L’antiamericanismo nella Jugoslavia di Tito: la svolta degli anni Cinquanta e la “zona grigia jugoslava”

Introduzione

La ricerca che mi propongo di presentare ha avuto come punto di partenza due prospettive di comprensione del fenomeno antiamericano in Jugoslavia: nella prima descrivere l’antiamericanismo jugoslavo come esempio di un fenomeno storico-sociologico che – con i propri pregiudizi, miti, stereotipi e proiezioni sugli Stati Uniti – appartiene alla tradizione europea dell’antiamericanismo; nella seconda analizzare l’antiamericanismo come un “effetto collaterale” della politica estera jugoslava non-allineata. Queste due prospettive si cristallizzarono man mano che il lavoro di analisi delle fonti e della lettura di materiale bibliografico avanzava; e tutto questo perché approcciandomi a studiare l’antiamericanismo in Jugoslavia non ho potuto rifarmi a conclusioni di altri autori, per il solo fatto che non ne ho trovato alcuno. Per questa ragione il mio approccio è stato “panoramico” , dato che l’arco cronologico che ho preso in considerazione è abbastanza ampio (1947–1961), ed è stata mia intenzione apprendere le tendenze e le evoluzioni più marcanti dell’oggetto di studio.

Un’altra questione degna di nota va fatta sulla “giovane” storiografia delle ex-repubbliche jugoslave; infatti, è solo dall’inizio degli anni Novanta, e in molti casi persino più tardi, che il mestiere dello storico in questi paesi ha intrapreso una lenta “riabilitazione”. Caduto il regime dittatoriale, gli storici hanno dovuto acquisire la capacità di sfatare miti e interpretazioni ideologiche legate alla storia della Jugoslavia, del Partito Comunista, alla mitologia sulla guerra di liberazione e alla stessa personalità di Tito. Questo processo di recupero di una scienza storica al servizio della verità – e non al servizio della legittimazione politica o dell’apologia dottrinale – non è stato indolore e ha provocato non pochi attriti e disaccordi all’interno delle opinioni pubbliche e delle comunità accademiche all’interno delle ex repubbliche.

Contesto storiografico

Grazie all’apertura dei nuovi fondi archivistici di Belgrado – in particolare del fondo personale di Josip Broz Tito, della presidenza della SFRJ (Repubblica Socialista Federale della Jugoslavia) e del Comitato Centrale – per la storiografia delle ex repubbliche jugoslave e quella internazionale si sono prospettati nuovi e inediti orizzonti di ricerca.

Nella scelta e nella ricerca dei reperti bibliografici mi sono mossa su due grandi filoni tematici: da una parte la letteratura sull’antiamericanismo europeo – sia in Europa occidentale che orientale – dall’altra la produzione storiografica incentrata sull’evoluzione politico-economica della Jugoslavia dal 1945 alla metà degli anni Sessanta.

La bibliografia sull’antiamericanismo europeo è di per sé enorme. Nella mia indagine ho fatto perciò una selezione di autori che hanno considerato l’antiamericanismo come un “problema culturale” europeo e come una reazione di ripulsione all’americanizzazione dell’Europa dopo il secondo conflitto mondiale.

