L’internazionalizzazione della lotta afro americana negli anni Sessanta e la Cuba rivoluzionaria. Uno studio di quattro nazionalisti: Malcolm X, Robert F. Williams, Stokely Carmichael e Eldridge Cleaver.

Introduzione

I movimenti di protesta afro americani dopo la Seconda Guerra mondiale, pur essendo parte di un fenomeno storico, politico e culturale interno agli Stati Uniti, fanno parte di un movimento globale che, a partire dall’inizio della Guerra Fredda, ha messo in discussione quella che viene comunemente chiamata “white supremacy1. Lo sgretolamento degli imperi coloniali tradizionali e la conseguente nascita di nazioni indipendenti sotto la guida di leader dalla pelle scura, colti e carismatici, attirò enormemente l’attenzione delle comunità afro americane. La conferenza dei paesi non allineati di Bandung del 1955, segnò un punto di svolta importante nelle relazioni internazionali del dopoguerra: la politica paternalista che aveva caratterizzato i rapporti americani con i paesi non bianchi durante tutto il Novecento, non sarebbe stata più efficace nei confronti di leader nazionalisti decisi a far sentire il loro peso anche in campo internazionale. Contemporaneamente il movimento per i diritti civili stava muovendo i suoi primi passi, con le proteste nonviolente che di lì a pochi anni lo avrebbero trasformato in un inarrestabile movimento di massa. Gli afro americani pensarono insomma di assistere a quello che W.E.B. Du Bois, Marcus Garvey e Eliajah Muhammad avevano previsto qualche decennio prima: “the rise of the dark world”, una sorta di rinascimento globale dei popoli dalla pelle scura che si sarebbero liberati dal colonialismo. D’altronde, la percezione di far parte di una colonia interna agli Stati Uniti, di una comunità vittima del sistema di segregazione di Jim Crow, era estremamente radicata nell’immaginario dell’America nera già nei primi pensatori nazionalisti dell’Ottocento tra cui Martin Delany e Alexander Crummell 2.

Negli anni Cinquanta il legame tra Afro Americani, Africa e i movimenti di liberazione andò decisamente saldandosi. Da una parte il boom economico ebbe benefici sull’America nera, si alzò il livello di istruzione, la stampa cominciò ad avere ampia diffusione e gli afro americani iniziarono a seguire con attenzione gli avvenimenti della decolonizzazione. Dall’altra la scelta di New York come sede delle Nazioni Unite, funse da finestra aperta sulle questioni razziali americane, alla quale diversi attivisti più volte ricorsero, e rappresentò un importante contributo per far crescere un dialogo tra afro americani e leader africani 3. Questi avvenimenti fecero sì che molti attivisti degli anni Sessanta e Settanta iniziarono a considerare le loro lotte negli Stati Uniti come parte di un movimento globale in evoluzione che stava mettendo in discussione l’egemonia capitalista bianca. L’internazionalizzazione della questione afro americana e la ricerca di alleati al di fuori dei confini americani, non fu però comune a tutti i movimenti afro americani del dopoguerra: potremmo anzi dire che fu quasi esclusiva peculiarità dei movimenti nazionalisti, non interessati all’integrazione razziale, ma anzi decisi verso soluzioni generalmente separatiste. È evidente infatti che la paura di infiltrazioni comuniste tra le fila del movimento per i diritti civili, eredità del maccartismo, non permise a leader di spicco di prendere posizione su questioni internazionali per non rischiare ripercussioni negative sul loro obbiettivo reale, il riconoscimento dei diritti civili e politici. È dunque sull’ala nazionalista del black freedom movement che si concentra questo studio.

