L’impatto della seconda guerra mondiale sulla comunità italo-americana di San Francisco

Contesto storiografico

Il problema storiografico riguardante l’impatto della seconda guerra mondiale sugli italo-americani fu sollevato per la prima volta da Philip Cannistraro nel 1976, parallelamente alle acquisizioni che la storiografia faceva sul rapporto tra fascismo e comunità italo-americane (Diggins 1972; Cannistraro 1975, 1977). Nel periodo tra le due guerre, l’«intera struttura» delle comunità ­– cioè le leadership e le organizzazioni etniche – aveva operato «per spingere gli italo-americani verso una sempre più profonda simpatia per Mussolini e il fascismo» (Cannistraro 1976); si sollevava quindi un necessario quesito: quali conseguenze aveva avuto per gli italo-americani lo scoppio del conflitto tra Italia fascista e Stati Uniti?

In tempi recenti, la storiografia è ulteriormente progredita nello studio dei rapporti tra fascismo e comunità italiane all’estero (Luconi 2000; Bertonha 2001; Pretelli 2010). L’intervento del Regime nelle comunità italo-americane viene distinto in due fasi: una legata all’attività dei Fasci all’estero, una al ruolo dei consolati. Nella prima fase, la fascistizzazione delle comunità venne concepita ancora come veicolo di diffusione ideologica del fascismo a livello internazionale (Gentile 1995; Franzina, Sanfilippo 2003). Questa fase si concluse nel 1929 con lo scioglimento della Fascist League of North America (FLNA), a causa delle polemiche che si furono sollevate nella società americana contro gli eccessi dei Fasci. Nella seconda fase, invece, la fascistizzazione fu concepita con l’obiettivo pragmatico di  trasformare le comunità italo-americane in un gruppo di pressione elettoralmente integrato nella politica americana (Luconi 2000). Il programma di propaganda divenne più «cauto e sottile» (Cannistraro 1995) e iniziò una «nuova tattica di penetrazione fascista» (Luconi, Tintori 2004) che mirava, attraverso i consolati, a controllare il vasto panorama associazionistico di cui disponevano le comunità italo-americane.

La guerra, quindi, chiuse un ciclo storico per le comunità italo-americane. La storiografia ha studiato l’impatto della guerra in tre ambiti: la leadership, il tessuto associativo e l’identità del gruppo etnico. Il primo di questi ambiti impone una riflessione sul termine «prominenti» (Miller 1980; Venturini 1985; Cannistraro 2005). Infatti, questo è generalmente utilizzato come sinonimo di leadership italo-americana (Nelli 1983, 115). Con il termine prominenti si indicavano professionisti e uomini d’affari influenti all’interno delle comunità, in virtù del ruolo che questi ricoprivano come intermediari per il lavoro dei connazionali o della loro funzione di organizzatori del voto etnico per conto della machine dei partiti politici americani (Venturini 1985). I prominenti furono uno degli strumenti principali di propaganda del Regime fascista. Come ha notato Nadia Venturini, il fascismo era funzionale al loro ruolo di leadership, poiché favoriva la coesione interna delle comunità italo-americane fornendo simboli e comportamenti di comune identificazione per il gruppo etnico (Venturini 1984). Lo scoppio della guerra, tuttavia, non determinò l’uscita di scena dei prominenti. Philip Cannistraro e Nadia Venturini riconducono la continuità che caratterizza la leadership italo-americana essenzialmente a due ragioni: in primo luogo, dovendo tutelare gli interessi economici e la posizione sociale maturata nella patria di adozione, i prominenti procedettero a un’immediata rinnegazione del fascismo; in secondo luogo, dovendo tutelare i canali tradizionali di contatto con l’elettorato italo-americano, il mondo politico americano riconfermò i prominenti nella loro funzione di leadership.