Non a caso lo studioso americanista Ivan Krastev definisce l’antiamericanismo come un’ideologia per tutti gli scopi («an all purpose ideology» 1). Sono, infatti, pochi quei fenomeni storici che hanno attraversato la storia europea di epoche cronologicamente tanto lontane fra loro e si sono legati a movimenti di pensiero, partiti politici, esponenti culturali e a regimi politici – totalitari, dittatoriali o democratici – radicalmente opposti tra loro. Come spiegò il sociologo statunitense (ed esperto della problematica dell’antiamericanismo) Paul Hollander, nel suo classico Antiamericanism: Critique at Home and Abroad 1965–1990, gli umori antiamericani si sono nutriti, negli anni e nei diversi ceti sociali, su svariati “terreni” – il nazionalismo, l’antioccidentalismo, le posizioni anticapitaliste, la negazione del progresso tecnico-scientifico e dell’urbanizzazione, il terrore della guerra nucleare, l’avversione generale nei confronti della vita contemporanea insieme al tentativo di difendere il modello di vita tradizionale e le ambizioni culturali dell’élite esistente (p. 410). L’antiamericanismo permea la storia europea sin dalla nascita degli Stati Uniti, tant’è che lo studioso francese Philippe Roger nel suoL’ennemi Américain: généalogie de l’antiaméricanisme français 2 rileva come una prima preistoria dell’antiamericanismo nasca negli scritti degli illuministi francesi (Buffon, Voltaire, Raynal) il cui antiamericanismo è un anticolonialismo vestito di scientificità, e dove la geologia, l’antropologia, la zoologia sono impiegate per dimostrare che il continente americano è una delusione della natura poiché la trasmigrazione di uomini e animali oltre l’Atlantico ha condotto niente meno che alla degenerazione e all’alterazione.

La natura del discorso antiamericano si configura inoltre come una reazione di rigetto della realtà americana (o di quella che si percepisce come tale), sentita come un’entità globale e unitaria, come una risposta del Vecchio Continente a un sistema di valori fondato sulla modernità e sul ruolo di una potenza mondiale dominante e intangibile. È un discorso totalizzante che per Christine Vodovar (Stessa famiglia, diverso approccio. I socialisti italiani e francese di fronte all’America 1945–1960 3) assumerà, nella logica dello scontro bipolare, «una funzione di tipo identitario, tanto sulla scena internazionale quanto all’interno delle diverse comunità nazionali».

Sull’antiamericanismo come fenomeno endemico europeo sono senz’altro da notare le opere di Russell Berman (L’antiamericanismo in Europa. Un problema culturale) che identifica la presenza di umori antiamericani in Europa prima di qualsiasi processo di americanizzazione del continente. Che l’americanizzazione dell’Europa non fu un fenomeno unidirezionale lo dimostra Richard Pells nel suo libro Not Like Us: How Europeans Have Loved, Hated and Transformed American Culture Since World War II, mentre l’analisi incrociata tra americanizzazione e antiamericanismo in Europa (sia occidentale che dietro la Cortina di Ferro) è splendidamente illustrata nella raccolta di saggi di numerosi autori a cura di Alexander Stephan, The Americanization of Europe: Culture, Diplomacy, and anti-Americanisation after 1945.

Per delucidare la varietà dei gruppi tra partiti politici (comunisti, socialisti e cattolici), movimenti per la pace e organizzazioni governative che hanno sbandierato gli slogan antiamericani nell’intenzione di salvaguardare l’Europa dalla “marshalizzazione” e “coca-colonizzazione” sono stati fondamentali i testi di Richard F. Kuisel, Coca-Cola and the Cold War: The French Face Americanization, 1948–1953; Massimo Teodori, Maledetti americani: destra, sinistra e cattolici: storia del pregiudizio antiamericano,; Herbert J. Spiro,Anti-Americanism in Western Europe; Arnold M. Rose, Anti-Americanism in France; Andrei S. Marcovits, On Anti-Americanism in West Germany e la raccolta di saggi L’antiamericanismo in Italia e in Europa nel secondo dopoguerra curata da Piero Craveri e Gaetano Quagliariello.

Ciò che accomuna tutti i tipi di “antiamericanismi” è il loro essere una risposta/reazione a una certa frustrazione o risentimento collettivi che ritengono gli Stati Uniti responsabili dei mali in questione. Sull’interpretazione in chiave simbolico-culturale dell’antiamericanismo è fondamentale il saggio di Rob Kroes The Great Satan Versus the Evil Empire. Anti-Americanism in the Netherlands (nella raccolta Antiamericanism in Europe) e l’articolo dello stesso autore sull’antiamericanismo recente, European Anti-americanism: What’s New.

