Il conservatorismo americano e la modernità europea

1

Negli Stati Uniti il conservatorismo gode di ottima salute e nessuno che si senta conservatore si vergogna a gridare il proprio orgoglio.  Anni fa ricordo un collega di ottime rendite che, tornato dal suo primo viaggio oltreatlantico, con aria sognante mi diceva che finalmente aveva trovato un paese dove nessuno si vergognava a dirsi ricco. Oggi vale lo stesso per i conservatori: vale là, perché in Italia tutti si dichiarano almeno liberali.  Però è anche vero che neppure in America il termine conservatorismo è sempre stato di moda.  Nell’Ottocento e fin dentro il Novecento non ci si fregiava di un termine che era considerato estraneo al vocabolario e alla realtà di un paese libero.  Conservatrice era l’Europa nemica della libertà; tanto è vero che un Partito Conservatore poté nascere in Inghilterra già nella prima metà dell’Ottocento, ma mai negli Stati Uniti.  Oltreatlantico per sentire di un movimento che si autodefinisce conservatore dobbiamo aspettare gli anni Cinquanta del Novecento e solo dagli anni Settanta l’orgoglio conservatore si è consolidato e i conservatori si trovano dappertutto.

C’è il milionario, che non ha più il sigaro, pancia e cilindro delle vignette anti-capitaliste perché non son più di moda, però lo riconosci lo stesso, non per il look da fitness center e la candida dentatura perfettamente rifatta che condivide con qualunque upper class liberal, ma per il disprezzo scattante verso tutto e tutti tranne se stesso che emana da ogni suo movimento.  E in tante small town trovi pure la classica coppia anziana del quadro di Grant Wood – solo che invece del forcone hanno il tagliaerba –,  lo sguardo assente e la bocca tirata, che anche senza parlare ti apostrofano: “Chi sei straniero?”, sottintendendo che sei un peccatore irredento.  O la loro controparte urbana, le donne in jeans rosa straboccanti di grasso, un I love America in lustrini rossi e blu cucito sulla T-shirt che trasuda mammelle, Mountain Dew in una mano e chipster al chili nell’altra.  O ancora lo yuppie, figura un po’ sbiadita ma classica, in abito sartoriale, che con mobile phone  e computer insegue titoli di borsa come fossero farfalle.  O il marine tutto patria e onore dalla mascella quadra oppure il poliziottohappy trigger e mena-negri.  O un signore di buone letture, ottimo conoscitore di musica, che ti porta in un ristorante italiano di Buffalo o Minneapolis e fa di tutto per metterti a tuo agio ricordando con geografica precisione quella volta che vide il Tevere a Roma, l’Arno a Firenze, il Canal Grande a Venezia e sorvola sull’intrinseca e inarrivabile superiorità americana.  O i “Guidos” italo-americani, come il palestrato ethnic di Brooklyn con Gesù tatuato su un braccio e lo Stivale sull’altro che ti osserva schifato e pensa chiaramente che sei un italiano fasullo perché sei rimasto in quel comunistaio dell’Italia.  E gli operai delle officine d’auto che hanno sudato trent’anni per mantenere la famiglia e non vogliono che quegli smidollati di intellettuali che non hanno mai “prodotto” niente gli dicano cosa debbono fare solo perché sono in combutta con the government ed è colpa loro se la casa per cui si è lavorato tanto sta per essere pignorata.  E i venditori d’auto alla Danny De Vito, minimal self-made man che non vogliono tasse a rubargli i soldi che rubano ai clienti.  O anche i massicci specialisti da think tank, parallelepipedi umani senza traccia di humour, cravattina stretta e parlata rabbiosa.  È uno zoo di tipi umani vario e per nulla noioso quello conservatore, che proprio la sua varietà invita a esplorare per coglierne le origini e le idee.

Subito, però sorge un problema, dobbiamo analizzare soltanto gli individui e i gruppi che si definiscono conservatori oppure bisogna cercare una definizione oggettiva che vada al di là delle autoidentificazioni?  Nel “Manifesto del partito comunista” Marx ed Engels, attaccando le varie forme di socialismo utopistico, definirono socialismo conservatore ovvero borghese quello di Proudhon:  “conservatore ovvero borghese”.  Conservatore da allora in poi divenne il termine con cui  definire ogni forma di teoria e di azione politica o sociale che si muove, consciamente o meno, nell’interesse della borghesia capitalista e contro il proletariato.  Una definizione forte e oggettiva che ha avuto peso per oltre un secolo, finché hanno retto o hanno potuto in qualche modo essere considerate plausibili le condizioni sociali ed economiche in cui il Manifesto era stato scritto.

Gli storici americani, che da una ventina d’anni si sono accorti, bontà loro, che c’è un mondo fuori dall’accademia e che lì i conservatori sono a bizzeffe, hanno preso a esplorare con l’agguerrito scientismo e lo spirito imprenditoriale che li caratterizza i movimenti che si definiscono conservatori a partire dal secondo dopoguerra, vale a dire le due generazioni degli old e dei new conservatives, scoprendo la grande varietà delle loro idee.  Ciò che li ha davvero sconvolti, però, è stato accorgersi del   radicamento, spessore organizzativo e capacità di attrazione dei conservatori.  Non basta. Gli storici, si sa, amano le origini  e i miti delle origini – non per nulla sono nati ricostruendo a ritroso dinastie reali fino a Dei o eroi fondatori –,   per cui non si sono accontentati di cercare negli ultimi sessant’anni; ma hanno cominciato a risalire oltre, al New Deal, agli anni Venti e ancora più indietro, anche se qui, vista la scarsità di self-styled conservatives, si sono scontrati con la necessità di dare una qualche definizione oggettiva al termine.  La maggioranza, ad esempio Patrick Allitt (2009), noto studioso di storia religiosa, si accontenta di parlare del conservatorismo americano dai Federalisti a oggi come di un “atteggiamento” di fronte al mutamento politico e sociale che preferisce ciò che si è sviluppato ed è stato testato nel tempo ai tentativi di modificare la realtà sociale con strumenti razionali e scientifici. Allan J. Lichtman  (2008), invece, definisce conservatore chi è fedele a un’idea di nazione americana legata agli imperativi della Bibbia, alla tradizione dell’autodisciplina e del duro lavoro, al principio dell’uguaglianza nelle possibilità e non nei risultati sviluppati dai coloni bianchi protestanti fin dal Settecento.  Non per nulla nel suo libro egli tratta della “destra moderna”, a partire dagli anni Venti del Novecento, quando un’America urbana popolata di immigrati e di neri, legata a una cultura scientista e umanista e ai consumi di massa, cominciò a mettere in forse gli antichi ideali americani, a costruire una società “artificiale” e aprì la strada alla reazione conservatrice contro una simile degenerazione.  La storia di Lichtman è sostantiva e del tutto americana; quella di Allitt, invece, è procedurale, non dà definizioni sostanziali, ma parla di una attitudeapplicabile anche al di fuori degli Stati Uniti.