Le interpretazioni della storiografia sulla posizione dei prominenti nel trapasso della guerra possono essere estese all’ambito dell’associazionismo etnico. L’Ordine dei Figli d’Italia in America, ad esempio, pur essendo stato negli anni Trenta uno dei maggiori vettori di propaganda fascista, mantenne nel dopoguerra una funzione di leadership, soprattutto in virtù del fatto che le autorità americane non intendevano mettere in discussione i canali tradizionali di contatto con le masse italo-americane (Venturini 1984–85).

Oltre al piano della leadership e del tessuto associativo, è stato analizzato l’impatto che la guerra ha esercitato sull’identità del gruppo etnico. Gli studiosi (Diggins 1972; Vecoli 1985) hanno sostenuto che la seconda guerra mondiale, e la successiva Guerra Fredda, imponendo un grado elevato di conformità e patriottismo verso gli Stati Uniti, abbiano contribuito, assieme al benessere del dopoguerra, a erodere le identità delle minoranze etniche, innescando un definitivo processo di americanizzazione. Questa opinione è rimasta a lungo in auge nonostante gli studiosi abbiano messo in discussione il concetto  di etnicità come fenomeno lineare di progressiva erosione delle culture del vecchio continente fino alla completa americanizzazione. Le identità etniche, infatti, non scompaiono, ma mutano sulla base dell’abilità dei gruppi etnici di negoziare costantemente i simboli espressivi della propria comune identificazione con il contesto storico sociale di appartenenza (Sollors 1991). In tempi recenti, gli studiosi hanno ulteriormente sottolineato come il binomio americanizzazione/etnicità non riesca a racchiudere la complessità del fenomeno etnico, che invece deve essere affrontato da una molteplicità di prospettive: razziali, transnazionali e “glocali” (Cinotto 2006). Perdura, tuttavia, la convinzione che, nell’immediato secondo dopoguerra, l’identità del gruppo etnico italo-americano si sia avviata a una fase di «scomparsa», conseguente al miglioramento delle condizioni sociali di vita, all’acquisizione dei «valori dei ceti medi» e alla «corsa verso il consumismo di massa» della seconda generazione (Conzen et al. 1990).

Ritengo che una comprensione adeguata dell’impatto della guerra sulla comunità italo-americana di San Francisco non possa prescindere dalla discussione storiografica in merito ad alcuni tratti caratterizzanti la comunità stessa. La mia ricerca, infatti, come vedremo successivamente, mi ha portato a convergere o a divergere con quanto scritto dagli studiosi sul conto degli italo-americani di San Francisco. Il primo problema storiografico di cui bisogna tenere conto è il particolare profilo socio-economico della comunità sanfranciscana. Un filone storiografico, avviato da Andrew Rolle (1968), ha a lungo considerato l’esperienza degli italiani in California più fortunata rispetto a quella degli italiani nelle aree urbane della costa orientale. I pionieri italiani poterono avvantaggiarsi di fattori contestuali particolarmente favorevoli, quali l’abbondanza di terreni, la scarsità di concorrenti e il clima sociale più egualitario; nondimeno, secondo questo filone storiografico, il successo economico dei pionieri fu abilmente consolidato dalle generazioni successive (Gumina 1978). In realtà, questa immagine «idilliaca» (Canepa 1994) dell’emigrazione italiana in California è stata messa in discussione dalla storiografia più recente, che ha fatto emergere quegli «aspetti di bilanciamento» (povertà, discriminazione, sfruttamento) assai visibili in particolare nel periodo dell’emigrazione di massa, ma oscurati dal paradigma tradizionale (Martinelli, Sensi Isolani 1993). Nonostante il ridimensionamento della tesi di Rolle, la storiografia ritiene che la condizione socio-economica degli italo-americani di San Francisco, alle soglie della seconda guerra mondiale, fosse di relativa agiatezza (Salvetti 1982). Secondo Sebastian Fichera, ad esempio, alla fine degli anni Trenta, pur essendo uno dei gruppi meno «specializzati» e «istruiti» della città, gli italo-americani di San Francisco avevano raggiunto uno «standard di vita più elevato rispetto agli altri gruppi d’immigrati» (Fichera 1995). Il gruppo italiano, secondo lo studioso, era stato protagonista di una «inusuale» ascesa sociale, resa possibile dallo sviluppo, al suo interno, di sistemi imprenditoriali e di lavoro a carattere etnico, in grado di accrescere il benessere complessivo del gruppo.

