L’evoluzione della politica di sicurezza nazionale degli Stati Uniti d’America durante i mandati di George W. Bush: come è cambiata l’America dopo l’11 settembre.

Contesto, fonti e obiettivi

Il progetto che mi accingo a presentare rappresenta il lavoro di ricerca che ho condotto per la laurea magistrale. Avendo già conseguito la laurea e steso la tesi, il progetto potrebbe apparire concluso. In realtà, lo considero un valido punto di partenza sull’argomento, visto con l’ottica distaccata, anche se benevola, di un’europea. In effetti, non credo che si possa considerare un progetto definitivo sull’argomento, vista la vastità della tematica trattata ed il periodo di tempo considerato, relativamente recente.

In questo senso, la limitatezza delle fonti a disposizione di certo non ha favorito la ricerca. In effetti, trattandosi di un lasso temporale che attiene sicuramente più all’attualità che alla storia, le fonti ufficiali risultano circoscritte a quelle pubblicate dalla Casa Bianca e dai vari Dipartimenti. Questo significa essenzialmente due cose:

  1. Proprio perché sono state rese pubbliche, alcune fonti – come la Strategia di Sicurezza Nazionale – sono permeate da retorica più o meno evidente, indirizzandosi all’opinione pubblica e divenendo quindi documenti spesso più politici che tecnici, e talvolta auto-giustificativi. Questo specifico carattere di alcune fonti ha reso più difficoltosa l’interpretazione delle stesse.
  2. Le fonti attingono ad ambiti differenti, per cui possono avere carattere legislativo, tecnico e/o politico: si tratta di leggi, emendamenti, atti, risoluzioni, ordini esecutivi, direttive presidenziali, discorsi, dichiarazioni e così via.

Accanto a queste fonti ufficiali ho considerato saggi ed articoli provenienti da riviste specializzate (ad esempio Foreign Affairs) o semplicemente dalle maggiori testate giornalistiche (The Washington PostThe New York Times), così come pubblicazioni di centri ed istituti, testi e monografie.

Molto è stato scritto in merito agli Stati Uniti dopo gli attacchi terroristici dell’11 settembre 2001, tuttavia quanto ho trovato disponibile nel dibattito esistente non era spesso utile al mio progetto. In effetti, è facile trovare cronistorie dell’intervento in Afghanistan o dell’invasione dell’Iraq, pubblicazioni talora dietrologiche sugli attentati stessi, sul crollo della CIA come agenzia governativa o sullo sviluppo del pensiero neo-conservatore. La mia idea era, invece, di capire come un episodio di così grande portata come l’11/9 avesse modificato gli Stati Uniti nel loro interno, a livello di sistema-Paese. In altre parole, il mio intento era mettere insieme tanti piccoli e grandi tasselli, che insieme permettessero una migliore comprensione del quadro generale. Come sopra accennato, non ho certo la pretesa di poter rivoluzionare le ricerche sull’argomento ma, credo comunque di aver operato una sintesi di molteplici aspetti della questione, altrimenti affrontati in trattazioni separate – soprattutto per quanto riguarda le pubblicazioni in lingua italiana.

Questo comporta, inevitabilmente, la multidisciplinarietà del progetto, il quale affronta in maniera correlata aspetti politici, politologici ed istituzionali legati alla sicurezza nazionale. Ho, infatti, considerato differenti aspetti: gli Stati Uniti di fronte agli attacchi dell’11/9, la lotta al terrorismo prima del 2001, i provvedimenti intrapresi immediatamente dopo gli attacchi e la strategia di sicurezza nazionale, la decisione di abbandonare le Convenzioni di Ginevra, la creazione di nuovi uffici e del Dipartimento di Sicurezza Nazionale, le vicende legate alla comunità di intelligence nella lotta al terrorismo, la scelta di avviare operazioni militari in Afghanistan e Iraq.

Di conseguenza, è vero che l’approccio da me adottato non è prettamente storico, ma si adatta alle fonti disponibili e alle varie sfaccettature del progetto, spesso molto lontane tra loro, ma comunque legate ad un unico filo conduttore.

