Effetto Neighbourhood. La Cuestión Yaqui nelle comunicazioni diplomatiche messicano-statunitensi, 1905–1906

[Los yaquis] no poseen caracteres
 que los hagan accesibles a la civilización, 
y convirtiéndose en elemento permanente de retroceso, 
están destinados a desaparecer
(El Centinela, 1 de abril de 1905).

 

Le “relazioni internazionali” costituiscono oggi forse uno tra i temi politico-sociali di maggiore attualità. Come è noto, però, il suo interesse è soggetto a rigidi criteri geo-politici, cosicché in alcune aree (e in alcuni momenti) il citato tema si trascurerà mentre in altre occasioni acquisirà toni di una certa rilevanza. Nel caso degli Stati Uniti e del Messico, ad esempio, si potrebbe genericamente evidenziare come la loro relazione fu sin dall’inizio assai asimmetrica, e la loro convivenza conflittuale. Ciò nonostante, ci furono – e possibilmente ci sono – circostanze storiche in cui entrambi i paesi seppero – e verosimilmente sanno – costruire e consolidare strategie congiunte per superare alcune delle loro differenze. Altresì e suo malgrado, nel linguaggio comune non è infrequente ascoltare riferirsi al Messico come il «cortile» degli Stati Uniti, forse oggi ancor più che qualche decennio fa. Tuttavia, alla luce di una più attenta valutazione, si comprende che si tratta di una generalizzazione non sempre conforme alla realtà locale delle differenti sub-aree. Ancora di recente, in effetti, lo storico messicano Enrique Krauze (El Observador Arizona, 4 marzo 1995), al riferirsi ai sonorensi contemporanei li definì come «nazionalisti, ma non yankofobi e sottolineò come i messicani del nord non si sentissero meno dei “gringos”, i loro “cugini dell’altro lato”». O il giudizio espresso dal noto sociologo “nostrano” Gian Primo Cella, il quale, occupandosi della frontiera Messico-Stati Uniti, sottolinea come il confine «separa, persino con rigide barriere materiali, ma non sempre distingue» (Cella 2006, 13). Anzi. D’accordo con quanto riportato da The Economist il 7 luglio del 2001, arguisce, «pensare alla zona di frontiera come un paese separato acquisisce ogni volta più senso» (Ibid., 60).

1

Ora, per meglio comprendere l’oggetto che si desidera presentare in questa sede, ovvero in che termini la “problematizzazione internazionale” della comunità indigena sonorense degli yaquis nel biennio 1905–1906 prese parte alle più generali relazioni diplomatiche messicano-statunitensi, nonché per contestualizzare adeguatamente lo scenario in cui detta problematizzazione avvenne, si rendono necessari tre ordini di premesse.