Il secondo problema storiografico con cui mi sono dovuto confrontare riguarda il profilo politico della comunità negli anni Trenta, dal momento che una parte della storiografia concorda nel ritenere che gli italo-americani di San Francisco abbiano accordato al Regime fascista un sostegno più compatto e duraturo rispetto alle comunità della costa orientale. Patrizia Salvetti, promotrice di questa tesi, ha associato la particolare condizione socio-economica della comunità all’idea di una maggiore recettività al messaggio conservatore del fascismo (Salvetti 1982). Tale ipotesi ha origine in un dispaccio dell’ambasciatore Colonna, scritto al momento dell’ingresso in guerra dell’Italia al fianco della Germania, in cui viene lodata la fedeltà al Regime degli italiani di San Francisco, mentre sono biasimate le «sperticate dichiarazioni di lealismo americano» a cui si sono lasciati andare i prominenti della costa orientale (Cannistraro 1976). Rose Scherini non concorda con l’ipotesi di Salvetti e ritiene l’immagine “ultra fascista” della comunità la conseguenza dell’assenza a San Francisco di un movimento antifascista italo-americano forte e organizzato, come quello newyorkese (Scherini 1994).

Il terzo e ultimo problema storiografico interessa la condizione di particolare sofferenza imposta agli italiani del Pacifico dalle restrizioni che in tempo di guerra riguardarono le «nazionalità nemiche» (giapponesi, tedeschi e italiani) all’interno degli Stati Uniti (Di Stasi 1994). Gli studiosi hanno sottolineato come la posizione geografica della California, attigua al teatro di guerra del Pacifico e pertanto individuata come «area militare strategica» dal comando militare, abbia inasprito le misure di sicurezza adottate dalle autorità americane per la salvaguardia del fronte interno: oltre 10.000 italiani furono costretti ad abbandonare le loro case lungo la fascia costiera (U.S Department of Justice 2001). Il forte impatto della guerra sulla leadership della comunità italo-americana di San Francisco è imputabile a questa specificità della costa occidentale. Dei circa 250 italiani internati in campi militari nel periodo della guerra, perché sospettati di intrattenere rapporti con il Regime fascista, circa cinquanta provenivano dall’area di San Francisco (Scherini 1994). Altre figure di spicco della comunità furono sottoposte agli interrogatori del comitato statale Tenney Committee, il quale investigava su persone e organizzazioni sospettate di essere manovrate da governi stranieri, o di aderire a ideologie “anti-americane” (comunismo, anarchismo, fascismo, nazismo ecc.), e pertanto giudicate come un pericolo per i programmi di difesa statali e nazionali. L’esito fu l’espulsione dalla California di alcuni leader di North Beach, la Little Italy di San Francisco. L’editore del giornale «L’Italia», Ettore Patrizi, e l’avvocato Sylvester Andriano, ad esempio, trascorsero gli anni della guerra in esilio, il primo a Reno e il secondo a Chicago. Allo stesso modo, alcune importanti istituzioni della comunità quali la Scuola Italiana, la Camera di Commercio Italiana, la Società Dante Alighieri, la Biblioteca Italiana, l’associazione degli Ex-combattenti, i programmi radio de «L’Italia», furono costrette a chiudere o a interrompere le attività per un lungo periodo. Sulla base di queste premesse, due studiose hanno offerto ipotesi divergenti circa l’impatto della seconda guerra mondiale sulla locale comunità italo-americana. Secondo Patrizia Salvetti la guerra non produsse alcun cambiamento nella leadership: al ritorno dai periodi di internamento o espulsione dalla città, i leader riacquisirono le medesime posizioni di comando (Salvetti 1982). Secondo Rose Scherini, invece, gli interrogatori del Comitato Tenney, ai quali i leader furono sottoposti, segnarono la «dissoluzione di una vitale e coesa comunità etnica» (Scherini 1994). I risultati della mia ricerca tendono a mettere in discussione entrambe queste ipotesi. Tra la continuità segnalata da Salvetti, e l’idea della «distruzione» avanzata da Scherini, sosterrò l’ipotesi della «trasformazione», della capacità cioè della comunità italo-americana di mutare la sua fisionomia ― leadership, struttura organizzativa e identità ― in sintonia con il tempo storico della guerra e del dopoguerra.

