Le elezioni americane: le conseguenze economiche del voto

Sin dalla presidenza Bush la crisi economica ha riproposto gli aspetti problematici della questione dell’intervento dello stato nell’economia. Dal dibattito emergono alcune chiavi di lettura che si rifanno a modelli di azione economica consolidati in momenti storici e in fasi economiche profondamente diversi dal nostro. Il contributo che vi presentiamo segue la formula che vede i due modelli proposti da Keynes e Hayek negli anni Trenta riemergere oggi tra l’opinione pubblica e sui giornali, generando l’idea che le elezioni del prossimo novembre siano decisive per la scelta di un preciso modello economico e culturale. Altre voci, come quella di Coggan dalle pagine della rivista Aspenia pur descrivendo le dinamiche e le implicazioni proprie del modello ‘anglosassone’ e di quello ‘socialdemocratico’, non esitano a leggere le economie statali come tendenzialmente ibride e i due modelli inadatti, se non riformulati, ad affrontare le innumerevoli problematiche emerse con la crisi. Il settimanale The Nation, piuttosto scettico sulla retorica interventista dell’ultimo State of the Union Address di Obama, preme affinché Obama adotti una politica economica più chiara ed energica, che generi nei cittadini maggiore fiducia nell’azione governativa. Tuttavia, qualora Obama decida di indossare una veste keynesiana dovrà confrontarsi con un quadro sociale ed economico complesso, in cui è tramontato il patto tra capitale e lavoro siglato quando fordismo e keynesismo sembravano uno lo specchio dell’altro. Appare ormai come un relitto del passato quello che Daniel Bell aveva ribattezzato il “Trattato di Detroit”, firmato nel 1950 da General Motors e United Auto Workers, che garantiva indicizzazione dei salari all’inflazione, assicurazione sanitaria e tutta una gamma di benefit per i dipendenti. Se in questo quadro il keynesismo sosteneva il consumo attraverso la creazione di posti di lavoro, come un eventuale ritorno di Keynes a Washington si rapporterà a un’organizzazione del lavoro che non segue più uno schema fordista? E, più in generale, quale ruolo assumerà lo Stato in questa fase di timida ripresa, segnata tuttavia da un debito pubblico che limita i margini di manovra della politica? Quali settori della società beneficeranno della distribuzione delle risorse pubbliche? Riuscirà Obama a rispettare gli impegni presi nello State of the Union Address e risollevare la fiducia degli elettori nel governo dopo 30 anni di conservatorismo reaganiano e liberalismo clintoniano?

 

Il 15 febbraio il New York Times pubblicava un sondaggio riguardante l’indice di gradimento del presidente Obama, rivelando un netto incremento rispetto ai mesi precedenti. Con un dato che toccava il 50% il Presidente riguadagnava in un sol colpo il terreno perduto dopo lo scontro con la maggioranza repubblicana fra luglio e agosto dello scorso anno sull’innalzamento del tetto del debito e il lungo e complicato autunno. Nonostante le polemiche in atto con la gerarchia cattolica sul tema delbirth control, Obama è uscito dal sondaggio rafforzato, con un’immagine di credibilità ben maggiore. Il sondaggio concentrava l’attenzione, in modo particolare, sulle questioni economiche. Due giorni prima il Presidente aveva presentato il piano di bilancio per il 2013, un atto che dovrà essere discusso dal Congresso in autunno e approvato entro l’anno. I contenuti del documento erano in parte stati presentati dal presidente in occasione del discorso sullo stato dell’Unione, lo scorso 23 gennaio.

Le cifre, messe nero su bianco, offrono l’immagine di un progetto politico in vista delle elezioni di novembre prima ancora che di una proposta di bilancio. Quella di Obama è apparsa a molti una sfida aperta ai repubblicani, soprattutto ai candidati in corsa per la nomination del partito. Al tempo stesso l’altro destinatario del messaggio politico lanciato dal presidente era l’elettorato americano, messo di fronte all’alternativa fra le posizioni repubblicane da un lato e la proposta del presidente in carica dall’altro. Il bilancio di Obama ha suscitato discussioni e polemiche, non solo nelle stanze del Campidoglio o nei dibattiti della campagna elettorale. È riemersa una contrapposizione “classica” riguardo il ruolo dello Stato in economia, che occorre leggere in un quadro più ampio in cui la discussione accademica fra neokeynesiani e neoliberisti, riaccesasi dopo la crisi del 2007-2009, esce dalle aule universitarie e dai simposi e trova spazio sui quotidiani, nei dibattiti televisivi e nelle dichiarazioni dei partiti.

