La caduta del muro di Berlino e la politica estera americana

Il mio progetto di ricerca nasce dall’idea di cercare risposte ad alcuni interrogativi riguardo al periodo che viene chiamato post-Guerra Fredda, la fine del bipolarismo e il veloce e complesso evolversi degli eventi a cavallo tra Ventesimo e Ventunesimo secolo, e al ruolo che gli USA vanno a ricoprire in un tale nuovo contesto: superpotenza, potenza fra le potenze, potenza in declino o altro ancora. In altre parole l’oggetto di riferimento della mia analisi è il post-Guerra Fredda e le sfide che esso pone agli USA. Il protagonista dell’analisi è l’internazionalismo americano, ovvero come esso sia uno dei principali strumenti attraverso il quale gli USA fanno politica e in modo particolare rispondono alle crisi internazionali.

Alcune teorie e politiche del Novecento sono la chiave di lettura del nuovo secolo. La Guerra Fredda, storicamente un evento conclusosi con la disgregazione dell’URSS, ha lasciato un’eredità, fatta di schemi interpretativi, equilibri/squilibri tra potenze, alleanze, che ancora oggi influenza la definizione della politica internazionale. Il contenimento di Truman ha scandito le tappe della Guerra Fredda e una sua eco può essere rintracciata persino nella “guerra al terrore”. Il mio progetto propone un parallelo tra inizio e fine della Guerra Fredda, ricercando nella politica di Truman (come erede di Wilson e F. D. Roosevelt), nel suo pensiero internazionalista, una formula più volte adottata durante il secolo Ventesimo e tra l’altro richiamata recentemente nelle parole di Obama. Più nello specifico ciò che si tenta è un’analisi della fine della Guerra Fredda attraverso la chiave di lettura dell’internazionalismo americano. In altre parole, l’analisi della risposta americana davanti allo sgretolamento del sistema internazionale nel 1989–1991. La mia tesi sottolinea come tale risposta abbia le sue radici nella storia della politica americana di ieri.

Lo studio della politica internazionalista americana viene condotto all’interno della cornice dei rapporti tra USA e Germania. L’esame della politica americana e le relazioni tra Germania e USA sono gli strumenti mediante i quali sviluppare la mia ricerca e dimostrare la tesi di fondo: la politica americana di fine Ventesimo secolo (e in un certo senso anche quella di inizio Ventunesimo secolo) è il riflesso di una lunga tradizione politica ed in essa trova le risposte alle crisi del presente.

Nel provare una tale affermazione alternerò considerazioni più teoriche, la storia del pensiero internazionalista americano, ed esempi pratici di come quest’ultima venga attuata, attraverso la narrazione di alcuni momenti fondamentali delle relazioni tra Germania e USA (in particolare della storia del muro) durante il periodo della Guerra Fredda, concentrandomi con particolare attenzione sulla caduta del muro e le sue conseguenze. La narrazione si svilupperà per lo più cronologicamente.

Prima di passare ad esaminare nel dettaglio quelli che sono i punti salienti della mia ricerca, sarà utile fare qualche riflessione metodologico-concettuale.

Sarà doveroso premettere che la mia ricerca parte da uno studio delle relazioni internazionali che dà particolare rilievo alla politica estera. Varrà altresì la pena aggiungere che il mio approccio alla ricerca è essenzialmente storico-politico, ma richiama spesso l’elemento politologico e dottrinario e quindi più teorico delle vicende storiche, fino appunto a fondersi con la storia del pensiero politico. Il mio percorso universitario, largamente influenzato da un’analisi storica del Diciannovesimo e Ventesimo secolo, mi ha portato ad approfondire soprattutto il periodo della Guerra Fredda. In particolare la mia tesi specialistica mi ha condotto ad esaminare le origini del conflitto bipolare in relazione alla tradizione della politica estera americana. Dopo circa due anni di ricerca e analisi sulla storia degli Stati Uniti l’esigenza di approfondire le dinamiche della politica statunitense è tutt’altro che appagata. A mio parere la politica statunitense ha una propria linearità e coerenza, quasi esistesse un percorso tracciato che l’ “America” si limita a seguire.