Contenuto della ricerca

Dal punto di vista contenutistico, l’obiettivo della mia ricerca è di capire in che modo un Paese come gli Stati Uniti d’America abbia modificato il proprio apparato politico-istituzionale di fronte ad una significativa minaccia alla sicurezza nazionale, rappresentata nella fattispecie dalla minaccia terroristica. Per quanto le scelte di politica estera siano le più evidenti all’opinione pubblica internazionale e non solo, l’amministrazione Bush ha apportato cambiamenti rilevanti a partire dall’interno, imponendo un profondo ripensamento della dimensione interna del sistema-Paese.

In quest’ottica, gli attacchi dell’11 settembre 2001 hanno rappresentato un turning point della storia statunitense, che ha permesso un riassetto istituzionale come pochi in precedenza e delle audaci decisioni di politica estera. In altre parole, gli Stati Uniti hanno modellato sé stessi e poi hanno trasposto questa modificazione all’esterno, sia nei rapporti con gli alleati sia nelle relazioni conflittuali. Per quanto questa ampia modificazione sia permeata profondamente dal pensiero neo-conservatore e si ponga, quindi, su una linea evolutiva dello scenario politico-istituzionale statunitense, non si può non considerare l’11/9 come un momento assolutamente determinante nella creazione di questa nuova realtà.

Va, comunque, sottolineato che il crescente impegno globale degli Stati Uniti durante le amministrazioni precedenti aveva portato anche ad una dispersione delle forze verso il perseguimento di interessi considerati molto marginali dalla propria opinione pubblica, al punto che già nei primi mesi dell’amministrazione Bush c’era stato un ripensamento del sistema degli interessi fondamentali e delle minacce. Senza dubbio questa rivalutazione ha subito una brusca accelerata con gli attacchi terroristici, proiettando in maniera repentina gli Stati Uniti verso un nuovo concetto di sicurezza, ovvero la “sicurezza indispensabile”, sulla quale ogni risorsa deve essere concentrata per fronteggiare il nuovo tipo di minaccia.

Le tappe che hanno scandito il percorso statunitense sono numerose. La lotta al terrorismo o “war on terror” iniziò ufficialmente sul fronte interno pochi giorni dopo gli attacchi, il 14 settembre 2001, quando il Congresso degli Stati Uniti votò la risoluzione denominataAuthorization for Use of Military Force Against Terrorists. Questa venne approvata dal Senato all’unanimità e dalla Camera con 420 voti favorevoli ed uno solo contrario e conferì al presidente George W. Bush i poteri di impiegare tutta la forza necessaria e appropriata contro il terrorismo, perpetrato da organizzazioni, singoli individui o Stati. È interessante questo documento poiché sembra voler riaffermare in maniera ferma e decisa i poteri del Presidente già attribuitigli dalla Costituzione, peraltro richiamati proprio nel preambolo della risoluzione stessa:

« […] Whereas the President has authority under the Constitution to take action to deter and prevent acts of international terrorism against the United States […]» 1.

Tuttavia, il documento più importante nella lotta al terrorismo è considerato il USA PATRIOT Act, acronimo di Uniting and Strengthening America by Providing Appropriate Tools Required to Intercept and Obstruct Terrorism, firmato dal Presidente G. W. Bush il 26 ottobre 2001. La legge veniva posta in essere per assistere e rafforzare le agenzie nazionali di law enforcement, con un intento specifico: «to identify, to dismantle, to disrupt, and to punish terrorists before they strike» 2. Attraverso il USA PATRIOT Act il Dipartimento della Giustizia ottenne, quindi, molti degli strumenti di law enforcement che il Congresso gli aveva negato negli anni precedenti, ostacolato dalla forte opposizione dei sostenitori dei diritti civili e della privacy di entrambi i partiti.

In effetti, la legge si sviluppa considerando, nei dieci Titoli che la compongono, differenti ambiti legati alla lotta al terrorismo, procedendo via via ad emendare leggi precedenti, in modo da creare degli strumenti aggiornati e tarati specificatamente sulla nuova minaccia da fronteggiare. Si segnala a tal proposito che già nel primo Titolo viene emendato il International Emergency Powers Act, inserendo significativamente un lungo paragrafo che potenzia i poteri presidenziali in caso di conflitto armato o attacco contro gli Stati Uniti condotti non solo da un Paese, ma anche da un’organizzazione o da una singola persona.

