“El voto latino”: il peso delle minoranze ispaniche nel voto in Florida

Nessuno Stato rappresenta meglio della Florida le diversità geografiche, politiche ed etniche che compongono gli Stati Uniti. Il 22.5 per cento della popolazione in Florida è di origine ispanica, il cui voto tende storicamente a convergere sul Partito Repubblicano, con percentuali di uno su dieci individui iscritti al “Grand Old Party” (GOP). La sua frammentazione contrasta con la compattezza demografica degli Stati in cui si è votato fin qui, il New Hampshire, l’Iowa e il South Carolina. In aggiunta, è stato il primo Stato ad ammettere il voto dei soli elettori iscritti al Partito Repubblicano.

La Florida ha scelto Mitt Romney. L’ex governatore del Massachussets ha riconquistato il ruolo di favorito nella corsa per la nomination alle presidenziali, distaccando di oltre quindici punti percentuali l’ex Speaker della Camera dei Rappresentanti Newt Gingrich. Molto indietro sono rimasti l’ex senatore della Pennsylvania Rick Santorum e il Rappresentante del Texas Ron Paul. Secondo gli exit-poll, Mitt Romney ha conquistato il voto delle donne, dei Cattolici e degli Ispanici, mentre Newt Gingrich ha ottenuto la migliore performance tra gli ultra-conservatori e i sostenitori del movimento dei “Tea-Party”.

Il dibattito pre-elettorale si è rivelato frizzante e caratterizzato da una forte polemica reciproca tra i due candidati favoriti, Mitt Romney e Newt Gingrich. Le star del Partito Repubblicano in Florida, il Senatore e immagine simbolo del Tea Party Marco Rubio e l’ex-Governatore Jeb Bush (fratello di George W. Bush) hanno movimentato il dibattito anche se nessuno dei due ha appoggiato pubblicamente un candidato. Sebbene abbia stigmatizzato gli spot di Gingrich ritenendoli troppo aggressivi nei confronti del rivale, Marco Rubio ha scelto di non prendere posizione, anche alla luce di una papabile candidatura come Vice Presidente. Entrambi i candidati sono infatti ben consapevoli dell’importanza del suo sostegno per conquistare il voto dei Latinos. L’ex-Governatore Bush ha fatto sentire la sua voce tramite un articolo pubblicato su “The Washington Post”, in cui ha sottolineato la necessità di riformare le leggi sull’immigrazione e sull’istruzione per poter accogliere la molteplice varietà delle comunità latine presenti non solo in Florida, ma in tutti gli Stati Uniti.

Dunque, la tematica dell’immigrazione è emersa in diversi momenti della campagna elettorale a riprova della necessità di conquistare l’elettorato ispanico. Tutti gli sfidanti hanno dimostrato di comprendere l’urgenza di ricompattare il fronte repubblicano, togliendo al partito l’etichetta di “anti-immigrazione”. Prevalentemente si è assistito al tentativo di bilanciare un atteggiamento compassionevole verso gli immigrati regolari con la fermezza nella condanna dell’immigrazione irregolare. Interessante, a tal proposito, è stato il dibattito pubblico organizzato da Univision. La proposta di Gingrich, basata su una revisione del “Dream Act” del 2001 che offrirebbe la cittadinanza solo ai giovani che si arruolano nell’esercito, è apparsa leggermente più moderata rispetto a quella dei suoi rivali. Romney, infatti, si è dichiarato contrario all’amnistia per gli immigrati irregolari e ha sostenuto l’idea di una deportazione spontanea. In altre parole, convincere gli irregolari a lasciare gli Stati Uniti nel momento in cui non siano in grado di trovare lavoro. Gingrich ha colto al volo l’occasione per attaccare Romney, sottolineandone la mancanza di compassione per chi già vive e lavora negli Stati Uniti.

Ma chi sono questi Latinos che hanno catalizzato l’attenzione dei media e dei candidati fin dai primi istanti della campagna in Florida?