Ovviamente una tale affermazione parte da uno studio teorico della storia americana e della sua evoluzione, generalizza dati particolari, astrae in concetti e principi le politiche statunitensi con tutti i rischi che una tale concettualizzazione comporta. Per evitare un approccio troppo teorico la mia ricerca si muove sui due binari paralleli. Da una parte vi è lo studio della politica estera americana così come appare nelle sue vesti formali, i discorsi presidenziali, in particolare quei famosi discorsi che prendono il nome di dottrine, come ad esempio i “14 punti” di Wilson e la dottrina Truman; dall’altro l’esame della politica americana sarà condotto sulla base delle relazioni tra Usa e Germania nel contesto della Guerra Fredda, seguendo brevemente la storia del muro e focalizzandosi sulla sua caduta. Si va dal generale al particolare e, viceversa, dal particolare al generale, cercando di trovare l’equilibrio tra una narrazione storica e storiografica e lo studio teorico e politologico degli eventi.

Tale sistema di analisi si basa sull’intreccio di varie fonti. In primo luogo fa uso dei discorsi presidenziali e delle biografie e autobiografie dei presidenti; in secondo luogo ovviamente c’è l’ampia storiografia che ha dibattuto sul ruolo di tali presidenti e sulle loro politiche.

La mia analisi parte da una riflessione sul contesto attuale. Il complesso susseguirsi di eventi di rilevanza mondiale che ha caratterizzato l’ultimo decennio pone davanti a qualunque studioso di storia contemporanea molte domande. Centrale per lo studio di tale contesto risulta essere il riassestamento delle relazioni internazionali dopo il crollo del muro di Berlino e dell’Unione Sovietica. La crisi del bipolarismo ha infatti aperto le porte ad un nuovo scenario nel quale i vari soggetti politici  vanno riposizionandosi.

A circa venti anni dalla disgregazione dell’URSS viviamo ancora in un contesto etichettato come  post-Guerra Fredda; in un certo senso il mondo viene ancora interpretato secondo gli schemi teorici dello scontro bipolare, quasi come se il muro di Berlino dividesse ancora l’Europa e il mondo. Superare la cortina di ferro sembra molto difficile dopo circa cinquanta anni di bipolarismo, gli stessi attori internazionali hanno tardato a ricollocarsi nel nuovo contesto. L’11 settembre ha scosso notevolmente gli equilibri forse in maniera più forte ed evidente di quanto avesse fatto dieci anni prima la fine della Guerra Fredda. Nel 1991 il bipolarismo lascia il posto a ciò che viene comunemente chiamato unipolarismo, ovvero l’idea dell’egemonia americana. Gli USA vengono proclamati vincitori del conflitto bipolare, acclamati come la superpotenza che reinventerà le relazioni internazionali e creerà un nuovo ordine globale. Per una parte di mondo, quello occidentale, ovvero la sfera americana durante tutta la guerra fredda, ciò non è certo una novità.

L’attacco alle torri gemelle manda in pezzi l’ottimismo e le speranze che la fine della Guerra Fredda aveva visto nascere: la superpotenza americana va in frantumi. Il secondo e ultimo pilastro che aveva caratterizzato il confronto bipolare viene gravemente colpito. La Guerra Fredda può dirsi definitivamente archiviata. L’eredità che essa lascia, il post-Guerra fredda non consiste allora nella vittoria di una delle due superpotenze sull’altra, non afferma l’egemonia americana nel mondo, quello che emerge è un panorama frammentato, caotico, nel quale ridefinire il ruolo e le politiche. Il post- Guerra Fredda non assomiglia in alcun modo alla Guerra Fredda.

Tutto ciò non significa che non esista un legame tra il prima e il dopo 1989, il prima e il dopo 11 settembre. Non si può negare che il post-caduta del muro di Berlino abbia le sue radici più profonde nella costruzione della cortina di ferro o che l’attacco alle torri gemelle renda visibile un processo di crisi americana che nasce ben prima della disgregazione dell’URSS.

La mia tesi vuole analizzare proprio la centralità del passaggio tra Guerra Fredda e fine del bipolarismo, cercando di rintracciare le premesse della politica americana attuale.

