In Arizona e Michigan vince Romney: fondamentalista del libero mercato e della frontiera sigillata

Mitt Romney vince, ma senza fare il botto. È questo il verdetto uscito dalle urne delle primarie tenutesi il 29 febbraio in Michigan e in Arizona. Due Stati molto diversi tra loro: il primo è stato luogo di incubazione della grande impresa fordista, il motore di quella Rust Belt dove, a partire dal dopoguerra e fino agli anni Settanta, la collaborazione produttiva tra capitale e lavoro ha determinato un ciclo espansivo per l’economia americana mai più replicato; il secondo, territorio della colonizzazione del West, è stato riconosciuto come Stato della federazione statunitense solo nel 1912, rimanendo per lungo tempo frontiera aperta per chi sognava la terra delle opportunità.

Oggi la situazione appare profondamente cambiata. In Michigan, l’avvento della post-industrialità e la crisi economica degli anni Settanta hanno imposto una revisione degli schemi produttivi del fordismo tesa ad eliminarne le rigidità in termini di dimensioni, localizzazione e costo del lavoro. Le grandi imprese sono state così spezzettate e molti stabilimenti trasferiti lontano da Detroit, mentre il patto tra capitale e lavoro è stato infranto, mettendo fine a quel piano di redistribuzione della ricchezza che il modello keynesiano sembrava realizzare. Ne è seguito un impoverimento complessivo dell’area di Detroit, mentre la recessione iniziata nel 2008 ha ulteriormente aggravato la situazione, costringendo il presidente Obama a salvare giganti dell’automobile come General Motors e Chrysler, dando quest’ultima in mano a FIAT.

Specularmente, l’Arizona non è più territorio di frontiera, occasione di nuove opportunità per i cittadini americani. Oggi è piuttosto un confine per i migranti ispanici che dal Messico premono per entrare nel territorio americano. Se la frontiera implica quantomeno la possibilità di essere superata, il confine indica una barriera, che per giunta è altamente selettiva. Infatti, in virtù del NAFTA (North American Free Trade Agreement), esiste una libera circolazione di merci lungo il confine tra Stati Uniti e Messico. Non altrettanto, però, si può dire della libera circolazione delle persone o, per meglio dire, dei latinosche cercano un lavoro e condizioni di vita dignitose negli Stati Uniti.

È appunto attorno ai temi dell’economia e dell’immigrazione che è ruotato il dibattito tra i candidati nelle primarie di Michigan e Arizona. Temi che solo apparentemente riguardano zone territoriali diverse, perché, nel complesso, il governo dell’immigrazione è sempre un esercizio di economia politica, nella misura in cui i migranti fuggono dalla povertà per accedere ai presunti benefici di quella che ancora oggi è la prima economia mondiale. Una pia illusione, si potrebbe dire guardando le statistiche: in Arizona i giovani latinos hanno il doppio delle probabilità di crescere in povertà rispetto ai bianchi. Cosa che li rende da una parte più vulnerabili sul mercato del lavoro, dove svolgono soprattutto le mansioni meno qualificate del terziario, e dall’altra inevitabilmente più dipendenti dai sistemi di welfare.

All’interno del quadro antistatalista dei candidati repubblicani, le politiche securitarie sbandierate da Gingrich, Romney, Paul e Santorum sono il portato della crescente percezione dei migranti come una minaccia al bilancio federale. Per quanto la questione dell’integrazione continui a tenere banco, seppure con minore intensità rispetto a quando Samuel P. Huntington scriveva Who Are We?sostenendo l’alterità strutturale dei latinos rispetto all’identità americana, il terrore del buco di bilancio e di cadere nel baratro del debito europeo ha spostato il fulcro del dibattito dal piano culturale a quello dell’economia. Già nel 1994, d’altronde, la California adottava la Proposition 187, che puntava ad escludere gli irregolari da istruzione pubblica, assistenza sanitaria e servizi sociali erogati dallo Stato. La proposta non passò il vaglio della Corte Suprema, ma il medesimo spirito legislatore ha informato il Personal Responsibility and Work Opportunity Reconciliation Act emanato dal Congresso nel 1996. Tale legge prevedeva l’esclusione degli irregolari dalla possibilità di fruire dei food stamps, degli aiuti alle famiglie povere con figli piccoli, mentre lasciava totale discrezionalità agli Stati per l’erogazione del Medicaid, il piano di assistenza medica per poveri e bisognosi approvato per la prima volta nel 1965 nel più ampio progetto della great society del Presidente democratico Lyndon B. Johnson: oggi, nel dibattito pubblico statunitense, non rimane quasi niente di quella spinta verso riforme sociali volte all’eliminazione della povertà e della discriminazione razziale. Nel 2007, proprio l’Arizona negava agli irregolari sia il diritto alle borse di studio per frequentare le costose università americane, sia la possibilità di usufruire di riduzioni delle tasse di iscrizione. Politiche come queste rientrano nello schema che Mitt Romney ha definito “self-deportation”. In altri termini, dato che il controllo del confine con il Messico si rivela troppo oneroso e rintracciare i clandestini un’operazione ardua, l’idea del candidato repubblicano è quella di eliminare quei residui di Stato sociale che fanno degli Stati Uniti una meta appetibile per gli ispanici. A questo si aggiunge la proposta di Gingrich di costruire una barriera elettrificata lungo l’intero confine che separa gli Stati Uniti dal Messico. Se Ron Paul si oppone alla costruzione di questo “muro”, sulla base dei costi e di un’eventuale inefficacia nel frenare i flussi migratori, anche la star dei Tea Party condivide l’assunto secondo cui occorre ridurre il peso dei migranti sullo Stato sociale.