Innanzitutto storicizzare la relazione esistente tra il Messico e gli Stati Uniti all’epoca, per cui l’inizio della “nostra storia” andrebbe collocato intorno al 1º marzo 1889, quando cioè la Comisión Internacional de Límites, costituita ad hoc da entrambi i paesi, riesce in apparenza a regolamentare giuridicamente tanto i diritti come i doveri degli abitanti dei due lati. In apparenza, così come i limiti territoriali «tracciati con il righello» al termine del conflitto del 1846–1848, neppure questo nuovo ordinamento ottiene l’obiettivo di contrarrestare il processo di consolidazione di quello spazio donnan-wilsoniano 1 e di quella intensa attività condivisa (soprattutto, ma non esclusivamente, economica) in atto già da tempo. Al contrario, la “repentina” prossimità con il vicino del nord si tradusse in un aumento di influenza delle aree settentrionali messicane come Sonora nei confronti delle altre, sebbene impose allo stesso tempo la necessità di assolvere tutta una serie di obblighi. L’incondizionale compimento delle direttive del governo – si argomentava – avrebbe rappresentato da un lato la più adeguata espressione di quella uniformizzazione socio-culturale pretesa dai precetti positivisti allora dominanti (Abbondanza 2009b); dall’altro avrebbe simbolizzato il più appropriato strumento per contenere la crescente espansione della frontiera nord (Abbondanza 2009c). Un timore, quello si essere politicamente, economicamente, socialmente e culturalmente fagocitati dagli Stati Uniti, d’altra parte molto concreto se si considerano tanto gli allarmismi reiterati di alcuni científicos sociali nazionali (Sierra 1940) come le ponderazioni degli storici oltre confine. Frederick Jackson Turner, ad esempio, sottolineava con forza come erano stati la progressiva estensione della linea di frontiera e, soprattutto, il modus con cui si era vissuto quel movimento a caratterizzare – in positivo – l’intera storia del suo paese: «quello che il Mediterraneo era stato per i greci», puntualizzava, ovvero la rottura dei vincoli dei costumi, l’offerta di nuove esperienze e lo stimolo di nuove istituzioni e attività (Turner 1959, 6). «Questo, e altro ancora, ha rappresentato direttamente per gli Stati Uniti, e più remotamente per le nazioni d’Europa, la frontiera nel suo avanzare e nel suo conseguente contrarsi»(Ibid., 31). Con la colonizzazione della costa del Pacifico e l’occupazione delle terre libere, questo movimento si arrestò. «Ma sarebbe una predizione affrettata dire», avvertiva correttamente lo storico statunitense, «che queste energie espansive non opereranno più; e le richieste di una politica estera energica e vigorosa, di un canale interoceanico, di un risveglio della nostra potenza sui mari, e dell’estensione dell’influenza americana a isole remote e paesi limitrofi, sono indici ben precisi che il movimento continuerà» (Ibid., 167).

La mera coincidenza storica, per sua natura temporanea e dunque effimera, non sarebbe però stata di per sé sufficiente a garantire alcuna preeminenza comunicativa in modo indefinito. Era necessario trovare uno spazio – Foucault l’avrebbe chiamato eterotopico – all’interno del quale articolare detta dialettica. In questo senso, ed è qui la seconda premessa contestuale, la “questione indigena” ben manifesta tale proposito. Riguardo ad essa potrebbe inferirsi che le visioni razziali dominanti nella Sonora di fine secolo XIX e inizio del XX rappresentavano il riflesso sub-regionale delle più generali prospettive dell’epoca. O che nelle regioni come il nordovest messicano e il sudovest statunitense, ove la percentuale degli indigeni era molto bassa se paragonata con quella di altre zone, la tendenza non era tanto quella di assorbirli nella crescente porzione “meticciata” della popolazione, ma di mantenere le loro comunità isolate (Castellanos Guerrero 2001, 169; Spicer 1994, 167–168). Ciò nonostante, le relazioni di potere nei confronti delle differenti minoranze etniche si andarono costruendo sulla base di quei sincronici imperativi a cui ci si riferì anteriormente: la dimensione trans-nazionale che acquistò la regione di Sonora, e i suoi conseguenti legami economico-sociali con gli Stati Uniti (Abbondanza 2009a).

E la scelta del 1905 come principium? Tale decisione, terza e ultima premessa, si deve al fatto che fu proprio a partire da quell’anno che si cominciò a considerare «indispensabile portar via tutti gli indigeni» da Sonora. Solo così – sosteneva e giustificava ad esempio il 29 settembre l’allora governatore dello stato Rafael Izábal (AGES, t. 1985, e. 1) – potevano «prevenirsi i danni»provocati dagli yaquis, «una [vera] vergogna» per lo Stato. «L’unico mezzo efficace per porre fine alle [loro] depredazioni», si diceva d’altra parte,«è se non il loro sterminio, sì la loro eliminazione come fattore sociale dal territorio dello Stato»(LaConstitución, 29 settembre 1905). Una consegna perentoria, sia che i coinvolti fossero ribelli sia che fossero pacíficos (Hu-DeHart 1974, 88). Una caccia all’uomo totale, affinché non rimanesse «un solo individuo di quella razza»(AGN, FMGR, t. 48, e. 217), dentro e fuori dal territorio sonorense e dello stesso Messico (Ibid., t. 22, e. 162–164; t. 48, e. 181, 220). È chiaro a questo punto che se riguardo agli yaquis ci si conformasse alle definizioni proposte dalla maggior parte degli studi a loro relativi, con frequenza si evincerebbe che«conformano un gruppo etnico chiamato cahita, appartenente al ramo sonorense della famiglia linguistica yuto-azteca, imparentati con i tarahumaras e i guarijíos» (Padilla Ramos 2002, 10). Tuttavia, descrizioni atemporali come la precedente sottostimerebbero l’importanza del contesto storico su cui si cerca invece tanto di insistere e, allo stesso tempo, ignorerebbero che ogni elaborazione (e diffusione) di teorie «demonizzanti» (Arendt 1951) è quasi sempre l’opera di puntuali élite al potere. Si osservi ad esempio quanto sosteneva Manuel Balbás, storico-testimone del governo costituito dell’epoca:

«[Gli yaquis] aspettavano solo una nuova opportunità per tornare a sollevarsi, come succederà sempre, perché finché esisterà un indio yaqui, ci sarà un nemico del governo, chiunque sia la persona che lo rappresenti (1993, 20)».

L’importanza del riferimento risiede nel fatto che fu alla luce di giudizi preconcetti come il precedente che si andò costruendo la demonizzazione del “yaqui porfiriano”, percepito in effetti come incarnazione di “tutto quello che non doveva essere”, del “disordine”, del caos. Uno «straniero assoluto» baumaniano, in poche parole, immagine speculare contraria al «noi» (Bauman 1996). Ad essere sotto accusa, notasi tuttavia, non erano le qualità lavorative degli indigeni (García Alva 1905–1907, sp. 2). No. Era la loro stessa natura: il problema era il loro essere indigeni, perché era come tali che costituivano

«un ostacolo continuo, una remora per la ricchezza e il progresso dello Stato e, specialmente, per il suo sviluppo, e un pericolo imminente per le vite e la proprietà, e una fonte di inesauribili disturbi per l’Amministrazione Pubblica».

Sembrava però esserci una «soluzione», capace, secondo lo stesso García Alva, di coniugare le due questioni, l’uso delle qualità lavorative indigene e la loro progressiva estinzione: «strappare il yaqui da quel suolo […] e inviarlo a un’altra regione del nostro territorio, la più lontana possibile, ove, o adatta la sua natura selvaggia alle necessità del nuovo suolo, o perisce nella lotta consumato dalla nostalgia» (Ibid.).

Ora, l’annichilamento degli yaquis come «fattore sociale» a ragione dei fatti sin ora esposti o perché, come lo esprimeva il precedentemente citato Balbás, il «progresso ha grandi esigenze, e il popolo che non si adegui loro, deve soccombere», aveva ovviamente bisogno di giustificazioni concrete, puntuali e, soprattutto, valide sia all’interno del Messico che condivisibili con la società internazionale. Così, per propugnare il processo di esclusione perpetrato, si cominciò ad accusare gli yaquis sempre più frequentemente di arroganza, fanatismo (Velasco 1893, 202) e predisposizione alla criminalità (Balbás 1993, 21). Atteggiamenti, si insisteva, che non solo avrebbero leso i messicani, ma anche tutti coloro che avevano un qualche interesse economico a Sonora.

Uno dei campi dialettici in cui più può apprezzarsi questo fenomeno di costruzione di un altro condiviso è il diplomatico, in quanto fu a partire da tale piattaforma privilegiata che le élites politico-culturali statunitensi e messicane poterono gestire (o meglio manipolare) i sentimenti collettivi di esclusione nei confronti degli yaquis, e rafforzare un senso di appartenenza a un destino – attivo – comune. Il passaggio che si presenterà a continuazione, intitolato «Depredazioni degli yaquis», costituisce ovviamente una parte infinitesimale della pluriennale e ben più articolata intesa diplomatica tra le personalità politiche dei due paesi limitrofi. Tuttavia, si difende strenuamente il suo approfondimento per due ordini di ragioni. Da un lato perché si crede che il frammento dialogico presente, soprattutto poi se letto alla luce delle premesse contestuali anteriormente esposte, riesca a gettare una notevole luce sui più generali atteggiamenti politici della società maggiore, tanto messicana come statunitense, nei confronti degli yaquis. D’altra parte perché si è persuasi che una maggiore attenzione a spazi comunicativi come l’ambiente diplomatico possa ben contribuire al dibattito sulla natura e sui lineamenti che caratterizzarono (e caratterizzano) la relazione Stati Uniti-Messico.

