“We still hold these truths”. Il conservatorismo americano tra passato e presente.

CPAC 2012“La Conservative Political Action Conference è stata creata per sfidare l’establishment repubblicano”. Con queste parole, il candidato alle primarie repubblicane Newt Gingrich ha aperto il suo intervento alla CPAC, la conferenza che ogni anno riunisce gli attivisti, i politici e gli intellettuali di spicco del movimento conservatore. La CPAC nacque nel 1973, su iniziativa dell’American Conservative Union, allo scopo di promuovere un’agenda politica che si basasse su quanto di meglio il pensiero conservatore americano fosse in grado di offrire. Se «le idee hanno conseguenze», come recita lo slogan coniato nel 1948 dal filosofo Richard Weaver, e tuttora bussola del conservatorismo americano, il CPAC si propone dunque di essere un laboratorio intellettuale e politico in grado di dettare l’agenda del partito Repubblicano.

“In questo momento”, ha proseguito Gingrich, “la CPAC rappresenta 50 anni di lotta che può essere fatta risalire al movimento lanciato da Goldwater nel 1962. E i Tea Party, che si battono contro l’establishment repubblicano, sono per molti versi parte della stessa battaglia.” L’accusa lanciata dall’ex speaker della Camera è che i maggiorenti del partito repubblicano preferiscano gestire la decadenza del paese piuttosto che intraprendere un serio cambio di rotta, che restituisca agli Stati Uniti la crescita economica sul fronte interno e il prestigio sulla scena internazionale. Ricorrendo a toni di matrice populista, Gingrich ha affermato che, all’incapacità dello stato maggiore repubblicano, è necessario contrapporre le capacità, l’agenda e i valori del movimento conservatore autentico, quello del CPAC e dei Tea Party. Solo il movimento conservatore, infatti, sarebbe in grado di riportare il paese ai successi, economici e politici, raggiunti quando la Casa Bianca era occupata da un repubblicano come Ronald Reagan, che della retorica anti-establishment aveva fatto un suo punto di forza. La retorica anti-estabilishment, che può suonare paradossale in bocca a un politico di lungo corso come Newt Gingrich, è tuttavia anche uno strumento per legittimare una svolta all’interno dello stesso partito Repubblicano, dopo l’infelice esperienza dell’amministrazione Bush e la candidatura soft di McCain.

D’altronde, il riferimento a due figure come Goldwater e Reagan non è casuale. Nella storia della destra americana, essi hanno prodotto una rottura rispetto alle politiche convenzionali dei governi repubblicani, innovandone pratiche e contenuti. Goldwater corse alle presidenziali del 1964, sottolineando la sua alterità rispetto alla destra sobria e moderata dell’amministrazione Eisenhower, che governò il paese dal 1952 al 1960. Se Eisenhower non produsse una rottura rispetto al Fair Deal di Truman, lasciando intatte le trasformazioni istituzionali prodotte dai liberal, Goldwater si presentò come il nemico del liberalismo newdealista: in politica interna denunciò l’espansione dello Stato sociale e in politica estera promosse una crociata contro il comunismo, liquidando il contenimento come una strategia attendista. A sostenere Goldwater non erano le élite del partito repubblicano, ma gli intellettuali del movimento conservatore, che nel dopoguerra conobbe una vera e propria rinascita. La candidatura di Goldwater fu sponsorizzata dalle due principali riviste conservatrici dell’epoca: «National Review» e «Modern Age» miravano infatti a introdurre nel programma del partito Repubblicano i valori, a tratti contraddittori, della libertà individuale e della tradizione cristiana, tenuti insieme da un forte afflato anticomunista. Se Goldwater non ebbe l’opportunità di portare a termine questo compito poiché perse le elezioni del 1964, fu Reagan che, come ha scritto lo storico conservatore George Nash, «passò dalla teoria alla pratica».

L’ex governatore della California realizzò un programma improntato al laissez-faire: l’insieme delle misure economiche introdotte durante i suoi due mandati, passato alla storia con l’espressione Reaganomics, includeva il governo minimo, una drastica riduzione dell’imposizione fiscale, tagli alla spesa pubblica e un ampio programma di liberalizzazioni. L’unica voce del bilancio federale destinata ad aumentare era quella relativa alla spesa militare. L’aumento della spesa destinata alla difesa del paese fu accompagnato dalla denuncia del processo di distensione e da un’aspra retorica antisovietica, che portò Reagan ad affermare nel 1982 che “la marcia della libertà e della democrazia avrebbe lasciato il marxismo-leninismo nel mucchio di ceneri della storia”.

In occasione della prima CPAC nel 1974, l’intervento più significativo fu proprio quello pronunciato da Ronald Reagan: il futuro presidente americano, rifacendosi alla lezione promossa da Barry Goldwater un decennio prima, affermò che l’eccezionalità degli Stati Uniti, il suo essere ancora la città sopra la collina immaginata da John Winthrop, derivasse dalla peculiarità della sua costituzione. “Le altre costituzioni affermano che il governo ti concede questi diritti; la nostra recita che questi diritti sono tuoi per grazia di Dio e che nessun governo sulla terra può privartene”.

Il tema del governo minimo contro la presunta invadenza del “Big Government” di matrice newdealista, a distanza di quasi quattro decenni dal discorso di Reagan, resta ancora un argomento caldo per il conservatorismo americano. Non a caso il tema del CPAC 2012 è “We Still Hold These Truths”, con un riferimento esplicito alla necessità di tornare ai principi che, secondo l’interpretazione conservatrice, sono stati posti in essere dai padri fondatori: governo limitato, libertà individuale, libero mercato, valori tradizionali.