Va, inoltre, menzionato il Titolo II – Enhanced Surveillance Procedures – il quale modifica leggi e codici particolarmente importanti, tra cui il United States Code, il Federal Rules of Criminal Procedure ed il Foreign Intelligence Surveillance Act del 1978. Queste modifiche concernono soprattutto la raccolta d’informazioni da parte delle agenzie di intelligence e di law enforcement sia da cittadini americani, sia da cittadini stranieri e sono state largamente criticate in quanto considerate lesive delle libertà fondamentali e, conseguentemente, anche contrarie alla Costituzione. In particolare, gli emendamenti investono le intercettazioni di comunicazioni telefoniche, orali ed elettroniche, la condivisione d’informazioni derivanti da indagini penali, la rivelazione di informazioni in casi di emergenza, le facoltà delle agenzie di accedere a registri privati in caso di indagini di intelligence e contro il terrorismo internazionale.

Va aggiunto che, nell’ottica di dotare di strumenti più efficaci le agenzie deputate e di renderle, quindi, in grado di produrre risultati concreti, lo USA PATRIOT Act ha dato grande libertà alle agenzie stesse, andando ad emendare proprio quelle parti di codici e leggi che proteggevano il sistema da abusi di potere. In effetti, la legge espande i poteri delle agenzie di law enforcement di spiare possibili terroristi attraverso intercettazioni telefoniche, condurre ricerche senza notifica al sospettato, monitorare il traffico e le comunicazioni sul web. Le specifiche disposizioni criticate sono molte, come la possibilità di sorvegliare qualsiasi cittadino statunitense dopo aver ottenuto una semplice approvazione di un giudice in qualsiasi Stato americano, con la sola giustificazione che quella sorveglianza potrebbe condurre ad ottenere informazioni “rilevanti” per un’indagine penale in corso.

In ogni caso, per quanto sia sempre estremamente difficile trovare il giusto equilibrio tra il diritto dei cittadini ad essere liberi da ogni intrusione da parte del governo e la necessità del governo stesso di proteggere la sicurezza nazionale, il PATRIOT Act ha certamente avuto delle implicazioni considerevoli nella vita dei cittadini americani. Molto probabilmente, l’espansione dei poteri approvata con il PATRIOT Act per le agenzie in questione era condizionata all’idea che queste estese autorità sarebbero state utilizzate prudentemente e rigorosamente monitorate. Tuttavia, come ha dimostrato il rapporto redatto dal Dipartimento di Giustizia e reso pubblico il 9 marzo 2007, si è assistito ad un utilizzo scorretto degli strumenti posti in essere da parte delle agenzie federali, ma soprattutto dal Federal Bureau of Investigation, macchiatosi di un vero e proprio abuso dei nuovi poteri ad esso concessi 3.

Dal punto di vista della produzione legislativa credo, quindi, che l’USA PATRIOT Act rappresenti il miglior esempio di come l’amministrazione Bush abbia avviato una profonda rottura con la tradizione passata, nella fattispecie in merito ai diritti civili così come dal punto di vista dell’equilibrio di poteri tra le agenzie di law enforcement agendo sulla struttura dello Stato per minimizzarne i suoi punti deboli, che si erano creati nel tempo.

Dal punto di vista istituzionale, non si può non considerare un avvenimento di straordinaria importanza nella storia statunitense: la creazione, nel novembre 2002, del primo ministero degli interni degli Stati Uniti, ovvero il Department of Homeland Security.

Precedentemente all’istituzione del Department of Homeland Security, le attività legate alla sicurezza nazionale erano distribuite tra oltre quaranta agenzie federali. Già nel febbraio del 2001, la Commissione per la Sicurezza Nazionale Hart-Rudman aveva stilato un rapporto in cui si raccomandavano significative riforme istituzionali e procedurali sia nel ramo dell’esecutivo sia nel ramo legislativo, in modo tale da essere in grado di affrontare le future sfide di sicurezza che si intravedevano, anche se non si erano ancora materializzate.