Contenuti e fonti della ricerca

Nel mio lavoro di ricerca mi sono concentrato in prima istanza sul problema della leadership. A mio avviso, nel trapasso della seconda guerra mondiale, il gruppo dirigente della comunità italo-americana di San Francisco andò incontro ad un “avvicendamento generazionale”: i leader della comunità, colpiti dalla misure restrittive, lasciarono spazio a un gruppo di leader di seconda generazione. Questo fatto, quindi, distanzia il caso di San Francisco dalla continuità evidenziata dalla storiografia.

Prima di ricostruire le dinamiche di questo avvicendamento generazionale ai vertici delle comunità, ritengo opportuno descrivere le caratteristiche della leadership che viene disgregata nel periodo della guerra. La fonte che ho utilizzato è la documentazione del consolato italiano a San Francisco, cioè le relazioni e i telegrammi inviati dal consolato a Roma per informare il governo sull’andamento del lavoro di propaganda. Il consolato italiano, per promuovere i programmi di propaganda del Regime, dovette fare affidamento sugli attori sociali influenti nella comunità; pertanto, tale documentazione ci offre uno spaccato delle relazioni intrattenute dall’autorità di governo con la leadership della comunità. Gli interlocutori principali del consolato furono due: i prominenti e gli ambienti cattolici. Ad essi però dobbiamo aggiungere un terzo attore, l’elemento fascista più politicizzato della comunità, cioè quelle figure che con maggiore determinazione seguirono le direttive del consolato e che nei dispacci consolari sono oggetto di elogio da parte dell’autorità di governo. La leadership nel suo complesso, infatti, non rispose in maniera univoca alle richieste del consolato. Nei dispacci consolari, compaiono numerose accuse verso i prominenti per la loro «indifferenza», mentre il rapporto tra consolato e ambienti cattolici è a tratti di competizione: la forte presenza sociale delle parrocchie nella comunità ostacola le ambizioni di egemonia del fascismo. I diversi momenti di tensione sorti con l’autorità di governo testimoniano che il processo di fascistizzazione della comunità, benché sostenuto dagli attori sociali di punta, fu dagli stessi ostacolato quando in contrasto con i loro interessi. Un caso emblematico, a mio avviso, è quanto accadde alla metà degli anni Trenta con la costituzione del Gruppo Giovanile Italo-Americano, sotto la guida del quale il consolato intendeva ricondurre i programmi giovanili di cui già disponeva la comunità. Questo progetto, tuttavia, venne ostacolato da una parte della leadership, che espresse chiaramente al consolato la sua non volontà di contribuire economicamente al Gruppo Giovanile.