Contesto storiografico

Sin dalla metà degli anni Novanta un importante filone storiografico ha collocato i movimenti di liberazione afroamericana in un contesto globale caratterizzato dalla Guerra Fredda, ponendoli in relazione con i processi di decolonizzazione e di indipendenza in una sorta di movimento anticoloniale globale. Roderick Bush, in The End of the White World Supremacy: Black Internationalism and the Problem of the Color Line, chiarisce bene come le rivolte Afro Americane del secondo dopoguerra non possono essere studiate come un fenomeno locale o nazionale. Prendendo come esempi Du Bois, con i suoi congressi panafricani, Garvey con la Universal Negro Improvement Association e Malcolm X con la Organization of African American Unity, Bush sostiene che il nazionalismo afro americano ha storicamente cercato soluzioni internazionali alle sue problematiche locali. La relazione tra questione razziale e le politiche della guerra fredda è messa in luce da due contributi che meritano particolare attenzione. Thomas Borstellman in The Cold War and the Color Line, afferma che le proteste afro-americane e il movimento internazionale anticoloniale stavano muovendosi su binari paralleli e contemporanei; per Borstelmann colonialismo e segregazione razziale – facce di una stessa medaglia – sarebbero terminate solo con la fine della “white supremacy”. In Cold War Civil Rights Mary Dudziak evidenzia come il mutevole scenario internazionale degli anni Cinquanta condizionò le scelte dei vari governi di Washington in materia di diritti civili. Dudziak sostiene che gli Stati Uniti dovettero difendersi su due fronti: da una parte i paesi Africani, che stavano avviandosi verso l’indipendenza e che giudicavano la segregazione e le violenze razziali americane in stridente conflitto con i proclami in favore dei paesi liberi del mondo; dall’altra l’Unione Sovietica, che in una spartizione bipolare del mondo, avrebbe potuto usare (o avrebbe continuato a usare) la carta razziale per attirare le simpatie dei paesi di recente indipendenza. I legami storici, culturali e politici tra Afro Americani e Africa sono descritti nella loro diversità da The Ties that Bind: African-American consciousness of Africa, di Bernard Mugabane. Mugabane studia i motivi del forte legame che ha storicamente unito gli afro americani all’Africa, e che si è sviluppato sotto forma di movimenti come il Pan-Africanismo, il Garveysmo o l’etiopianismo; secondo Mugabane questo legame trova radici comuni nell’oppressione psicologica del sistema Jim Crow statunitense e del colonialismo. È da questo punto che – afferma Mugabane – bisogna partire per comprendere l’interesse afro-americano per la conferenza di Bandung e per la decolonizzazione. Così come in Africa i movimenti di decolonizzazione stavano liberando il continente dal colonialismo, in America i movimenti neri stavano ribellandosi a un sistema di sfruttamento economico-sociale simile a quello dei popoli colonizzati. Oltre al ruolo ricoperto dai movimenti di decolonizzazione, è importante tener presente l’influenza che ha avuto l’internazionalismo socialista sulle ideologie nazionaliste nere. Kate Baldwin in Beyond the Color Line and the Iron Curtain, ha dimostrato come gli intellettuali e gli scrittori afro-americani, a partire dalla Terza Internazionale fino all’era Kruscev, siano stati influenzati da un modello sovietico di internazionalismo come potenziale risposta al razzismo statunitense. Mettendo in relazione le differenti reazioni ai problemi della razza tra Stati Uniti e Unione Sovietica lungo quarant’anni, Baldwin sostiene che “l’internazionalismo nero non può essere compreso senza documentare l’interazione tra l’ideologia sovietica e l’aspirazione degli afro-americani verso una liberazione razziale e una società libera dal razzismo”.

La riflessione sui rapporti tra afro americani e Cuba, parte importante di questa ricerca, è stata alimentata in particolar modo da due contributi. Il primo è quello di Carlos Moore, afro cubano sostenitore della rivoluzione che si trasferì ad Harlem, da cui contribuì in maniera determinante ad esaltarne i successi. In Castro, the Blacks and Africa, Moore analizza criticamente le interazioni che Cuba ebbe con molti attivisti afro americani negli anni Sessanta, ponendo l’accento sul ruolo di Castro nel modellare questa alleanza a seconda dell’agenda politica internazionale e delle pressioni ricevute dall’Unione Sovietica. Il secondo è quello di Reitan Ruth The Rise and the Decline of an Alliance: Cuba and African American Leaders in the Sixties che racconta i momenti salienti dei rapporti tra Castro e alcuni dei leader afro americani, ponendo in particolare l’attenzione sul mutevole contesto cubano e sugli scontri tra la fazione guevarista e quella filosovietica.

Oltre a questi volumi, questo studio fa riferimento alla ricca bibliografia che si occupa del nazionalismo afro americano e del Black Power movement. In questo senso un’attenzione particolare è stata data ad autori quali Manning Marable, Clayborne Carson, Harvard Sitkoff e Cornell West.