Come per molte altre questioni, gli eventi accelerarono con l’11/9. Undici giorni dopo gli attacchi terroristici, il presidente George W. Bush annunciò di voler creare un Ufficio per la Sicurezza Nazionale nella Casa Bianca e nominò direttore il Governatore della Pennsylvania Tom Ridge. Il nuovo Ufficio avrebbe sorvegliato e coordinato la strategia nazionale per la protezione del territorio statunitense dal terrorismo, divenendo referente per eventuali attacchi futuri. Nel luglio del 2002 l’Ufficio elaborò la prima National Security Strategy.

Ciononostante, l’Ufficio non sembrava sufficiente a coordinare gli innumerevoli sforzi volti a fronteggiare la nuova minaccia terroristica. Dopo varie proposte e l’approvazione del Congresso, il 25 novembre 2002 il Presidente George W. Bush firmò l’Homeland Security Act of 2002, facendolo divenire legge ed istituendo, quindi, il nuovo Dipartimento per la Sicurezza Nazionale. Questo divenne operativo il 24 gennaio 2003, sei giorni dopo l’entrata in vigore della legge, e lo stesso Tom Ridge divenne il primo Segretario della Sicurezza Nazionale degli Stati Uniti.

La struttura iniziale ricalcava quella presentata in un progetto di legge dal Presidente Bush, con una divisione in quattro sezioni principali, a loro volta articolate in diverse sotto-sezioni. Tuttavia, fino al 2006 il Dipartimento subì numerose modifiche, volte essenzialmente ad affinare e migliorare la nuova struttura rispetto alle numerose strutture esistenti in precedenza.

Con la creazione del Dipartimento di Sicurezza Nazionale si inseriva un nuovo elemento nell’equilibrio di poteri statunitense. Tuttavia, ciò che andò a scompaginare in maniera sostanziale l’assetto istituzionale degli Stati Uniti furono le vicende legate alla comunità d’intelligence.

La moderna struttura dell’apparato d’intelligence nasce con il National Security Act del 1947, firmato dal presidente Harry S. Truman per riorganizzare le Forze Armate e l’intelligence sulla base delle nuove esigenze del Paese da poco uscito dalla seconda guerra mondiale. Al di là della riorganizzazione militare dei relativi dipartimenti, il National Security Act istituiva il National Security Council, luogo di coordinamento per la politica di sicurezza nazionale, e la Central Intelligence Agency, la prima agenzia statunitense di intelligence attiva in tempo di pace. È da notare che, fin da principio, la Central Intelligence Agency era stata intenzionalmente concepita come un’agenzia indipendente dal Dipartimento della Difesa e, quindi, dal potere militare, in modo tale da non poter essere influenzata eccessivamente dalle esigenze di quel Dipartimento.

In ogni caso, il numero delle agenzie settoriali legate all’intelligence crebbe notevolmente nel corso degli anni, arrivando a diciassette nel 2005. La struttura è quindi diventata particolarmente complessa, perché ogni agenzia trova una sua precisa collocazione e non tutte rispondono alla stessa catena di comando, oltre che inefficace, in quanto poco sinergica. È, comunque, importante sottolineare che la CIA, a differenza di tutte le altre agenzie di intelligence statunitensi, non ha un diretto referente a livello dell’esecutivo, al di sotto del Presidente. In altre parole, la CIA risulta indipendente dai Dipartimenti, a cui invece afferiscono le altre entità: il Federal Bureau of Investigation al Dipartimento di Giustizia, la National Security Agency al Dipartimento di Difesa, il Bureau of Intelligence and Researchal Dipartimento di Stato e così via. Questo avrebbe dovuto assicurare alla CIA il ruolo di agenzia centrale – così come peraltro indica il suo stesso nome – rispetto a tutte le altre agenzie governative. In realtà, questo non è mai avvenuto e ormai la CIA non ha più un ruolo preponderante né alcuna superiorità rispetto alle altre: è il Dipartimento della Difesa che controlla la maggior parte della comunità d’intelligence statunitense e l’apparato sotto il suo controllo prevale nettamente rispetto alla CIA, sia in termini di budget sia dal punto di vista del personale.