Per il confronto con l’antiamericanismo dietro la Cortina di Ferro – dove l’antiamericanismo ha avuto un carattere di propaganda statale organizzata ai più alti livelli del potere, e nel periodo staliniano una funzione di creare un consenso su basi antiamericane – mi sono incentrata sull’ottimo studio di Eric Shiraev e Vladislav Zubok, Anti-Americanism in Russia: from Stalin to Putin che considerano l’antiamericanismo russo come una ricerca dell’identità russa tra l’eurofilismo e lo slavofilismo. Un altro autore di grande interesse è stato Vladimir Shlapentokh, The Changeable Soviet Image of America. I saggi di Victor Zaslavsky, L’antiamericanismo organizzato nell’Unione Sovietica staliniana e di Vladislav Zubok, Il posto degli Stati Uniti nella propaganda e nella società sovietica dopo Stalin(presenti nella già citata raccolta di Piero Craveri e Gaetano Quagliariello) sono stati fondamentali per la comprensione della propaganda organizzata dal Cremlino contro gli Stati Uniti.

Sul versante jugoslavo i reperti bibliografici hanno compreso: opere di carattere generale sulla storia jugoslava come il grande manuale di Dušan Bilandžić, Hrvatska moderna povijest [Storia croata moderna]; il libro di Hrvoje Matković, Povijest Jugoslavije: 1918. – 1991. – 2003 [Storia della Jugoslavia]; il testo di Branko Petranović, Istorija Jugoslavije 1918–1988 [Storia della Jugoslavia] che, anche se appartiene alla “storiografia ufficiale” del regime, non è tuttavia da escludere per alcune sue propensioni alla correttezza scientifica. Per l’analisi dell’evoluzione politica del regime e dell’istituzionalizzazione della dittatura sono da citare l’eccellente testo di Sabrina Ramet, Tri Jugoslavije: izgradnja države i izazov legitimacije [Le tre Jugoslavie: la costruzione dello stato e la sfida della legittimazione], quello di Paul Garde Život i smrt Jugoslavije [Vita e morte della Jugoslavia] e due sintesi significative di Francesco Privitera Jugoslavia e di Josip Krulic Storia della Jugoslavia. Importanti sono stati i contributi di Zvonimir Despot, Tito tajne vladara[Tito. I segreti di un regnante] e di Pero Simić, Tito. Fenomen stoljeća [Tito. Fenomeno del secolo], due autori che hanno lavorato sui nuovi materiali degli archivi belgradesi e moscoviti dando alla luce nuove conoscenze sulle vicende della storia jugoslava.

Un altro versante ha abbracciato l’analisi della politica estera jugoslava, soprattutto le relazioni con gli Stati Uniti e le problematiche del “socialismo sul grano americano” esposta nell’importante testo di Tvrtko Jakovina Socijalizam na američkoj pšenici [Socialismo sul grano americano], mentre per un approfondimento sulla politica estera jugoslava da tutte le angolature è essenziale la raccolta di saggiSpoljna politika Jugoslavije: 1950–1961 [Politica estera jugoslava]dell’Istituto per la storia serba contemporanea. Della storiografia ufficiale jugoslava sono stati rilevanti alcuni testi: l’apprezzabile opera di Darko Bekić Jugoslavija u hladnom ratu [La Jugoslavia nella guerra fredda] e due testi “elogiativi”, di cui il primo di notevole fama, quello dell’ex ambasciatore jugoslavo a Washington Leo Mates,Međunarodni odnosi socijalističke Jugoslavije [I rapporti internazionali della Jugoslavia socialista] e quello di Ranko Petković,Nesvrstana Jugoslavija i savremeni svijet [La Jugoslavia non allineata e il mondo contemporaneo]. Stimolante è stata la lettura delle memorie dell’ambasciatore jugoslavo a Mosca Veljko Mićunović, Moskovske godine 1956–1958 [Gli anni moscoviti].