Il periodo definito come post-Guerra Fredda sembra avere caratteristiche proprie indipendenti dal conflitto bipolare. Sono due allora le considerazioni da fare. La prima è che post-Guerra Fredda è una definizione che ha ormai poco significato, nel senso che non definisce il periodo dopo il 1989. Il contesto internazionale post-1989 mostra le debolezze ed i limiti dei protagonisti di ieri, rappresenta per gli USA un momento di passaggio e ridefinizione. La seconda considerazione riguarda il fatto che in questo contesto spesso si afferma che gli USA non abbiano  trovato nessuna strategia e che non siano riusciti a trovare la propria via. Tuttavia, nonostante la politica americana post 1989 non sia più rigidamente inquadrata dai confini netti della cortina di ferro, risulta difficile pensarla come qualcosa di puramente casuale senza consequenzialità e logica. Usando l’analisi storica sembra possibile vedere alcune somiglianze con discorsi e azioni del passato, rintracciare una strategia americana nel vorticoso susseguirsi di eventi che hanno ridefinito la potenza e il ruolo americano.

Nel rispondere al precipitarsi degli eventi che conducono alla caduta del muro, alla riunificazione tedesca e alla fine dell’URSS, il presidente Bush ha percorso un tragitto che altri presidenti prima di lui hanno già seguito. Il suo pensiero sembra posizionarsi perfettamente in quella linea internazionalista che da Washington attraversa il Diciottesimo secolo e trova uno dei suoi massimi rappresentanti nel presidente Wilson.

Per rendere più evidente la connessione tra l’ultima decade del Ventesimo secolo e il passato della politica americana, la mia ricerca si propone di esaminare e concettualizzare il comportamento statunitense davanti alle crisi internazionali. In particolare si farà riferimento alle relazioni tra USA e Germania durante e dopo la caduta del muro. Il mio obiettivo primario è dimostrare come la politica americana si esprima attraverso lo schema di riferimento dell’internazionalismo, in particolare quello che chiamerò “internazionalismo wilsoniano”, come parte di quella teoria che ho già esaminato nella mia tesi specialistica: la teoria delle due sfere.

La teoria delle due sfere vede il mondo dividersi in sfere d’influenza contrapposte, delimitate da una frontiera, che delinea i confini tra la sfera interna e la sfera esterna. Verso la prima gli USA portano avanti una politica di massima influenza e coinvolgimento, verso la seconda una politica di isolamento e separazione; ovvero si porta avanti una politica di  doppio contenimento, verso la sfera interna proponendo l’internazionalizzazione del proprio sistema di vita e verso la sfera esterna  opponendosi all’espansione della sua influenza.

La politica del contenimento, che a ben vedere affonda le proprie radici nella tradizione americana e trova nella dottrina Truman una fortunata formulazione, enfatizza l’importanza sia di delimitare e contrapporsi alla sfera esterna sia l’importanza di superare il confronto con essa attraverso l’universalizzazione/internazionalizzazione del sistema di vita alla base della sfera interna, quello americano. Gaddis afferma che il contenimento risulta essere un’importante politica a partire da Wilson 1; considerando il contenimento solo un esempio di teoria delle due sfere si può facilmente capire come essa abbia origine già nella politica del primo presidente americano e che essa venga ribadita con forza più volte durante l’Ottocento nella dottrina di Monroe e nelle sue interpretazioni. L’internazionalizzazione del proprio modello, del proprio sistema di vita, che è parte integrante della teoria delle due sfere, è alla base dell’internazionalismo americano che pervade tutte le fasi della storia americana, dalla fondazione della repubblica federale al confronto con l’URSS.  Gli USA si pongono davanti al mondo come esempio, come modello, come sistema di vita, poiché concepiscono i propri valori e principi come universali e quindi evidentemente internazionalizzabili.

L’internazionalismo del Diciannovesimo secolo sia pur rinnovato ha nelle origini stesse della storia nazionale il proprio fondamento, ma i suoi strumenti sono cambiati. Se per buona parte dell’Ottocento il ruolo internazionale americano era stato quello di creare un modello per il mondo rimanendo all’interno dell’emisfero occidentale, il Diciannovesimo secolo apre un’epoca di coinvolgimento diretto nel mondo, in primo luogo in Europa.

Wilson è l’artefice dell’ingresso ufficiale degli USA nel mondo: la dichiarazione di guerra alla Germania ne è il simbolo. Il coinvolgimento in Europa in tempo di guerra è solo il primo passo di un’America che non riesce più a, e in un certo senso non vuole, isolarsi dal mondo europeo.