L’immagine composita ed eterogenea della leadership, che si evince dallo spoglio dei documenti del consolato, mette in discussione le ipotesi storiografiche di una comunità di San Francisco «ultra-fascista« (Salvetti 1982) o polarizzata, al suo interno, in due gruppi in lotta tra loro: i fascisti e gli antifascisti (Scherini 1994). Fino a questo momento, la fonte utilizzata maggiormente dagli studiosi erano stati i verbali del Comitato Tenney, una testimonianza di grande rilevanza storiografica (conservata presso gli Archivi di Stato a Sacramento) le cui caratteristiche meritano qui di essere approfondite. I verbali, essendo la trascrizione dattiloscritta del ciclo di interrogatori a cui un folto gruppo di leader italo-americani fu sottoposto, conservano una grande quantità di informazioni sul conto della comunità nelle sue relazioni con il Regime. Tuttavia, a mio avviso, non è nel merito delle informazioni raccolte dal Comitato che risiede la rilevanza storiografica dei verbali. Le deposizioni infatti furono spesso tra loro in aperta contraddizione. La Scuola Italiana di San Francisco, ad esempio, per l’antifascista Carmelo Zito era un centro di propaganda fascista, per l’editore Ettore Patrizi una scuola governativa, per il cattolico Sylvester Andriano un’istituzione della comunità che aveva intrattenuto legami con il governo italiano, ma dal quale era fondamentalmente autonoma. Piuttosto attraverso i verbali del Comitato Tenney è possibile ricostruire le pressioni che, con la guerra, si abbattono sul gruppo italo-americano: innanzitutto il risorgere del tradizionale sentimento anti-italiano nella società americana (Scherini 2000). Gli inquirenti, infatti, riferendosi agli italo-americani nei termini di un «gruppo speciale di persone», dal background«radicalmente differente» da quello americano, impegnati generazione dopo generazione a «creare Little Italy», esprimevano convinzioni preconcette assai diffuse nell’opinione comune americana. Il Comitato Tenney affermava in pieno le tesi assimilazioniste: gli italo-americani avrebbero dovuto «dimenticare» tutto ciò che riguardava la madrepatria e sposare definitivamente l’American way of life. In secondo luogo, i verbali del Comitato Tenney sono la testimonianza del clima d’isteria generato dallo spettro della «quinta colonna» fascista (Pretelli 2007). Le sedute, affollate di fotografi e giornalisti, si trasformarono per la comunità italo-americana in un processo mediatico la cui attività investigativa risultava offuscata dalla spettacolarità dell’evento. Al forte impatto mediatico contribuirono il confronto-scontro tra due celebri figure della città, come il sindaco Rossi e il sindacalista Bridges, la deposizione segreta del testimone X2 e gli atti di violenza perpetrati ai danni di alcuni investigatori del Comitato.

La guerra influenzò fortemente l’operato del Comitato Tenney, privando le investigazioni di un’adeguata professionalità. Ciononostante, sulla base delle informazioni raccolte dal Comitato, le autorità militari decisero l’espulsione dalla California di alcuni importanti membri della comunità; nel frattempo altri leader erano stati internati. Non mi trovo d’accordo con quanto sostenuto da Salvetti, secondo la quale, al termine del periodo di lontananza, i vecchi leader riacquisirono le medesime posizioni di potere. Attraverso lo spoglio del giornale di North Beach, «Little City News» ― settimanale che viene pubblicato dal 1940 e nel quale sono riportate le maggiori attività sociali del gruppo etnico ― ho rilevato alcuni cambiamenti profondi che avvengono nel periodo della guerra: innanzitutto, l’emergere di un nuovo gruppo di leader contemporaneamente alla trasformazione della struttura organizzativa della comunità. Il mutamento della leadership, infatti, deve essere contestualizzato all’interno di un processo di metamorfosi che investe il tessuto associativo. Mentre chiudono istituzioni importanti (Scuola Italiana, Camera di Commercio Italiana, ecc.), altre assumono al loro posto la funzione di leadership, esprimendo il nuovo gruppo dirigente. Tali organizzazioni sono quelle caratterizzate al contempo da una forte identità italiana e da una profonda integrazione nella società americana: le associazioni dei commercianti e l’organizzazione politica cittadina Columbus Civic Club. Quanto alle prime, la North Beach Merchants Association era la più importante della città. Gli articles of incorporation di questa organizzazione, cioè la documentazione relativa alla sua registrazione presso il segretariato di Stato, testimoniano che essa fu costituita formalmente nel 1934, benché esistente già da molti anni. La North Beach Merchants Association non rappresentava unicamente gli interessi dei commercianti della Little Italy, ma dell’intera classe media italo-americana. Il «Little City News», infatti, ci informa sul fatto che i membri dell’organizzazione erano anche liberi professionisti, soprattutto avvocati e medici.