2

Il 1º febbraio 1905, dunque, la Segreteria di Washington informa l’ambasciata statunitense in Messico del reclamo del presidente dellaMina Grande Mining and Milling Company, Mr Birch F. Rhodus, perché l’attenzione del governo messicano si concentri sull’«importanza di adottare misure per contenere gli yaquis e mantenere l’ordine nelle montagne di Sonora vicino al fiume Yaqui, ove si trovano le miniere della compagnia. Mentre la segreteria», si aggiungeva,

«non dubita che il governo messicano comprenda completamente la gravità del problema yaqui a Sonora, e mentre i rapporti dell’ambasciata indicano che il Messico sta compiendo vigorosi passi per sedare la tribù, la presente si invia per mostrare l’urgenza di adottare misure per proteggere gli ingenti interessi americani e i moltissimi cittadini americani che hanno posto le proprie proprietà e le proprie vite sotto la protezione della legge messicana, confidando nell’abilità del governo messicano a mantenere la pubblica sicurezza».

Nelle numerose comunicazioni diplomatiche intercambiate nei seguenti due anni (da febbraio 1905 a aprile 1907) da parte delle differenti personalità politiche di entrambi i lati della frontiera – segretari di stato, ambasciate, uffici di governo – possono identificarsi tre momenti ben distinti. Inizialmente (febbrario–marzo 1905), l’attenzione si concentra sul dovere di Sonora in particolare – ma del Messico in generale – di «proteggere le vite e le proprietà dei cittadini americani vincolati al settore minerario di quello stato». Più specificamente, in data 16 marzo 1905, l’allora ambasciatore statunitense Powell Clayton informa il proprio segretario della conversazione tenuta il giorno precedente con il segretario degli Affari Esteri messicano Ignacio Mariscal. In essa per lo meno quattro punti – o meglio accuse – avevano spiccato sul resto:

«

  • che gli attacchi indigeni degli ultimi tempi sembrano essersi diretti quasi esclusivamente contro gli americani che svolgono attività legittime nello stato di Sonora;
  • che mentre le autorità dello stato avevano adottato misure molto drastiche contro gli apparentemente pacifici yaquisimpiegati come lavoratori […] non avevano effettuato, ove gli americani sono stati massacrati, nessuna effettiva persecuzione della banda o delle bande responsabili dei fatti;
  • che le drastiche misure contro gli apparentemente pacifici yaquis erano state sterili di risultati;
  • che le autorità locali avevano negato […] a un americano […] il diritto di portare armi per difesa propria, della famiglia e degli impiegati».

L’intensificatore verbale – «devono» – così come i sintagmi avverbiali reiteratamente utilizzati in tutte le comunicazioni nazionali statunitensi – «prontamente», «immediatamente» – lasciano ben pochi dubbi circa l’entità dell’influenza politica che gli Stati Uniti stavano esercitando sul Messico. Una sensazione peraltro confermata dalla stessa fretta con cui le autorità messicane si sforzano di replicare a tali “moniti”. Tuttavia, a dire del già citato governatore Izábal, la causa dei gravi incidenti occorsi agli statunitensi in cui alcuni come R. C. Coy, J. K. McKenzie, M. A. Call e W. Stuebinger avevano persino perso la vita, non era da attribuirsi tanto a una mancanza da parte delle autorità messicane, le quali erano ben coscienti della «gravità del problema yaqui», ma alla temerarietà degli uomini d’affari stranieri a Sonora e del traffico illecito di armi in territorio statunitense.