Obiettivi della ricerca

I contributi appena citati analizzano i legami tra questioni internazionali e politiche razziali negli Stati Uniti, mettendo in evidenza come nel periodo successivo a Bandung per le varie amministrazioni americane da un lato fosse diventata insostenibile la segregazione razziale e dell’altro emerse la necessità di abbandonare gli atteggiamenti paternalistici nei confronti dell’Africa e affrontare pariteticamente una nuova generazione di leader neri decisi a guidare i loro popoli verso l’indipendenza.

Considerate le premesse, questo studio si propone di spiegare il nazionalismo e l’internazionalismo afro americano focalizzandosi in particolare sull’attività intellettuale e politica di Malcolm X, Stokely Camirchael, Robert F. Williams e Eldridge Cleaver. La scelta di questi attivisti è motivata non solo dalla loro rappresentatività di quella che viene considerata l’ala più radicale del black freedom movement, ma anche perché essi contribuirono in maniera determinante a alla creazione di un impianto ideologico di lotta che avrebbe caratterizzato gli anni Sessanta: dal nazionalismo rivoluzionario a quello teologico, dal nazionalismo culturale a quello territoriale. Inoltre, tutti ebbero rapporti – seppur in modalità diverse – con la Cuba rivoluzionaria, fattore che permette di fare nuova luce su un’alleanza, quella tra leader neri e Cuba, finora ampiamente trascurata dalla storiografia americana.

Contenuti della ricerca

Le similitudini tra la situazione degli africani in America e i popoli colonizzati era stata più volte rimarcata dai primi panafricanisti dell’Ottocento e da W.E.B. Du Bois in particolare 4. Nel collegare la questione afro americana a quella africana, Franz Fanon ha spiegato che la discriminazione e la colonizzazione non avevano soltanto l’obiettivo di sfruttare il colonizzato, ma miravano ad annientarlo intellettualmente, rendendolo incapace di ribellarsi 5. Fu Mark Twain nei primi del Novecento a dire che quando un paese schiavizza un popolo, la prima necessità è quella di far apparire agli occhi del mondo il popolo schiavizzato come subumano, il secondo passo è quello di far credere ai propri cittadini che il popolo reso in schiavitù è inferiore, e per ultimo, far credere allo schiavo di essere inferiore. 6 I vari nazionalismi afro americani e africani nacquero come reazione alla supremazia bianca euro-americana. Furono un tentativo di far uscire le popolazioni di origine africana dalla cultura dominante per ricostruire un senso d’identità, appartenenza e orgoglio razziale.

Ma è corretto parlare di nazionalismi? Il nazionalismo è un’ideologia che afferma il diritto di nazionalità di un particolare gruppo di persone con affinità culturali o etnico-religiose, che fungono da prerequisiti per la creazione di uno Stato nazionale, i cui confini delimitano lo spazio territoriale della “patria”. Secondo Hobsbawm utilizzare il termine nazionalismo per definire i vari movimenti di liberazione degli anni di Bandung è impreciso. Chi lottava per la liberazione – afferma Hobsbawm – poteva considerarsi nazionalista solo perché si richiamava a un’ideologia che aveva funzionato per scacciare governi stranieri. Si trattava per lo più di movimenti geopolitici e culturali sovranazionali come il panafricanismo o il panarabismo, che non avevano nulla di simile a uno stato o a una nazione su cui basarsi, perché i territori che si proponevano di liberare erano stati dati loro da amministrazioni coloniali. È dunque difficile per Hobsbawm definire questi movimenti “nazionalisti”, anche se la presenza di un popolo in un determinato territorio, aveva finito per creare un sentimento patriottico legato alla terra. In questo senso Hobsbawm intende la situazione dei neri americani, che hanno creato un’idea di nazione quasi esclusivamente su basi razziali, senza alcun altro segno identificativo oltre al colore della pelle 7. Si trattava, insomma, di nazionalismi senza nazioni, generati da gruppi di origine africana che condividevano un senso comune di oppressione.