Il Columbus Civic Club siglò i suoi articles of incorporation nel 1931. Lo scopo principale dell’organizzazione era di favorire la naturalizzazione degli immigrati italiani. La data di costituzione del club lascia presumere che la sua funzione originaria fosse connessa anche con i piani del Regime fascista per la costruzione di una lobby italo-americana in grado di influenzare il governo americano, piani che iniziano a svilupparsi proprio dai primi anni Trenta (Luconi 2000). Ad ogni modo, dopo la guerra, il Columbus Civic Club diviene una delle organizzazioni più importanti della comunità. Sempre il «Little City News» ci testimonia che, attraverso il Club Columbus, viene lanciata nella comunità una campagna per migliorare la scarsa rappresentatività del gruppo italiano nelle cariche cittadine di governo. Alcuni esponenti di spicco del Columbus Civic Club e della North Beach Merchants Association, alla fine degli anni Quaranta, divengono: consiglieri municipali, giudici municipali, mentre altri sono nominati all’interno di assessorati del governo cittadino. Ho trovato alcune informazioni biografiche sul conto di queste persone nella rivista del governo municipale di San Francisco, «City County Record»; tale rivista, infatti, era deputata a disegnare dei ritratti “ufficiali” delle personalità pubbliche della città. I nuovi leader sono tutti italo-americani di seconda generazione, nati a San Francisco nel periodo dell’emigrazione di massa: tra gli ultimi anni dell’Ottocento e la prima guerra mondiale. Il terremoto generato dalla guerra favorisce quindi un vero e proprio avvicendamento generazionale ai vertici della comunità, consentendo alla seconda generazione di acquisire in modo definitivo le posizioni di maggiore visibilità. Anche negli anni Trenta, italo-americani di seconda generazione del calibro del sindaco Angelo Rossi o del banchiere Amadeo Giannini avevano rappresentano una parte importante della leadership. Tuttavia, è solo negli anni della seconda guerra mondiale che emerge un nucleo coeso di leader di seconda generazione: questo, da una parte in ragione dell’impatto che la repressione ha su molti leader di prima generazione, dall’altra, in ragione anche della progressiva naturale scomparsa di molti vecchi leader della comunità che, infatti, muoiono tra la guerra e la fine degli anni Quaranta.

La seconda caratteristica dei nuovi leader è il loro radicamento nella classe media italo-americana. In quanto avvocati, medici e commercianti di successo, i nuovi leader conferiscono alle organizzazioni di loro rappresentanza, come la North Beach Merchants Association e il Columbus Civic Club, il ruolo di promotrici degli interessi economici e politici del gruppo italo-americano nella città. Bisogna notare che molti di questi leader provenivano dagli ambienti cattolici della comunità. L’idealtipo del leader di seconda generazione è infatti il north beacher ― espressione che troviamo sul giornale italo-americano «Italian-American News» ― una persona cresciuta nella Little Italy sotto la cura dei preti salesiani e attiva sia nelle organizzazioni cattoliche, quali la Federazione Cattolica Italiana e i Knights of Columbus, che in quelle laiche, appunto la North Beach Merchants Association e il Columbus Club. La capacità degli ambienti cattolici di esprimere una parte consistente della nuova leadership del gruppo italo-americano ci indica l’influenza che le strutture cattoliche avevano esercitato sulla vita della comunità nel periodo tra le due guerre. Per quanto riguarda le organizzazioni laiche, invece, l’associazione che continua a essere un punto di riferimento indispensabile per la leadership è l’Ordine dei Figli d’Italia in California. Nel 1943, secondo quanto riporta un articolo del giornale «L’Italia», i Figli d’Italia stabilirono il loro quartier generale a North Beach, nella Casa Coloniale Fugazi, l’edificio storico della comunità. L’Ordine prese sotto il proprio controllo un edificio la cui reputazione era stata rovinata dal fatto di essere stato il centro delle attività di propaganda del Regime negli anni Trenta. Con la guerra, lo stesso edificio venne trasformato dai Figli d’Italia nel centro delle iniziative italo-americane condotte a sostegno dell’esercito americano.