 1. Il bilancio di Obama.

Il progetto di bilancio si caratterizza innanzitutto per una specifica serie di tagli. Il bilancio della Difesa dovrebbe ridursi del 5%, grazie soprattutto al disimpegno dall’Iraq e all’inizio del ritiro delle truppe dall’Afghanistan previsto per i prossimi mesi. Tagli significativi si registrano anche per “Homeland security”, ossia il corrispettivo del ministero degli interni, che vede ridotte le sue disponibilità del 3%, e per il ministero dell’Agricoltura (-4%). Un taglio ancora maggiore (-12%) dovrebbe interessare il ministero del Lavoro. Passata la crisi del settore automobilistico e grazie ai buoni risultati registrati dalle aziende del settore, prima fra tutte Chrysler, si riduce la necessità di finanziare sussidi ai lavoratori.

Obama intende invece aumentare le risorse a disposizione in una serie di comparti ben precisi. La ricerca industriale (+1%), gli incentivi alle zone in crisi del Mid East (+2%) e all’utilizzo di fonti di energia rinnovabile (+ 3%) si affiancano ad un netto aumento delle spese dedicate all’istruzione (+4%). Quest’ultimo dato è particolarmente rilevante, in un momento in cui una serie di studi ha ripetutamente denunciato un aumento del divario nella qualità dell’istruzione fra ricchi e poveri. Pur non crescendo in cifre assolute, il maggiore capitolo di spesa resta la sanità (360 miliardi di dollari), settore nel quale l’amministrazione intende portare a piena attuazione l’applicazione della riforma varata nel marzo 2010 e da molti considerata l’atto più importante di questi quattro anni passati da Obama alla Casa Bianca.

Sul lato delle entrate la proposta prevede un aumento della tassazione per quanto riguarda i redditi più alti e le società finanziarie. In primo luogo c’è l’intenzione di non rinnovare i tagli fiscali varati dall’amministrazione Bush per i redditi superiori a 250.000 dollari, cosa che dovrebbe portare ad un aumento delle entrate di 968 miliardi di dollari, mentre la riduzione delle deduzioni per famiglie con redditi superiori a 250.000 miliardi contribuirebbe per altri 584 miliardi. L’altra novità fiscale è l’introduzione di una tassa sulle società finanziarie con capitale superiore a 50 miliardi, che nelle intenzioni dell’amministrazione dovrebbe fruttare 61 miliardi di dollari. L’abolizione delle facilitazioni fiscali alle aziende petrolifere e la riforma della tassazione del trasporto aereo  dovrebbero contribuire per altri 66 miliardi.

Il saldo del bilancio per il 2013 vede spese per 3.800 miliardi di dollari, entrate per 2.900 miliardi e un deficit previsto di 900 miliardi. L’effetto di queste cifre è un ulteriore aumento del debito pubblico americano, che già adesso raggiunge la cifra di 15.000 miliardi di dollari.

Le reazioni alla proposta di Obama sono state diversificate. I candidati repubblicani si sono mostrati inizialmente prudenti, con un Romney che per certi aspetti rivendicava come sue alcune delle proposte del presidente. Forse a causa dell’impennata dell’indice di gradimento dell’inquilino di Pennsylvania Avenue, i dibattiti repubblicani hanno preferito, per adesso, concentrarsi su altri temi come la questione del birth control, dando l’impressione di voler spostare il dibattito su altri terreni di confronto. Altri esponenti del partito, soprattutto membri del Congresso che saranno chiamati ad esaminare e discutere la proposta del presidente, hanno attaccato duramente il progetto. Lo stesso giorno in cui usciva il sondaggio del New York Times, Diane Black e Tim Griffin, repubblicani, componenti della commissione bilancio della Camera, hanno firmato un articolo su Politico.com, in cui bollavano come irresponsabile il documento della Casa Bianca. «Anziché presentare un documento di governo che possa portare il nostro paese di nuovo sulla strada della solvibilità fiscale – scrivono i due deputati – il bilancio 2013 di Obama non è niente di più che un pezzo di discorso elettorale, riempito di maggiori spese, aumento delle tasse e nessun piano credibile per combattere l’instabile debito nazionale». Significativo è il fatto che i due deputati paventino una crisi del debito americano “di tipo europeo” e invochino per questo un progetto completamente diverso, fatto di tagli consistenti soprattutto al bilancio della sanità, di contenimento della spesa pubblica e austerità.