Con la legge di riforma del 2004 – Intelligence Reform and Terrorism Prevention Act of 2004 – si cercò una razionalizzazione e una centralizzazione della comunità d’intelligence, posta sotto il controllo del Director of National Intelligence (DNI). Tuttavia, l’attribuzione di maggiori responsabilità al DNI non fu accompagnata da un’effettiva autorità sull’intera comunità d’intelligence. Indubbiamente, queste spinte centralizzatrici sono dovute al fallimento rappresentato dagli attacchi terroristici dell’11/9, dopo i quali, esattamente come nell’occasione di Pearl Harbor, si è trovato il capro espiatorio nella comunità di intelligence. Nella fattispecie, l’11/9 venne considerato un fallimento della comunità di intelligence nel suo complesso, incapace di prevenire episodi di tale violenza mediante un efficace scambio di informazioni, mentre in occasione dell’intervento in Iraq venne puntato il dito specificatamente contro la Central Intelligence Agency, incaricata di trovare le famigerate armi di distruzione di massa, senza esito.

Quest’ultima vicenda rifletteva una situazione di politicizzazione dell’agenzia e di adesione acritica alla politica dell’amministrazione Bush, intrecciata fittamente con la pubblica messa in discussione della sua missione dopo la Guerra Fredda ed il tentativo di sopravvivere ad essa affrontando una serie di nuovi problemi, tra cui la proliferazione nucleare, il terrorismo e il traffico internazionale di stupefacenti. Tutto ciò va considerato alla luce dell’antagonismo esistente tra la CIA ed il Dipartimento della Difesa, il quale trova il suo apice agli inizi delle operazioni in Afghanistan, quando gli uomini della CIA furono i primi ad a operare in loco.

Nella fattispecie, la figura di Rumsfeld fu particolarmente importante per la definizione dei rapporti inter-istituzionali, in quanto si poneva in maniera preponderante rispetto ad altre figure istituzionali fondamentali, ma dai poteri indefiniti, o che interferivano con quelli dei Dipartimenti, come il consigliere per la sicurezza nazionale Condoleeza Rice, il direttore della CIA George Tenet e il vicepresidente Dick Cheney. Inoltre, nella storia moderna degli Stati Uniti il Segretario alla Difesa non aveva mai avuto aspirazioni di controllo dell’intelligence; al contrario, Rumsfeld aveva lavorato proprio verso il rafforzamento radicale delle attività di spionaggio del Dipartimento della Difesa.

Questa situazione di competizione tra agenzie portò a numerose conseguenze: la mancata prevenzione degli attacchi terroristici, l’adesione alla tesi dell’amministrazione in merito al possesso di armi di distruzione di massa da parte di Saddam Hussein e all’esistenza di un legame diretto tra il dittatore iracheno ed il terrorista Osama Bin Laden. Questo fa capire in maniera molto evidente come i cambiamenti più volte citati abbiano portato delle ricadute di grandissima rilevanza anche sul piano della politica estera e internazionale degli Stati Uniti.

Legate alla comunità d’intelligence emergono ulteriori questioni problematiche, che pongono l’amministrazione Bush in rottura con la tradizione socio-politica passata.

In primo luogo, va notato che per la prima volta dopo il Watergate la National Security Agency ha riaperto le attività di spionaggio interno, autorizzate direttamente dal Presidente Bush senza mandato giudiziario. In effetti, nel 1978, sulla scia delle rivelazione delle Commissioni Church e Pike,  il Congresso aveva approvato una legge che imponeva l’obbligo di richiedere l’autorizzazione di un tribunale speciale per effettuare intercettazioni in casi di sicurezza nazionale: il Foreign Intelligence Surveillance Act (FISA). Insieme ad altre norme e disposizioni imposte all’apparato di intelligence tra gli anni Settanta e gli anni Ottanta, il FISA di fatto pose fine alle attività di sorveglianza interna, condotte dalla National Security Agency. Da quel momento, divenne il Federal Bureau of Investigation la principale agenzia di conduzione di intercettazioni ai fini della sicurezza nazionale sul territorio statunitense, mentre le competenze della NSA rimasero limitate in larga parte ad attività di intelligence specializzate, come l’installazione di microspie all’interno di ambasciate e missioni diplomatiche straniere a Washington.