Nell’analisi dell’espulsione di Tito dal Cominform ho dato rilievo alle conclusioni e alle interpretazioni più recenti dello scisma tra Mosca e Belgrado cui sono giunti gli storici analizzando la documentazione archivistica moscovita. In particolare ho preso in considerazione i saggi di Leonid Gibiansky, Mosca-Belgrado, uno scisma da ripensare. Il conflitto sovietico-jugoslavo del 1948: cause, modalità, conseguenze, quello di Jeronim Perović, The Tito-Stalin Split: A Reassessment in Light of New Evidence e di Victor Zaslavsky,Aprile 1948, l’insurrezione mancata. La decisione di privilegiare le nuove interpretazioni non è stata fatta solo a causa del loro elemento di “novità” interpretativa, ma anzitutto per la loro ricostruzione delle fonti moscovite – un tassello mancante nella storiografia precedente.

Per esporre le interpretazioni della storiografia ufficiale jugoslava ho utilizzato il testo di Milovan Đilas, Vlast i pobuna: memoari [Il potere e la ribellione: memorie] e l’opera di Vladimir Dedijer, Izgubljena bitka J.V. Staljina [La battaglia persa di J. V. Stalin]. Tra la letteratura storiografica croata si distingue ancora lo studio di Ivo Banac, Sa Staljinom protiv Tita [Con Stalin contro Tito], mentre sono di rilievo pure alcune fonti d’archivio pubblicate recentemente nella rivista italiana “Ventunesimo secolo” e cioè: Appunti del colloquio di I. V. Stalin con il capo della delegazione del Comitato nazionale di liberazione della Jugoslavia A. Hebrang sulla struttura militare in Jugoslavia, i suoi problemi territoriali e i rapporti con la Bulgaria e l’Albania e la Relazione di Milovan Ðilas sull’incontro segreto sovietico-bulgaro-jugoslavo tenutosi il 10 febbraio 1948 con Stalin.

Come ho già accennato, la storiografia delle ex repubbliche jugoslave manca di un approfondimento sui temi “americanisti”: la partnership jugoslavo-statunitense, la strategia americana nei Balcani, l’apertura del regime all’Occidente, l’americanizzazione di alcuni stili di vita della società jugoslava insieme all’antiamericanismo sono temi poco approfonditi rispetto alla loro “portata storica”. Tuttavia non sono nemmeno completamente assenti dal repertorio storiografico. Qui cito ad esempio le ricerche di Radina Vučetić sull’influenza culturale americana in Jugoslavia attraverso il jazz e quelle di Albert Bing sulla percezione degli Stati Uniti nel quotidiano zagabrese “Obzor” alla fine degli anni Venti. Per la comprensione del rapporto tra Stati Uniti e il movimento dei non-allineati è rilevante, invece, il saggio di Dragan Bogetić, Sjedinjene Američke Države i institucionalizacija saradnje vanblokovskih država [Gli Stati Uniti d’America e l’istituzionalizzazione della cooperazione dei paesi non allineati].

Le fonti

Ho svolto la mia ricerca (all’interno della preparazione della tesi magistrale, ora conclusa) sia sulle fonti jugoslave – i maggiori quotidiani jugoslavi e le riviste politiche pubblicate dal Comitato Centrale o da istituti del governo –, che su quelle del Dipartimento di Stato americano, i Foreign Relations of the United States. I volumi utilizzati nella ricerca sono: FRUS, 1955–1957, Volume XXVI, Central and Southeastern Europe; FRUS, 1958–1960, Volume X, Parte II, Eastern Europe; Finland; Greece; Turkey; e FRUS, 1961–1963, Volume XVI, Eastern Europe; Cyprus; Greece; Turkey, dai quali ho estrapolato i materiali riguardanti la strategia americana nei Balcani e le risposte americane alle azioni jugoslave in periodi di particolare attrito nelle relazioni tra i due stati.

