I repubblicani e lo stato sociale

Per comprendere le posizioni repubblicane rispetto alle già ristrette tutele sociali del welfare americano, in particolare la loro drastica opposizione alla riforma sanitaria di Obama, bisogna anzitutto sottolineare come i fondamenti stessi dello stato sociale novecentesco siano contrastanti con la maggior parte delle credenze di base della tradizione repubblicana americana. Negli Stati Uniti in sostanza non esiste un conservatorismo a base statalista, paternalista e gerarchica come esiste ed è esistito in Europa. Se nella politica estera la destra americana ha principi di nazionalismo patriottico e nell’area comportamentale ha forti tentazioni di “legiferare la virtù,” in campo economico-sociale il repubblicanesimo americano è stato fondamentalmente individualista e di mercato, seppure in varie sfumature. Quindi i principi stessi su cui si è costruito lo stato sociale, modificazione degli automatismi di mercato, responsabilità e solidarietà collettiva della società organizzata politicamente, talvolta (ma solo talvolta) vocazioni egualitarie e redistributive, sono tutti profondamente ripugnanti alla visione repubblicana dello spazio socio-economico. Quando non si tratta di una pulsione alla difesa degli abbienti, cosa che spesso avviene senza complicazioni intellettuali, la tradizione repubblicana accetta la legittimità e la fondatezza della selezione di mercato, e non ha mai sottoscritto l’idea che la modernità delle grandi dimensioni rende l’individuo impotente e quindi sposta le responsabilità ad enti collettivi. I repubblicani ritengono che le qualità dell’individuo siano le basi delle sue fortune, che, come ha detto Milton Friedman, è responsabile verso se stesso, collocandolo semmai in contesti comunitari. Un ente collettivo “società” è scarsamente tematizzato e l’individuo è il soggetto cardine del vivere associato, le cui libertà e discrezionalità la politica deve difendere e promuovere. Lo stato si deve perciò limitare a quelle funzioni di servizio, di sicurezza, e più di recente, cioè dalla “rivoluzione comportamentale” degli anni Sessanta, di promozione di comportamenti ortodossi nella vita personale e familiare a cui per vari motivi il mondo privato non può rispondere.

Questa visione, che spesso si rifà a concezioni etiche e religiose della legittimità dell’arricchimento, è lontanissima dai fondamenti del welfare state nella sua versione “alla Beveridge” focalizzata sulla sicurezza sociale (nella sua versione “alla Keynes” fondata su politiche economiche di stimolo alla crescita e all’occupazione il discorso sarebbe più complesso). Il repubblicanesimo americano post-Theodore Roosevelt non ha partecipato, come è stato il caso dei partiti democratico-cristiani dell’Europa continentale, alla costruzione del ristretto stato sociale statunitense. Inoltre l’accettazione da parte dei repubblicani dell’eredità del New Deal e della Great Society di Johnson, i due momenti fondativi delle tutele sociali dagli anni Trenta ad oggi, è stata molto più marginale di quanto lo sia stato, ad esempio, l’adattarsi dei conservatori inglesi, almeno fino agli anni Settanta, all’eredità dello stato sociale liberal-laburista. La politica cosiddetta del “me-tooism” praticata in Gran Bretagna e fondata sull’idea che i conservatori accettavano le politiche di sicurezza sociale ma le avrebbero gestite meglio, in America ha avuto episodi importanti ma complessivamente secondari: soprattutto il periodo di Eisenhower, e alcuni momenti dell’amministrazione Nixon. Quella che ha prevalso e che ancora oggi domina il campo repubblicano è stata semmai l’eredità dei grandi leader conservatori degli anni Trenta e Quaranta, come l’ex presidente Herbert Hoover e il senatore Robert Taft, che davano voce a tradizionali obiezioni alle tutele sociali, soprattutto se di natura pubblica e federale: la tutela generava dipendenza, spegneva la creatività individuale, moltiplicava illegittimamente i compiti dello stato centrale e ne sprecava le risorse, sottolineava il valore passivizzante della sicurezza rispetto a quello dinamicizzante della crescita e dell’inventività: si ricorda una frase di Eisenhower, pure il presidente repubblicano più conciliante con la tradizione newdealista, che sosteneva che se tutto quello che gli Americani volevano era la sicurezza, allora potevano serenamente trasferirsi in galera.

