Birth control, libertà religiosa e il bivio della Chiesa americana

Venerdì 9 febbraio, poco dopo l’una, una telefonata ha raggiunto l’arcivescovo e prossimo cardinale Timothy M. Dolan nella sua residenza di New York. All’altro capo del telefono c’era il presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, appena uscito da una conferenza stampa in cui, dopo tre settimane di polemiche e critiche serrate, aveva annunciato la revisione di una parte delle norme applicative della riforma sanitaria varata due anni fa. Il 20 gennaio scorso la Casa Bianca ha reso note le linee guida per l’applicazione della copertura sanitaria a tutti i lavoratori. Una di queste norme, riguardante il personale dipendente di strutture sanitarie affiliate a comunità religiose, obbligava tali strutture a offrire gratuitamente a tutti i dipendenti i servizi previsti dal piano di sanità pubblica. Fra le prestazioni da garantire sono elencate anche quelle riguardanti il birth control (pratiche contraccettive, aborto, fecondazione medicalmente assistita).

La norma prevista dalla Casa Bianca obbligava quindi gli ospedali, inclusi quelli cattolici, a offrire gratuitamente trattamenti che, secondo il magistero della Chiesa, costituiscono una violazione di principi morali. La reazione della conferenza episcopale statunitense è stata insolitamente rapida e dai toni estremamente rigidi. Già domenica 29 gennaio, in tutte le parrocchie degli Stati Uniti, è stato letto un documento, firmato dall’arcivescovo di New York, in cui non solo veniva contestato l’orientamento del governo ma si tracciava un quadro preciso del modo in cui i vescovi intendevano condurre la loro opposizione al provvedimento.

“La libertà religiosa – osservava il futuro cardinale – è la linfa vitale del popolo americano, la pietra angolare del governo americano. Quando i padri fondatori stabilirono che i diritti innati di uomini e donne dovessero essere sanciti nella nostra Costituzione, giudicarono così importante la libertà religiosa da farne la prima delle libertà nel Bill of Rights”. Ponendo la questione sul terreno della tutela del diritto alla libertà religiosa, l’arcivescovo Dolan sottolineava come per i cattolici costituisse un’aperta violazione del primo emendamento della Costituzione l’imposizione a strutture cattoliche dell’obbligo di erogare prestazioni sanitarie contrarie ai principi della morale insegnata dalla Chiesa. Il punto veniva sviluppato facendo leva sulla recente sentenza della Corte Suprema sul caso Hanna-Tabor. L’11 gennaio scorso la Corte ha condannato il governo federale in un caso riguardante l’organizzazione interna di una scuola evangelica luterana, chiarendo nella sentenza che lo Stato non ha alcuna competenza, né alcun diritto, per intervenire in materie religiose, comprese le modalità con cui una comunità di credenti organizza la propria vita, le proprie istituzioni e sceglie i propri ministri. La capillare diffusione che la lettera dell’arcivescovo Dolan ha avuto, pubblicata anche sul Wall Street Journal, ha contribuito ad alimentare il dibattito in un paese che, se da un lato attraversa un’incerta campagna presidenziale, per ora scandita dalle primarie repubblicane, dall’altro vede l’amministrazione Obama entrare negli ultimi mesi di mandato.

In questo clima, in cui tutti guardano al voto del prossimo novembre, la presa di posizione della Chiesa e la campagna che ne è seguita, ha incontrato il supporto degli ambienti conservatori delle chiese evangeliche. Questo affiancarsi della Chiesa cattolica con le chiese evangeliche più vicine alla destra repubblicana, non è nuovo per gli Stati Uniti e ha dato adito ad alcune voci dell’opinione pubblica americana che paventano il progressivo costituirsi di un fronte religioso contrario all’amministrazione Obama e alle sue politiche. È parsa tuttavia evidente una differenza di vedute fra i vescovi cattolici e i loro nuovi ‘alleati’, la cui adesione alla campagna antipresidenziale appare dettata da una manifesta avversione politica nei confronti dell’attuale amministrazione e dalla volontà di cogliere l’opportunità di dipingere una Casa Bianca che ha ‘dichiarato guerra alla religione’.