Questo cambiò con il primo documento ricordato in questa sede, ovvero la Joint Authorization for Use of Military Force. Il problema legato a questo programma di sorveglianza non fu semplicemente che i soggetti spiati erano cittadini degli Stati Uniti, ma attenne essenzialmente al fatto che la sorveglianza veniva condotta senza mandati giudiziari. Ciononostante, il programma poteva far leva su alcuni pareri legali redatti dall’amministrazione a sostegno delle intercettazioni, tutti fondati su un’interpretazione estensiva del secondo articolo della Costituzione, che attribuisce al Presidente il ruolo di comandante in capo delle forze armate.
In ogni caso, la riapertura di queste attività diede luogo ad una serie di abusi da parte delle agenzie di intelligence, senza peraltro riuscire nel suo scopo, ovvero ottenere informazioni significative, utili alla lotta contro il terrorismo.

Rimanendo nel campo di azione della comunità d’intelligence, ma spostandosi verso la politica estera, si può considerare, in secondo luogo, l’importanza della decisione di abbandonare la Convenzione di Ginevra sul Trattamento dei Prigionieri di Guerra, ratificata nel 1949 dal Congresso statunitense. Sei giorni dopo gli attacchi al Pentagono ed al World Trade Center, il Presidente firmò un documento segreto che conferiva alla CIA ampia autorità per le attività anti-terroristiche, incluse l’uccisione, la cattura e il trattenimento di membri di al Qaeda in qualsiasi parte del mondo. Tale direttiva diede vita ad un progetto della CIA, denominato “Worldwide Attack Matrix”, che puntava a colpire i network terroristici in ottanta diversi Paesi.

Il problema fu che, mentre inizialmente le pratiche di interrogatorio più dure vennero applicate a “high-value detainees”, con il passare del tempo l’agenzia cominciò ad ampliare il proprio target, prelevando individui con legami sempre più deboli con il terrorismo ed ottenendo informazioni sempre meno significative e, quindi, meno utili.

Da questo scaturì un dibattito interno alla comunità politica e d’intelligence su quale fosse la migliore linea da adottare in merito, dibattito che diede vita alla famosa “Dottrina dell’1%” del vicepresidente Dick Cheney 4. Questo approccio evidentemente facilitò l’utilizzo della tortura e di interrogatori molto aggressivi, con il risultato che l’analisi approfondita della minaccia divenne secondaria all’imperativo di una risposta rapida al potenziale pericolo di veder lesi gli interessi degli Stati Uniti.

È interessante notare che l’abbandono delle Convenzioni di Ginevra veniva giustificato dal fatto che i trattati internazionali in questione non avrebbero comunque protetto i membri di al Qaeda, in quanto attori non statali, né la milizia talebana, dal momento che l’Afghanistan era un «failed state» e che le forze talebane erano diventate di fatto non distinguibili da quelle di al Qaeda 5. Solo il Segretario di Stato Colin Powell chiese al presidente di riconsiderare la sua decisione, probabilmente conscio delle implicazioni derivanti dall’affermazione d’inapplicabilità delle restrizioni della Convenzione di Ginevra: rifiutare tali restrizioni per il conflitto in Afghanistan significava rovesciare un secolo di politica statunitense, teso a proteggere le truppe americane attraverso il diritto internazionale di guerra, e, quindi, significava anche andare incontro ad una reazione della comunità internazionale contro la nuova politica statunitense, minando il sostegno di alcuni alleati critici.

Questo punto si legò strettamente alla pratica delle renditions, ovvero il trasferimento segreto di prigionieri in altri Paesi per sottoporli ad interrogatorio, talvolta in Paesi arabi come Egitto o Siria, ben noti per l’uso della tortura. Ad onor del vero, va specificato che tale pratica era in uso già con le amministrazioni Reagan e Clinton. Sotto l’amministrazione Bush essa venne autorizzata da una direttiva top secret di quattordici pagine indirizzata dal Presidente al Direttore della Central Intelligence Agency George Tenet, nella quale ordinava all’agenzia: «kill, capture and detain members of al Qaeda anywhere in the world».