Dalla ricerca della storica croata Katarina Spehnjak 4 sul rapporto tra il potere e l’opinione pubblica emerge che il mezzo di controllo della stampa era l’autocensura. Un ulteriore fattore che la condizionava era quello materiale: le case editrici e la stampa erano di proprietà statale (la casa editrice della gran parte dei quotidiani era il Fronte Nazionale), come lo era la carta per la stampa e la stessa rete distributiva. Fuori dal controllo dell’Agitprop erano solo le pubblicazioni della Chiesa Cattolica, tuttavia anch’esse monitorate. Dall’Agitprop arrivavano le direttive alle redazioni e alle case editrici, qualche volta in forma scritta, altre volte orale attraverso vicari. Ai giornali era affidato il ruolo di “maestri e organizzatori e non di critici” delle masse. 5 Tenendo conto della sua funzione propagandistica, del suo ruolo politico e ideologico, dell’autocensura e delle direttive dell’Agitprop, si comprende come l’antiamericanismo sulla stampa rifletta le posizioni della gerarchia e l’intento di creare nella popolazione una coscienza antiamericana.

Le fonti giornalistiche e periodiche jugoslave sulle quali ho lavorato sono: il “Borba” – il maggiore quotidiano federale, politicamente più rinomato e da cui gli altri giornali, in assenza di fonti proprie, traevano i commenti e gli editoriali; il “Vjesnik” – il maggiore quotidiano croato; il “Riječki List”/“Novi List” – il quotidiano locale di Fiume (Croazia); il “Večernji List” – il quotidiano locale di Zagabria 6; il “Komunist” – organo del Comitato Centrale del PCJ poi organo del PCJ per la teoria e la prassi marxista, si spegne nel 1953 e viene sostituito con il periodico “Naša stvarnost”; e “Međunarodni problemi” – la rivista dell’Istituto per la politica e l’economia internazionale presso il Ministero degli affari esteri.

A queste ho aggiunto le interviste dello storico croato Tvrtko Jakovina 7 ad alcuni diplomatici e ambasciatori jugoslavi pubblicati nella rivista di storia contemporanea croata (“Časopis za suvremenu povijest”), mentre i Dokumenti o spoljnoj politici Jugoslavije[Documenti sulla politica estera jugoslava] sono stati adoperati come lettura di confronto 8. Per motivi di spazio, tempo e inaccessibilità non ho consultato invece il materiale archivistico del Segretariato federale per la politica estera, le schede dell’Agitprop [settore per la propaganda e l’agitazione] e i dispacci degli ambasciatori jugoslavi dagli Stati Uniti, al momento non ancora pubblicati.

Il metodo di lavoro sulle fonti è stato quello descrittivo – interpretativo, gli articoli sono stati scelti in base al loro contenuto antiamericano (o in alcuni casi semplicemente americano), dagli articoli è stata fatta una selezione d’informazioni inerenti a circoscritti ambiti tematici, sottoposti infine a griglie interpretative. Ho analizzato e poi incrociato tre livelli d’informazione: il gergo antiamericano delle fonti, la corrispondenza tra l’antiamericanismo della stampa e linee politiche ufficiali jugoslave e infine la strategia politica sia americana che jugoslava nella zona grigia jugoslava.

Nell’elaborazione dei contenuti antiamericani ho tenuto conto della difficoltà metodologica che può nascere quando bisogna fare distinzione tra chi critica gli Stati Uniti su una questione particolare – come nazione, governo o politica estera – e dall’altro lato chi trova odioso tutto ciò che è americano come l’american way of life (o ciò che si considera tale), i valori e gli ideali statunitensi formulati a livello normativo e retorico, i simboli americani, gli oggetti, i prodotti o la gente. Ogniqualvolta si analizza il fenomeno dell’antiamericanismo è da considerare che questa linea di demarcazione non è mai cristallina, che il pregiudizio come premessa di ogni discorso e una critica all’America possono intrecciarsi e confondersi.