Uno degli effetti più vistosi della polemica è stata l’immediata presa di posizione dei candidati repubblicani in corsa per la presidenza a sostegno delle argomentazioni cattoliche. La violazione del primo emendamento, un Obama laicista e un governo antireligioso hanno iniziato a far capolino nelle primarie repubblicane.

Nonostante i sondaggi diano ancora un alto gradimento per Obama anche fra l’elettorato cattolico, l’iniziativa della Chiesa, che questa volta è parsa operare come una lobby ben organizzata, ha fatto sentire la sua influenza fin dentro il partito del Presidente, spingendo alcuni importanti cattolici che siedono fra i banchi democratici del Campidoglio a esprimere perplessità, se non addirittura aperta contrarietà, rispetto alle scelte dell’amministrazione in materia di birth control. Di fronte a queste reazioni il Presidente ha annunciato la sua proposta di modifica, spiegando di voler ricercare una soluzione condivisa, che facesse salve le linee di fondo della sua riforma sanitaria e che fugasse ogni possibile dubbio riguardo al rispetto della libertà religiosa di ogni americano. Il compromesso proposto dalla Casa Bianca consiste nello spostare l’obbligo di erogare le prestazioni contestate dai datori di lavori (cioè le strutture sanitarie cattoliche) alle assicurazioni sanitarie.

Di fronte alla modifica la conferenza episcopale americana ha prima manifestato un cauto compiacimento, con un comunicato ufficiale dell’arcivescovo Dolan che parlava di “passo nella giusta direzione”. Poche ore dopo però, un nuovo comunicato ritrattava quella che sembrava un’apertura all’iniziativa del Presidente e denunciava la norma come “inaccettabile” anche a seguito della modifica. Il “no” dei vescovi ha così precipitato il confronto in una situazione di stallo, dando motivo di discussione e di polemica ai repubblicani impegnati in quello stesso momento in una convention conservatrice.

L’esito del confronto non è ancora del tutto chiaro. Appare difficile che la Casa Bianca rinunci all’applicazione di uno degli assi portanti di questo primo quadriennio della presidenza Obama e che lo faccia proprio mentre si apre la campagna per la rielezione del Presidente. Con un occhio ai sondaggi ancora favorevoli, è probabile che l’amministrazione porti avanti il progetto così come lo ha modificato. Incerta è invece la sorte della protesta della Chiesa cattolica e gli esiti che potrà avere.

Certamente la vicenda consente di fare alcune considerazioni sulla Chiesa americana e sulla situazione politica del paese. Il cattolicesimo americano arriva a questo scontro con la presidenza democratica dopo gli anni drammatici delle migliaia di denunce di abusi su minori commessi da sacerdoti e religiosi. È una Chiesa che ha conosciuto pesanti critiche e ha pagato un prezzo altissimo per le colpe dei suoi sacerdoti e per i silenzi dei suoi pastori. Un prezzo che, più ancora che con le cifre dei risarcimenti pagati, si misura con la perdita di credibilità, con una sorta di emarginazione dalla scena pubblica americana. Una situazione che solo adesso inizia a cambiare, con fatica e senza che sia chiara la direzione.

L’iniziativa dei vescovi si pone in questo passaggio verso l’uscita dalla crisi degli ultimi anni. Le forme e i contenuti della contestazione che i vescovi hanno espresso nei confronti del governo federale suggeriscono l’esistenza di una qualche strategia e di una possibile idea di una nuova presenza della Chiesa negli Stati Uniti. Il richiamo al primo emendamento sposta, infatti, il problema dalla legislazione in materia di birth control, al piano costituzionale della tutela del diritto dei singoli e delle comunità religiose alla libertà di seguire i propri principi morali. Si tratta di un punto di vista nel rapporto fra Chiesa e Stato che offre spunti interessanti a chi guarda dall’Europa e soprattutto dall’Italia. Non vi è alcuna menzione di valori non negoziabili, di legge di natura o di vincoli posti al governo in specifiche materie. Il messaggio veicolato dall’arcivescovo Dolan e dai vescovi americani è che la Chiesa domanda il rispetto della garanzia costituzionale della libertà religiosa, domanda il rispetto della Costituzione. In tal modo i vescovi si richiamano, prima di tutto, all’appartenenza dei cattolici americani a quella comunità nazionale che si identifica con i principi messi nero su bianco nella Dichiarazione di Indipendenza e nella Costituzione. Essi scelgono cioè di far leva sulla cittadinanza e sull’americanità delle comunità che guidano.