A introduzione dell’“imprudenza degli statunitensi”, lo sfondo scenico della seconda tappa dialettica del frammento diplomatico in esame, si trova una comunicazione datata 18 marzo 1905 e trasmessa da Clayton a Mariscal. In essa, l’ambasciatore statunitense cerca di richiamare l’attenzione del segretario degli Affari Esteri messicano sulla «discrepanza» tra quanto dichiarato dal governatore dello Stato Izábal, ovvero che «sempre si sono concesse le scorte a chi le avvesse chieste», e le denunce di alcuni testimoni oculari: «non si è concessa loro 3 alcuna scorta, affermando le autorità che il gruppo era così grande che non ne avrebbe avuto bisogno, e che si sarebbe conservata per gruppi più piccoli». Anzi. Persino dopo l’assassinio, secondo le accuse mosse da Charles E. Tolerton, il testimone oculare, le truppe messicane accorse si sarebbero rifiutate di inseguire gli indigeni, «per paura, così come dichiarato, che essi [gli indigeni] uccidessero tutti».

Nei mesi successivi, per un intervallo di tempo totale che va dal novembre del 1905 al luglio del 1906, le personalità politiche di entrambi i lati della frontiera si rendono protagonisti di un lungo dibattito sulla base di due diversi episodi di aggressione sofferti da un lato dalla Mina Grande Mining and Milling Company (ancora), e dall’altro dalla Giroux Consolidated Mines Company. In entrambi i casi, le accuse da parte statunitense sono le stesse: inosservanza della necessaria (e dovuta) protezione alle persone e alle proprietà, e, cosa ancor più grave, mancanza di giudizio circa la gravità della «Questione Yaqui». Tenaci le repliche:

«Il governo messicano ha sempre dato alla Questione Yaqui l’importanza che le corrisponde e si è sforzato attraverso i diversi mezzi che sono in suo potere di ristabilire quella fiducia che gli abitanti di quelle regioni dovrebbero avere, e concedere loro tutta la sicurezza che senza dubbio dovrebbero godere (14 novembre, 1905)».

«Questione Yaqui» o meglio, come ho avuto modo di sottolineare in altre circostanze, «Questione Yori» 4 (Abbondanza 2008). E questo perché nonostante l’apparente fermezza nella citata dichiarazione, il rappresentante diplomatico messicano non può evitare che si affacci, nuovamente, quella soggezione politica nei confronti del potere economico degli Stati Uniti che il suo paese soffriva ormai già da qualche decennio. «Trasmetterò al mio governo la sua lettera e i documenti allegati, e raccomanderò, d’accordo con il desiderio espresso, che si dia alla questione la dovuta attenzione», dichiara risolutamente. Ma quest’«attenzione» si concretizza in realtà “solo” in un inasprimento delle misure repressive da parte del proprio governo nei confronti degli indigeni, un’«attenzione» di cui l’ambasciatore statunitense «ha l’onore» di informare la sua segreteria di stato nelle settimane seguenti, riportando brani di un paio di periodici capitalini. «Quelli che non saranno colonizzati saranno inviati in Yucatán, dove i rigori del clima mettono sovente fine alle loro vite», recita ad esempio il «Daily Record» del 29 novembre 1905. Alla luce di tali notizie, la situazione di grave insicurezza pubblica sembra ricomporsi, ma sarebbe stata una fugace illusione. Appena due mesi dopo l’ultimo rapporto relativo alle deportazioni massive degli yaquis, il 3 marzo 1906, infatti, l’ambasciata statunitense comunica nuovamente con la propria Segreteria di Stato per informarla questa volta della morte del signor Albert W. Sayles, un impiegato della Giroux Consolidated Mines Company. La rilevanza dell’episodio di sangue non risiede tanto nei fatti in sè, non particolarmente dissimili dagli altri – ovvero che, così come dichiarato da Izábal, «il signor Sayles era stato vittima della propria temerarietà» – ma da due elementi che emergono con prepotenza nel corso di tutte le comunicazioni. Da una parte, l’ogni volta più intenso impegno delle autorità messicane a mantenere la pace nel territorio e«proteggere le vite e gli interessi degli stranieri»; dall’altra – una volta ancora – la straordinaria influenza politica che gli Stati Uniti stavano esercitando sul Messico. In effetti, in una lettera diretta al proprio segretario di stato e datata 12 marzo 1906, l’ambasciatore statunitense Thompson coglie l’occasione per riferire della conversazione tenuta alcuni giorni prima (8 marzo) con lo stesso presidente Porfirio Díaz. Nel corso di essa, riferisce il diplomatico, il massimo dirigente messicano «approfittò […] di parlarmi dei problemi con gli indigeni nel nordovest della Repubblica». Uno stato sociale così grave, continua, da obbligare il generale Díaz a intervenire e deliberare la proibizione per tutti gli stranieri di acquisire qualsiasi tipo di proprietà nell’entità. Al leggere tale risoluzione, sembrerebbe a prima vista una risoluta reazione di orgoglio da parte del Messico:

«Dovuto al fatto che molti stranieri […] si sono lamentati di non aver goduto sicurezza e protezione […] e avendo calunniato le autorità costituite dicendo che queste non avevano concesso loro alcuna protezione, il Presidente della Repubblica ha deciso che per il momento si sospende la concessione di detti permessi per quanto riguarda lo stato e il distretto menzionato (26 dicembre 1905) ».

Si trattò tuttavia di una misura temporanea – un blocco di appena due mesi – durante il quale, come lo riferisce l’ambasciatore Thompson, il governo messicano si adoperò per

«la cattura di tutti gli indigeni possibili di cui si sappia aver sparso sangue, siano essi autoctoni o stranieri, e tutti e ognuno di questi indigeni sono stati fucilati. Tutti coloro che sono sospettati di aver sparso sangue, siano essi nativi o stranieri, ma contro cui non ci sono prove sufficienti a soddisfare il governo, sono stati deportati nello stato dello Yucatán (12 marzo 1906) ».

Una restrizione funzionale a garantire più sicurezza, dunque, ma soprattutto per mettere una decisa ipoteca sul futuro flusso di capitale statunitense. Un repentino deflusso degli investimenti avrebbe infatti significato per il Messico il concreto rischio di perdere la«locomotiva del progresso», mentre un’«intesa [tra le due repubbliche]ogni volta più solida e meno suscettibile a cambiamenti avversi» avrebbe permesso al paese latinoamericano di godere proficuamente della vicinanza con gli Stati Uniti. «Gli ogni volta più grandi interessi creati in questo paese dall’impresa, il capitale e l’industria dei suoi compatrioti», aveva in effetti sottolineato Díaz nel citato incontro dell’8 marzo 1906,

«costituiscono un vincolo molto forte tra le due nazioni e sono allo stesso tempo una fonte legittima di benefici per i popoli delle repubbliche sorelle. Possiamo pertanto cercare un incremento constante nel volume del commercio e dello scambio internazionale, grazie alla vicinanza e alla convinzione che relazioni di quel tipo concedono alle comunità moderne la base più adeguata per una relazione pacifica e mutuamente vantaggiosa».

All’interno della più ampia sfera delle relazioni messicano-statunitensi così come di quelle tra «società maggiore» e minoranza(e) etnica(che), la collaborazione dei due governi nell’ostacolare la vendita illecita di armi e munizioni agli yaquis – la nostra terza linea dialettica – costituì senz’altro un buon campo di prova. Più precisamente, questa terza parte si apre con una comunicazione che l’ambasciatore Thompson dirige al proprio segretario di stato il 18 luglio 1906, in cui evidenzia come

«in vista del fatto che il Messico sta facendo tutto il possibile per controllare gli yaquis, le costanti denunce da parte dei nostri compatrioti rispetto a una mancanza di controllo e l’ulteriore fattore che il rifornimento indigeno sembra diffuso per tutto il nostro paese, risulterebbe di grande aiuto per il Messico nei suoi sforzi per operare un perfetto controllo degli indigeni se il nostro governo potesse fermare detto traffico».

La speranza è che

«con la cooperazione degli investigatori del governo messicano lungo la linea che divide l’Arizona da Sonora insieme agli ufficiali americani nel quartiere, si raggiunga l’oggetto desiderato; se non nella sua totalità, per lo meno in parte, cosicché la citata pratica disprezzabile si riduca a un minimo e in un breve lasso di tempo forse termini definitivamente (24 luglio 1906)».