I contenuti

Durante la Seconda guerra mondiale, il movimento partigiano jugoslavo aveva preso parte all’alleanza antifascista per entrare, nel dopoguerra, nella sfera d’influenza sovietica. Tra il 1947 e il 1950 l’immagine degli Stati Uniti nella stampa e negli organi del partito seguì l’evolversi della situazione internazionale e dei dettami sovietici, rispecchiando un atteggiamento di profonda e permanente ostilità. Fu un antiamericanismo su “modello sovietico”, sintomo di una sovietizzazione trasversale e pervasiva. L’educazione scolastica, il settore giornalistico e pubblicistico, la letteratura, le arti teatrali, cinematografiche e pittoriche divennero strumenti atti a “istruire” le masse alla lealtà al partito investito di potere. La lettura dei giornali dell’epoca ha confermato questa posizione e lo stesso è valso per l’antiamericanismo jugoslavo: l’avversione verso gli Stati Uniti, l’odio e l’ossessione antiamericani erano risposte politiche pertinenti a questa direzione.

La rottura tra Stalin e Tito si consumò nel 1948 e il PCJ (Partito Comunista della Jugoslavia) fu ben presto costretto, per sopravvivere, a volgersi verso occidente in cerca di aiuti. Dopo lo scisma seguì per la Jugoslavia un “ripensamento” ideologico e dottrinale denominato la “via jugoslava al socialismo”. Questa si concretizzò in politica interna nell’autogestione operaia delle fabbriche, mentre il regime proclamava la posizione non-allineata sullo scenario internazionale e si apriva ad un nuovo rapporto con l’Occidente, in primo luogo con gli Stati Uniti d’America. L’alleanza tra Belgrado e Washington e l’ambiguità del rapporto tra la Jugoslavia e l’Unione Sovietica che venne a crearsi negli anni Cinquanta diede al regime le sembianze di una vera e propria zona grigia. La partnership jugoslavo-statunitense fu vantaggiosa per ambedue i concordanti, oltre ad essere una delle maggiori contraddizioni della Guerra Fredda, sia per gli americani sia per gli jugoslavi (e non a caso il rapporto fu definito dagli storici un “matrimonio di interesse” 9).

Negli anni Cinquanta il fenomeno dell’antiamericanismo in Jugoslavia seguì l’evoluzione politica del paese e la proclamazione della politica estera del non-allineamento. Da un modello di propaganda antiamericana della seconda metà degli anni Quaranta copiata dall’esempio sovietico, l’antiamericanismo jugoslavo negli anni Cinquanta si alimentò sui proclami del movimento dei non-allineati. La battaglia per la pace, la coesistenza pacifica attiva, il principio di non-ingerenza, il disarmo nucleare, la politica anti-blocchi, lo sviluppo economico dei paesi del Terzo mondo divenivano punti di partenza per la condanna degli Stati Uniti, della loro politica estera e della loro stessa società. Le espressioni antiamericane della stampa si dispiegarono lungo il decennio degli anni Cinquanta non più in modo uniforme (come accadeva nel periodo di lealtà al Cremlino) ma intorno a questioni scottanti di politica estera.

Il maccartismo e la politica anticomunista americana, la questione di Trieste scoppiata l’8 ottobre del 1953, la politica americana in Medio Oriente e la condanna della modernità americana vista come degenerazione sociale furono i temi forti della propaganda antiamericana. Oltre alla svolta dei contenuti e dello stile delle espressioni antiamericane rispetto alla seconda metà degli anni Quaranta – ora molto più raffinate ed elaborate – la propaganda antiamericana negli anni Cinquanta passò attraverso uno slittamento semantico considerevole. Infatti, nella caratterizzazione del sistema politico americano da “fascismo” (termine ampiamente abusato dalla propaganda degli anni Quaranta) si passò ad “antiliberalismo”, dalla definizione degli Stati Uniti come “guerrafondai” ad “autori di una politica dei blocchi” e ad “antipacifisti e oppositori della coesistenza pacifica attiva”.