In tal modo i pastori compiono una mossa che può avere una duplice conseguenza. Da un lato collocano certamente il cattolicesimo americano nel perimetro della Costituzione federale, facendone una delle componenti religiose degli Stati Uniti, parte integrante di quel progetto politico e sociale che dai padri fondatori, dai Washington e dai Madison, arriva fino all’America di oggi. Dall’altro lato però, il rischio è che questa, più che un’iniziativa per restituire la Chiesa cattolica americana all’America, finisca per essere un chiudere il cattolicesimo negli spazi delle garanzie costituzionali. Guardando ad alcuni ambienti del cattolicesimo americano, l’impressione che si ha è che la reazione alla vicenda degli scandali che hanno coinvolto i religiosi cattolici sia un tentativo di alzare mura di difesa. Di fronte ad una società percepita come sempre più secolarizzata, soprattutto fra gli intellettuali e in buona parte dei ceti dirigenti, il primo emendamento diventa una sorta di argine dietro cui ripararsi. Una barriera contro uno spirito antireligioso e anticattolico che molti identificano con l’attuale inquilino della Casa Bianca.

Su tutto questo si allunga l’ombra della campagna elettorale per la presidenza e la tentazione da parte dei repubblicani di fare della difesa della libertà religiosa l’argomento chiave della loro contestazione a Obama. In particolare Rick Santorum ha fatto della difesa della libertà religiosa l’asse portante della propria campagna elettorale. I toni usati dall’ex senatore della Pennsylvania per presentare la propria visione dei rapporti fra Chiesa e Stato sono stati così duri da creare non pochi imbarazzi fra le fila repubblicane, al punto che nessuno degli altri candidati ha cercato di seguirlo su questo terreno di polemica. Per i vari Romney, Gingrich, Paul e per i vertici repubblicani al Congresso c’è il rischio concreto di allontanare una parte strategica dell’elettorato, soprattutto femminile, assai sensibile al tema del birth control. Tuttavia la strategia di Santorum sembra avere, almeno in parte, pagato. Le sue vittorie in ben otto stati e i buoni ‘secondi posti’ in molti degli stati vinti da Romney, gli hanno permesso di mettere in seria difficoltà la corsa dell’ex governatore del Massachusetts. Il candidato della destra del partito sembra in particolare riuscire a suscitare un forte seguito in tutta la fascia del Midwest americano. Se Romney in fine dovesse prevalere, si troverà a dover fare i conti con il blocco di consenso che Santorum ha catalizzato attorno alla questione della libertà religiosa e la campagna elettorale potrebbe risultarne pesantemente condizionata nella scelta dei temi e dei toni. Se questo accadesse vescovi, religiosi e semplici cattolici potrebbero essere trascinati dentro l’arena politica, in uno scontro sui principi e i valori dalle conseguenze potenzialmente pesanti sulle scelte future.

Sull’esito della vicenda influirà molto proprio il modo in cui prenderà forma la campagna presidenziale. Nel discorso sullo Stato dell’Unione, lo scorso 24 gennaio, il Presidente ha cercato di rilanciare l’immagine della propria amministrazione dopo il difficile passaggio dello scorso agosto segnato dalla battaglia con i repubblicani per approvare un innalzamento del tetto massimo del debito pubblico americano. Forte degli ultimi dati sull’occupazione che segnano un inaspettato aumento di oltre 250.000 unità, il Presidente ha, in un certo senso, aperto la campagna per la propria rielezione, sfidando la maggioranza conservatrice che controlla il Campidoglio su temi come la riforma fiscale e il sostegno all’istruzione pubblica. Al tempo stesso, ha rivendicato i principali atti della propria amministrazione. Una linea che Obama ha ribadito proprio quest’oggi, annunciando il progetto di bilancio per il 2013. Quello che quasi tutti i commentatori definiscono un programma elettorale piuttosto che un vero e proprio bilancio, ha la forma di un investimento di 3.800 miliardi di dollari destinati a investimenti infrastrutturali e innovazione per creare posti di lavoro, all’aumento della pressione fiscale sui dividendi azionari e sui redditi alti, al un taglio consistente delle spese per la difesa e alla piena applicazione di quelle riforme di assicurazioni e sanità che sono all’origine della polemica con la Chiesa cattolica.