Il nazionalismo afro americano collega il discorso sulla razza a quello di nazione proiettando l’immagine di una comunità nazionale – un popolo – per il quale il colore della pelle costituisce l’emblema fondamentale, e per il quale una comune origine africana, una comune storia di umiliazione e sofferenza, un comune interesse nel raggiungere la liberazione, costituiscono caratteri altrettanto distintivi. Il nazionalismo nero trae le sue origini dal pensiero di alcuni attivisti della metà dell’Ottocento come Martin Delany, Alexander Crummel e Edward Blyden che proponevano una separazione razziale come primo passo per un ritorno in Africa. Secondo questi pensatori gli afro americani sarebbero dovuti tornare in Africa per “civilizzarla” (quindi occidentalizzarla) e guidarla verso l’indipendenza. Marcus Garvey negli anni Venti del Novecento propose un modello di nazionalismo più simile a quello che si sarebbe sviluppato nei decenni successivi: secondo lui l’indipendenza economica e la separazione razziale sarebbero stati punti fermi per raggiungere l’indipendenza politica. In questa direzione andò per esempio anche la Nation Of Islam di Eliajah Mohammed, il gruppo religioso che professò sin dai primi anni Trenta un rigido nazionalismo teologico. Il nazionalismo afro americano degli anni Sessanta e Settanta, nonostante facesse anch’esso dell’indipendenza politico-economica un punto fermo, si caratterizzò per essere un movimento decisamente internazionalista e in molti casi panafricanista. In questo senso la conferenza di Bandung e il successivo movimento dei paesi non allineati esercitò un peso importante nel far crescere un sentimento di solidarietà con i paesi del Terzo Mondo. Molti afro americani iniziarono a vedere l’Africa non più come la terra devastata dall’imperialismo capitalista, ma come l’avanguardia della rivoluzione che avrebbe sollevato le popolazioni al di sotto della duboisiana linea del colore e che le avrebbe guidate verso l’indipendenza. Potremmo dire che il nazionalismo afro americano degli anni Sessanta era nazionalista nella forma ma, internazionalista nello scopo. Premettendo che i nazionalismi afro americani degli anni Sessanta ebbero molti tratti comuni, come per esempio la necessità di risvegliare un senso di orgoglio razziale nell’afro americano, la separazione razziale, lo sviluppo di programmi sociali di educazione e di assistenza sanitaria, l’autodifesa delle comunità, è possibile tentare una suddivisione in quattro categorie per cercare di capire meglio quali erano le sue prerogative:

  • Nazionalismo teologico: era il nazionalismo della Nation of Islam, un gruppo islamico fondato nel 1930 che, sotto la guida di Eliajah Mohammed, ebbe un grosso impatto nella vita di migliaia di afro americani, soprattutto negli anni in cui Malcolm X ne divenne un importante ministro. Il nazionalismo della NOI si basava su una devozione totale agli insegnamenti dell’“onorabile” Eliajah Mohammed, una rigorosa separazione razziale, l’istituzione di scuole e università separate, programmi di assistenza, disciplina morale e istituzione di un corpo paramilitare, i Frutti dell’Islam. La Nazione dell’Islam trovò terreno fertile nei ghetti, nelle carceri e negli strati più poveri delle comunità afro americane;
  • Nazionalismo rivoluzionario: era il nazionalismo che subì maggiormente il fascino della rivoluzione cubana e dei movimenti di decolonizzazione. Partiva dal presupposto che il diritto all’autodeterminazione dei popoli riguardava anche la colonia africana negli Stati Uniti. Robert Williams, maggiore responsabile del suo sviluppo, fu il primo a dire che la lotta per libertà afro americana era “legata a quella dei cubani, degli africani, dei latino-americani e degli asiatici” e a collegare l’internazionalismo afro americano con il terzomondismo. I gruppi rivoluzionari, di cui vanno ricordati il Black Panthers Party e il Revolutionary Action Movement, sostenevano la necessità di una rivoluzione socialista per porre fine al sistema capitalista americano. Il nazionalismo rivoluzionario affermava infatti che le radici del razzismo stavano nello sfruttamento capitalista che aveva sin dai tempi della schiavitù colpito gli afro americani. Solo attraverso una rivoluzione violenta mirata alla distruzione del sistema, gli afro americani avrebbero potuto risollevarsi;
  • Nazionalismo territoriale: fu un genere di nazionalismo che rivendicava il diritto degli afro americani ad avere un territorio negli Stati Uniti. L’esempio più significativo fu rappresentato dalla Republic of New Africa, di cui Robert F. Williams divenne membro sulla fine degli anni Sessanta. Questo genere di nazionalismo vedeva nell’indipendenza di una porzione di Stati Uniti l’unica possibilità di emancipazione afro americana. I nazionalisti territoriali chiedevano che il Deep South (Alabama, Georgia, Louisiana, Mississippi e South Carolina), area in cui la percentuale di popolazione afro americana era molto elevata, venisse concesso agli afro americani come “riparazione” per i secoli di schiavitù di cui erano stati vittime;
  • Nazionalismo culturale: il nazionalismo culturale, di cui lo scrittore e poeta Amiri Baraka è stato il maggior esponente, sosteneva che un rinascimento culturale dell’afro americano sarebbe stato il primo passo della rivoluzione afro americana. Secondo questi nazionalisti – il cui famoso motto era “black is beautiful” – era impensabile prendere le armi e sovvertire il sistema senza prima comprendere la bellezza della cultura nera in America e in Africa. Un “rinascimento” dell’uomo nero sarebbe stato il primo passo realmente rivoluzionario da compiere.

