un ampio consenso per provvedere [alla consegna] di queste armi» 11.

Tali istanze si fecero sempre più pressanti dal momento in cui in Giordania presero avvio i primi contrasti che sarebbero sfociati inSettembre Nero. Il 5 dicembre 1969, il gruppo di lavoro presieduto da Kissinger, nel delineare le differenze tra la crisi libanese del 1958 e quella attuale, sottolineò come la presenza dei fedayin costituisse l’elemento essenziale che, data la vicinanza dei palestinesi con Mosca, obbligava gli Stati Uniti o «a delle opzioni militari limitate» o a «delle forniture all’esercito libanese» 12.

Ciò che Kissinger proponeva era di adattare alla situazione politica libanese l’atteggiamento che gli Stati Uniti avevano tenuto nei riguardi della Giordania (to jordanize, nelle sue parole), provvedendo a fornire qualunque tipo di appoggio si fosse reso necessario per garantire la stabilità interna del Paese e per evitare la formazione di uno Stato radicale che, gioco-forza, si sarebbe allineato alle posizioni dell’Unione Sovietica (Golan 1990; Vassilev 1993), alterando lo status quo e la balance of power del Medio Oriente. In sostanza, gli Stati Uniti avrebbero dovuto sostenere tutti gli sforzi dei governanti libanesi tesi a contrastare, tanto politicamente nel mondo arabo quanto militarmente sul proprio territorio nazionale, la recrudescenza delle azioni terroristiche dei fedayin. A tal proposito, è interessante notare come il 16 ottobre 1970, quando ormai si era consumato definitivamente lo scontro tra re Hussein, i palestinesi ed i siriani, Kissinger consigliasse a Nixon con una certa intensità di ricevere l’ex Presidente libanese Helou, inviato a Washington come rappresentante di Frangié, e di rassicurarlo circa la volontà statunitense di aiutare militarmente, politicamente e diplomaticamente il Libano nella stessa modalità utilizzata per la Giordania 13. Con l’acuirsi della crisi sociale e con l’aumentare della radicalizzazione della dinamica politica libanese, Kissinger rivolse a Nixon delle richieste ancora più pressanti perché l’Amministrazione concludesse la trattativa della vendita di armi. Il Libano, nell’analisi dell’Nsc – e del suo Chairman in particolare –, aveva bisogno del materiale bellico statunitense «per il controllo dei fedayin […] come una forte medicina preventiva per cercare di evitare il raggiungimento di una situazione simile a quella giordana dell’estate 1970» 14. Il riferimento continuo di Kissinger alla sovrapponibilità della crisi giordana con quella libanese evidenziava la volontà statunitense di agire sul governo di Gerusalemme per evitare che rispondesse troppo pesantemente alle rappresaglie che i militari libanesi erano costretti a lanciare contro l’Idf. Esse, infatti, dovevano cercare di limitare le accuse di filo-occidentalismo che provenivano dagli Stati arabi radicali, sponsor del terrorismo palestinese, che alienavano loro il consenso della gran parte della popolazione a favore dei partiti politici radicali e delle loro milizie militari.

Con la fine della guerra dello Yom Kippur, per Kissinger divenne essenziale dimostrare come gli Stati Uniti ritenessero necessaria la salvaguardia dell’integrità politica libanese per evitare che l’intervento di forze straniere potesse mettere a repentaglio il processo di pace arabo-israeliano che la sua Shuttle Diplomacy stava lentamente costruendo. A tal fine, per tutto il corso del 1973 e, successivamente allo scandalo del Watergate che costrinse Richard Nixon alle dimissioni e portò Gerald Ford alla Presidenza, per il 1974, Kissinger, nella doppia veste di Segretario di Stato e di Chairman dell’Nsc, agì politicamente e diplomaticamente per far intendere come gli Stati Uniti si sarebbero opposti con ogni mezzo a qualunque ingerenza di un Paese straniero che avesse minacciato di ledere ulteriormente l’integrità libanese. Di fatto, esattamente come nel caso della crisi giordana, Kissinger non scartò a-priori l’ipotesi di un intervento americano diretto per contenere la tendenza espansionistica sovietica e dei suoi client-States nell’area mediorientale ed a garantire il mantenimento della balance of power in Medio Oriente. Al contrario, tutta la portata della propria Realpolitik si evidenziò nei riguardi della politica del Presidente siriano Assad. Allo scoppio della guerra civile, nell’aprile 1975, il “Leone di Damasco”, fedele al progetto di “Grande Siria”, si oppose fermamente alla frammentazione politico-territoriale a cui l’atteggiamento anticristiano dei musulmani libanesi e dei palestinesi stava conducendo il Libano. Ciò, di fatto, rese Damasco uno degli alleati di Gerusalemme e, per converso, anche di Washington, nella sua lotta contro la possibilità della costituzione di uno Stato arabo radicale ai suoi confini settentrionali (Kissinger 1999, 1024).

