Breve storia del controllo delle nascite negli Stati Uniti

La riforma sanitaria proposta dall’Amministrazione Obama ha richiamato sulla scena politica la Chiesa cattolica americana, contraria alle disposizioni in materia di controllo delle nascite. Ma quando è iniziata la battaglia sul birth control? In questo nuovo contributo ci proponiamo di delineare i precendenti del dibattito secondo la prospettiva della storia di genere.

 

Più del 99% delle donne americane, di età compresa tra i 15 e i 44 anni, ha fatto uso di un metodo contraccettivo almeno una volta nella vita. È quanto risulta da un’indagine statistica sull’uso della contraccezione tra il 1982 e il 2008 negli Stati Uniti pubblicata nel 2010 dal Center for Disease Control and Prevention, organo di controllo federale del Dipartimento della Salute americano. Si tratta di un dato notevole se si considera che la Corte Suprema autorizzò l’uso dei contraccettivi all’interno delle coppie sposate solo nel 1965 con la sentenza Griswold v. Connecticut, 381 U.S. 479 che legittimava la condotta dei coniugi con il diritto alla privacy. Nel 1972 tale diritto fu esteso anche alle persone non sposate con la sentenza Eisenstadt v. Baird, 405 U.S. 438. Eppure il tasso di fecondità aveva cominciato a scendere già prima: le statistiche confermano che questo passò da 3,6 a 2 figli per donna tra gli anni Sessanta e gli anni Ottanta.

Le norme che fin dal 1873 vietavano la vendita di contraccettivi e la circolazione di informazioni sul controllo delle nascite erano contenute nel cosiddetto Comstock Act, Act for the Suppression of Trade in, and Circulation of, Obscene Literature and Articles for Immoral Use. Questa legge federale era stata pensata per regolare la moralità pubblica; criminalizzava non solo la circolazione della pornografia, ma anche il possesso e la divulgazione di informazioni sulla sessualità, il controllo delle nascite e l’aborto, nonché la vendita di dispositivi anticoncezionali. Il suo ideatore, Anthony Comstock, un metodista, a capo della Società per Soppressione del Vizio di NewYork, morì nel 1915, quando la sua battaglia moralista era solo all’inizio. Il 13 novembre 1921 la polizia di New York arrestò Margaret Sanger per avere organizzato una conferenza sul controllo delle nascite trasgredendo queste norme. Per dire di quanto la storia del controllo delle nascite negli Stati Uniti debba a Margaret Sanger è sufficiente pensare che fu lei a dare fortuna all’espressione birth control, con cui intese sostituire i più vecchi e allusivi modi di dire:family limitation e voluntary motherhood.

La Sanger proveniva da una famiglia povera di origine irlandese ed era la sesta di undici figli. Sua madre morì prematuramente, provata, secondo quanto narra la Sanger nella sua autobiografia, dalle ripetute e ravvicinate gravidanze. Diplomatasi come infermiera, trascorse gli anni della sua giovinezza a lavorare nei sobborghi di New York: lì nell’assistere le donne povere si rese conto delle pessime condizioni della loro salute, dovute in particolare ai parti frequenti, agli aborti e alle violenze sessuali. La vicenda della madre e la sua esperienza professionale segnarono il suo destino. Dal 1912 cominciò a battersi per la diffusione del controllo delle nascite, tenendo una rubrica periodica sul quotidiano socialista New York Call (1908-1923), intitolata What Every Girl Should Know. Nel 1916, con la sorella e un’altra infermiera aprì il primo ambulatorio a Brownsville dove offriva gratuitamente informazioni sui principi del birth control e spiegava praticamente come utilizzare i contraccettivi; in particolare il pessario, un dispositivo simile al diaframma, che le donne potevano utilizzare per impedire la fecondazione anche senza la collaborazione maschile. Margaret Sanger intendeva il controllo delle nascite come un diritto delle donne a rivendicare il controllo sul proprio corpo riproduttivo e quindi come primo e più importante passo verso l’emancipazione femminile. Per questa visione femminista al fondo della sua battaglia, intitolò The Woman Rebel la rivista con cui cominciò a divulgare informazioni sulla sessualità femminile nel 1914 e con cui lanciò la sua campagna che portò alla fondazione dell’American Birth Control League nel 1921. Probabilmente influenzata in questo dalle idee di Emma Goldman, con cui collaborò, e dalle idee socialiste dei gruppi radicali intellettuali del Greenwich Village, riteneva che tutte le donne, senza distinzione di classe, dovessero ricevere un’adeguata informazione sui metodi contraccettivi e scegliere consapevolmente la maternità.