Quella che emerge è una contrapposizione ben netta fra quella che sino pochi anni fa è stata la linea di politica economica seguita dall’establishment americano e i contenuti del bilancio di Obama che assumo invece le caratteristiche di un keynesismo che da molti anni non si vedeva più tradotto in proposte di governo.

2. Obama e i suoi oppositori.

Dietro alle critiche di Black e Griffin è chiara l’idea di riaffermare alcuni punti fermi sia nella politica economica che nella gestione del bilancio dello Stato. Riduzione della pressione fiscale sui capitali che sono in grado di creare investimenti, riduzione dei costi dello Stato in modo da gravare il meno possibile sui cittadini e sulle imprese, contenimento e taglio del debito nazionale come obiettivo principale da perseguire, contenimento dell’inflazione, sono i punti chiave di una visione dell’economia che ha ancora la sua roccaforte a Chicago e che dalla presidenza Reagan ha guidato le scelte degli Stati Uniti in materia economica 1. Il partito repubblicano, seppur diviso sulla scelta del candidato alla presidenza e travagliato dal rapporto con i tea party, continua ad aggrapparsi a questi punti, chiedendo a Obama di occuparsi della riduzione della spesa e di ridimensionare il ruolo del governo.

Il presidente ha invece presentato un provvedimento che per molti aspetti segna una netta presa di posizione rispetto a momenti della sua presidenza in cui è sembrato incerto e oscillante fra il seguire lavulgata del rigore di bilancio e del taglio del debito o impegnarsi in interventi sempre più massicci da parte del governo. All’inizio della presidenza, Obama è intervenuto su tre punti chiave che sembravano suggerire l’adozione di una linea di tipo ‘keynesiano’. La riforma sanitaria, che estendeva la copertura assicurativa a una larga parte dei ceti più poveri è parsa a molti il primo passo per la costruzione di un nuovo sistema di tutele sociali. Il piano di stimolo all’economia da 787 miliardi di dollari andava nella stessa direzione, ma i suoi effetti sono sembrati assai deboli nell’immediato e solo adesso sembra produrre risultati con un primo significativo incremento di 250.000 posti di lavoro nell’ultimo trimestre e un quadro generale che prospetta segni di ripresa sempre più evidenti. Infine, a Obama si deve la più significativa riforma del sistema bancario e finanziario americano dai tempi del New Deal rooseveltiano. La legge approvata dal Congresso nel luglio 2010 (il “Dodd-Frank Wall Street Reform and Consumer Protection Act”) e che entrerà in vigore il prossimo luglio prevede un insieme di misure di regolazione del mercato finanziario e delle attività bancarie destinate a ridisegnare il quadro complessivo del sistema americano. Pietra angolare del provvedimento è la cossi detta «Volker rule», una norma suggerita dall’ex governatore della Federal Reserve che vieta alle banche di deposito di investire capitali propri, cioè attinti dai risparmiatori e correntisti, in attività speculative (operazioni di borsa, acquisto di derivati e partecipazioni in hedge fund) 2.

Dopo questi provvedimenti però il presidente ha dovuto modificare in modo significativo le proprie scelte in campo economico. Il passaggio del Congresso in mani repubblicane ha certamente compromesso la capacità della presidenza di intervenire con provvedimenti di stimolo diretto alla crescita economica e soprattutto di operare le riforme nell’ambito dell’istruzione che erano l’altro elemento chiave della proposta di Obama durante la campagna elettorale. Dal gennaio 2011 il presidente ha dovuto giocare una complessa partita con deputati e senatori repubblicani, decisi a riportare il taglio delle spese, la riduzione del debito e il rinnovo dei tagli fiscali in cima alla lista delle priorità di Washington. La battaglia sull’innalzamento del debito si è così conclusa con una mezza marcia indietro di Obama, che ha dovuto accettare un piano di riduzione del debito da affidare ad una commissione mista del Congresso. Una commissione che però, a causa dei veti incrociati di democratici e repubblicani, non ha mai prodotto un piano di riduzione del debito.