Fonti

La ricerca si basa su un vasto apparato di fonti primarie inedite declassificate recentemente (Nixon Presidential Material Project Files, Cia, State Department (Rg 59), National Security Council), ed edite (Papers Relating to the Foreign Relations of the United States), più dettagliatamente elencate nella Bibliografia di riferimento. La ricerca si avvale anche dell’apporto scientifico di un volume edito dalloState Department (Keefer, Geyer, Selvage 2007) che raccoglie i documenti relativi agli incontri – il back channel – tenuti da Henry Kissinger e l’Ambasciatore Sovietico a Washington, Anatoly Dobrynin, tra il 1969 ed il 1972, essenziale per contestualizzare all’interno della Guerra Fredda in generale e della Grande Distensione in particolare, l’atteggiamento statunitense nei riguardi del Libano.

È da segnalare, inoltre, l’utilizzo di un buon numero di materiale documentario rinvenuto in rete, in particolare rapporti, telegrammi,memoranda del periodo 1969–1974 disponibili presso il sito della Cia (http://www.foia.cia.gov). A questi sono da aggiungere i varitelcons del National Security Archive di Nixon e Kissinger pubblicati in rete presso il sito della George Washington University e i varifiles che compongono la Richard Helms Collection, presenti nel succitato sito della Cia. Quest’ultimi, recentemente declassificati, raccolgono documenti inediti inviati e ricevuti da Richard Helms, direttore dell’Agenzia dell’intelligence statunitense nel periodo oggetto della ricerca. Essi sono particolarmente utili poiché hanno ulteriormente evidenziato il ruolo di primo piano che il National Security Council, il Washington Special Actions Group e la Cia hanno svolto nell’informare la politica dell’Amministrazione Nixon nei confronti del Medio Oriente, nella lotta al terrorismo di matrice araba e nei riguardi dei vari Paesi dell’area mediorientale.

Nel lavoro di ricerca, si è fatto affidamento su un vasto apparato bibliografico, di cui in seguito è elencato qualche titolo significativo, che, partendo dalle interpretazioni fornite dagli studiosi, ha permesso d’inserire la ricerca nell’ambito di un nuovo filone storiografico. Esso, fondato sull’apparato documentaristico recentemente declassificato e messo a disposizione della comunità scientifica, sta gradualmente sostituendo l’insieme dei lavori precedentemente pubblicati sull’argomento. Oltre al materiale rinvenuto in varie biblioteche universitarie italiane e statunitensi, o acquistato presso i siti specializzati in vendite di libri (Amazon; Barnes & Nobles; Abe Books ecc.), si è analizzato un alto numero di articoli e saggi presenti sul sito http://www.jstor.org, che raccoglie in formato Pdf un’ingente serie di pubblicazioni su riviste scientifiche specializzate. Ciò ha consentito d’integrare le opere costituenti la memorialistica sull’argomento e di cui si deve necessariamente tenere conto nello sviluppo del lavoro di ricerca. Tra queste, per comprendere i meccanismi sottesi al decision-making process dell’Amministrazione Nixon, rimangono imprescindibili le già citate memorie di Richard Nixon, Henry Kissinger, Harold Saunders, William B. Quandt ed Harry Haldeman. Meritano anche una citazione, in quanto forniscono una prospettiva speculare a quella dei protagonisti della politica estera statunitense, le memorie dell’ambasciatore sovietico a Washington, Anatoly Dobrynin e quelle del Ministro degli Esteri sovietico Andrei Gromiko.