L’internazionalismo afro americano e la Cuba rivoluzionaria

Per quanto il nazionalismo afro americano degli anni Sessanta facesse un continuo richiamo ai legami con paesi di Bandung e con i movimenti della decolonizzazione, i rapporti con Cuba furono altrettanto significativi perché coinvolsero i maggiori leader nazionalisti di quegli anni. Cuba rappresentava il primo paese del Terzo Mondo con il quale gli afro americani ebbero rapporti continuativi  per tutto il decennio e la rivoluzione cubana del 1959 segnò un momento importante nelle relazioni internazionali statunitensi: un paese con un forte movimento nazionalista e un grande seguito popolare riusciva a ribaltare un regime filo-americano. La notizia del successo della rivoluzione rimbalzò in ogni ghetto americano e venne percepita come una sconfitta della politica statunitense ad opera di un paese del Terzo Mondo. Subito dopo la rivoluzione, Cuba divenne un simbolo per molti afro americani per almeno tre ragioni:

  1. era un paese multirazziale, con una composizione demografica simile a quella statunitense, che dopo la rivoluzione proclamò la fine della segregazione e della discriminazione razziale: rappresentava dunque un modello di società che andava oltre il separatismo proposto da molti nazionalisti.
  2. avviò un programma di ridistribuzione della ricchezza, di alfabetizzazione, di nazionalizzazione delle imprese, di riforma sanitaria e mise in atto ciò che i nazionalisti afro americani chiedevano per le loro comunità.
  3. in qualità di Paese del Terzo Mondo , si accostò ai paesi di Bandung, intraprendendo una politica internazionale decisamente terzomondista, in stridente contrasto con quella statunitense.

Nel 1960 un evento importante segnò l’inizio dell’alleanza tra movimenti nazionalisti afro americani e Cuba. Il 18 settembre una delegazione cubana arrivò a New York per partecipare all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite: lo scenario internazionale era particolarmente teso, Washington vedeva con sospetto Castro e temeva che Cuba sarebbe potuta entrare nella sfera d’influenza sovietica, e il presidente uscente Eisenhower aveva già messo a punto un tentativo di invasione dell’isola che poi sarebbe stato attuato dal suo successoreOrganization for African American Unity (OOAU), che riprendeva l’africana Organization for African Unity, non fu altro che il risultato di anni di incontri con leader dei movimenti rivoluzionari di tutto il mondo. La seconda è una questione largamente trascurata dalle biografie di Malcolm X, anche nel recente volume di Manning Marable Malcolm X: a Life of Reinvention: Malcolm mostrò una grande ammirazione per un leader bianco in un periodo in cui si riferiva ai bianchi come “diavoli”. L’incontro di Harlem con Castro dimostra che il nazionalismo teologico della Nation of Islam stava decisamente stretto a Malcolm già nei primi anni Sessanta; Malcolm X avrebbe voluto allargare la causa afro americana non solo ai paesi islamici, ma anche a quelli non islamici che stavano lottando per l’indipendenza. L’incontro con Fidel Castro dimostra che Malcolm X, nonostante la sua immagine pubblica e i suoi discorsi infiammati facessero pensare l’opposto, non era contrario a un’alleanza con i bianchi già nel 1960. I rigorosi dogmi religiosi di Muhammad, che volevano tutti i bianchi malvagi e oppressori dell’uomo nero, dovevano essere stati messi in discussione nel pensiero di Malcolm X già durante l’incontro con Castro e la delegazione multirazziale cubana. È lecito quindi pensare che fosse in incubazione in Malcolm X l’idea che una società multirazziale fosse possibile 8.