L’elemento forse più sorprendente del nuovo linguaggio antiamericano è l’uso del termine “antiliberalismo” che, negli articoli che descrivevano il fenomeno della “caccia alle streghe” americana, fu assunto a disvalore non rispetto alla propria realtà (alla quale non si fa mai allusione), ma rispetto alla realtà americana e soprattutto all’universo valoriale statunitense (pensiamo solo al fatto che nel gergo e nella dottrina comunista il liberalismo non viene mai assunto a valore positivo in quanto esso rappresenta lo strumento di oppressione dei regimi borghesi sul proletariato).

Dopo la fase maccartista altri vocaboli dalle forti tinte etiche continueranno a pervadere i discorsi antiamericani: la lotta alla pace, il disarmo e il contenimento della corsa alle armi nucleari, la fine degli esperimenti nucleari nell’atmosfera terrestre, l’indipendenza per gli ex paesi coloniali, il principio della non-ingerenza e la coesistenza pacifica attiva – tutti valori e mete per cui si batteva il non-allineamento – furono assunti a supporti ideali dell’antiamericanismo. La questione di Trieste del 1953 e la politica americana in Medio Oriente davano, per la leadership jugoslava, argomenti a favore del carattere antidemocratico, militarista e aggressivo degli Stati Uniti, mentre la modernità americana veniva spesso associata alla degenerazione sociale, psicologica ed esistenziale dell’essere umano.

L’antiamericanismo jugoslavo fu, da questo punto di vista, una sorta di dimostrazione che, anche se si era divenuti partner americani, questo non toglieva alla Jugoslavia l’indipendenza e la libertà di criticare l’America. In altre parole divenne il mezzo per affermare la coerenza ai propri principi ideologici e il veicolo di (auto)giustificazione davanti al restante mondo socialista (innanzitutto l’Unione Sovietica).

Innovatività interpretativa, obiettivi e conclusioni

Nella mia indagine ho tenuto conto del fatto che, da una prospettiva sociologica, l’antiamericanismo ci racconta più del soggetto che esprime la condanna che dell’oggetto alla quale è indirizzata (anche se non è possibile slegare completamente le espressioni di antiamericanismo dalla politica estera americana del momento – che, di volta in volta meno isolazionista o unilaterale dà luogo a diversi livelli di intensità dell’antiamericanismo). In questo senso l’antiamericanismo in Jugoslavia rappresenta un vero e proprio veicolo di auto definizione politica della via jugoslava al socialismo e uno strumento di affermazione della propria indipendenza nei confronti degli Stati Uniti che, paradossalmente, sono i sostenitori finanziari dell’indipendenza jugoslava dal blocco sovietico e a cui, tuttavia, la Jugoslavia rimane ideologicamente legata). Analizzando il carattere del fermento antiamericano degli anni Cinquanta, osserviamo come esso abbia autodefinito la “specificità” bipolare jugoslava e la sua scelta “non-allineata”. Esaminato nel suo contesto d’origine, l’antiamericanismo jugoslavo funziona come un paradigma esplicativo della zona grigia jugoslava.

Tra le “scoperte” più intriganti sull’antiamericanismo in Jugoslavia è senz’altro da annoverarsi la strategia del Dipartimento di Stato americano che continuò a monitorare le espressioni e i discorsi antiamericani della leadership titina, li interpretò come un tentativo di legittimazione politica nei confronti del proprio popolo, e continuò sulla strada di una politica strategica lungimirante in Jugoslavia imperniata sulla progressiva occidentalizzazione del paese (FRUS, 1961–1963, Vol. XVI, doc. 102 e 113). Inoltre, la posizione terzista della Jugoslavia andava bene sia agli Stati Uniti – perché si erano aggiudicati un alleato strategico in un’area del pianeta di alto interesse “guerrafreddista” – sia alla Jugoslavia che per decenni ricevette dagli Stati Uniti aiuti militari, crediti finanziari e posticipazioni del pagamento delle rate creditizie. Oltre a ciò, aprendo le proprie porte alla cultura americana (cinematografica, musicale e artistica), il regime jugoslavo accresceva il proprio prestigio internazionale mostrando agli occhi di tutto il mondo di avere un carattere liberale e democratico (e rispetto agli altri paesi del blocco sovietico la dittatura jugoslava era effettivamente molto meno totalitaria).