Gingrich ha d’altronde affermato di voler costruire non un confine chiuso, ma controllato, che separi cioè quello che è legale da quello che non lo è. O, si potrebbe dire altrimenti, ciò che è desiderabile da ciò che non lo è. Non sfugge dunque ai candidati repubblicani il fatto che i migranti costituiscano una quota fondamentale della forza-lavoro americana. E, anzi, questo dato viene normalmente apprezzato dalla stessa constituency del GOP, purché naturalmente abbiano un lavoro regolare che permetta loro di non pesare sul bilancio pubblico.

Era d’altronde questa la logica del Guest Worker Program proposto dall’amministrazione Bush nel 2005. Tale programma consentiva agli stranieri di ottenere un visto di lavoro temporaneo per un periodo di tre anni, allo scadere del quale avrebbero dovuto fare ritorno nei propri paesi d’origine. In altri termini, nell’immaginario repubblicano, l’immigrazione è ben accetta quando si presenta come forza-lavoro duttile e disponibile ai bisogni dell’impresa, che non ha pretese di permanenza di lungo periodo e che dunque non va a intaccare valori e simboli della nazione americana.

Spostandosi dal confine con il Messico verso la zona dei Grandi Laghi, non troviamo più flussi migratori, ma la retorica anti-labor e anti welfare è la medesima. In Michigan, infatti, l’attacco dei conservatori contro i diritti del lavoro e lo Stato sociale non deve essere inquadrato nel governo dell’immigrazione quanto piuttosto nella ricetta per ridare slancio a un’area economicamente in crisi e, di converso, ossigeno all’intera economia statunitense.

Come ha scritto John Nicols su «The Nation», la politica economica che i candidati repubblicani propongono è quella del free-market fundamentalism. Un fondamentalismo che emerge su almeno dueissue: il bailout dei giganti dell’automobile di Detroit e l’attacco al sindacato tramite la legislazione “Right to Work”. Per Romney, il salvataggio dei colossi dell’automobile attuato da Obama è stato un’indebita intrusione del governo nei meccanismi del libero mercato. In un articolo per il «Detroit News», Romney ha criticato aspramente l’utilizzo di risorse pubbliche per un salvataggio che rischia di rivelarsi infruttuoso. La posizione del governatore del Massachusetts incontra più di un’ostilità all’interno dell’establishment repubblicano, che considera il bailout come una soluzione necessaria. Sotto questo aspetto, Romney si colloca più a destra dei maggiorenti del partito, inseguendo il Tea Party in una corsa a chi assottiglia di più le funzioni regolative del governo. Il candidato mormone sostiene infatti che il bailout avrebbe dovuto essere affidato a un fondo di investimenti (come Bain, per esempio, all’interno del quale ha lavorato per lungo tempo), che avrebbe disegnato un piano di ristrutturazione aziendale in grado di rendere competitiva sul piano globale l’industria automobilistica americana. Fuor di metafora, Romney auspica più licenziamenti, ulteriore contenimento salariale e messa in discussione dei fondi pensione. Fattore che ha certamente inciso sulle preferenze elettorali della middle class del Michigan, che non ha votato in massa per Romney.

Appare dunque chiaro, in Arizona come in Michigan, che il progetto economico caldeggiato dai Repubblicani sia destinato a gravare sulle spalle delle fasce più deboli della società, in particolare dei lavoratori migranti. Altro aspetto, questo relativo all’immigrazione, che potrebbe influenzare le presidenziali quando si tratterà di conquistare il voto latinos. In questo quadro va certamente letto l’endorsement di Romney per la legislazione “Right to Work”, di recente sbarcata in Indiana, Iowa e Wisconsin, e di cui «Labornotes» sostiene un’imminente estensione al Michigan. Tale legislazione poggia sulla clausola 14b del Taft-Hartley Act del 1947, che delega ai singoli Stati federali la possibilità di vietare lo union shop sui luoghi di lavoro. Lo union shop prevede che i lavoratori di una data impresa siano iscritti a un sindacato, il quale rappresenta le istanze del lavoro tramite la contrattazione collettiva con il management. Alla base di questa forma di rappresentanza sindacale, molto diffusa non solo negli anni Trenta ma anche dopo l’approvazione del Taft-Hartley Act, vi era l’idea di rovesciare lo schema individualista che caratterizzava il rapporto contrattuale tra datore di lavoro e singolo lavoratore, riequilibrando attraverso il collective bargaining l’asimmetria di potere che quello schema implicava. Recedendo il legame tra assunzione e iscrizione al sindacato, la legislazione “Right to Work” ricollocherà un numero crescente di lavoratori all’interno di quello schema contrattuale individualista, consentendo di fatto al management di osteggiare l’iscrizione alle unions, con il conseguente declino del potere di contrattazione.

Per quanto i candidati repubblicani possano discordare su singole issue, sembra che una filosofia di fondo unisca i quattro esponenti del GOP: la riduzione all’osso della presenza dello Stato nella sfera sociale per lasciare che la mano invisibile del mercato faccia ripartire l’economia americana. Una filosofia che ci restituisce la radicalità della destra americana in questa tornata elettorale, ma che di tanto in tanto sa di pomposa retorica. Perché, in fondo, il capitalismo selvaggio di cui i quattro candidati appaiono zelanti sostenitori non deve necessariamente liberarsi dello Stato per entrare in funzione. Anzi, esso necessita dello Stato, come, per esempio, nel caso del controllo del flusso di merci e di persone che transita attraverso i confini, così come per una politica fiscale che tende ad agevolare i più ricchi. Anche questo apparente paradosso indica la crisi di una nazione che, almeno in una sua buona parte, rimane legata agli assunti individualisti del proprio passato nella speranza di rianimare il sogno americano.

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