Un ruolo importante nell’organizzazione del soggiorno dei cubani a Harlem venne svolto dal Fair Play for Cuba Committee, un gruppo interrazziale (ma a grande maggioranza afro americana) di sostenitori della rivoluzione. Questa associazione, di cui tra gli altri fecero parte Robert F. Williams, Amiri Baraka, il pugile Joe Luis, creata con lo scopo di promuovere i successi della rivoluzione negli Stati Uniti, attuò un vero e proprio programma di “turismo rivoluzionario” a Cuba rivolto soprattutto agli afro americani. Il FPCC, del quale fece parte anche Carlos Moore, continuò fino al 1963 a promuovere i successi della rivoluzione nelle comunità afro americane e in particolare a New York, ma l’inasprirsi dei rapporti tra Cuba e Stati Uniti, dalla rottura delle relazioni diplomatiche alla Baia dei Porci fino alla crisi dei missili, sancì la fine di questo gruppo entrato nella lista nera dei servizi segreti americani.

Negli anni successivi l’alleanza tra afro americani e Cuba si concretizzò in vari modi e sotto diverse forme. Cuba rappresentò per decine di afro americani un paradiso rivoluzionario e allo stesso tempo un luogo dove sfuggire alle attenzioni dell’FBI, che dopo il 1965 usò ogni mezzo per sabotare i gruppi nazionalisti che stavano nascendo. L’isola veniva vista da molti attivisti come un “ponte” verso l’Africa e i paesi socialisti, grazie ai suoi contatti con molti governi rivoluzionari del Terzo Mondo. Fu questo il caso di Stokely Carmichael, che dopo il breve periodo trascorso Cuba, si recò in Guinea dove divenne collaboratore di Sekou Toure e Nkwame Nkrumah, e quello di Eldridge Cleaver, che andò in Algeria per dirigere una sezione internazionale del Black Panther Party. Risulta però evidente che dopo il 1967–1968 le relazioni tra afro americani e Cuba si deteriorarono. Secondo Reitan Ruth il motivo di questo declino dell’alleanza è da ricercare nel maggior peso che l’Unione Sovietica iniziò ad esercitare su Cuba in quegli anni 9. Questa tesi è ampiamente condivisibile per due motivi: il primo è che le relazioni tra Stati Uniti e Unione Sovietica andavano verso la distensione e accogliere sull’isola gruppi rivoluzionari afro americani avrebbe potuto infastidire l’ingombrante vicino. Il secondo è che sia Williams che Carmichael e Cleaver, nonostante fossero sostenitori della rivoluzione, notarono e denunciarono pubblicamente la forte ostilità dei comunisti filosovietici nei loro confronti. Il motivo di questo latente contrasto con i comunisti è da cercare nel leitmotiv che ha da sempre caratterizzato i rapporti tra lotta afro americana e comunisti negli Stati Uniti: i comunisti auspicavano una rivoluzione proletaria e multirazziale, anteponendo la lotta di classe a quella al razzismo (“class first”), i nazionalisti vedevano difficile un’alleanza rivoluzionaria con gli operai, perché consapevoli di quanto la discriminazione fosse ben radicata anche nelle fasce più povere della popolazione americana, per cui proponevano una rivoluzione esclusivamente afro americana (“race first”).

Nonostante le evidenti difficoltà e incomprensioni tra afro americani e comunisti cubani, qui solo superficialmente trattate, alcune tappe dell’incontro tra afro americani e Cuba meritano particolare attenzione:

  • Nel 1961 Robert F. Williams, ex militare dell’esercito, ex membro della National Association for the Advancement of Colored People, divenuto poi fautore della difesa armata delle comunità afro americane, andò a Cuba per sfuggire dalle accuse – rivelatesi successivamente prive di fondamento – di aver tenuto in ostaggio due bianchi nella sua abitazione. Williams era al tempo il più influente intellettuale nero – al pari solo di Malcolm X – per chi non condivideva le proteste pacifiche del movimento per i diritti civili. Il suo “esilio” a Cuba – che durò quattro anni – ne fece un eroe nazionale. Da Cuba Williams pubblicò un giornale, The Crusader, e diede vita a un programma radiofonico dal titolo Radio Free Dixie, che raggiungeva gli Stati Uniti. Esperto di pratiche militari, Williams cercava di addestrare gli afro americani alla rivoluzione attraverso l’insegnamento di vere e proprie tecniche di sabotaggio dei punti vitali della società americana. In stretto rapporto sia con Castro che con Guevara, Williams decise di lasciare l’isola per la Cina quando la fazione filosovietica a Cuba iniziò a ricoprire le sfere più importanti del governo e a censurare il suo lavoro.
  • Stokely Carmichael, il principale responsabile della diffusione del Black Power negli Stati Uniti, andò a Cuba come esponente della comunità afro americana nel 1967, in occasione della conferenza internazionale della OLAS (Organizzazione della Solidarietà Latino Americana), dove ebbe modo di conoscere leader come l’egiziano Nasser e i membri di una moltitudine di paesi di Bandung e della decolonizzazione come l’Algeria, il Vietnam, la Guinea, il Sud Africa. È lì che Carmichael decise quale sarebbe stata la nuova direzione che la SNCC (Student Nonviolent Coordinating Committee), il gruppo di cui era presidente, avrebbe dovuto prendere: iniziare un dialogo e una collaborazione con tutti i gruppi rivoluzionari del mondo per partecipare al processo di decolonizzazione mondiale. Cosa che poi di fatto avrebbe fatto, recandosi in Guinea e lavorando fianco a fianco con il presidente Sekou Ture e Nkwame Nkrumah.
  • Eldridge Cleaver, uno dei fondatori e ministro dell’informazione del Black Panther Party, si recò a Cuba nel 1969. Secondo Cleaver, Castro aveva contattato le Pantere Nere attraverso la delegazione cubana che si era recata a New York per un’assemblea delle Nazioni Unite, proponendogli la creazione di una base di addestramento a Cuba per favorire un’insurrezione armata negli Stati Uniti (l’offerta avvenne verosimilmente tra il 1967 e il 1968). Cleaver passò sei mesi sull’isola ma non vide il progetto realizzarsi. Questo passo indietro di Castro avvenne probabilmente perché la situazione a Cuba era in forte evoluzione in quegli anni e il peso dell’Unione Sovietica si faceva sentire sempre di più sia in politica interna che in politica estera. Cleaver da Cuba prese contatti con il governo algerino e mise le basi per la creazione di una sede internazionale del Black Panther Party nel paese del Maghreb.

Prime conclusioni e fonti utilizzate

La ricerca è ancora in corso per cui le conclusioni sono solo parziali. Le fonti raccolte sugli attivisti e i gruppi nazionalisti sono state studiate tenendo presente l’interesse della ricerca per i movimenti di decolonizzazione e per i rapporti con Cuba. È stato necessario partire dallo studio dei movimenti nazionalisti degli anni Cinquanta e Sessanta per capire le modalità in cui si è sviluppato il loro internazionalismo: emergeva infatti, in quasi tutti i nazionalismi neri, una coscienza razziale che andava oltre i confini statunitensi e che li legava a tutti i popoli che stavano combattendo per la liberazione. Bandung prima e la rivoluzione cubana poi, segnarono momenti importanti nel risveglio di questi sentimenti caratterizzati da una forte identità e un deciso orgoglio razziale. La conferenza dei paesi non allineati, alla quale partecipò anche una piccola delegazione di afro americani, rappresentò la possibilità di trovare alleati oltre i confini americani disposti a sostenere la loro causa. La rivoluzione cubana concretizzò ciò a cui molti afro americani aspiravano: una società multirazziale priva di discriminazioni. Se l’obiettivo dei nazionalisti era quello di dar potere politico e economico alle loro comunità, per poi poter avere rapporti interraziali paritari con i bianchi, Cuba rappresentava la società del futuro, che con il crollo del capitalismo era riuscita a porre fine alla segregazione e alla discriminazione, non solo attraverso i diritti civili e politici, ma con il rispetto della dignità umana. È quindi anche grazie al socialismo cubano che è spiegabile il fascino di molti gruppi nazionalisti – dal Revolution Action Movement, alle Black Panthers –  per il comunismo. Bandung, la rivoluzione cubana, l’indipendenza egiziana, il movimento nazionalisti ganese e l’indipendenza congolese, radicarono l’idea nei nazionalisti che l’ora di una rivoluzione negli Stati Uniti sarebbe presto arrivata. Fu con continui richiami alla rivoluzione armata che il nazionalismo afro americano degli anni Sessanta nutrì le speranze di decine di migliaia di giovani dei ghetti che non beneficiavano affatto dei successi dei diritti civili e che si sentivano impotenti di fronte a una società che non era cambiata rispetto agli anni di Jim Crow. Il razzismo su scala globale, fondamentale nel determinare la distribuzione diseguale della ricchezza, rendeva l’uguaglianza razziale irraggiungibile negli Stati Uniti. Soltanto una rivoluzione, che sarebbe dovuta essere una rivoluzione mondiale, avrebbe potuto cambiare la situazione.