L’atteggiamento “procedurale” o, se si vuole, “situazionale” è seguito anche da molti studiosi del conservatorismo dei paesi europei, che solo trattandolo sub specie di una reazione temperamentale, ideologica o politica nei confronti del rapido mutamento che ha caratterizzato la storia europea dal Settecento in poi, riescono a dare una qualche unità a un fenomeno estremamente vario e mutevole.  D’accordo; ma temo sia un po’ poco.

2

Dal momento che non ho né la forza intellettuale, né le conoscenze per scrivere un nuovo “Manifesto”, mi limiterò a fornire una traccia, non solo malsicura, ma limitata nei contenuti, per gettare uno sguardo sul significato culturale e politico del  conservatorismo americano come parte, sia pure originale, di un fenomeno più vasto proprio dell’età moderna.

Prendo le mosse da un’osservazione compiuta, ma non sviluppata, da Zeev Sternhell, in un massiccio, farraginoso libro (Sternhell 2007 [2006]) in cui esamina un gran numero di autori che, a partire da Edmund Burke e Johann Gottfried Herder nel Settecento, hanno combattuto l’universalismo dei Lumi  sostenendo un’interpretazione delle vicende umane fondata non sui diritti e su proposizioni universali, ma sulla storia, sulla tradizione e i costumi, sul particolarismo, sulla centralità delle specificità culturali, da cui la sfiducia in ogni cultura politica che creda “nella capacità e nel diritto della ragione di plasmare la vita degli uomini” (ibid., 22).  È questo “l’antiilluminismo”, che Sternhell non condivide affatto, ma del quale parla non come di una “contromodernità”, bensì come di “un’altra modernità” (ibid., 19), opposta a quella illuminista.  Il punto è interessante, perché se la storia della modernità non si fonda su un pilastro solo, ma su due, anche se fra loro contrapposti, il conservatorismo, che in parte si sovrappone all’antiilluminismo, può essere visto in una luce diversa.  Non più solo nemico del nuovo, della ragione e della libertà che si dispiegano nella storia; ma parte integrante della modernità anche quando la critica e vi si oppone.  Il conservatorismo, insomma, è moderno anch’esso.

Se si intende sostenere che il conservatorismo non si contrappone alla modernità; ma è una delle sue facce – e questo non solo perché la sua storia si svolge all’interno dell’età moderna e da essa è strutturata, bensì in quanto ha un proprio modello di modernità –,  allora bisogna almeno accennare a una distinzione fra conservatorismo e reazione.  I due termini vengono spesso intesi come due momenti, uno moderato e uno radicale, dello stesso fenomeno; ma, anche se la realtà storica è spesso complessa e difficile da interpretare, a livello di estrapolazione teorica ritengo che possiamo parlare di due fenomeni diversi.  L’importante è tener presente cosa si sta facendo, perché, ad esempio, l’analisi storica di un fenomeno circoscritto e un tentativo di interpretazione generale hanno scopi diversi e individuano ognuno fenomeni parziali.  Né l’una, né l’altro svelano il vero; ma entrambe ipotizzano “oggetti utili” che se, così come ipotizzati, hanno sufficienti riscontri empirici sono usabili finché risultano utili. Su questa base possiamo valutare quelli che spesso sono considerati i due padri del conservatorismo, Burke e Renée de Chateaubriand, al quale ultimo si fa spesso risalire il primo uso del termine, a partire dal giornale Le conservateur che contribuì a fondare nel 1820.  Burke, infatti, accetta la Gloriosa rivoluzione del 1688 e le sue conseguenze politiche, per cui è un fautore della novità storica di una Camera dei Comuni diventata nel Settecento perno di quel complesso equilibrio istituzionale fra re, Camera dei Lord e Camera dei Comuni che costituisce in senso tecnico il Parlamento inglese – anche se rifiuta, ideologicamente, di considerarla qualcosa di diverso dalla tradizione – e teorizza il partito politico, vera, grande innovazione della politica.  Allo stesso modo accetta in pieno la rivoluzione commerciale del Settecento di cui l’Inghilterra è punta di lancia e la conseguenza di questa, la colonizzazione dell’India, che costituisce l’exemplum di quell’aspetto intrinseco alla modernità che è l’espansione coloniale europea.  In tutti questi sensi è un costruttore della modernità nel momento stesso in cui, in nome della tradizione inglese, è un nemico della Rivoluzione  e dell’universalismo francesi.  Burke è un conservatore.  Chateaubriand si colloca, invece, su un piano diverso.  Rifiuta, infatti, la modernità che si è venuta delineando a tutti i livelli con la Rivoluzione francese e con la razionalizzazione napoleonica dello stato.  Il suo proposito è tornare indietro, ricostituire il passato prerivoluzionario, proporlo come eternamente valido in quanto fondato su due presupposti che egli considera molto più certi del razionalismo astratto degli illuministi, l’ordine sovrannaturale rivelato e il sentimento, che è in grado di penetrare fino al fondo più vero dell’animo umano.  Chateaubriand è un reazionario.

