L’importanza della politica estera nelle primarie repubblicane statunitensi

421753_160178600768984_1926956159_nAppare difficile che l’esito delle elezioni presidenziali del prossimo 6 novembre possa essere condizionato in maniera sostanziale da questioni ascrivibili agli ambiti della politica estera e della sicurezza nazionale. Nel lungo percorso che porta alla Casa Bianca, soprattutto nell’influenzare lechance di un presidente di essere rieletto, uno dei fattori decisivi, specialmente nei momenti di crisi e recessione, è la congiuntura economica .

Pertanto non stupisce che la rilevanza marginale della politica estera nel determinare l’esito delle elezioni presidenziali si rifletta anche nel dibattito delle primarie repubblicane. Guardando alla competizione per la nomination emerge, infatti, che, nel dibattito politico, i temi più discussi siano la questione delle tasse, il sistema sanitario, l’immigrazione, la protezione del confine verso il Messico e lo stato dell’economia.

Nonostante ciò, è possibile individuare una serie di issue sulle quali i candidati ancora in corsa si sono confrontati. Nello specifico, analizzando gli ultimi dibattiti, emerge come lo scacchiere che suscita maggiore interesse e preoccupazione sia quello mediorientale – con un’attenzione particolare rivolta alla questione palestinese – ma non sono mancati i riferimenti ai rapporti con l’America Latina, e con Cuba in particolare, e naturalmente all’uccisione di Osama Bin Laden. Il tema che ha ricevuto più spazio è però il programma nucleare iraniano, che si configura come il potenziale tallone di Achille di un presidente il cui bilancio in politica estera appare complessivamente positivo.

Sulle questioni internazionali il fronte repubblicano appare frammentato e diviso in due schieramenti, che vedono da un lato, e su posizioni simili, anche se con alcune sfumature, l’ex governatore del Massachusetts Mitt Romney, l’ex speaker della Camera Newt Gingrich e il senatore della Pennsylvania Rick Santorum. Dall’altro, abbiamo il rappresentante del Texas Ron Paul, che coerentemente con le sue posizioni libertarie, anti-militariste e anti-imperialiste, ha espresso opinioni divergenti e spesso in aperto contrasto rispetto a quelle dei suoi avversari. 1

Nel corso di uno degli ultimi dibattiti i contendenti per la nomination hanno discusso il programma nucleare iraniano. 2 L’intervento dai toni più aspri è stato quello di Gingrich. “Ci sono momenti in cui è necessario agire in anticipo, poiché se un leader ritiene che un pazzo sia sul punto di entrare in possesso di armi nucleari” – ha affermato l’ex speaker della Camera- “egli ha l’obbligo morale di difendere la vita del suo popolo impedendo che entri in possesso di tali armi”. Di tono non molto differente le affermazioni di Romney, secondo cui l’errore di Obama consiste nell’aver espresso chiaramente la sua opposizione a un intervento militare contro l’Iran, anche nell’eventualità che ad agire sia lo storico alleato Israele. “Il presidente, al contrario” – ha continuato Romney- “avrebbe dovouto comunicare che noi siamo preparati, che stiamo considerando l’opzione militare, e che non permetteremo all’Iran di ottenere armi nucleari”. Anche Santorum ha sottolineato che l’Iran costituisce una minaccia per la sicurezza nazionale del paese, affermando che è necessario inviare un mesaggio chiaro a Tehran, ovvero che gli Stati Uniti saranno risoluti nell’impedire che il regime di Ahmadinejad entri in possesso di armi nucleari. 3

“Non esiste la certezza che l’Iran possieda armi nucleari”- ha affermato invece Paul, che analogamente ai suoi avversari repubblicani, ha criticato l’amministrazione Obama, ma per ragioni diametralmente opposte. Mentre Gingrich, Santorum e Romney sostengono che l’errore della Casa Bianca derivi da una linea politica troppo soft nei confronti del regime di Tehran, Paul ritiene al contrario che l’amministrazione democratica, minacciando l’Iran, lo stia in realtà incoraggiando a proseguire il suo programma nucleare. “Le sanzioni si stanno inoltre rivelando controproducenti”- ha affermato Paul- “mentre sarebbe necessario avviare qualche forma di dialogo”.