I mutamenti nella leadership e nel tessuto associativo della comunità sono accompagnati dalla rielaborazione dell’identità del gruppo etnico. L’immagine del gruppo italo-americano era stata macchiata, nel periodo della guerra, dalla compromissione con il fascismo e dallo stigma di enemy aliens. Era necessaria, pertanto, una «reinvenzione» (Sollors 1991) dei simboli e dei tratti espressivi dell’etnicità italo-americana, affinché questi diventassero compatibili con il paese d’adozione e i sospetti di “anti-americanismo” venissero relegati al passato. Le business biographies ― un’apposita rubrica del giornale «Italian-American News» dedicata alla celebrazione dei commercianti italo-americani ― ci suggeriscono che fu la classe media italo-americana ad assolvere questo compito, fondendo l’identità del gruppo etnico con le qualità tipiche della classe media: laboriosità, dinamismo, abilità imprenditoriale e senso del business. Descrivendo gli italo-americani come «immigrati che, attraverso abilità e lavoro duro, avevano raggiunto il successo nel mondo del business», le business biographies riconducevano l’esperienza del gruppo etnico in quella che veniva chiamata la «typical American success story», cioè  la via di accesso al riconoscimento come “americani”. Le origini italiane, tuttavia, non rappresentavano un aspetto da occultare; infatti, nelle business biographies, operosità e spirito di intraprendenza erano reclamate come qualità tipiche degli italo-americani.

Come sottolineato da alcuni studiosi (Luconi 2007; Cicciò 2008), la guerra non mise in crisi l’identificazione degli italo-americani con la terra d’origine. Nel giornale «L’Italia», ad esempio, troviamo notizia delle numerose campagne attivate nella comunità per chiedere al Congresso e al Governo americano di farsi promotori di una “pace giusta” per l’Italia: migliaia di lettere tornarono a essere inviate a Washington nell’immediato dopoguerra. Nelle tornate elettorali cittadine, i candidati che intendevano guadagnarsi l’appoggio dell’elettorato italo-americano rilasciavano dichiarazioni in favore dell’Italia. Nei verbali del consiglio municipale di San Francisco troviamo notizia delle sollecitazioni del supervisor Edward Mancuso (un membro della leadership di seconda generazione) all’assemblea cittadina per prendere posizione in favore degli interessi di Roma, in particolare modo sulla questione della restituzione delle colonie africane all’Italia. Tale questione, d’altronde, aveva un forte valore simbolico per la popolazione di origine italiana, dal momento che il tema delle colonie era stato uno dei capisaldi della propaganda del Regime.