Note:

  1. Memorandum from Henry A. Kissinger for the President: “Reflections on Lebanon”, October 28, 1969, Secret/Nodis, in National Archives and Record Administration, College Park, MD (Nara), Nixon Presidential Materials Project (Npmp), National Security Council (Nsc) Files, Middle East 1969–1974, Country Files: Lebanon, vol. I, Box 620, Folder 3.
  2. Memorandum from Henry A. Kissinger for the President: “Reflections on Lebanon”, October 28, 1969, Secret/Nodis, in Nara, Npmp, Nsc Files, Middle East 1969–1974, Country Files: Lebanon, vol. I, Box 620, Folder 3.
  3. Sull’approccio dell’Amministrazione Nixon nei riguardi della crisi giordana del 1970, mi permetto di rimandare a due miei precedenti lavori: Lucio Tondo, “L’Amministrazione Nixon e i rapporti con la Giordania alla vigilia di Settembre Nero, novembre 1969 – agosto 1970”, in RiMe, Rivista dell’Istituto di Storia dell’Europa Mediterranea (Isem), n. 3, dicembre 2009, pp. 187–248, inhttp://rime.to.cnr.it; Id., “Nixon, Kissinger e la Crisi giordana (Settembre 1970)”, in Antonio Donno-Giuliana Iurlano (a cura di), Nixon, Kissinger e il Medio Oriente (1969–1973), pp. 308–372.
  4. Memorandum of Conversation from Harold H. Saunders, February 14,1969, Confidential, in Nara, Npmp, Nsc Files, Middle East 1969–1974, Country Files: Lebanon, vol. I, Box 620, Folder 3.
  5. Memorandum from Henry A. Kissinger for the President: “Reflections on Lebanon”, October 28, 1969, Secret/Nodis, in Nara, Npmp, Nsc Files, Middle East 1969–1974, Country Files: Lebanon, vol. I, Box 620, Folder 3.
  6. Central Intelligence Agency (Cia), Special Report Weekly Review: Anti-Israeli Arab Terrorist Organization, Secret, October 4, 1968, in http://www.foia.cia.gov/browse_docs_full.asp.
  7. Cia, Special Report Weekly Review: Anti-Israeli Arab Terrorist Organization, Secret, October 4, 1968.
  8. Memorandum from Joseph J. Sisco, May 6, 1969, Secret, in Nara, Npmp, Nsc Files, Middle East 1969–1974, Country Files:Lebanon, vol. I, Box 620, Folder 3.
  9. Action Memorandum from Joseph J. Sisco: “Lebanese Attempt to Control Fedayeen”, April 15, 1969, in Nara, Record Group 59:General Records of the Department of State (Rg59), Bureau of Near Eastern and South Asian Affairs, Office of Lebanon, Jordan, Syria, and Iraq Affairs, Records Relating to Iraq, Jordan, Lebanon, and Syria, 1969–1972 (Iraq, Jordan, and Syria, 1969–1972), A1(5624)-Lot#72D4, Box 6, Pol 13-10: Fedayeen, 1969.
  10. Action Memorandum from Joseph J. Sisco: “Support for Lebanon”, May 19, 1969, in Nara, Rg59, Iraq, Jordan, and Syria, 1969–1972, A1(5624)-Lot#72D4, Box 6, Pol 13-10: Fedayeen, 1969.
  11. Memorandum from Henry A. Kissinger to the President: “Arms for the Lebanese Government”, November 28, 1969, Action 4912Secret/Nodis, in Nara, Npmp, Nsc Files, Middle East 1969–1974, Country Files: Lebanon, vol. I, Box 620, Folder 3.
  12. Memorandum from Harold H. Saunders to Henry A. Kissinger: “Analisis of Differences Between the 1958 and 1969 Lebanese Crises”, December 3, 1969, Action 4551Top Secret/Sensitive, in Nara, Npmp, Nsc Files, Middle East 1969–1974, Country Files:Lebanon, vol. I, Box 620, Folder 3.
  13. Memorandum from Henry A. Kissinger for the President: “Appointment with ex-President Charles Helou of Lebanon”, October 16, 1970, Action 22656Confidential, in Nara, Npmp, Nsc Files, Middle East 1969–1974, Country Files: Lebanon, vol. II, Box 621, Folder 1.
  14. Memorandum from Harold H. Saunders for Dr. Kissinger: “Armed Personnel Carriers for Lebanon”, June 8, 1972, Action 4671,Confidential, in Nara, Npmp, Nsc Files, Middle East 1969–1974, Country Files: Lebanon, vol. III, Box 621, Folder 2.

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