La seconda guerra mondiale non porta solo a un nuovo intervento americano al di là dell’Atlantico in tempo di guerra, ma vede il coinvolgimento americano in tempo di pace. La ricostruzione europea diventa parte integrante della strategia politica americana.

Il pensiero internazionalista di Wilson giunge in eredità a Truman, che ne istituzionalizza le caratteristiche fondando non solo l’ONU di Roosevelt, ma sviluppando il piano Marshall e la NATO che ne evidenziano i fattori principali.

L’internazionalismo di Wilson e di Truman nasce da un insieme d’idee tipiche americane. Non estraneo è il concetto di missione americana, ovvero il destino americano di mostrare al mondo la via, di fornire al mondo un modello da seguire, di essere, in una delle più classiche figure americane, la città sopra la collina. Il sistema americano durante la Guerra Fredda può, anzi deve essere l’esempio per il resto del mondo perché i suoi principi e i suoi valori sono universali, così come lo erano quelli della guerra d’indipendenza contro la Gran Bretagna, della rivoluzione americana, sostanziatisi nella creazione di una repubblica federale.

Gli USA sono nati e cresciuti considerandosi eccezionali, unici, diversi dal resto del mondo ma allo steso tempo pensando se stessi come portatori d’ideali universali, esportabili all’infuori dei propri confini. Questa duplicità è parte integrante della politica statunitense e forgia l’internazionalismo americano, che appunto se da una parte si fregia di universalismo, appellandosi ai propri valori come universali, dall’altro è caratterizzato da un forte unilateralismo e nazionalismo. Sono i valori americani a essere universali, l’America non fa compromessi con il mondo, è il mondo che accetta gli USA come modello; gli USA non devono mai compromettere o limitare la propria sovranità, ma devono guidare gli altri paesi democratici. L’internazionalismo non si basa sulla condivisione di principi universalmente riconosciuti, ma su valori che gli USA riconoscono come universali, non c’è parità tra gli USA e il resto del mondo, anche se il mondo tende naturalmente verso l’imitazione del sistema di vita americano. Questo è tanto più vero nell’internazionalismo di Truman di quanto poteva esserlo in Wilson.

L’ONU è un’organizzazione molto meno universale della Società delle Nazioni, il veto è un potente strumento di controllo nelle mani delle cinque potenze vincitrici. Francia, Gran Bretagna, Cina, URSS e USA sono i cinque poliziotti che in accordo fra loro devono indirizzare e guidare il mondo. Ma anche Wilson aveva chiaramente definito i principi “universali” che gli USA avrebbero protetto: i suoi 14 punti erano una dichiarazione formale di quelli che gli americani ritenevano essere i valori universali sui quali rifondare il mondo.

In sostanza l’internazionalismo americano pur avendo una vena universalistica ha uno spiccato connotato unilaterale, in un certo senso è nazionalista.

L’unilateralismo non è comunque l’unica caratteristica dell’internazionalismo americano. Un’altra peculiarità è che l’internazionalismo che si sviluppa con Wilson si nutre delle crisi internazionali.

Secondo Ninkovich esso si distingue dall’internazionalismo tour court, quello che l’autore chiama internazionalismo normale. Due tipologie d’internazionalismo si alternano durante il ventesimo secolo:

«The first I shall call “normal” internazionalism, which was and remains the basic ideology of the country. This ideology was a natural outgrowth of the commercial and cultural internationalism of the nineteenth century, a period when America’s political isolation was complemented by a flowering of transnational activity in the private sector. The second ideology, Wilsonianism, was a crisis internationalism that surfaced in bad times, only to give way to normal  internationalism once the turbulence had passed. […], there was nothing natural at all about Wilsonianism. A creative doctrine, it was one possible response among many to world crisis of 1914–18». 2

Il Wilsonianism, come corrente di pensiero internazionalista, riemerge quindi proprio nei momenti più critici della storia della nazione statunitense e ha una storia parallela anche se intrecciata con l’internazionalismo tradizionale americano.