Se dunque le intenzioni governative messicano-statunitensi di medio e lungo periodo sono chiare, ovvero incrementare in modo constante il volume del commercio e dello scambio internazionale, nella consolidazione di questa sempre più inalienabile collaborazione è però possibile identificare per lo meno due effetti anche in breve tempore: una riduzione del tono diffamatorio da parte della cittadinanza statunitense circa il modus agendi del governo messicano, e la definitiva “internazionalizzazione” della «Questione Yaqui» (o, se si vuole, il definitivo suggello della «Questione Yori»), la cui soluzione (o realizzazione) sarebbe pertanto dipesa anche dal partecipante sostegno degli Stati Uniti. E in effetti, così come auspicato dalle personalità politiche di entrambi i lati della frontiera, detta «cooperazione» alla fine si consolida, anche se i risultati sono alterni. Ancora per il 13 marzo 1907, infatti, l’ambasciatore messicano informa il segretario di stato statunitense di come sia ripreso il contrabbando di armi e munizioni. La disponibilità a cooperare si manifesta in una lunga serie di comunicazioni che quest’ultimo dirige tanto al governatore dell’Arizona, come ai segretari di Guerra, del Tesoro, del Commercio e Lavoro, e al procuratore generale, in cui si chiede «si applichino nuovamente le misure cautelari adottate durante l’estate passata» (20 marzo 1907). Nelle investigazioni portate a termine da parte delle differenti autorità degli Stati Uniti un elemento, o forse un valore, sembra risaltare su tutto il resto. Così come lo dichiara il quartier generale dei rangers dell’Arizona in data 5 aprile, in effetti,

«se qualche arma è stata contrabbandata agli yaquis, lo hanno fatto i pápagos. Son grandi amici; i pápagos possono facilmente approvvigionarsi di armi dai gruppi di Tucson e poi consegnarle agli yaquis».

La rilevanza del rapporto risiede nel fatto che appare qui in tutta la sua acrimonia il contrasto tra «collaborazione» (o amicizia politica) – atto legittimo perché corrisposto in seno alla più generica società maggiore messicano-statunitense – e i sentimenti giudicati come di mera «amicizia», illegittimi perché rivolti agli esponenti minoritari indigeni contro cui la società maggiore sta agendo. Non solo. Alla luce degli elementi a disposizione delle autorità, il 26 aprile 1907 il procuratore statunitense conclude:

«Non c’è vendita di armi e munizioni agli yaquis in Arizona […] La soluzione sembra riposare nelle mani delle autorità messicane nell’attenta persecuzione dei delinquenti nel lato messicano […] Anche se desidero sempre mostrare la nostra amicizia al governo messicano, non vedo come i fatti corroborati giustifichino un ulteriore azione per il momento».

Ancora una volta l’«amicizia», dunque. Ma, ancora una volta, gli Stati Uniti lasciano ben chiari i termini della loro relazione con il Messico. In effetti, mentre essi si sentono legittimati in nome degli ingenti capitali investiti a ingerirsi finanche fisicamente a Sonora, armandosi e armando i propri inservienti, non così il vicino del sud. Questi, se vuole realizzare una qualche forma di intervento (obbligo peraltro non derogabile per non correre il rischio di perdere i finanziamenti alle imprese e alle industrie), deve limitarsi ad agire nel proprio lato.