L’operazione appena compiuta, “general-generica” come chiunque può facilmente definirla, consente di dare un senso altrettanto general-generico al termine conservatorismo.  Il che non mi è di grande consolazione; ma è quanto mi trovo fra le mani.  Un senso che, a mio avviso, va studiato nell’intreccio fra lo sviluppo della struttura socio-economica del capitalismo, che con le sue contraddizioni, fratture e vittorie caratterizza la modernità, e la cultura politica che ha consentito di parlarne, di interpretarla, di combatterla o sostenerla, insomma, di agirla.  Al che, tuttavia, occorre aggiungere che del conservatorismo occorre studiare le manifestazioni concrete nei singoli paesi o, meglio, nei singoli stati-nazione che si formarono col nascere della modernità capitalista e che l’hanno accompagnata lungo la sua storia fino a un ieri che in parte non indifferente è ancora un oggi.   Nei singoli stati-nazione o, meglio, in quello che a mio avviso è il sistema degli stati-nazione della Grande Europa euro-americana che forma il quadro istituzionale in cui la modernità si è data, quest’ultima è sorta in modi specifici e differenti, ma tutti  sistemicamente uniti in un modello unico di civilizzazione.

3

img24img25img26Parlare di uno specifico conservatorismo americano, quindi, è possibile anche al di là dei movimenti politici che negli ultimi sessant’anni negli Stati Uniti si sono definiti conservatori.  Anzi, visto che la modernità capitalista ha trovato negli Stati Uniti il luogo per eccellenza del suo affermarsi, studiare il conservatorismo americano non è cosa di poco conto.

Fino agli anni Sessanta del Novecento non sembrava che oltreatlantico potessero fiorire dei conservatori, a meno che non si facesse parte di un altro gruppo di peccatori antiamericani, i marxisti, per i quali, però, tutta l’America era conservatrice.  Né gli uni, né gli altri, in ogni caso, avevano spazio politico e culturale nel paese del pluralismo, della democrazia e del benessere, insomma, della libertà.  Non per nulla il grande storico liberal Richard Hofstadter definì i conservatori americani un gruppo di disadattati dai tratti paranoidi affetti dastatus anxiety in quanto incapaci di vivere in una società aperta e in continuo mutamento come quella americana (Hofstadter 1964).  Un gruppo, poca gente, e in effetti negli anni Cinquanta i self-styled conservatori raccolti attorno a William Buckley jr. e alla National Review o gli intellettuali alla Russell Kirk o alla Richard Weaver non trovavano spazio nella politica nazionale, tanto da essere tenuti ai margini anche dall’Amministrazione Repubblicana di Dwight Eisenhower, che a loro volta essi non consideravano conservatrice.  La tesi di Hofstadter, tuttavia, ci dice assai di più sulla cultura psicologizzante e sociologica – tutto sommato positivista – degli Stati Uniti di quegli anni che sui conservatori.  Ci dice assai di più anche sul modo in cui la cultura e il capitalismo statunitensi uscirono dal nodo scorsoio della durissima lotta di classe di fine Ottocento (sì, la lotta di classe non è stata solo europea, checché ne dica una vulgatastantia) e poi ancora dal buco nero della crisi del 1929.
Con la speranza di cogliere qualcosa della questione pur ipergeneralizzando, ritengo si possa dire che gli Stati Uniti attenuarono la lotta di classe e la resero gestibile a causa della radicalità del capitalismo americano.  A fine Ottocento le classi dirigenti economiche, rese insicure dall’assenza di rendite di posizione sociali, come era ad esempio il caso in Inghilterra, da una concorrenza accanita e spesso distruttiva e da una situazione sociale pericolosamente instabile, si affidarono si alla repressione, ma diedero spazio anche all’opera di unanew middle class (Wiebe 1967) di tecnici e di scienziati cresciuti in un’anglo-tedesca cultura scientista e organizzativista sostenuta da una rigorosa etica protestante del lavoro e della responsabilità.  Da qui il riformismo sociale efficientista dell’Età progressista fra Otto e Novecento, che partì dalle città e dagli stati e con il Presidente Theodore Roosevelt raggiunse il  livello federale.  Accanto a ciò non dobbiamo, tuttavia, dimenticare la scoperta che, in una società che si avvicinava ai cento milioni di abitanti sparsi su un territorio immenso, con molti nuclei di rapidissima urbanizzazione e un mercato che ferrovie e telegrafo avevano reso continentale, la produzione di massa di beni di discreta qualità e poco prezzo, per i quali anche un profitto unitario minimo era bilanciato dalle enormi quantità vendute, spinse l’intero sistema economico a puntare su quella che in pieno Novecento sarebbe diventata la società dei consumi.  Il risultato fu duplice, lo spazio economico per i produttori si ampliò rassicurandoli e l’antagonismo sociale prese a essere recuperato con l’aumentare del benessere.  Il crescente ruolo politico del governo, le politiche economiche di tipo keynesiano, il primo sorgere di un sistema di welfare dopo il 1932 e successivamente la spinta nazionalista di una guerra combattuta per la libertà nel mondo, portarono nel dopo guerra il paese a ritenere di aver risolto i grandi problemi otto-novecenteschi della povertà, dell’ingiustizia, della lotta di classe.  Nell’America trionfante i conservatori non potevano essere che dei devianti inconsciamente nemici della libertà e del paese, così come i comunisti lo erano consciamente.
I conservatori, tuttavia, esistevano e, per quanto politicamente marginali, erano radicati nella società americana e agivano non solo con i loro intellettuali,  ma attraverso associazioni politiche e di vicinato, case editrici, chiese, gruppi universitari.  Lasciato Hofstadter a dormire in uno di quei palchetti nascosti delle biblioteche da cui si  alzano nuvolette di polvere per il gran russare che fanno i libri non letti – anche se varie sue cose, ad esempio sull’ossessione cospiratoria dei conservatori dell’epoca, sono corrette –,  proviamo a capire come e perché il conservatorismo, all’insegna del “neoconservatorismo”, negli anni Settanta riuscì a conquistare il Partito repubblicano, a salvarlo dalla débacle delle dimissioni di Richard Nixon nel 1974 e a portarlo alla vittoria nel 1980 con Ronald Reagan.