Le fonti primarie finora raccolte sono i papers di alcuni degli attivisti che questo progetto prende in esame: Stokely Carmichael, Robert F. Williams e Eldridge Cleaver e quelli di altri scrittori o intellettuali come Amiri Baraka, Alice Walker e Carlos Moore. Lo studio delle collezioni del Black Panther Party e quella dello Student Nonviolent Coordinated Committe (SNCC), ha dato una panoramica più ampia sull’interazione tra questi gruppi e il loro sostegno ai movimenti di decolonizzazione. Sono stati inoltre parzialmente ricostruiti gli avvenimenti di Harlem, per i quali sarà però necessario visionare, tra le tante fonti, i papers di Malcolm X. Per la ricostruzione, ad oggi sono stati utilizzati molti quotidiani e periodici afro americani come Atlanta Daily World e Amsterdam News, oltre al più blasonato New York Times. Un altro periodico particolarmente utilizzato è stato The Crusader, il giornale di cui Robert F. Williams era l’editore e che continuò a pubblicare da Cuba e dalla Cina. Per lo studio di Robert F. Williams, sono state considerate anche le trascrizioni delle puntate del suo programma radiofonico trasmesso dall’Avana, Radio Free Dixie.

Una parte del progetto iniziale era dedicata alle reazioni politico-diplomatiche di Washington all’alleanza tra afro americani e Cuba. Nonostante la CIA e l’FBI monitorassero quasi quotidianamente gli spostamenti e le attività degli attivisti in questione, anche nei periodi trascorsi all’estero, dopo aver preso in esame una parte degli archivi presidenziali di Eisenhower e Kennedy, non sembra che questa tesi possa essere ancora sostenibile.

Note:

  1. Per “white supremacy” si intende il sistema di oppressione che si basa sulla convinzione che le popolazioni bianche siano superiori a quelle delle altre razze; questa ideologia si è materializzata sottoforma di sfruttamento delle popolazioni non bianche e ha tendenzialmente lo scopo di controllare il “diverso” sotto un profilo economico, politico e sociale.
  2. Cfr. B. Mugabane, The Ties that Bind: African-American Consciousness of Africa, Trenton, Africa World Press Inc., 1987.
  3. Cfr. R. Bush, The End of White World Supremacy. Black Internationalism and the Problem of the Color Line, Philadelphia, Temple University Press, 2009.
  4. Si veda in particolare W.E.B. Du Bois, A Negro Nation Within a Nation, in D.L. Lewis, W. E. B. Du Bois: A Reader, New York, Owl Books, 1995.
  5. F. Fanon, I dannati della Terra, Torino, Einaudi, 2000.
  6. Cfr. Mark Twain in W.J. Moses, The Golden Age of Black Nationalism (1850–1925), New York, Oxford University Press, 1988, p. 16.
  7. Cfr E. Hobsbawm, Nazioni e nazionalismi dal 1780: programma, mito, realtà, Torino, Einaudi, 2002.
  8. Nell’autobiografia di Malcolm X, Alex Haley fa riferimento a un incontro in medio Oriente di Malcolm con un rivoluzionario algerino bianco nel 1963, del quale Malcolm rimane affascinato. L’algerino – si racconta –  chiese se il colore della sua pelle potesse precludere il suo essere rivoluzionario. Secondo Haley quella fu la prima volta che la percezione dei rapporti tra bianchi e neri venne messa in discussione da Malcolm. L’evento di Harlem dovrebbe far riconsiderare non solo questo aspetto, ma anche le prospettive di collaborazione con i bianchi di Malcolm X, già molto prima del suo divorzio con la Nation of Islam.
  9. Cfr. R. Reitan, The Rise and the Decline of an Alliance. Cuba and African American Leaders in th 1960s, East Lansing, Michigan State University Press, 1999.

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