3. Il riproporsi di un vecchio paradigma: Keynes contro Hayek?

Il piano di bilancio di Obama per il 2013 sembra voler riprendere il filo di una linea politica interrottasi con le elezioni di metà mandato. La campagna per la rielezione del presidente, avviata secondo molti con l’ultimo discorso sullo stato dell’unione, ha trovato nel progetto di bilancio i propri contenuti politici. Contenuti ambiziosi. Come detto prima Obama contrappone ai “dogmi” dell’austerità e del contenimento della spesa, cavalli di battaglia dei repubblicani, una visione dell’economia, della società e del ruolo dello Stato che può portare a proprio sostegno i primi concreti effetti degli interventi di stimolo alla crescita e di estensione delle tutele sociali. Il confronto che il presidente intende aprire non è quindi più soltanto politico ma culturale e investe i fondamenti generali dell’agire economico dello Stato.

Tutto questo fa parte di un quadro più ampio, che caratterizza un’opinione pubblica americana sempre più sensibile al rinnovarsi del dibattito fra gli eredi di Keynes da un lato e quelli di Hayek dall’altro. Nel gennaio 2009, di fronte ai piani di stimolo all’economia varati da tutti i maggiori paesi per limitare gli effetti del crollo delle grandi banche d’investimenti americane ed europee, il Wall Street Journal, da molti ritenuto una sorta di “custode” dell’ortodossia liberista, evidenziava con qualche preoccupazione un ritorno alla lezione di Keynes. Poche settimane dopo, in febbraio, Dick Armey pubblicava sulla stessa testata un editoriale dal titolo sibillino Washington Could Use Less Keynes and More Hayek, in cui si riaffermava la necessità di rimanere nel solco di un contenimento del ruolo dello Stato in economia e di evitare in ogni modo politiche che avrebbero riproposto situazioni di iperinflazione.

Il confronto è proseguito sulla scia dell’aggravarsi della crisi e si è allargato, considerando un orizzonte ben più ampio di quello americano. A metà 2010 il Financial Times pubblicava un’intervista del ministro delle finanze tedesco Wolfgang Schäuble che sosteneva la necessità di un rapido ritorno all’austerità fiscale, nella convinzione che: «restaurare la fiducia nella nostra capacità di tagliare il deficit è un prerequisito per una crescita equilibrata e sostenibile. Senza questa fiducia non può esserci crescita durevole». Alla linea espressa da Schäuble, in sostanza coincidente con quella sostenuta dai repubblicani, hanno reagito una serie di opinionisti, fra cui Paul Krugman dalle colonne del New York Times, denunciando i rischi depressivi di un’austerità in una fase di profonda recessione.

La battaglia culturale e quella politica si sono così progressivamente intrecciate fra loro, giungendo adesso, in quest’anno di elezioni presidenziali, a offrire un ulteriore motivo di radicalizzazione nel dibattito politico. Eppure la proposta di Obama sembra aprire delle crepe nel fronte repubblicano. Qualche giorno fa Romney, durante un confronto pubblico in Michigan, aveva osservato che il semplice taglio della spesa pubblica, in questa fase economica, avrebbe portato ad una nuova depressione. Un’affermazione che è suonata come un principio di “keynesismo”, un’incrinatura nella posizione repubblicana che prontamente è stata seguita da precisazioni e smentite. L’episodio, di per se marginale, non è tuttavia casuale se, come alcuni hanno notato, alcuni dei consiglieri economici del candidato repubblicano sono da collocare proprio fra i neokeynesiani, come Glenn Hubbard (Columbia University) e Gregory Mankiw (Harvard University).

L’America che si avvia verso i mesi più delicati della campagna per le presidenziali sembra quindi spinta ad affrontare un confronto ben più che politico. La linea indicata da Obama suggerisce un cambio di rotta per molti aspetti epocale nella gestione dell’economia e del rapporto fra stato e mercato. In questi stessi mesi e settimane sull’altra sponda dell’Atlantico, l’Unione Europea sembra rimanere ancora alla linea di austerità fiscale enunciata da Schäuble nel 2010 e a un’impostazione per molti aspetti affine alle attuali posizioni dei repubblicani negli Stati Uniti. L’idea di fondo è che una spesa pubblica eccessiva riduce gli investimenti privati e quindi deprime la crescita economica. A questo si aggiunge la convinzione che esista una soglia del debito pubblico di uno stato oltre la quale gli investitori non ritengono più solvibile il debito. Su queste basi le politiche di taglio del deficit e la riduzione del debito sono una priorità e l’obiettivo ottimale è il pareggio o l’attivo di bilancio.