Inoltre c’è un’ultima annotazione da fare rispetto all’internazionalismo americano e il modo in cui gli USA affrontano le crisi. Nell’esaminare una minaccia o una situazione critica gli USA tendono ad usare una prospettiva interna, ovvero esaminano il problema solo con gli occhi e i paradigmi americani. Durante la Guerra Fredda, con l’eccezione almeno in parte di Kennan, l’esame dell’Unione Sovietica è fatta con parametri americani; le stesse necessità della sfera di influenza americana, ad esempio l’Europa, si basano essenzialmente su studi americani: in sostanza l’internazionalismo statunitense è viziato da un’ottica troppo soggettiva. Tutto ciò ha conseguenze importanti sulla possibilità che l’internazionalismo americano possa essere effettivamente condiviso e accettato al di fuori dei confini statunitensi. Non è un caso che anche in un periodo come la Guerra Fredda l’Europa si trovi spesso in disaccordo con la politica statunitense; né è un caso che le modalità con le quali è stata portata avanti la “guerra al terrore” abbiano portato una vera e propria crisi politica tra Europa e Stati Uniti.

Leggere la politica di fine secolo partendo da questo punto di vista aiuta a definire le caratteristiche in una prospettiva storico-politica della strategia americana, ovvero fa emergere quegli elementi comuni alla politica americana dell’ultimo secolo. In quest’ottica la politica di George Bush è una novità quanto l’ennesima affermazione della tradizione politica americana, quella stessa tradizione che fa del nuovo, della novità, un elemento tradizionale. Non è difficile rintracciare nelle parole del presidente il senso di missione americana e il forte pensiero internazionalista; il riposizionamento americano nel nuovo sistema internazionale post guerra fredda passa proprio per l’internazionalismo e si traduce nell’affermazione di un nuovo ruolo statunitense in un nuovo contesto internazionale.

Ecco quindi che si può leggere la politica di fine Novecento come un’edizione aggiornata della politica di Wilson, del Wilsonianism, così come è facile considerare la dottrina e la politica di Truman, il Trumanism, un’elaborazione dell’internazionalismo wilsoniano.

Ciò che si vuole appurare è se l’internazionalismo come originato dalla tradizione, così come concepito da Wilson e ripreso da Roosevelt e Truman, abbia un posto nella strategia americana alla fine della Guerra Fredda e più in generale nella politica estera americana. Un tratto inconfondibile della politica americana del secolo Ventesimo è il coinvolgimento nel mondo al di là di quello che gli USA stessi considerano il proprio emisfero, coinvolgimento che va sempre più intensificandosi e che in un certo senso diventa una delle conseguenze dell’internazionalismo e allo stesso tempo una delle sue cause. Per mostrare i vari aspetti dell’internazionalismo e di come esso viene tradotto in politica viene esaminato il rapporto tra USA e Germania. Essenzialmente si ritiene che la storia delle relazioni tra USA e Germania durante il ventesimo secolo mostri bene le varie facce dell’internazionalismo americano.

In primo luogo va evidenziato come questo rapporto muti nel tempo: così la Germania da minaccia e vero e proprio nemico durante la prima guerra mondiale diventa il fulcro della sfera interna americana durante il conflitto bipolare. Dal 1989 la Germania, riunificata nel 1990, diventa un paese “in competizione” rispetto agli USA. Le tre facce di questo rapporto rendono più evidenti le caratteristiche della politica americana e come essa si esplichi nella pratica. La Germania è infatti il sistema autocratico per eccellenza durante la prima guerra mondiale, è il cuore della cortina di ferro durante la guerra fredda e rappresenta negli anni Novanta il centro di quell’Unione Europea che spesso e volentieri è in disaccordo con l’alleato storico al di là dell’Atlantico. Generalizzando si può dire che la Germania ha rappresentato l’autoritarismo, è stata il simbolo dell’Europa occidentale, è il simbolo dell’Europa unita.

In un certo senso si può quindi affermare che studiare i rapporti tra USA e Germania aiuta a comprendere a grandi linee la politica americana (o la sua retorica) di tutto il Novecento: una politica che si oppone all’autocrazia e al totalitarismo, che sente la necessità di difendere la democrazia e diffondere il proprio sistema di vita e che ha come obiettivo primario la salvaguardia dell’equilibrio di potenza e il proprio status di potenza egemone.