Il tono di tutti gli interventi è stato dettato dalle parole con cui Al Cardenas, presidente dell’American Conservative Union, ha aperto i lavori della trentanovesima conferenza: “Noi siamo qui oggi per reclamare la nostra libertà e la libertà dei nostri figli rispetto a un’amministrazione corrotta e oppressiva, che ammira il socialismo, sente il bisogno di scusarsi per l’America, teme e denigra i valori e le idee che hanno reso questo paese il più grande al mondo”. Critica di un governo considerato invadente e lesivo delle libertà e dei diritti individuali, a cui viene contrapposto il governo minimo immaginato dai padri costituenti, ed esaltazione delle presunte virtù del libero mercato e dell’iniziativa individuale: queste sono le due direttrici che hanno animato il dibattito del CPAC 2012.  Argomenti questi che si ricollegano a un tema fondamentale per il conservatorismo americano: l’idea che la società sia un organismo naturale, che deve vivere liberamente, mentre il governo è un sistema artificiale che non può e non deve pensare di ricostruire o regolare la società attraverso il suo intervento esterno. Un’idea che si affermò agli albori della nazione, anche grazie all’elaborazione teorica di Edmund Burke, il whig inglese che sostenne la Rivoluzione americana e mise sotto accusa la Rivoluzione francese per aver fatto tabula rasa della tradizione e per aver tentato di rifondare la società senza seguire la lezione della storia. La critica al costruttivismo sociale attraversa, infatti, la storia del pensiero conservatore e assume toni più radicali proprio quando si fa più sentita l’urgenza di attaccare la dimensione regolativa dello Stato. Negli anni Trenta l’ex presidente Hoover accusava il New Deal di essere un piano di «irreggimentazione nazionale» che evocava lo spettro del fascismo e del comunismo. Negli anni Cinquanta l’intellettuale conservatore Clinton Rossiter rielaborò tali tesi affermando che la società era “un organismo vivente con profonde radici nel passato”, vale a dire che essa era “un albero, non una macchina”. Da qui la necessità che lo Stato si limiti a proteggere i diritti naturali, permettendo ai membri della società di perseguire i loro interessi individuali al riparo da ingerenze considerate artificiali. Nel pensiero conservatore, la libertà economica è considerata un prerequisito essenziale alla libertà politica. Essa costituisce la garanzia contro ogni tentativo statale di assoggettare gli individui al potere della burocrazia governativa che, come scriveva l’economista e filosofo politico Friedrich Hayek nella sua critica del welfare state, traccia la “via verso la schiavitù”.

Guardando alle elezioni presidenziali del prossimo 6 novembre, l’esempio più citato d’ingerenza governativa non poteva che essere la riforma sanitaria del presidente Obama. Agli occhi dei conservatori essa incarna la continuazione della filosofia statalista espressa dai programmi Medicare e Medicaid, introdotti dal presidente Lyndon B. Johnson come parte del suo progetto di Great Society. Programmi che il conservatorismo ha criticato in quanto espressione e allo stesso tempo strumento della crescita del governo federale, le cui ingerenze nella società ledono la libera iniziativa individuale.

“Nelle elezioni di novembre – ha detto Marco Rubio – ciò che è in gioco è la scelta tra il sistema di libera impresa che ha reso grande questa nazione o un’economia regolata”. La star dei Tea Party ha sottolineato che se non si pone un freno all’agenda posta in essere da Obama, l’America è destinata a incontrare gli stessi problemi che stanno attanagliando l’Europa, ossia una spesa pubblica insostenibile e un forte debito nazionale. L’Europa e il suo Stato sociale nella critica conservatrice diventano pertanto il monito di quello che potrebbe accadere agli Stati Uniti se non ritornano ai tradizionali valori del libero mercato e dell’iniziativa individuale. Nell’affermazione di Rubio torna il topos eccezionalista caro al discorso conservatore, che contrappone il dinamismo sociale e la floridità economica degli Stati Uniti alla vecchia, immobile e stagnante Europa. Un discorso che ritorna d’attualità in una fase in cui l’Europa viene vista come l’epicentro della crisi globale. Una crisi da cui, sostengono i conservatori, si esce solo attraverso un drastico ridimensionamento dello Stato.

Di contro al modello incarnato dall’Europa, il candidato favorito nella corsa alle primarie repubblicane, Mitt Romney, ricorre invece a un altro topos conservatore, ossia quello dell’ “American Dream” citando l’esperienza del padre che, nonostante le sue umili origini, è riuscito a diventare prima un uomo di successo negli affari e poi governatore del Michigan. Pertanto, nella retorica conservatrice, l’America, con il suo peculiare sistema di libero mercato, resta la terra delle opportunità e della mobilità sociale.

Nel complesso, il dibattito all’interno del CPAC ha riaffermato la validità della tradizione conservatrice, sia pur declinata alla luce delle necessità e delle issues del presente. Il CPAC ha tentato cioè di rinnovare il dialogo tra la cultura conservatrice e la politica repubblicana: una dialettica proficua che è stata alla base dei successi della destra a partire da Reagan. Si nota tuttavia una radicalizzazione del discorso conservatore che, dopo Bush, era entrato in crisi perché il legame tra la destra culturale e quella politica sembrava essersi interrotto, con il conseguente declino dell’influenza dei neoconservatori. Il CPAC sembra dunque promuovere uno spostamento a destra dell’asse politico del partito Repubblicano. Uno spostamento che certamente è stato alimentato dall’irrompere del Tea Party e dal suo successo nelle elezioni di mid-term, ma anche dalla necessità di sferrare un attacco deciso al “socialismo” dell’amministrazione Obama. In questo senso, resta da chiedersi se, nell’età dei Romney e dei Gingrich, si tornerà a parlare dell’emergere di una nuova Radical Right. Proprio come ai tempi del vecchio Barry Goldwater.

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