Ma i “conciliatori” ebbero breve vita e fin dall’inizio degli anni Sessanta il conservatorismo anti-welfare e anti-newdealista rinacque nella figura del candidato Barry Goldwater che poi sfociò nell’“impossibile” vittoria presidenziale di Ronald Reagan, che contraddiceva tutte le credenze dei liberals americani su quali erano i fondamenti ideali e istituzionali di un sistema politico moderno, e nella prevalenza per almeno un ventennio dei neo-conservatori.  Se visto nello sfondo dei “grandi rischi” che contrassegnano la storia dello stato sociale novecentesco, secondo i repubblicani individuo e mercato se ne possono fare largamente carico, riducendo i casi intrattabili a una “rete di sicurezza” (non necessariamente pubblica, ma magari comunitaria e/o familiare) estremamente ridotta. La disoccupazione non si cura con il sussidio ma con un’economia privata che crei posti di lavoro (di qui il ruolo centrale dei ceti imprenditoriali e del profitto), la vecchiaia con le capacità di risparmio di individui e famiglie (vedi la recente proposta di dirottare le trattenute previdenziali su conti bancari individuali ad hoc, dove i singoli accumulano risorse per la vecchiaia ma da cui possono anche ritirarle in tutto o in parte in caso di necessità, rischiando di restare scoperti negli anni avanzati); neppure la malattia viene, dopo l’esplosione dell’ambientalismo, concepita come variabile esterna, ma si sottolinea la responsabilità dell’individuo di tenere stili di vita salutari, così da ridurre il bisogno di assistenza medica (su quest’ultimo punto, in certa misura convengono anche i democratici). Nella mentalità repubblicana, a differenza di quanti sottolineano un principio di responsabilità sociale della collettività e del governo per il benessere generale, (i democratici hanno da lungo tempo abbandonato l’idea di diritti sociali o addirittura umani di cittadinanza) prevale una concezione in cui si trova ancora l’eredità plurisecolare della distinzione tra poveri “meritevoli” (quelli che si trovano in condizioni di bisogno senza propria colpa o responsabilità, come tipicamente le vedove, ancor più se di guerra) o “immeritevoli”, i cui problemi sono visti come il frutto della propria deficienza di volontà e/o di qualità. Un’economia fiorente permetterebbe di acquistare i servizi sociali sul mercato come tanti altri beni, dalle prestazioni mediche ai nidi infantili, alla scuola, al trasporto, oppure attraverso assicurazioni private volontarie, la cui volontarietà è tuttavia cardine in questa visione: ad esempio, nell’opposizione alla riforma sanitaria di Obama, rispetto a cui non si sa quale sarà il comportamento della Corte Suprema, una delle principali obiezioni è che essa obbliga il “consumatore” ad acquistare un bene sul mercato (l’assicurazione malattia), violando così la sua libertà di decisione, i repubblicani sostengono che questa è un’intrusione macroscopica del potere pubblico nell’autonomia dell’individuo sul mercato. (Ma l’assicurazione obbligatoria automobilistica, allora? La risposta è: ma uno può decidere di non avere la macchina, il che, dati gli usi e costumi dell’America attuale, sa moltissimo di lana caprina).

"Public assistance: Why bother working for a living?"; gioco in scatola inventato nel 1980 in polemica con lo stato sociale.

“Public assistance: Why bother working for a living?”; gioco in scatola inventato nel 1980 in polemica con lo stato sociale.

Come reazione alla rivoluzione comportamentale, familiare, di razza e di genere emersa dagli anni Sessanta-Settanta, nella concezione repubblicana dell’assistenza e previdenza è emerso un nuovo fattore: in contrasto con la rivendicazione di libertà individuale e di mercato rappresentata in forma estrema da Ron Paul, si chiede alla legge e al potere pubblico di “legiferare la virtù”; le misure assistenziali devono cioè essere congegnate in modo da incentivare (o imporre) comportamenti tradizionali razzializzati e antifemminili, soprattutto in materia di lavoro e di assetti familiari, di cui Rick Santorum e i Tea Party sono i propugnatori più infuocati, proponendo il conformismo intollerante e la limitazione legale di comportamenti considerati non ortodossi e pluralisti. Le normative che hanno subordinato la prestazione del servizio alla ricostituzione della famiglia nucleare patriarcale, che hanno obbligato le madri sole a rientrare nel mercato del lavoro, che hanno combattuto i figli nati fuori del matrimonio e le ragazze madri adolescenti (senza incentivare l’aborto) sono i terreni su cui si è drasticamente ridotto il sostegno alle famiglie povere “irregolari”, più numerose nei ghetti urbani, quindi con una implicazione discriminatoria verso neri e latinos, soprattutto donne.