Da un punto di vista politico ed elettorale la cosa si manifestò con il progressivo sfaldarsi, a partire dalle presidenziali del 1968, della cosiddetta “coalizione newdealista” del Partito Democratico che aveva dominato la politica americana dal 1932 anche quando alla presidenza vi era il Repubblicano Dwight Eisenhower.  Una coalizione composita e anche contraddittoria, che si fondava su un patto neocorporativo fra big governmentbig business e big union all’insegna del growth, della crescita economica che nutriva la società dei consumi, da privilegiare su ogni altra questione.  Ne facevano parte la middle class urbana riformatrice di ascendenza progressista; gli operai soprattutto della grande industria in cui forti erano i sindacati; gli impiegati pubblici che nell’accresciuto ruolo del governo trovavano prestigio e possibilità di carriera; gli insegnanti e il mondo accademico e della cultura indispensabili allo sviluppo della modernità; molti manager e industriali certi della bontà  della concertazione sociale e del keynesismo per attivare la crescita; il mondo delle chiese progressiste più o meno vicine al movimento del Social Gospel; i  gruppi etnici dell’immigrazione di fine Ottocento come gli italiani, i polacchi, gli ebrei che il Partito Democratico aveva integrato nella società americana; gli agricoltori bisognosi del sostegno pubblico, nonché il Sud, Democratico fin da prima della Guerra civile e felice anch’esso degli investimenti pubblici in un contesto economico di scarso benessere.  Una coalizione eterogenea e anche contraddittoria che viveva dell’idea di un’America in cui la lotta di classe non era mai esistita e che muoveva verso la sconfitta della povertà, unita attorno ai valori della libertà e dell’anticomunismo, del rispetto del prossimo e dei doveri verso Dio e la patria: un’America ecumenica e senza fratture che si riconosceva nelle molte, ma piccole varianti di un’indiscussa e unificante ideologia liberale, come scriveva lo storico Louis Hartz  (1960 [1955]).

La coalizione prese a perdere colpi quando le trasformazioni sociali e culturali paradossalmente – o dialetticamente – innescate dalla stessa modernità presero a mettere in mora il tessuto culturale e ideologico su cui essa si reggeva, a cominciare negli anni Cinquanta dalla segregazione e dalla discriminazione razziale.  La resistenza sudista alle leggi e alle politiche federali in materia divenne paura di fronte al dilagare del radicalismo del Black power negli anni Sessanta e alla fine del decennio ciò spinse il Sud nelle braccia dei repubblicani.  Una scelta rafforzata dal tradizionale attaccamento sudista ai diritti degli stati contro ogni ingerenza federale e a un orgoglioso antistatalismo di matrice protestante evangelica, forte anche quando la popolazione più povera aveva bisogno dell’intervento economico federale.  Questo terremoto politico lo si può considerare una sorta di cartellino giallo che gettava luce sulla profonda, radicata e sottovalutata costante anti-nera che era una componente ineludibile di buona parte dell’americanismo progressista del mondo bianco.

Negli anni Settanta il cartellino giallo divenne rosso con le radicali trasformazioni economiche e sociali che segnarono il tramonto del capitalismo fordista della grande impresa manifatturiera e del keynesismo economico.  La classe operaia del Nord-est e del Middle West – in cui numerosissimi erano gli ethnic italiani, polacchi, cechi, ucraini, slavi balcanici –,  di religione cattolica, ortodossa, ebraica o appartenente a chiese protestanti mainstream come quelle presbiteriana, luterana, episcopaliana, resa insicura dalla crisi economica alla quale il sindacato e il Partito Democratico, che per decenni aveva avuto il loro voto, non trovavano un rimedio, sconvolti dalla rivoluzione culturale in corso nel paese che metteva in forse la famiglia patriarcale che aveva dato certezza alle loro vite, dal rude impatto del Black power e dalla rivoluzione politico-sessuale di femministe e gay, rifluì in un’alta percentuale nella rassicurante ideologia neoconservatrice che stava conquistando il Partito Repubblicano.  In questo caso siamo davanti a un gruppo sociale che da un paio di generazioni soltanto aveva conquistato sicurezza economica e che leggeva l’improvvisa crisi di cui era vittima come il portato di una caduta dei valori  che lo avevano sostenuto nel duro percorso di conquista di una piena cittadinanza.  Lo stesso, tuttavia, non può dirsi di altri gruppi che si riconobbero nel neoconservatorismo.  È questo il caso dei professionisti e dei tecnici delle città del sunbelt, le aree del Sud est che entravano al galoppo nell’economia dei servizi, dai trasporti ai media alla sanità – si veda il caso di Atlanta, che era già Coca Cola e stava per diventare UPS, poi CNN e uno dei massimi hub aerei del paese –,   e il Sud ovest californiano che iniziava l’avventura nel campo high tech, a cui occorre aggiungere  la sempre più sofisticata industria legata agli armamenti che nel sunbelt aveva il suo fulcro.  Individualisti e rampanti in quanto operavano in un ambiente innovativo ed estremamente competitivo, lontani dal mondo dei sindacati, nemici della regolamentazione pubblica dell’economia che intralciava la crescita dei settori in cui operavano, essi videro nel movimento neoconservatore il pilastro, a mio avviso culturale prima ancora che ideologico, del loro modo di vivere.  Non siamo in questo caso davanti a un gruppo sociale sulla difensiva oppure culturalmente e socialmente marginale, ma colto e innovativo che si identificava con un’America ottimista, dinamica e pro-attiva.  Almeno all’apparenza marginali erano, invece, i protestanti evangelici, che seguivano una pratica religiosa centrata sull’accettazione del tutto individuale dell’offerta di sé che Gesù ci propone.  Da qui la “rinascita”, un fenomeno spirituale che non ha bisogno di architetture dogmatiche o di disciplina ecclesiastica, ma di una fede assoluta e personale che trova la sua ispirazione nella lettera dell’Antico e del Nuovo Testamento.  Gli evangelici, che avevano costituito il fulcro del protestantesimo ottocentesco, erano stati culturalmente marginalizzati dalla rivoluzione urbana e scientifica dell’America di inizio Novecento ed erano scomparsi per mezzo secolo dall’orizzonte del paese, ridicolizzati dalla cultura modernizzante, tecnocratica e vieppiù laica del ventesimo secolo.  In realtà si erano radicati nell’immensa provincia americana, nel Bible belt che dal profondo Sud della Georgia e dell’Alabama si estende a nord lungo il Mississippi fino al Middle West e alle Grandi pianure, lo Iowa, i Dakota,  il Nebraska, dove avevano costituito un vastissimo network di istituti biblici, case editrici, stazioni radio e televisive, gruppi musicali, scuole e università legati a un pulviscolo di chiese evangeliche battiste, metodiste, congregazionaliste, pentecostali, indipendenti. Una sorta di controcultura rispetto al resto dell’America.  Negli anni Settanta gli evangelici, che poco si erano in precedenza interessati di elezioni, posti davanti a una rampante scristianizzazione che a loro avviso indicava che il paese era nelle mani del Demonio e rischiava l’ira divina, trovarono nel nascente neoconservatorismo e nel Partito Repubblicano un approdo sia culturale che politico.