Al tempo stesso, intuendo la difficoltà dei repubblicani a condurre fino in fondo una battaglia sulla libertà religiosa legata alla questione del birth control, lo staff del Presidente sta cercando di costruire un consenso quanto più largo possibile fra l’elettorato femminile attorno ai contenuti della nuova assistenza sanitaria disegnata dalla riforma di Obama. L’amministrazione può vantare come base di partenza la vittoria in Senato lo scorso 1 marzo, quando, dopo due giorni di dibattiti acesissimi, con 51 voti contro 48, l’assemblea ha respinto le modifiche al testo della riforma riguardanti il birth control. Il testo della legge sarà oggetto del vaglio della Corte Suprema a partire dal prossimo 26 marzo. La sentenza, attesa per giugno, nel pieno della campagna per le presidenziali, non potrà che influenzare profondamente l’evolversi del confronto politico e da molti viene percepito come una sorta di giudizio sulla presidenza Obama, che potrebbe veder cancellato uno dei suoi principali successi in politica interna. A questo punto, l’intento del Presidente e dei suoi consiglieri sembra essere quello di cambiare i termini del dibattito, nel tentativo di mostrare come la polemica attorno alla libertà religiosa cavalcata dai repubblicani e dagli ambienti più radicali fra i conservatori, sia in realtà un attacco alla riforma sanitaria e quindi una minaccia per il diritto alla salute, soprattutto delle donne. È un modo per accrescere le difficoltà degli avversari repubblicani e contemporaneamente mostrare alla Corte Suprema un’opinione pubblica favorevole alla riforma.

La querelle sul birth control, o meglio sulla libertà religiosa, contribuisce così a radicalizzare il confronto politico americano. Essa può essere letta come parte di un processo sociale e culturale di caratterizzazione ‘ideologica’ dei due partiti maggiori che gli Stati Uniti vivono da ormai venti anni e che ha dato origine alla destra conservatrice del primo decennio del XXI secolo e al movimento del ‘Tea Party’. Di questa polarizzazione Obama ha fatto un’amara esperienza nell’impossibilità, una volta insediato, di affrontare le grandi riforme con quella larga maggioranza al Congresso promessa in campagna elettorale. Come notava Ryan Lizza sul New Yorker di qualche settimana fa, repubblicani e democratici si sono progressivamente radicalizzati su posizioni identitarie molto forti, facendo di temi come la libertà religiosa e le questioni bioetiche, l’elemento caratterizzante i due partiti. Certo i due partiti restano strutture molto diverse dai partiti del vecchio continente. Lo ‘spirito di gruppo’ è meno forte e ogni deputato o senatore mantiene un profilo e un’identità personali. Tuttavia molti analisti hanno evidenziato una radicalizzazione della dialettica politica e una difficoltà sempre maggiore a formare le tradizionali ‘maggioranze di cento’ con cui le componenti moderate dei due partiti contribuivano in passato a gestire il Campidoglio.

In questo quadro è comprensibile che i repubblicani cerchino di veicolare l’immagine di un’amministrazione democratica che, dopo aver applicato politiche economiche di statalizzazione, adesso lancia una campagna contro la libertà religiosa. Un Obama ‘socialista’, contro cui chiamare gli americani al voto in novembre. Sin qui la Chiesa cattolica sembra essere stata parte di questa dinamica di divisione e radicalizzazione della società e della cultura politica americana. Resta aperto l’interrogativo se questa sia la strada che i vescovi intendono indicare ai cattolici americani riguardo al modo di essere parte del tessuto religioso, sociale e culturale degli Stati Uniti.

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