Il cuore della prospettiva che Obama sembra voler adottare è invece la constatazione che la spesa pubblica resta pur sempre uno dei fattori che determinano il livello di crescita del prodotto interno lordo di un paese, contribuendo a una buona quota della domanda aggregata. Una politica di stimolo all’economia da parte dello Stato, se da un lato comporta un deficit di bilancio, dall’altro può accelerare la ripresa e la crescita del sistema portando così anche un aumento delle finanze pubbliche attraverso il prelievo fiscale ordinario, contribuendo così alla sostenibilità del debito pubblico.

4. Economia ed elezioni: prospettive e limiti di un dibattito.

La contrapposizione sulla proposta di bilancio 2013 per gli Stati Uniti va quindi ben al di là della semplice dialettica politica fra repubblicani e democratici in questa lunga campagna elettorale e rivela l’emergere di un’alternativa fra due modelli economici, politici e sociali, fra due concezioni del mercato e dello Stato e dei rapporti fra di loro. È anche un confronto fra la linea sin qui tenuta dalle grandi istituzioni internazionali e da grandi soggetti come l’Unione Europea e la possibilità di un mutamento radicale in quella che, pur indebolita, resta la prima potenza economica mondiale. Tuttavia leggere il piano di Obama nei termini di un semplice ritorno al keynesismo, che aveva guidato l’economia mondiale fino agli anni ’70, appare riduttivo. Fra le righe della proposta del presidente americano si coglie infatti una sua sfida molto più sottile lanciata ai repubblicani che si gioca sul piano della qualità degli investimenti. Va in questo senso la scelta di porre fine alle guerre dell’amministrazione Bush e di operare tagli significativi alla Difesa per dirottare risorse importanti a settori strategici come l’istruzione e gli investimenti in energie rinnovabili.

L’emergere di questi temi nel dibattito elettorale americano pone una serie di interrogativi ulteriori, che toccano alcuni nodi ed equilibri del nostro tempo. Quando si parla di crescita economica che cosa s’intende? Si tratta semplicemente di un aumento della ricchezza prodotta da un sistema-paese o c’è una componente qualitativa della ricchezza prodotta da considerare a cui si somma il tema della sua redistribuzione? La necessità di perseguire il rigore di bilancio, per rispondere all’esigenza di fiducia degl’investitori che finanziano il debito di un paese, non confligge forse con i meccanismi decisionali, soprattutto nei paesi democratici? L’attuale crisi economica si accompagna del resto ad una crisi politica, in cui le scelte dei governi sono spesso dettate da necessità non riconducibili direttamente alle esigenze dell’economia reale ma alla tranquillità dei mercati. Infine, il ruolo di attori come la Cina e l’India, intenzionati a garantire alti livelli di crescita e sviluppo alle loro economie, apre il problema di un sistema economico globale in cui lo scontro per il controllo delle risorse primarie (a cominciare dal cibo, dall’acqua, dall’energia) si prospetta come uno dei grandi temi del prossimo futuro.

Le elezioni americane di novembre sono destinate non solo a indicare chi guiderà il paese per i prossimi quattro anni. Impostata nei termini di un’alternativa fra il piano di stimolo alla crescita di Obama e il taglio del debito pubblico sostenuto dai repubblicani, la campagna elettorale metterà gli americani di fronte alla scelta fra due modelli culturali, fra due visioni della società e della politica, non solo dell’economia. Gli effetti della scelta, in un senso o nell’altro, non potranno non avere effetti sul governo dell’economia globale che non tarderanno a raggiungere l’altra sponda dell’Atlantico.

Note:

  1. Va rilevato che, nonostante la politica economica e di gestione dei conti pubblici adottata dagli Stati Uniti a partire dalla presidenza Reagan, il debito pubblico americano è cresciuto dai 780 miliardi di dollari dell’insediamento di Regan agli attuali 14.900 miliardi, con un aumento costante lungo tutto il trentennio. Questo è dovuto all’intervento di molteplici fattori. In primo luogo ha influito all’aumento dei costi per inflazione che, seppur bassa è comunque rimasta fra un minimo annuo del 1,55 % (1995) e un massimo del 6,16 % (1982). A questo vanno aggiunti i costi di ripetuti interventi armati sostenuti dagli U.S.A (non ultima l’invasione e l’occupazione dell’Iraq) e le oscillazioni dei tassi d’interesse.
  2. La partecipazione agli hedge fund è ammessa per un limite non superiore al 3%.

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