Venne, quindi, autorizzata la pratica delle renditionse, con l’abbandono delle Convenzioni di Ginevra prima e con il caso Zubaydah in seguito, nonché indirettamente anche la tortura. Naturalmente, non venne mai ritrovato nessun documento scritto che autorizzasse tali pratiche ed, anzi, alcuni sostengono che il dibattito sul trattamento dei prigionieri e la gestione delle operazioni non raggiunse mai a pieno titolo il Presidente Bush.

In ogni caso, ciò che in questa sede risulta rilevante è che si creò tra l’amministrazione Bush e i vertici dell’intelligence un clima permissivo, di cui fece le spese essenzialmente la CIA quando scoppiarono scandali come quello di Abu Ghraib o di Guantanamo, tanto più che i prigionieri di primo piano di al Qaeda venivano affidati proprio alla Central Intelligence Agency, anziché all’FBI o al Pentagono. Questo provocò un’ulteriore rottura dell’agenzia con il Dipartimento della Difesa, a cui spettava invece la gestione di detenuti di piccolo calibro catturati essenzialmente nei campi di battaglia afghani, e un forte contrasto anche con l’FBI, che vedeva abbandonato l’approccio legale alla lotta al terrorismo, privilegiato dall’amministrazione Clinton.

Questi esempi permettono di comprendere quanto espresso inizialmente, ovvero come, attraverso la “war on terror”, gli Stati Uniti abbiano sensibilmente modificato il loro apparato istituzionale, si siano trasformati in funzione delle nuove minacce terroristiche ed abbiano apportato significati cambiamenti nella loro legislazione nazionale. Tutto alla luce di un nuovo contesto della sicurezza nazionale, minacciata per la prima volta in maniera sostanziale nella storia degli Stati Uniti. L’importanza del fenomeno è facilmente comprensibile se si considera il termine inglese con cui viene indicata la dimensione della sicurezza: “homeland security” è molto più che “national security”, richiama il concetto di patria ed attiene ad una dimensione fortemente valoriale per il cittadino statunitense. Lo stesso Dipartimento creato nel 2002 è stato definito Department of Homeland Security, quasi ad indicare che in gioco vi era più che l’interesse nazionale e proprio in virtù di questa considerazione l’impegno a livello internazionale doveva essere legittimato e sostenuto.

Ciononostante, per una guerra che sta durando già più della Seconda guerra mondiale, è molto difficile valutare questi cambiamenti in maniera complessivamente positiva.

Al termine dell’amministrazione Bush, che aveva ottenuto la fiducia degli elettori statunitensi per due mandati consecutivi, il sistema-Paese Stati Uniti non solo non sembra significativamente più sicuro, ma soffre contemporaneamente su due livelli: nello scenario internazionale ha perso la credibilità e l’influenza che da tempo lo caratterizzava; sul piano interno ha permesso ad  istituzioni e gruppi di interesse, primo fra tutti il Dipartimento della Difesa, di sconfinare dal proprio ruolo e di scompaginare, quindi, l’equilibrio di poteri che lo rendeva un sistema solido, per quanto complesso, senza ottenere con ciò una maggiore efficacia.

Note:

  1. Authorization for Use of Military Force Against Terrorists – Pub. Law 017-40; 107th Congress.
  2. G.W. Bush, “President Signs Anti-Terrorism Bill”, White House, Washington DC, October 26, 2001.
  3. In termini di trasparenza è anche opportuno segnalare l’ordine esecutivo che il Presidente Bush ha emanato nei primi giorni del novembre 2001. Esso permette al presidente, passato o attualmente in carica, di bloccare l’accesso alle documentazioni della Casa Bianca. Come hanno sottolineato numerosi autori, questo potrebbe significare il blocco da parte del Presidente Bush dei documenti sui processi decisionali che riguardano la guerra al terrorismo.
  4. Secondo il Vicepresidente Cheney, qualsiasi minaccia, anche se avesse avuto una percentuale di realizzazione molto bassa, avrebbe dovuto essere trattata come una minaccia certa: «If there’s one percent chance that Pakistani scientists are helping al Qaeda build or develop a nuclear weapon we have to treat it as a certainty in terms of our response. It’s not about our analysis. It’s about our response».
  5. Memorandum Yoo-Delanhunty indirizzato a William Haynes, 9 Gennaio 2002.

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