3

Alla luce di quanto esposto, è possibile ora trarre due riflessioni conclusive. Da un lato, che ciò che avvenne nella Sonora di inizio secolo XX richiamò quanto evidenziato ad esempio da Lattimore riguardo la situazione di contatto tra gli agricoltori cinesi e i pastori nomadi mongoli, ovvero una tendenza ad assumere modelli di esistenza reciprocamente prossimi (Lattimore 1970). All’origine di tali cambiamenti, segnalava l’asianista statunitense nel suo momento, vi era la constante interazione tra le due comunità, e il conseguente tentativo (cosciente o forzato) di adattarsi all’ambiente geografico e culturale condiviso. A poco a poco che l’interazione sonorense-arizonense aumentò, in effetti, le pratiche statunitensi divennero ogni volta più “familiari” nel lato messicano, così come gli abitanti del sud degli Stati Uniti cominciarono progressivamente ad adottare usi e costumi tradizionali dei loro vicini (Tinker Salas 1997, 159). Un adattamento così stretto, inoltre, che nelle scuole pubbliche dell’Arizona si cominciò frequentemente a sottolineare la necessità di adottare l’apprendimento dello spagnolo, credendolo capace di avvicinare le persone dell’intero emisfero più velocemente e permanentemente della stessa dottrina Monroe (Padilla Ramos 2002, 28). Tuttavia, come si è potuto osservare nel frammento diplomatico qui presentato, si trattò di una comunità “immaginata”, relazionale, senza dubbio ibrida, ma soprattutto diseguale ed escludente, promossa esclusivamente dall’alto dall’élite creola messicana e statunitense, e forgiata sul modello dei loro presunti processi condivisi di Nation-building State-building. Presunti, si insiste, in quanto a causa dei precetti generali di “dominazione-sfruttamento di alcuni su di altri” soggiacenti al modus oeconomicus di libero mercato di quegli anni, e il più volte evidenziato potere di negoziazione asimmetrica sulla cui base si andò poggiando dall’inizio sino ai giorni nostri la relazione Messico-Stati Uniti, quell’integrazione socio-economica non poté che prodursi tra «gruppi socialmente differenziati», e non tra «differenti individui» (Depres 1969, 17).

In secondo luogo, si desidera riscattare la centralità che il “contesto”, inteso nel senso più ampio del termine, dovrebbe occupare nelle analisi storiografiche. Quest’aspetto, in effetti, molte volte disatteso o sottovalutato, prevede un approfondito studio parallelo della sfera economica, di quella politica, quella sociale e quella culturale, nonostante l’evidente pericolo latente individuato tra gli altri da Norris (1989): il «relativismo estremo». Tale fiducia in siffatto approccio analitico-metodologico deriva dalla ferma convinzione che ogni processo storico non sia che l’espressione della combinazione congiunta di processi manifesti e di altri meno visibili, o, adottando l’immagine di Koselleck (Rossi 1983, 150–151) di «eventi e strutture». È infatti l’azione sincronica tanto degli uni come delle altre quella che contribuisce a specificare ciò che i greci antichi solevano chiamare dran 5 e a definire giust’appunto il contesto in cui questo si svolge. Certo, la storia evenemenziale risulta generalmente più seducente. Tuttavia è ciò che non si vede di forma esplicita a giocare la maggioranza delle volte il ruolo più importante, ed è da lì da dove provengono i moventi e le giustificazioni dei differenti attori sociali coinvolti. Si tratta di una storia parallela e nascosta, la cui analisi è però imprescindibile. Prendiamo il caso della “Questione Yaqui”, ad esempio. Se ci si fosse limitati ad avvalorare quanto riferito dalla storiografia ufficiale, tale conflitto si sarebbe trasformato in un mero insieme di battaglie e negoziazioni, massacri e trattati… insomma, un tremendo scontro manicheista tra due mondi e due modi d’essere. Non così avendo deciso di tenere in debito conto che per gli yoris la guerra nei confronti della comunità indigena sonorense fu una veraquestione culturale, sociale, politica e soprattutto economica. In questo caso, è risultato relativamente facile comprendere come ogni colpo assestato alla “tribù” così come ogni misura adottata furono sempre una reazione conveniente a puntuali esigenze e una risposta razionale alle aspettative e agli interessi, questo sì, di una ridotta minoranza. Comprendere come, in altre parole, la “Questione Yaqui” divenne questione.

Note:

  1. Secondo i due autori, lo spazio consisterebbe nella concettualizzazione delle relazioni fisiche immaginate che danno significato a una società (Donnan, Wilson 1999, p. 9).
  2. “Senza pagina”.
  3. Il riferimento è ai quattro statunitensi R. C. Coy, J. K. McKenzie, M. A. Call e W. Stuebinger recentemente citati.
  4. Termine yaqui denigratorio per definire tutti i “non-yaquis”.
  5. “Dramma”, dal greco “azione”, “storia”. Termine utilizzato nella tradizione teatrale e che nel suo significato più generale rappresenta la trama narrativa destinata a una rappresentazione.

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