Nel tracciare questo percorso storico dell’internazionalismo americano sono molte le riflessioni che possono essere fatte, molti gli interrogativi che vengono sollevati. Si è affermato che il periodo post-1989 nonostante la grossa eredità della Guerra Fredda non può essere catalogato semplicemente come post-Guerra Fredda. Come si può definire lo scenario internazionale emerso alla caduta del muro? Qual è il ruolo statunitense in questo caotico contesto? In questa prospettiva credere che gli USA non abbiano una strategia sembra essere una iper-semplificazione della storia della politica americana di fine secolo, soprattutto se si pensa al grande peso politico ed economico che essi rivestono nel panorama internazionale. Ponendo che esista una linea di continuità nella storia politica americana e che questa sia costituita dall’internazionalismo, è giusto pensare che questo si affermi con più forza nei momenti di crisi nella storia americana? Alla caduta del muro cambiano le dinamiche e i rapporti tra alleati. Come si definisce il rapporto tra Europa e USA? La politica d’integrazione europea, in parte promossa dagli USA all’inizio della Guerra Fredda, diventa un ostacolo ad una alleanza tra le due sponde dell’Atlantico? Ma forse primariamente bisogna chiedersi, quale posto occupa l’Europa nella scala delle priorità statunitensi?

Andando al di là dei confini della tesi stessa, come si pongono gli USA davanti alla crisi internazionale del nuovo secolo? Cosa rappresenta l’11 settembre? Può essere considerato una crisi internazionale tout court o va prima di tutto collocato all’interno dei confini nazionali degli USA? È l’inizio di una nuova epoca o l’evoluzione della fine del secolo precedente?

Tutte queste domande sono all’origine della mia ricerca, e molte altre ne diventeranno il motore, ed è mia speranza dare non la risposta ma almeno “una risposta” ad alcuni di questi interrogativi.

Scheda della ricerca

This project is the core of my present studies. Actually I’m in the first year of a PhD in International and European studies. The subject of my thesis is the fall of the Berlin wall, what it means, and how far it changes American foreign policy toward Germany and European countries in general. (Gatzke, Hans Wilhelm, Germany and the United States, a “special relationship?”, Cambridge, Mass.: Harvard University Press, 1980. Gimbel, John, The American occupation of Germany : politics and the military, 1945–1949, Stanford, Calif.: Stanford University Press, 1968. Philip Zelikov and Condoleezza Rice, Germany Unified and Europe Transformed, Harvard University Press, 1998)
During my university studies I focused on the cold war period and US history. I graduated in March 2010 in US History with a thesis about the Truman doctrine and the tradition of American foreign policy. Reading American presidential messages to the Nation, I noticed some apparent continuity in the way America publicly represents itself and the world. What impressed me most was the link between two messages in particular, the Monroe Doctrine and the Truman Doctrine. In a more in-depth analysis I found a leitmotif in the American approach to the world, the so called “two sphere theory”. I saw a strict parallelism between Truman doctrine and Monroe doctrine, as I found the Farewell Address of Washington as the landmark of every single speech through three centuries of American history. (Latané, John Halladay, From Isolation to Leadership. A Review of American Foreign Policy,  Garden City, NY, Doubleday, Page & Company, 1918. Perkins, Dexter, Hands Off: A History of the Monroe Doctrine, Boston, Little, Brown and Company, 1943). Already in the American revolution, and in the myth of the frontier the world appears divided in two sides: America and an external menacing sphere. The history of the “two sphere theory” appears as a relevant model to understand American foreign policy, and the best one for interpreting cold war American policy. Under this perspective containment is only a new face of the “two sphere theory”.

In my PhD thesis I’m exploring the policy of containment through the lens of the “two sphere theory”, its evolution and its limits at the end of the cold war. The doctrine of containment is in my opinion the policy applied and adopted through the different phases of the cold war and in some way also after the fall of the Berlin wall. (Pierce, Anne R., Woodrow Wilson and Harry S. Truman. Mission and Power in American Foreign Policy, New Brunswick, New Jersey, Transaction Publishers, 2007. Spalding, Elizabeth Edwards, The First Cold Warrior. Harry Truman, Containment, and  the Remaking of Liberal Internationalism, Lexington, Kentucky, University Press of  Kentucky, 2006). I’m considering the effect of the end of the cold war and how it affects the way the US look at the world and shape their policy; the relevance of the doctrines in the definition of US positions in the international system, the continuity of their foreign policy, and the solid connection between present policies and the history of American tradition. (Butler, Nicholas Murray, American Foreign Policy: Based upon Statements of Presidents and Secretaries of State of the United States and of Publicists of the American Republics, Washington, D.C., Carnegie Endowment for International Peace, 1920. Mead, Walter Russel, Il serpente e la colomba, Milano, Garzanti libri s.p.a., 2005).