Considerata la sua notorietà come icona della battaglia per i cosiddetti reproductive rights,la sua adesione alle idee eugenetiche e alla sterilizzazione dei cosiddetti ritardati mentali le hanno attirato critiche molto aspre e hanno comunque offuscato la sua figura. Certo, Margaret Sanger strumentalizzò le argomentazioni eugenetiche in parte per guadagnare consenso, visto che il movimento eugenetico accoglieva tra le sue file personaggi influenti, scienziati e soprattutto attirava risorse finanziarie. Tuttavia con gli eugenisti condivideva l’idea che il controllo del fattore demografico ed ereditario, anche in senso razzista e classista, avrebbe migliorato le condizioni economiche e sociali della popolazione. Non si trattava di un’idea completamente nuova: nei sostenitori della maternità volontaria vi era sempre stata la convinzione che i figli non desiderati fossero moralmente o fisicamente difettosi e quindi che il controllo delle nascite potesse aumentare il benessere della società. Questa convinzione vacillò nel corso degli anni Trenta, quando con la Grande Depressione svanirono le aspettative eugenetiche, prospettate tra gli altri anche dalla Sanger, per un miglioramento della società. A quel punto il controllo delle nascite rimase comunque una necessità di vitale importanza per chi stava subendo maggiormente gli effetti della crisi economica. Tuttavia, pur essendo una necessità condivisa da ampi strati della popolazione, la causa del birth control non fu mai sostenuta dal movimento dei lavoratori. Questo si dovette al fatto che Margaret Sanger abbandonò presto la sua iniziale simpatia socialista e si accattivò l’appoggio di esponenti delle classi abbienti e soprattutto bianche, molti all’interno dell’American Eugenics Society. Dopo la metà Trenta, le rivendicazioni del movimento per il birth control ottennero l’introduzione di servizi per il controllo delle nascite nei programmi di welfare locale. Quanto ne influenzarono i contenuti in senso razzista è ben visibile negli Stati Uniti del Sud, dove nel 1939, per contrastare l’alto tasso demografico tra gli afroamericani, la Birth Control Federation of America ideò il Negro Project, un programma che superava la segregazione già in atto nelle cliniche per il controllo delle nascite e che dai suoi obiettivi aveva escluso un’inclusione democratica e popolare della causa per il controllo delle nascite, ma che prevedeva un’imposizione del controllo delle nascite e addirittura della sterilizzazione delle donne di colore. Così quanto Margaret Sanger aveva rivendicato come diritto per le donne (bianche e ricche), divenne (e rimase fino agli anni Settanta) un dovere – morale secondo la stessa Sanger – per le donne afroamericane e povere e la negazione di un diritto al controllo del corpo riproduttivo.

Margaret Sanger non fu la sola a battersi per la causa per il controllo delle nascite negli Stati Uniti. Altre figure femminili di rilievo, come la stessa Emma Goldman e Mary Dennett, avevano condiviso con lei la rivendicazione e altre l’avevano preceduta fino a quel momento. Già dalla prima metà del XIX secolo gruppi di riformatori sociali avevano sostenuto l’opportunità del controllo delle nascite con motivi diversi. Ad esempio, i neomalthusiani, ispirati da Robert Dale Owen, associavano la rivendicazione della contraccezione alla autodeterminazione femminile, ma il loro messaggio era rimasto circoscritto agli ambienti radicali intellettuali. Mentre altri gruppi, come i perfezionisti utopisti guidati da John Humphrey Noyes, professavano un’ideologia sessuale che perseguiva obiettivi eugenetici attraverso la contraccezione, ma in una prospettiva esclusivamente maschile. Sul finire del XIX secolo, all’interno del movimento femminista si possono distinguere tre tipi di rivendicazione del diritto alla maternità volontaria: quello delle suffragiste, delle riformatrici morali e delle appartenenti a piccoli gruppi che praticavano il libero amore, vicine come mentalità ai gruppi perfezionisti della prima metà del 1800. Senza considerare queste ultime, le suffragiste e soprattutto le riformatrici morali, che erano più politicamente moderate e desideravano comunque guadagnare popolarità alla loro causa per i diritti politici, mantenevano una netta distanza rispetto alla questione sessuale. Fino alla fine dell’Ottocento, infatti, le suffragiste condividevano uno standard morale di rispettabilità per cui non ritenevano congruo dibattere pubblicamente temi riguardanti la sessualità. Inoltre, per quanto consapevoli di sé e del proprio ruolo, queste donne nutrivano diffidenza nei confronti dei dispositivi contraccettivi, ritenendoli innaturali, e sicuramente dannosi per la salute femminile; piuttosto preferivano praticare l’astinenza in nome di una maternità scelta consapevolmente. Per quanto distanti politicamente, tutte le analisi delle femministe di questo periodo stavano convergendo nell’attribuire alla maternità un significato sociale. Quanto rivendicato dalla Sanger dai primi anni Dieci, vale a dire il diritto a una sessualità deliberatamente separata dalla procreazione, riposava sul presupposto non ovvio della piena accettazione della sessualità femminile.