La storiografia antiamericana ha posto il problema dell’origine dell’antiamericanismo in questi termini: le espressioni di ostilità verso gli Stati Uniti derivano dalle scelte politiche americane oppure sono il risultato di fattori locali contingenti?  Nel caso jugoslavo il confine tra le due piattaforme (scelte politiche americane e fattori nazionali specifici) non è così limpido e la risposta è più complessa. La lettura delle fonti jugoslave ci ha dimostrato che l’antiamericanismo del regime è fuoriuscito da entrambi i fattori in questione.

Poiché l’antiamericanismo jugoslavo è un ambito storico ancora tutto da esplorare, il mio voleva essere un piccolo contributo per incitare a una riflessione più profonda di una vicenda storica lunga e travagliata, quella della Jugoslavia comunista, che ha bisogno, oggi più che mai, di un esame cosciente, quanto più imparziale e meno ideologico. Sull’argine americano, invece, l’esame dell’antiamericanismo in Jugoslavia vuole aggiungersi a quelle analisi storiche “bilaterali”, che considerano l’antiamericanismo come un fenomeno che si “incastra” nei rapporti tra gli Stati Uniti e l’Europa, come segnale di azione-reazione che spesso si tramutò in ripulsione-rielaborazione di esportazioni – materiali e intellettuali – sia americane che europee.

Note:

  1. I. Krastev, “Introduction” in I. Krastev, A. McPherson (a cura di), The Anti-American Century, European University Press, Budapest-New York, 2007, p. 9.
  2. Nella mia ricerca ho consultato la versione inglese del testo: The American Enemy: the History of French Anti-Americanism, (trad. ingl. di Sharon Bowman), University of Chicago Press, Chicago, 2005.
  3. Il saggio è in P. Craveri, G. Quagliariello (a cura di), L’antiamericanismo in Italia e in Europa nel secondo dopoguerra, Rubbettino, Soveria Mannelli, 2004, pp. 195–227.
  4. K. Spehnjak, “Vlast i javnost u Hrvatskoj 1945–1952”, in Časopis za suvremenu povijest, XXXII, n. 3, 1999, pp. 507–514.
  5. II Congresso del PC croato, 21–25 novembre 1948, p. 152, cit. da Spehnjak, Vlast i javnost u Hrvatskoj 1945–1952, cit., p. 508. L’Agitprop, il settore per la propaganda e l’agitazione del partito legato alla gerarchia, aveva inoltre il compito di influenzare la coscienza delle masse attraverso l’apparato partitico, le organizzazioni di massa e professionali, la stampa repubblicana e locale e l’agenzia di informazione.
  6. Il giornale è a forte interesse locale e più sensazionalistico, le cui notizie sulla politica estera sono riprese dalle agenzie di informazione federali o straniere. Nella fonte non sono stati trovati articoli antiamericani.
  7. Jakovina Tvrtko, Razgovor s Cvijetom Jobom, dugogodišnjim diplomatom i veleposlanikom FNRJ/SFRJSjećanja koja čine povijest – razgovori s Mirjanom Krstinić, visokom dužnosnicom u vladama SRH i SFRJSjećanja koja čine povijest – razgovori s Miroslavom Kreačićem, veleposlanikom i diplomatom FNRJ/SFRJ.
  8. Si tratta di una pubblicazione di documenti preselezionati dagli autori dell’Istituto per la politica e l’economia internazionale pubblicati negli anni Ottanta; contengono documenti, lettere, relazioni e dispacci, ma anche interviste e altro, attinenti alla politica estera jugoslava. La serie non è completa e termina con l’anno 1950.
  9. K. Spehnjak, “Posjet Josipa Broza Tita Velikoj Britaniji 1953. Godine”, in Časopis za suvremenu povijest, XXXIII, n. 3, 2001, p. 630.

COMMENTI

WORDPRESS: 0
DISQUS: 0