Il neoconservatorismo che da quarant’anni è protagonista della scena politica ha, pertanto, radici sociali e culturali estremamente varie e addirittura contraddittorie  e altre ancora se ne potrebbero esaminare, ad esempio nella piccola borghesia degli impiegati homeowner che temevano la perdita di valore della loro casa per la crisi sociale ed economica, fra le madri che nell’unità della famiglia e nella religione cercavano un rimedio ai pericoli che i loro figli correvano nella “giungla d’asfalto” delle grandi città ovvero fra i cattolici, ormai più del 20% della popolazione, la cui critica al crasso individualismo e materialismo di tanta parte della vita americana si articolava attorno al crollo dei valori morali.

Un terremoto sociale, quindi, che divenne terremoto politico e allontanò molti americani dai lidi ritenuti ormai insicuri del liberalism per approdare al Partito Repubblicano trasformato dal neoconservatorismo, così come nei quarant’anni precedenti molti gruppi sociali – ad esempio i neri le cui origini politiche erano nel partito di Lincoln, quello Repubblicano, ovvero gli operai sindacalizzati – erano passati non tanto ai Democratici, ma al liberalism di quel partito.   Con questo intendo dire che, contrariamente a una comune percezione, non è vero che gli Stati Uniti sono una nazione ideologicamente compatta.  Compatto da un secolo e mezzo è il sistema politico bipartitico, che si è imposto in quanto è quello che meglio consente, attraverso il sistema elettorale uninominale secco e la struttura partitica decentrata legata al territorio, di rappresentare molteplici e variabili realtà sociali e culturali locali e di riportarle a unità a livello federale.  Le fratture politiche e sociali, pertanto, continuamente presenti, si riflettono nel sistema bipartitico e mutano il core ideale e il programma dei partiti nel momento stesso in cui questi si avvicendano al potere.  Negli anni Settanta si verificò una di queste trasformazioni e il Partito Repubblicano vinse perché venne conquistato da quella che era stata in precedenza una minoranza conservatrice al suo interno; ma anche perché quella stessa minoranza mutò, non per nulla ribattezzandosi neoconservatrice, e consentì al partito di intercettare gruppi sociali e culturali allo sbando per lo sfaldarsi della coalizione newdealista.

4

Non farò agli alumni della Summer school l’affronto di spiegare i contenuti del neoconservatorismo (e poi Wikipedia che ci sta a fare?); ma seguirò una strada indiretta tornando allo sfaldarsi della coalizione newdealista.  Abbiamo visto le forze sociali del progresso tecnologico che un secolo fa si schieravano spesso col fronte progressista schierarsi negli ultimi decenni con i neoconservatori; operai soprattutto ethnic mollare il liberalism, al pari di un Sud sempre più identitario e  rancoroso; una lower middle class rivoltarsi contro quello stesso governo federale che le aveva dato un sostegno concreto tutt’altro che indifferente; gli evangelici tornare rabbiosamente sulla scena pubblica da cui erano stati cacciati mezzo secolo prima.  Su quali basi culturali e intellettuali è avvenuto tutto questo?