Da molti punti di vista il XX secolo è stato considerato il secolo della liberazione sessuale. Tra le tante ragioni ci sono sicuramente: da una parte l’accettazione dei rapporti sessuali – non esclusivamente inseriti nella cornice istituzionale del matrimonio e non circoscritti alla coppia eterosessuale – e l’importanza ascritta al piacere femminile seguite alla profonda modificazione delle relazioni di genere, dall’altra la crescente affidabilità e accessibilità dei metodi contraccettivi.

Nel 2010 la pillola ha festeggiato cinquant’anni. Anche in questo capitolo della storia del controllo delle nascite Margaret Sanger ha avuto un ruolo non secondario. Nel 1951, dopo aver incontrato un fisiologo di nome Gregory Pincus, convinse un’ereditiera femminista a finanziare le prime sperimentazioni su un contraccettivo ormonale. Catherine Mckormick aveva da tempo sposato la causa del movimento per il controllo delle nascite, che nel frattempo dal 1942 si era dato forma istituzionale nel Planned Parenthood Federation of America. Grazie al sostegno finanziario della McKormick e all’intuito di Margaret Sanger, Pincus cominciò a collaborare con un medico cattolico John Rock, che da anni stava sperimentando terapie ormonali sulle donne per curare l’infertilità. In particolare Rock somministrava progesterone alle donne per inibire e poi stimolare la loro ovulazione, creando un effetto “rimbalzo” che avrebbe favorito il concepimento. Questa manipolazione ormonale, di cui Rock si serviva per contrastare l’infertilità, ne divenne paradossalmente la garanzia con la pillola. Dal 1957 per eludere le leggi contro la contraccezione, i medici cominciarono a prescrivere la pillola come cura per le irregolarità mestruali. Nel 1960 la Food and Drug Administration ne approvò la vendita. Nel realizzare il contraccettivo ormonale, John Rock aveva pensato anche ai cattolici che dovevano osservare il divieto della Chiesa all’utilizzo di questi metodi. Secondo il suo creatore la pillola avrebbe semplicemente allungato il periodo fisiologico d’infertilità, in cui secondo la dottrina era lecito avere rapporti sessuali, senza interferire come altri metodi contraccettivi con l’atto coniugale. Negli anni successivi la pillola si propagò, infatti, soprattutto tra i cattolici americani, con il benestare della gerarchia ecclesiastica. Nel 1968 la condanna di Paolo VI, espressa nell’enciclica Humanae vitae fu per questo inaspettata e largamente disattesa. Nel 1970, poco tempo dopo la pubblicazione dell’enciclica, più di un quarto delle donne cattoliche americane faceva già uso della pillola. Comunque, la pillola destò opposte reazioni e non solo tra i conservatori o tra i gruppi religiosi più moderati. Era senso comune attendersi dalla diffusione della pillola niente meno che l’anarchia sessuale.

Tanto per smentire alcuni luoghi comuni, non solo la pillola non fu causa della liberazione sessuale che da lì a poco sarebbe seguita, ma, come giustamente sostiene Nancy Gibbs in un’intervista al Time, non è vero nemmeno che la sua diffusione sia proceduta parallelamente alla liberazione sessuale. La pillola era pensata per la contraccezione coniugale e per questo fino agli anni Settanta si diffuse esclusivamente tra le coppie sposate. Perfino all’interno Planned Parenthood Federation i medici prescrivevano la pillola solo alle donne sposate. Perché cambiasse la cultura e i comportamenti, occorreva che le donne si mobilitassero non solo per i loro diritti legali, ma per le pari opportunità e in particolare per la loro libertà sessuale e procreativa. Questo avvenne durante la stagione del femminismo cosiddetto della Seconda Ondata e del movimento sociale per i diritti civili. Nel 1972, quando in seguito alla mobilitazione tutte le Università aprirono le porte alle donne, solo a quel punto le nuove opportunità rivendicate e finalmente ottenute dalle donne si incontrarono con uno strumento, la pillola, che garantiva loro di gestire in maniera sicura e reversibile la loro fertilità. Tuttavia, fin da subito, voci contro la pillola si levarono anche da alcune femministe, come Barbara Seaman e Alice Wolfson, che ne rilevarono i rischi per la salute femminile.