L’altra issue calda riguarda la situazione in Siria. E anche su questo tema si ripropone la spaccatura tra Santorum, Gingrich e Romney da un lato, e Paul dall’altro. I primi tre hanno, infatti, sottolienato che Siria e Iran sono parte della stessa problematica. 4A loro avviso, l’inazione dell’amministrazione, a dispetto delle richieste d’intervento avanzate dalla comunità internazionale, e la sua impassibilità di fronte all’uccisione della popolazione siriana, deriverebbe dall’incapacità della Casa Bianca di contrastare in maniera efficace l’Iran, alleato chiave del regime saudita di Assad. “E’ necessario lavorare con l’Arabia Saudita e con la Turchia per fornire le armi necessarie ai ribelli siriani”- ha affermato l’ex governatore del Massachusetts.  Gingrich invece, in modo maldestro, ha parlato della possibilità di distruggere il regime di Assad attraverso covert operations, concludendo che ci sarebbero “plenty of Arab-speaking groups” disponibili ad essere coinvolti in tale processo. Anche su questo tema le posizioni di Paul appaiono discordanti. Il rappresentante del Texas ha espresso nuovamente la sua opposizione a un più profondo coinvolgimento del paese nelle questioni medio-orientali, ricorrendo questa volta non a motivazioni ideologiche o strategiche, bensì a un argomento di carattere economico. “Il piano di Al Qaida è di farci impantanare in Medio Oriente e di farci fare bancarotta” – ha sostenuto Paul- “ e i neoconservatori che vogliono coinvolgerci in Siria, in Iran, vogliono andare verso un’altra guerra, per la quale non abbiamo le risorse finanziarie necessarie.”Complessivamente, nell’attaccare il lavoro svolto dall’amministrazione Obama, i toni usati nel dibattito repubblicano appaiono oscillare tra la pura retorica elettorale e argomenti di matrice neoconservatrice, mentre sembra mancare una visione pragmatica del sistema internazionale. Prendiamo ad esempio la questione della Siria. I candidati repubblicani, ad eccezione di Paul, nell’invocare la necessità di un intervento della comunità internazionale, in cui possibilmente gli USA dovrebbero avere un ruolo preminente, stanno suggerendo una linea di azione che manca di pragmatismo. E ciò per almeno due ragioni. In primo luogo, perché la Siria non è la Libia: il regime di Assad ha in Teheran uno dei suoi alleati strategici, e considerando il già precario stato dei rapporti tra USA e Iran, un intervento diretto degli Stati Uniti rischierebbe di acuire ulteriormente le tensioni. In secondo luogo, e come peraltro sottolineato da Paul, il convolgimento degli Stati Uniti in un ulteriore scenario di crisi, comporterebbe un ulteriore aggravio per il bilancio federale. Sembrano poi ignorare un altro costo, questa volta di natura politica, ovvero la propensione o meno dei cittadini americani ad accettare, stante l’attuale crisi economica, ulteriori esborsi per la difesa. Ma probabilmente si tratta semplicemente di un atteggiamento dettato dalla volontà, e soprattutto dalla necessità, imposta dalla retorica elettorale di usare toni forti.La politica estera, nonostante l’incognita iraniana, sembra essere peraltro uno dei punti di forza dell’amministrazione Obama.  Secondo un sondaggio Gallup, infatti, l’indice di approvazione del suo operato in politica estera  è del 51%, a fronte invece di un tasso di approvazione che scende al 36% in materia di economia. 5 Ma nonostante il record positivo di Obama in politica estera, non sarà questo il fattore determinante per una sua eventuale rielezione. La partita del 6 novembre si giocherà presumibilmente sull’economia, e vedremo se Obama riuscirà a essere rieletto con un tasso di disoccupazione che ha raggiunto quota 9%, compiendo un’impresa simile a quella di Roosvelt, che da incumbent fu rieletto nonostante la recessione ed un elevato tasso di disoccupazione. 6(Questo contributo è stato pubblicato su http://jointhewip.com/)

Note:

  1. http://www.newyorker.com/reporting/2012/02/27/120227fa_fact_sanneh.
  2. Per chi scrive il dibattito più recente è quello svoltosi in Arizona il 22 febbraio 2012. http://www.2012presidentialelectionnews.com/2012/02/video-watch-the-full-cnnarizona-republican-debate/.
  3. A dire il vero, nel suo discorso sullo Stato dell’Unione, Obama ha utilizzato toni netti e precisi. Gli Stati Uniti, secondo il presidente democratico, non npermetteranno all’Iran di acquisire una capacità nucleare militare e non tralasceranno alcuna opzione pur di giungere a tale obiettivo. L’omissione dei candidati repubblicani può ascriversi pienamente al clima della competizione elettorale.
  4. Rick Santorum ha usato l’espressione “Syria and Iran is an axis”, che ricorda l’espressione “axis of evil”,  utilizzata da George Bush nel discorso sullo Stato dell’Unione del 2002 per riferirsi a Iran, Iraq e Corea del Nord.
  5. http://www.gallup.com/poll/125678/Obama-Approval-Economy-Down-Foreign-Affairs-Up.aspx.
  6. http://www.gallup.com/poll/152753/Unemployment-Increases-Mid-February.aspx. Si veda anche R. McElvaine, Encyclopedia of the Great Depression, New York : Macmillan Reference USA, c2004.

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