Da qualche anno è diventato di moda parlare degli Stati Uniti come di un paese dal forte populismo, cosa che ai tempi di Hofstadter nessuno avrebbe ammesso.  Al di là della moda c’è molta verità in questa affermazione; ma bisogna intendersi sui contenuti.  Il populismo americano non ha nulla a che vedere, ad esempio, con il peronismo o con il populismo russo ottocentesco.  Non è legato al leaderismo plebiscitario del primo e neppure all’idea del secondo di comunità chiuse e tradizionali che un governo autocratico è chiamato a  difendere contro il tarlo occidentale del liberalismo.  Nasce, invece, nella lotta per la democratizzazione del paese degli anni Venti e Trenta dell’Ottocento all’insegna del diritto del popolo, inteso come insieme dei cittadini individui, di autogovernarsi: il self-rule.  Il suo primo obiettivo non era, quindi, l’uguaglianza sociale, ma il diritto di voto, visto come diritto di ognuno di esprimere la propria, autonoma volontà nelle faccende pubbliche (e su questa base le donne nel 1848, con la Dichiarazione dei Seneca Falls, presero a chiedere il voto), nonché lo home rule, cioè l’autogoverno delle comunità locali.  Il movimento democratico americano aveva una componente sociale ed economica; ma intendeva soprattutto liberare il popolo da tutte le élite che volevano guidare i singoli dall’alto di una qualche speciale competenza o status (Wiebe 2009 [1995], il cui titolo inglese è proprio: Self-rule) e in questo senso specifico era populista.  In primisvoleva liberarlo dalle “aristocrazie”, le élite politiche eredi della rivoluzione del 1776 che dominavano la scena nazionale vantando una superiore saggezza e cultura; ma l’obiettivo non era sostituirle con altre élite, bensì smontare il meccanismo che consentiva loro di reggere il paese, cioè un governo nazionale forte.  Con il potere politico, controllato dal suffragio, disseminato negli stati e nelle comunità locali il diritto dei singoli a essere padroni di se stessi sarebbe stato assicurato. La furia anti élitaria investì anche la sia pur piccola burocrazia federale, che venne spazzata via dallo spoils system inaugurato dal Presidente Andrew Jackson dopo la sua elezione nel 1828 per avvicinare l’amministrazione al popolo, e si allargò in ogni direzione attaccando, ad esempio, il “monopolio” delle professioni mediche e legali riservato a chi aveva una laurea fino a ottenere la libertà per tutti di accedervi (non si dimentichi che il giovane Abraham Lincoln divenne un avvocato di successo semplicemente mettendosi a esercitare, senza neppure avere quello che noi chiameremmo un diploma di scuola elementare).  I monopoli divennero l’obiettivo della furia democratica del popolo e questo portò alla completa trasformazione del sistema economico, con l’eliminazione delle barriere giuridiche alla creazione di imprese manifatturiere, commerciali e bancarie, il che garantì un laissez faire propugnato dal basso e la nascita di centinaia di piccole banche locali, tanto finanziariamente deboli quanto fortemente volute dalle singole comunità.  Allo stesso modo dalle comunità locali e dagli stati nacquero i partiti politici, a cominciare da quello Democratico, che si fecero espressione in Congresso della volontà popolare.  Una caratteristica presente in tutti i populismi, cioè il comunitarismo, divenne in questo caso particolarmente evidente, perché i partiti si organizzavano e agivano come associazioni fraterne e quindi agivano con manifestazioni pubbliche di massa e votavano in gruppo (all’epoca il voto non era segreto).  Le cose sono enormemente cambiate rispetto a quasi due secoli fa; ma la cultura politica che si impose allora è continuata, trasformandosi e mantenendo intatte molte sue caratteristiche di base, a partire dal sospetto nei confronti di ogni autorità e soprattutto dei governanti, ritenuti sempre e necessariamente assetati di potere. Tale sospetto ha un’origine che precede gli anni della democratizzazione politica per risalire, sia pure sotto altre forme, alla Rivoluzione del 1776 e, prima ancora, all’importazione nelle colonie del pensiero politico dei cosiddetti “repubblicani” inglesi del Settecento.  Una tradizione antica, quindi, che nell’ambiente sociale e culturale americano della prima metà dell’Ottocento divenne potente strumento di affermazione dal basso della volontà popolare.

Il fenomeno di cui ho appena parlato non è, tuttavia, spiegabile se non facendo riferimento anche alla storia religiosa, intesa primariamente come storia della cultura e del disciplinamento sociale degli Stati Uniti. Contemporaneamente alla democratizzazione, infatti, e sotto la spinta di quello che gli storici chiamano “Secondo grande risveglio” religioso, che aveva avuto inizio sulla frontiera nei primissimi anni del secolo per investire poi l’intero paese, il già plurale protestantesimo americano venne trasformato da una spinta “evangelica” che penetrò trasversalmente tutte le chiese e fece della salvezza eterna un compito e una vicenda individuali in cui le chiese medesime avevano un compito soltanto di supporto.  Non erano esse, infatti, a mediare l’offerta salvifica di Cristo, perché Cristo si rivolge direttamente ai singoli e sono questi che liberamente la accettano o la respingono.  Se capaci di vera fede, armati della sola Bibbia che li accompagna quotidianamente, gli individui, infatti, dopo una sincera ricerca interiore vengono presi dallo Spirito Santo, portati a Cristo e  “rinascono” in lui perdonati e salvi.  L’evangelicalismo cristianizzò a fondo il popolo americano e non è un caso se proprio negli Stati Uniti per tutto l’Ottocento sono apparsi profeti e pastori che hanno fondato nuove chiese, da Joseph Smith fondatore della Chiesa dei Santi dell’Ultimo Giorno, i Mormoni, a William Miller, dal cui insegnamento millenarista sorse la Chiesa Avventista del Settimo Giorno, a Charles Taze Russell padre dei Testimoni di Geova, alla Christian Science di Mary Baker Eddy, al pastore nero William Seymour iniziatore a partire dal 1906 delle chiese pentecostali.

Il tragitto del tutto personale che ho appena descritto è un tragitto di entusiasmo e di ottimismo non solo spirituale, perché i born again divengono anche capaci di vivere rettamente per sé e per il prossimo, di essere fratelli utili agli altri fratelli, capaci di costruire una società migliore.  Il self-rule sociale e politico di cui ho parlato in precedenza aveva, pertanto, il suo fondamento per moltissimi americani nel fatto che tutti e ognuno possiedono la capacità di giungere a Cristo e diventarne fratelli.  Se, infatti, da soli si può adempiere al compito in assoluto più importante, la salvezza, perché non si deve aver diritto al voto e perché vi debbono essere alcuni, gli “aristocratici”, che hanno diritti che altri non possono avere?  La libertà spirituale che Cristo offre a tutti non può non riflettersi in un’altrettanto universale libertà politica, economica, sociale da cui ognuno trarrà profitto a seconda delle proprie capacità.  E se, di conseguenza, gli Stati Uniti sono la nazione in cui la libertà religiosa nutre la libertà politica e ogni altra libertà, essi diventano il paese prediletto da Dio, destinato a spargere la libertà nel mondo.  Qui è il fondamento culturale  sia del populismo che del nazionalismo americani, entrambi saldamente ancorati all’idea che il popolo deve controllare dal basso il processo politico e che quest’ultimo non deve consentire un’eccessiva concentrazione del potere di governo.  Populismo e nazionalismo, quindi, hanno radici non nel cristianesimo in astratto, ma nello specifico, storico cristianesimo americano e in uno specifico, storico documento politico, la Costituzione, eretta a testo sacro della vita politica e sociale in quanto ritenuta dai più sovrapponibile a quel tipo di cristianesimo, anche se dalla fede essa non dipende affatto.