Nel concreto dagli anni Sessanta ad oggi il comportamento repubblicano rispetto allo stato sociale è stato contraddittorio e molteplice: da una parte, dopo l’inizio della cosiddetta “crisi dello stato sociale” negli anni Settanta e la riduzione della crescita economica, che è essenziale a un sistema di sicurezza sostenibile, i temi della responsabilità individuale, della riduzione della spesa sociale (non di quella militare), della limitazione temporale dei sussidi ai bisognosi (soprattutto alle madri sole) hanno sicuramente dominato il campo. E con essi i piani di cosiddetto “welfare to work” che hanno rimandato al lavoro parecchi poveri (soprattutto donne), hanno allargato la diseguaglianza salariale e i ranghi dei cosiddetti “working poor”, lavoratori e lavoratrici con impiego ma reddito sotto la soglia di povertà.

Tuttavia accanto ai numerosi tagli programmatici delle amministrazioni Reagan e Bush, il piano di riorganizzazione (e riduzione) della sicurezza sociale più significativo non è stato fatto da un repubblicano, ma da un presidente democratico, cioè Bill Clinton, nella sua “welfare reform” del 1996, che attribuiva agli stati la competenza di vincolare il sussidio di povertà delle madri all’età e allo stato maritale, eliminando la titolarità all’assistenza federale che era stata stabilita nel Social Security Act del 1935. Era un sintomo dell’egemonia del discorso conservatore sullo stato sociale che tuttavia si andava diffondendo anche nelle riforme in corso in Europa.

D’altra parte i repubblicani si sono scontrati nei decenni recenti con due ostacoli: da una parte le misure fondamentali di tutela sociale hanno un forte sostegno negli elettorati e nelle opinioni pubbliche di tutti i paesi industriali avanzati. Quando Reagan negli anni Ottanta ha cercato di toccare la social security e il sistema delle pensioni, ha preso una scoppola politico-elettorale che ha inchiodato nella mente dei politici repubblicani il principio che alcune misure di base dell’assistenza sociale non si possono toccare senza prezzi politici esorbitanti. Il secondo ostacolo è la crisi scoppiata nel 2008 con una grave caduta del benessere e dovuta alle politiche di deregulation e privatizzazione realizzate dai neo-conservatori, che ancora una volta, hanno dimostrato che un capitalismo, adesso altamente finanziarizzato, non è in grado di darsi un equilibrio autonomo e crea meccanismi anarchici e speculativi che impongono drammatici costi alla società. Di fronte a questa crisi, le politiche e le concezioni del “fai da te”, delle riduzioni delle tutele, e del governo “micro” hanno subito una sconfitta drastica.

Su questo terreno gli attuali candidati repubblicani si fanno tutti portatori della concezione appena descritta che tendono a caratterizzare come “essenza” dell’americanità: in contrasto quindi con una “europeizzazione” che si suppone caratterizzata da larghe tutele pubbliche e ampio ruolo delle iniziative governative nel benessere generale. Poi ciascun candidato interpreta quei principi con una radicalità diversa. Da una parte sta l’estremismo individualistico di Ron Paul (un atteggiamento tutt’altro che assente nella vita americana) che ritiene che il sistema di sicurezza sociale sia incostituzionale e le tutele vadano restituite ai risparmi privati e alla famiglia. Sia Romney che Santorum vogliono alzare l’età pensionabile, allargare i libretti privati di tutela, uscendo in tutto o in parte dal sistema della Social Security, tagliare le spese di Medicaid e Medicare e cancellare la riforma sanitaria di Obama. Romney sottolinea di più come queste misure sposterebbero risorse verso l’economia privata e quindi la crescita, Santorum focalizza maggiormente il tema della privatizzazione, della responsabilità individuale, dei comportamenti socialmente ortodossi. È pensabile che questi temi abbiano una notevole importanza nella campagna elettorale, soprattutto nel momento in cui i candidati debbano mobilitare il voto ideologico e religioso repubblicano di destra.

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