Il Super Tuesday repubblicano: vince Obama

Romney vince anche il Super Tuesday, ma come spesso è accaduto finora, non convince del tutto. Il martedì più importante per le primarie repubblicane non ha chiuso i giochi, ha incrementato le divisioni all’interno del partito repubblicano e ha fatto felice il presidente Obama, forse l’unico vero vincitore. Il 6 marzo si è votato con il sistema dei caucus e delle primarie in dieci stati: Alaska, Georgia, Idaho, Massachussets, North Dakota, Ohio, Oklahoma, Tennessee, Vermont, Virginia. In totale erano in palio 419 delegati, per la nomination ne sono necessari 1144. Dopo i risultati di ieri Mitt Romney è a 415, Rick Santorum a 176, Newt Gingrich a 106 e Ron Paul a 47.

Il Super Tuesday è da più di trent’anni uno degli appuntamenti elettorali più importanti e seguiti della politica americana. L’idea di raggruppare le primarie in più stati risale al 1980, quando Alabama, Florida e Georgia decisero di votare contemporaneamente. Non si trattava ancora di un vero Super Martedì, era piuttosto un tentativo di pochi stati del Sud di creare un piccolo blocco elettorale in grado di influenzare le primarie a livello nazionale. L’esperimento venne ripetuto nel 1984, quando nove stati scelsero la data del 13 marzo per assegnare in un colpo solo il 13% dei delegati. Ma è nel 1988 che il Tuesday divenne davvero ‘super’. In quell’occasione ben venti stati – molti dei quali del Sud – votarono martedì 9 marzo. Ancora una volta il motivo del voto in un unico giorno era quello di aumentare l’influenza degli stati del Sud nella scelta del candidato presidente. I democratici volevano una primaria regionale per far eleggere un candidato moderato, in grado di esercitare appeal anche a livello nazionale; i repubblicani cercavano invece un candidato conservatore forte, un nuovo ‘Reagan’ da proporre alla convention nazionale. Se per i repubblicani la formula del Super Tuesday funzionò, dato che George Bush risultò il candidato vincitore della nomination, lo stesso non si può dire per i democratici, che uscirono ulteriormente frammentati da una corsa a tre tra Michael Dukakis, Al Gore e l’afro americano Jessie Jackson, che si sarebbe protratta per i mesi successivi.

La scelta di un unico giorno per le primarie dei partiti non era però legata esclusivamente al tentativo di aumentare il peso elettorale del Sud. Come ha affermato l’ex senatore della Virginia Chuck Robb in occasione del Super Tuesday del 1988, la scelta delle primarie contemporanee in più stati è stata anche una conseguenza della cosiddetta ‘sindrome dell’Iowa’. L’Iowa è il primo, come avvenuto quest’anno, o uno dei primi stati in cui si tengono le primarie dei partiti. Più che per il numero dei delegati che lo stato può garantire, la sua importanza è data dal fatto che esso rappresenta il primo confronto diretto che i candidati hanno con il voto, ed è per questo che i risultati qui ottenuti hanno storicamente influenzato le primarie.

Il Super Tuesday rappresenta inoltre un banco di prova importante per testare la capacità dei candidati di fare campagna elettorale contemporaneamente in più stati in vista delle elezioni di novembre e di comprovare la loro capacità di fare presa su ampie e diversificate fasce di elettori.

Dalle elezioni del 1988 a quelle del 2004, i presidenti eletti sono stati anche i vincitori del Super Tuesday: celebre fu il successo di Bill Clinton nel Super Martedì democratico del 1992, che dopo aver perso le primarie nei primi stati, si aggiudicò gran parte degli Stati del Sud, ed iniziò un’inarrestabile corsa alla presidenza. “Solo oggi capisco perchè questo Martedì è così super” disse Clinton conquistando quasi la totalità dei delegati sul piatto. Nel 2000 sia Al Gore che George W. Bush vinsero il Super Tuesday e divennero i candidati presidenziali per i loro partiti, in un’elezione che coinvolse ben sedici stati. Ma ancor più  interessante fu il Super Tuesday democratico del 2008, che vide di fronte due candidati ‘forti’ come Barack Obama e Hillary Clinton: quel 5 febbraio gli elettori votarono contemporaneamente in ventiquattro stati e vennero assegnati il 52% dei delegati democratici in palio. L’esito fu però un sostanziale pareggio, con la Clinton che vinse le primarie, mentre Obama i caucus, e  la competizione per la nomination si protrasse fino a giugno.

Le previsioni di molti analisti politici, secondo i quali quello di quest’anno non sarebbe stato un Super Martedì decisivo, non sono state disattese. Le maggiori attenzioni erano sull’Ohio, dove una convincente vittoria di Romney avrebbe potuto rilanciarlo a livello nazionale. Nell’ultimo ventennio i candidati repubblicani alla presidenza avevano tutti vinto in questo stato, che ha una forte compagine di classe media estremamente rilevante se proiettata su scala nazionale. L’Ohio ha scelto Romney, ma solo per pochi voti, dato che il 37,9% delle preferenze sono andate all’ex governatore del Massachussets mentre il 37,1% all’ultraconservatore cattolico Santorum. Essendo il secondo stato per numero di delegati assegnati, sessantasei, entrambi i principali sfidanti avevano investito tempo nella campagna elettorale e denaro in pubblicità, soprattutto Romney, che voleva testare in quello stato la sua capacità di attrarre voti della middle-class anche a livello nazionale. Come era prevedibile Santorum ha ottenuto il voto dei redditi bassi della popolazione, degli evangelici e del Tea Party, Romney quello dei redditi superiori ai 100 mila dollari, dei moderati e della maggior parte di coloro con un elevato livello di istruzione.