Obiettivi e indirizzi futuri della ricerca

La ricerca che ho esposto sopra è stata il frutto del lavoro condotto in occasione della tesi di laurea specialistica. Quanto sto attualmente approfondendo, e continuerò ad approfondire nei prossimi anni, è il rapporto tra l’avvento della leadership di seconda generazione e la riorganizzazione della comunità dopo la crisi della guerra. In primo luogo, mi propongo di condurre, nel dettaglio, un’analisi prosopografica (Stone 1987) della nuova leadership; cercherò cioè di risalire ai fattori che determinano l’influenza del gruppo dirigente a partire da un’analisi collettiva dei percorsi biografici dei suoi membri. Raccoglierò, ad esempio, maggiori informazioni relative alle loro origini familiari, utilizzando le Biography Collections di centri di ricerca quali il San Francisco History Center o la California Historical Society. Anche le Family History Resources degli Archivi di Stato di Sacramento ritengo possano essere di grande aiuto per indagare le attività economiche connesse con i leader e le loro famiglie. Oggetto di particolare attenzione saranno i leader “pluri-tesserati”, cioè coloro che, occupando posizioni rilevanti in più organizzazioni, tengono unita la diversità dell’associazionismo italo-americano: dalle associazioni dei commercianti, alle associazioni cattoliche a quelle più tradizionali come l’Ordine dei Figli d’Italia. Mi chiedo, infatti, in che modo venga mantenuta la coesione del gruppo italo-americano di fronte a questioni quali il confronto tra generazioni (Martellone 2005; Colucci 2010), tra classe media italo-americana e gruppi sociali meno abbienti. Certamente, particolare attenzione avranno ancora le organizzazioni dei commercianti e dei professionisti italo-americani; intendo capire il loro ruolo all’interno della vita economica di San Francisco, in particolare all’interno della Camera di commercio della città, la cui documentazione è conservata nei centri che ho sopra menzionato. Intendo però anche contestualizzare lo studio di questa classe media all’interno di un’approfondita analisi sociale della popolazione di origine italiana di San Francisco e della Baia. L’obiettivo che mi pongo è far emergere le contraddizioni che caratterizzano l’esperienza italo-americana e che vengono oscurate dall’immagine dei businessman di successo offerta dalle business biographies. Gli archivi dell’Italian American Community Services Agency, organizzazione a carattere assistenziale, mi consentiranno di analizzare le problematiche sociali che attraversano la comunità; mentre la documentazione del Labor Archives&Research Center di San Francisco mi consentirà di considerare la presenza del gruppo italiano in alcuni suoi tradizionali settori occupazionali: l’industria conserviera alimentare e l’edilizia. Lo studio delle condizioni economiche e sociali degli italo-americani dovrà tenere conto del fatto che il secondo dopoguerra rappresenta un momento di accelerazione della mobilità sociale, favorita dalla fase espansiva dell’economia americana ma anche dai programmi federali per i veterani di guerra che, ad esempio, consentono alla seconda generazione di migliorare il proprio livello d’istruzione (Mormino 2007). Sarà interessante verificare il mutare dell’identità del gruppo italo-americano in relazione alla mobilità sociale e in relazione al rapporto con gli altri gruppi etnici (Gulglielmo, Salerno 2003), in primo luogo in relazione alle minoranze asiatica e ispanica.

Infine, oggetto di attenzione sarà il comportamento degli italo-americani nella vita politica americana. Partendo dai dati raccolti da Frederick Wirt (1974), intendo capire in che modo la leadership della comunità porti il voto italo-americano a distribuirsi nuovamente in modo bilanciato tra Partito repubblicano e Partito democratico, dopo che quest’ultimo, negli anni Trenta, era stato oggetto di un consenso di massa da parte del gruppo etnico. Dal momento che la mia ricerca includerà gli anni Cinquanta, potrebbe essere interessante contestualizzare il viscerale anticomunismo della comunità italo-americane con la stagione del maccartismo.

Il comportamento degli italo-americani di San Francisco sarà altresì indagato in relazione alla vita politica italiana. Approfondirò l’impegno a sostegno della “ricostruzione” della madrepatria, rintracciando le connessioni tra la comunità di San Francisco e il lavoro di mobilitazione svolto su scala nazionale dalle organizzazioni italo-americane. Da questo punto di vista, intendo verificare se e come si ricostituisce il rapporto tra la leadership e l’autorità consolare, utilizzando la documentazione del consolato italiano in San Francisco, conservata presso l’Archivio storico diplomatico.

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