I hope my thesis could contribute to the debate about how the last twenty years of American political history are firmly related to a tradition of American foreign policy (Chollet, Derek, Goldgeier, James, America between the wars : from 11/9 to 9/11 : the misunderstood years between the fall of the Berlin Wall and the start of the War on Terror, New York : BBS PublicAffairs, c2008. Raffaella Baritono e Elisabetta Vezzosi (a cura di), Dopo il secolo americano?, Roma, Carocci Editore, 2011). American alleged exceptional expansionism, the idea of isolation, or the myth of the frontier are obviously part of this tradition. (LaFeber, Walter, The New Empire: An Interpretation of American Expansion 1860–1898, Ithaca, N.Y., Cornell University Press, 1998. Bacevich, Andrew J.,American Empire : The Realities and Consequences of U.S. Diplomacy, Cambridge, Mass.: Harvard University Press, 2002. The Imperial Tense : Prospects and Problems of American Empire, Chicago: Ivan R. Dee, 2003.  Bercovitch, Sacvan,  The American Jeremiad, Madison: University of Wisconsin Press, 1978. Stephanson, Anders, Destino manifesto. L’espansionismo Americano e l’Impero del Bene, Milano, Feltrinelli, 2004. Williams, William Appleman, The Tragedy of American Diplomacy, New York, Dell Publishing Co., 1972)
I would like to analyze how George H.W. Bush has managed the international crisis he witnessed and how far his path was already traced by the Wilsonianism, the New Deal and the policy of containment. As a PhD student about cold war and US I focused my attention about containment and how it is linked to the American tradition and doctrines. While analyzing Ninkovich’s theory on the Wilsonian century, the doctrine of containment remains in my opinion the policy of the cold war and of the second half of the twentieth century (Ninkovich, Frank A, The Wilsonian Century: U.S. Foreign Policy since 1900, Chicago, University of Chicago Press, 1999. Ambrosius, Lloyd E., Wilsonianism : Woodrow Wilson and his legacy in American foreign relations, New York : Palgrave Macmillan, 2002).

The end of the bipolarism starts a new era but it doesn’t change US perspective although it defines a new role of the US in the world (for example neoconservative literature). In my PhD thesis I investigate this change through the case study of the fall of the Berlin wall.

I have just started my research. I divided my work in four chapter. The first is a theoretical part on US foreign policy. It explains the relevance of internationalism in the policy of containment and its main features (nationalism, unilateralism and internationalism of crisis). (Gaddis, J. L., United States and the Origin of the Cold War, New York: Columbia University Press, 1972. Strategies of Containment : A Critical Appraisal of Postwar American National Security Policy, New York, Oxford University Press, 1982. The Cold War. A New History, New York, Penguin Press, 2005). The second chapter it’s a short summary about the building of the Berlin wall. I focus my attention on the 1948 events and the Berlin blockade that is a pivotal episode to understand the split of the city in 1961. (Phillips Davison, W., The Berlin Blockade, Princeton, New Jersey, Princeton University Press, 1958. Trachtenberg Marc, A Constructed Peace, Princeton, New Jersey, Princeton University Press, 1999). The third chapter relates to the fall of the Berlin wall and German reunification. The following consequences are the subject of the fourth chapter. (Hogan, Michael J., The end of the Cold War : its meaning and implications, New York : Cambridge University Press, 1992. Ikenberry, G. John, Liberal order and imperial ambition : essays on American power and world politics, Cambridge, UK : Polity Press, c2006; The crisis of American foreign policy : Wilsonianism in the twenty-first century, Princeton : Princeton University Press Princeton, c2009. Szabo, Stephen F., Parting ways : the crisis in German-American relations, Washington, D.C. : Brookings Institution Press, c2004).

Note:

  1. J.L. Gaddis, The United States and the End of the Cold War: Implications, Reconsiderations, Provocations, New York, Oxford University Press, 1992, p. 18.
  2. F. Ninkovich, The Wilsonian Century: U.S. Foreign Policy since 1900, Chicago, University of Chicago Press, 1999, p. 12.

COMMENTI

WORDPRESS: 0
DISQUS: 0