Quanto detto finora non va inteso come una descrizione dei contenuti e dei principi del conservatorismo americano odierno e neppure come il suo ascendente diretto.  Non c’è un rapporto di causa ed effetto fra gli anni Venti dell’Ottocento e gli anni Settanta del Novecento.  Troppa acqua passa sotto i ponti, turbinosa e spesso lercia; ma il nodo culturale che ho schizzato è diventato il terreno comune che ha determinato ciò che negli Stati Uniti è stato “politicamente dicibile”, il modo necessario, il modello mentale, per esprimere la propria volontà politica o, se si preferisce un termine di moda, la propria agency.

5

Bandiera dell'American Party.

Bandiera dell’American Party.

In tutto ciò di conservatore pare esservi poco, a meno che non siamo fedeli alla vecchia, cara immagine della religione oppio dei popoli; ma visto che i derivati dell’oppio sono ormai vicenda consacrata dal quotidiano meglio non entrare nella questione.  E neppure in quella della democrazia borghese come democrazia soltanto formale, visto che al di fuori di quella “formalità” restiamo con pochino fra le mani.

In effetti le origini del populismo americano si trovano nel trionfo della democrazia e del nazionalismo democratico americani e nel tempo molte sue espressioni sono state legati a movimenti progressisti o con forti accenti sociali; ma, pur non abbandonando mai la fede nella democrazia e nella Costituzione, i movimenti populisti sono anche stati politicamente conservatori fin quasi dalle origini.  È questo, ad esempio, il caso dello American Party degli anni Cinquanta dell’Ottocento, un partito nativista e xenofobo, nemico degli immigrati cattolici irlandesi e tedeschi, in quanto i suoi elettori, detti “know nothing”, ritenevano che i cattolici, costretti dalla loro religione a obbedire al Papa piuttosto che alla propria coscienza, fossero impossibilitati a essere liberi e quindi pericolosi per il paese della libertà, quando non erano addirittura agenti del Vaticano mandati a sovvertire i fondamenti degli Stati Uniti (Formisano 2008).  I know nothing non vedevano alcuna contraddizione fra l’universalismo dei diritti della Dichiarazione di Indipendenza e la volontà di escludere o discriminare i cattolici ed erano del tutto fedeli al self-rule democratico trionfante nel paese, così come al progresso.

I movimenti populisti e il loro discorso politico, di conseguenza, sono una delle principali espressioni della modernità negli Stati Uniti, sia per le ragioni e il modo in cui sono nati, sia per i contenuti, congrui con l’espansione della agency politica, dell’uguaglianza fra i cittadini, dell’idea di nazione, del pluralismo religioso, del capitalismo, del benessere economico, della scienza e della tecnica.  Il che non toglie, in base a quanto detto all’inizio, che tale modernità possa essere virata tanto in senso  liberal, quanto conservatore.  Possiamo considerarla una eterogenesi dei fini o, se si preferisce, un moto dialettico della storia oppure la meritata punizione per lo storico progressista che vorrebbe tutto fosse rosso o nero o, infine, un esempio della mia amata serendipity (ancora Wikipedia! Oppure Robert Merton); ma è un fatto che modernità e populismo americani vanno a braccetto e con progressismo e conservatorismo  ballano la quadriglia.

Ecco allora che possiamo tornare agli anni Settanta del Novecento e allo sfaldarsi della coalizione newdealista e dell’ideologia liberal, che iniziò immediatamente a ridosso del suo ultimo trionfo, la war on poverty e la costruzione della Great society da parte del Presidente Johnson.  Gli intellettuali che in quegli anni presero a fregiarsi del nome neoconservative, laici se mai ve ne furono e spesso ebrei e cattolici, si muovevano, di massima senza accorgersene, sul tradizionale terreno religioso del protestantesimo, in particolare evangelico, quando individuavano in una generale crisi di autorità la ragione della crisi politica ed economica che il paese stava attraversando –  dalla sconfitta in Vietnam alla stagflazione.  Una crisi nata, a loro avviso, dal fatto che il liberalism aveva abbandonato la nozione di libertà come scelta personale e individuale fra bene e male – per cui essa ha un limite preciso in prescrizioni assolute perché divine – a favore di un’idea soltanto umana di libertà come diritto del singolo di auto-creare la propria vita in base ai propri desideri.  Da self-rule a self-creation.  Una libertà senza limiti che ha dato luogo al proliferare senza fine dei “diritti” di cui si chiede protezione pubblica e a unaadversary culture  (il termine venne coniato da Gertrude Himmelfarb) tanto immorale, quanto anti-americana.  Da qui l’abbandono del tradizionale sospetto nei confronti del potere e la richiesta crescente di intervento governativo che, affermavano i neoconservatori, ha portato a un overload, a un sovraccarico di domande per rispondere alle quali il governo federale sta entrando finanziariamente in crisi nel momento stesso in cui accresce i suoi poteri a spese degli americani, che perdono così il loro self-rule e da cittadini diventano clientes– nel senso classico del termine – del potere pubblico.

Gli intellettuali neoconservatori hanno costruito un edificio intellettuale che, burkeianamente, è al tempo stesso moderno e conservatore.  Non attaccano né la democrazia, né il pluralismo, né l’uguaglianza dei diritti di tutti i cittadini (donne e neri compresi), né l’individualismo, né il welfare ereditato dal New Deal, né la società dei consumi, né la scienza e la tecnica: insomma, non attaccano il progresso e tengono in vita l’antica avversione populista al big government, anche se in questo è più facile vedere la protezione di specifici interessi economici, come nella loro rigida difesa del libero mercato.  Tuttavia, avvolgono la loro costruzione nell’idea  che questi principi, che sono valori, hanno un “limite”, un vero e proprio limes invalicabile, costituito da un altro e superiore gruppo di valori, quelli assoluti legati alla morale di origine divina che vieta all’uomo di  essere il creatore di se stesso.  La mela di Eva è sempre di moda.