Inoltre, già dagli anni Settanta, un movimento di opposizione, guidato da cattolici conservatori, nato sull’onda della causa per l’introduzione dello human life amendmentnella costituzione statunitense, cominciò a mettere in discussione la cultura che aveva condotto alla diffusione del controllo delle nascite e soprattutto alla depenalizzazione dell’aborto. Da allora l’obiezione di coscienza si è ampiamente diffusa tra gli operatori sanitari. Durante gli Ottanta e Novanta il movimento pro life ha guadagnato sempre più successo e si è modificato nella sua composizione accogliendo via via sempre più protestanti, finché all’inizio degli anni Duemila i pentecostali hanno superato la metà degli aderenti. Dagli anni Novanta i repubblicani hanno espresso simpatia per i gruppi pro lifesempre più chiaramente. Se durante le Guerra Fredda la differenza ideologica dei due grandi partiti si fondava sull’adesione ad un modello economico e politico, negli ultimi anni le questioni bioetiche, in cui rientra anche il controllo delle nascite, rappresentano uno dei temi su cui democratici e repubblicani polarizzano la loro identità in maniera sempre più radicale. Ad esempio, dall’inizio degli anni Duemila le amministrazioni Bush, eletto grazie ad un sostanziale sostegno dei pro lifers, hanno drasticamente ridotto i finanziamenti per i programmi di educazione sessuale e ne hanno stanziati altri per la cosiddetta abstinence education; un’educazione alla sessualità con una forte impronta normativa di stampo conservatore che ha l’obiettivo di insegnare agli adolescenti un uso della sessualità esclusivamente coniugale e promuovere l’astinenza in luogo della contraccezione. Le protagoniste del femminismo degli anni Settanta, come Katherine Spillar, direttrice della rivista femminista Ms. e vicepresidente del Feminist Majority Foundation, lamentano di dover lottare di nuovo e ancora proprio per il diritto alla pianificazione familiare. In realtà oggi, in una prospettiva femminista, il tema della libertà sessuale femminile va ben oltre il diritto al controllo delle nascite, promosso da Margaret Sanger, giacché dall’inizio degli anni Novanta la comunità LGBTQ (Lesbian Gay Bisexual Transgender Queer), nata dalle ceneri della rivoluzione sessuale, ha avanzato nuove istanze politiche. A questo si aggiunge l’enorme evoluzione della tecnologia sul corpo riproduttivo, che ha moltiplicato le possibilità procreative e richiede un ripensamento delle relazioni tra gli individui, a prescindere dalla norma e dall’identità sessuale.

Negli ultimi mesi la questione del controllo delle nascite inclusa tra i servizi previsti dal piano di sanità pubblica sta dominando la campagna elettorale americana. È rimasto per lo più assente dai discorsi pubblici il problema dell’alto tasso di gravidanze indesiderate tra le donne immigrate irregolari, riconducibile alla difficoltà di accesso ai metodi di controllo delle nascite. Le politiche statunitensi in materia prevedono, infatti, che una donna dimostri di essere residente per avere accesso ai servizi di pianificazione familiare. Senza una copertura assicurativa privata o pubblica, i costi per una contraccezione sicura sono troppo elevati nella maggior parte dei casi (un ciclo di pillola anticoncezionale costa tra i 10 e i 50 $ e necessita comunque della prescrizione medica; l’impianto della spirale costa tra i 400 e gli 800 $; un intervento chirurgico di sterilizzazione raggiunge diverse migliaia di dollari). Così spesso le donne immigrate si rivolgono al mercato nero o si recano ad acquistare la pillola anticoncezionale al di là del confine, con tutti i rischi che questo comporta.

Secondo un sondaggio pubblicato all’inizio di aprile da www.gallup.com, risulta che pur non essendo determinante per il corso della campagna elettorale quanto la sanità in generale o le politiche per l’occupazione, il tema della copertura dei costi per il controllo della fertilità rimane importante soprattutto per l’elettorato femminile. Da questi dati sembrerebbe che la scommessa del partito repubblicano contro il tentativo dell’amministrazione Obama di ampliare l’accesso alla contraccezione alla fine gli si sia ritorta contro. Forse i repubblicani hanno sottovalutato le statistiche e si sono dimenticati di quel 99% delle donne americane che fa o ha fatto uso di metodi per il controllo delle nascite.

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