Massachussets, Virginia e Idaho hanno registrato la nettissima vittoria di Romney, con numeri superiori al 60%. Il Massachussets era d’altronde lo stato di cui era stato governatore fino a cinque anni fa e un suo successo era ampiamente prevedibile; in Virginia i due candidati conservatori che avrebbero potuto scalzarlo non erano in gara 1 e Ron Paul da solo non è riuscito a contrastare la maggior credibilità di Romney, che anche in Idaho, grazie al 25% della popolazione mormone, ha registrato una facile vittoria aggiudicandosi la maggior parte dei trentadue delegati a disposizione.

Nel Tennessee Santorum è invece riuscito ad avere la meglio – qui hanno particolarmente influito sul voto la questione religiosa – 2/3 degli elettori si considera evangelico – e il grado di conservatorismo dei candidati. Entrambi i fattori hanno penalizzato il mormone Romney, le cui posizioni troppo poco marcatamente conservatrici su aborto e omosessualità ne hanno decretato la netta sconfitta. In Georgia, lo stato che Newt Gingrich ha rappresentato per due decenni al Congresso, lo speaker della Camera non ha avuto rivali, conquistando il 47% dei consensi e buona parte dei ben settantasei delegati che lo stato metteva a disposizione. Gingrich sperava di avere la meglio anche in Oklahoma, uno degli stati più conservatori del Super Tuesday, ma il voto evangelico ha ancora una volta favorito Santorum che si è aggiudicato il 34% dei consensi contro il 28% di Romney e il 27,5% di Gingrich. Il North Dakota, che nelle primarie del 2008 aveva largamente preferito Romney a John McCain, ha scelto Santorum. Qui i repubblicani vincono sui democratici dal 1964 e, nonostante la scarsa popolazione e il basso numero dei delegati, è una delle roccaforti del conservatorismo americano. La grande campagna di Ron Paul nello stato, che considerava uno di quelli a lui più favorevoli, non ha funzionato: i risultati sono stati Santorum al 40%, Paul al 28% e Romney al 23%.

Infine, anche Alaska e Vermont hanno decretato Romney vincitore, sebbene quest’ultimi non particolarmente importanti dal punto di vista del numero dei delegati, rispettivamente ventisette e diciassette. In Alaska il timido endorsement di Sarah Palin a Newt Gingrich non ha funzionato (l’ex house-speaker è quarto con il 14% delle preferenze), mentre il Vermont, stato ‘abbandonato’ dai candidati (nessuno vi si è recato per fare campagna elettorale), ha seguito la tendenza nazionale per la quale Romney sembra il candidato alla lunga più affidabile.

A differenza dei tanti precedenti, questo Super Tuesday non solo non è risultato decisivo, ma ha messo in luce le enormi divisioni all’interno del partito repubblicano. La partita è ancora lunga e, come dicono gli uomini di Romney, si gioca sui delegati, ma l’attuale campagna per la nomination repubblicana sta ledendo la credibilità del partito a livello nazionale. A giovarne è Obama, che oltre a veder crescere il suo consenso per la ripresa economica, secondo gli ultimi sondaggi del New York Times starebbe guadagnando le simpatie anche degli incerti e dei repubblicani moderati.

Il Super Tuesday non ha neanche ridotto il numero dei concorrenti alla nomination, dato che nessuno ha abbandonato la corsa dopo i risultati, nemmeno Ron Paul, che appare sempre più isolato e disorientato. Romney rimane il candidato più credibile: gli exit poll ci dicono che i repubblicani che hanno votato Martedì, eccetto quelli del Tennessee, lo considerano il candidato maggiormente preparato sulle questioni economiche, argomento che però potrebbe risultare inefficace in uno scontro a due con Obama. Santorum continua invece a fare presa sulle fasce più povere dell’elettorato repubblicano e su quelle con un livello di istruzione più basso. Interessante in proposito è il voto del Tea Party. Secondo un sondaggio del New York Times, in sette stati su dieci la destra populista ha preferito Romney a Santorum, che fino ad ora sembrava essere quello dei due più vicino al movimento. Infine, in tutti gli stati Mitt Romney è considerato il candidato più adatto alla presidenza e con maggiori possibilità di sconfiggere Obama nelle elezioni di novembre. Secondo questi sondaggi, l’ultraconservatorismo di Santorum su aborto, omosessuali, religione, sembrano non essere sufficienti per vincere le elezioni nazionali.

Newt Gingrich esce dal Super Martedì sconfitto ma ancora in gioco. La vittoria nella ‘sua’ Georgia gli ha permesso di aumentare notevolmente il numero dei delegati e soprattutto potrebbe aprirgli nuove speranze per le elezioni del 13 marzo in due stati del Deep South, Alabama e Mississippi. Speranza non condivisa da Rick Santorum, che vorrebbe un passo indietro di Gingrich per incassare il voto dell’elettorato conservatore al completo e provare a competere fino all’ultimo con Mitt Romney.

Più a lungo la sfida repubblicana si protrarrà e più Obama trarrà beneficio dalla lotta senza esclusione di colpi che i candidati stanno mettendo in atto. Le prossime elezioni di rilievo saranno quelle del 24 aprile, quando altri cinque stati, per un totale di 231 delegati, andranno alle urne. Sino ad allora, il GOP dovrà quindi destreggiarsi tra la gestione di un fronte interno troppo frammentato e la necessità di individuare una leadership capace di ricreare la compattezza necessaria a sfidare Obama alle presidenziali di Novembre.

Note:

  1. Gingrich e Santorum non sono riusciti a presentare nei tempi utili le diecimila firme necessarie alla candidatura. http://edition.cnn.com/2012/03/05/opinion/amato-super-tuesday-ballot/index.html

COMMENTI

WORDPRESS: 0
DISQUS: 0