La costruzione neoconservatrice è brillante e tutt’altro che stupida; ma avrebbe potuto rimanere marginale al pari di quella conservatrice degli anni Cinquanta – che pure ha aspetti in comune con la successiva, ad esempio per quanto riguarda le idee di libertà e di progresso (la scoperta di Burke è di quel periodo), pur discostandosene per la critica alla società di massa, per il razzismo più o meno esplicito, per l’ossessione cospiratoria.  Se ciò non è avvenuto la ragione consiste nel fatto che, contrariamente agli anni Cinquanta, essa ha incrociato la crisi e la rabbia o i bisogni settoriali di gruppi importanti della società americana.   Gli evangelici vennero attirati nella lotta politica perché sentivano intaccato dalle lotte femministe e gay e da una scienza che soprattutto in campo biologico stava ridisegnando la vita e la morte quel senso del limite di cui ho parlato sopra.  Non per nulla la loro azione pubblica iniziò con campagne locali contro la pornografia, l’omosessualità, l’aborto prima di confluire nel Partito Repubblicano.  Similmente gli operai del Middle West interpretarono la crisi, che li stava privando delle sicurezze economiche e sociali (il sentirsi parte della middle class) duramente conquistate, come il frutto di una volontà di onnipotenza pianificatrice e redistributrice del governo federale divenuta oppressione fiscale e centralizzazione antipopolare del potere, il tutto strettamente legato alle questioni morali della distruzione dell’ordine naturale della famiglia patriarcale, della rivolta giovanile contro la fede religiosa e i suoi valori e di un generale abbandono della tradizione.  Nel caso delle élite professionali del Sun belt, giocavano piuttosto, invece, l’eredità ottocentesca dell’individualismo economico fonte di autonomia, nonché l’etica del lavoro e della responsabilità trasformata in volontà di scalata sociale e di full immersion nella società dei consumi, quello che fu chiamato yuppismo, che in una situazione di grandi possibilità di carriera portava al totale rifiuto di ogni intervento pubblico: un populismo settoriale a suo modo avvicinabile alla lotta di primo Ottocento contro il potere pubblico e le aristocrazie fasulle.

Non credo, però, che lo sfaldarsi della coalizione newdealista e del pensiero liberal possa essere attribuita a cause tutte americane, quanto piuttosto all’inizio del tramonto della modernità di cui gli Stati Uniti, al pari dei paesi europei, si erano nutriti a partire dall’Illuminismo.  Il progressismo liberal era, infatti, nato ed era vissuto all’interno di quelle stesse coordinate culturali etico-religiose che il neoconservatorismo intese riproporre, così come all’interno di quelle del nazionalismo democratico e del capitalismo dei consumi propri degli Stati Uniti, tutti elementi travalicati e messi in crisi dalle dinamiche economiche e culturali degli anni del ventennio fra la metà degli anni Cinquanta e quella degli anni Settanta che gli Stati Uniti condividevano – da egemoni – con la parte occidentale della Grande Europa.  La modernità progressista dei Democratici esplose, infatti, in direzioni inusitate nel momento stesso in cui l’egemonia politico-economica statunitense veniva messa a dura prova. Sia che se ne trovino le ragioni in una tarda modernità non più capace di costruire un proprio, stabile ordine culturale, sia che le si individui nei primi vagiti di una globalizzazione che poneva gravi interrogativi all’egemonia americana nel mondo, il risultato rimane lo stesso: il liberalism perse sia il sostegno dei giovani e dei gruppi sociali che intendevano andare oltre la modernità, sia quello di coloro che nella crisi della modernità vedevano il crollo di un’intera civiltà nonché degli Stati Uniti che, costruendola, avevano costruito la propria grandezza.

Il neoconservatorismo è stato una brillante e vincente risposta a questa situazione.  Esso non ha negato, bensì riproposto la modernità, puntando su alcuni degli elementi fondamentali di quello che ho detto essere dai primi dell’Ottocento il “dicibile” politico americano, vale a dire l’avversione per il potere lontano e incontrollato dei governanti, l’etica della responsabilità personale che di quel potere non vuol diventare cliens al fine di mantenere la propria auto-nomia, la certezza dei valori ancorati nella tradizione e un progresso che si nutre di tradizione, non di un attacco al cielo.  Su queste basi il neoconservatorismo ha vinto nel 1980 e ha alterato a fondo il quadro politico americano, isolando il radicalismo e costringendo il Partito Democratico a spostarsi nella sua direzione.  Resterebbe da porsi l’interrogativo se questa vittoria, che a mio avviso ha riproposto a fine Novecento una versione legittima della modernità – in quanto, mi si scusi la ripetizione, il conservatorismo è moderno –,  non sia avvenuta fuori tempo massimo, quando, cioè, la modernità si stava ormai consumando.  Se così fosse, e vari eventi degli anni delle due Amministrazioni Bush potrebbero essere letti in questo senso, il neoconservatorismo si troverebbe a nuotare in acque sconosciute, tanto da correre il rischio di dover essere etichettato come reazionario e non più come conservatore.

COMMENTI

WORDPRESS: 1
  • comment-avatar
    Giovanni Borelli 3 anni

    Un buon lavoro,serio ed informato.Resta il problema che in Italia la costituzione di un forte movimento politico conservatre, è…di la da venire.In Germania,dove vivo, esiste una Bibliothek des Konservatismus (Berlino).,la quale però, si impegna anche con autori quali Evola e Guenon.Non sarebbe il caso di chiarire bene in che misura il conservatorismo è liberale e in che misura antiliberale?Distinti saluti Giovanni Borelli

  • DISQUS: 0