Innanzitutto è necessario premettere che, per quanto assurdo possa sembrare a prima vista, gli Ispanici non esistono in America Latina. “Latinos” e “Hispanic” sono, infatti, concetti prettamente statunitensi, utilizzati per la prima volta nel 1977 a fini statistici e divenuti popolari a partire dal 1980 dopo essere stati inclusi nel Censimento di quell’anno. Secondo quanto stabilito negli “Standards for the Classification of Federal Data on Race and Ethnicity” (altrimenti noti come “Direttiva Nr. 15), si definisce Ispanico ogni individuo di origine o cultura Messicana, Cubana, Portoricana, Centro o Sudamericana, a prescindere dalla razza. Sottolineando che, come dimostrano diverse indagini statistiche, la fonte primaria di auto-identificazione è l’origine nazionale, molti autori dubitano dell’esistenza di un’identità Ispanica. Altri, al contrario, riflettono sulla dimensione istituzionale del concetto di ispanicità. Il massiccio utilizzo di queste categorie da parte dei media, dei rappresentanti politici e delle maggiori istituzioni del Paese avrebbe contribuito a renderle reali. In altre parole, pur essendo nati per fini statistici, tali concetti sono oramai stati interiorizzati ed accettati come criterio identificativo da quegli individui a cui sono stati attribuiti.

Questa precisazione è fondamentale poiché le diverse origini nazionali e le connesse differenti tradizioni ed esperienze storiche si traducono in un diverso credo politico. La Florida risulta essere particolarmente interessante al riguardo in quanto, più che di un unico elettorato ispanico, si dovrebbe parlare di blocchi distinti: i Cubani, concentrati a Miami e nel Sud della Florida, tendenzialmente repubblicani, e i Portoricani, a maggioranza democratica, concentrati ad Orlando, nella parte centrale dello stato, che rappresentano il 28 percento della popolazione ispanica dello stato. Ciò contribuisce a chiarire quanto risulti complesso ogni tentativo di analizzare i Latinos come un gruppo politico omogeneo. Il caso della Florida è unico sullo scenario nazionale: gli ispanici di origine cubana rappresentano qui un terzo (32%) della popolazione latino-americana, mentre a livello nazionale la loro percentuale scende al 5%. Alla luce di tutto ciò, e nonostante il sopracitato patchwork nazionale presente in Florida, abbiamo deciso di concentrare la nostra attenzione su questo particolare segmento dell’elettorato ispanico. Sebbene gli Stati Uniti e Cuba fossero già strettamente legati politicamente ed economicamente, con importanti risvolti sul piano migratorio, sin dall’indipendenza dell’isola, l’ondata più massiccia si è registrata negli anni ’60, come eco della rivoluzione castrista. I rifugiati politici di quegli anni erano prevalentemente esponenti della classe medio-alta, con alti livelli di scolarizzazione e specializzazione. Il fallimento dell’invasione della Baia dei Porci è una macchia indelebile nella memoria della comunità cubana della Florida, unitamente al mancato sostegno dell’allora governo democratico ai loro connazionali che erano stati fatti prigionieri durante l’attacco, e si deve a queste ragioni storiche, oltre alla comune posizione fortemente anti-comunista e pro-capitalista il fatto che i Cubani storicamente abbiano sempre votato repubblicano. Se a questo si aggiunge che, per evidenti ragioni politiche, il governo statunitense ha destinato loro una consistente fetta degli aiuti federali, si può facilmente intuire come siano riusciti a diventare una lobby importante all’interno dello scenario politico nazionale e anche perché essi rappresentino il gruppo più benestante tra gli immigrati ispanici. Tuttavia, statistiche alla mano, sembra si stia assistendo ad un’inversione di tendenza: i nuovi Cuban-Americans, infatti, non sarebbero più così conservatori come i loro predecessori. Secondo un’indagine condotta da Latino Decisions per Univision ed ABC, mentre i Cubani nati in patria preferiscono Romney ad Obama (56% contro 46%) e sarebbero ancora più inclini a votare Repubblicano qualora Marco Rubio corresse come Vice Presidente, tale situazione si ribalta con i Cubani nati negli Stati Uniti i quali supporterebbero il Presidente uscente (51% contro 44%) nonostante un ipotetico ‘effetto-Rubio’.

D’altronde, questo non basta a spiegare come mai la questione ispanica si sia affermata così prepotentemente nei dibattiti precedenti al voto. È presto detto: a partire dall’ultimo trentennio gli Stati Uniti stanno attraversando un importante processo di transizione demografica e la popolazione ispanica risulta esserne una componente determinante. Secondo le stime dell’U.S. Bureau of the Census, tra il 1980 ed il 1990 la popolazione ispanica negli Stati Uniti è cresciuta del 55% e tra il 1990 ed il 2000 la crescita è stata pari al 58%. Nel 2003 i Latinos si sono affermati come il più grande gruppo minoritario del Paese, superando gli Afro-Americani, e rappresentano oggi il segmento demografico a crescita più rapida. Con 50,5 milioni, gli Ispanici costituiscono il 16% della popolazione totale statunitense e le stime prevedono che tale percentuale salirà a quota 29% nel 2050. L’elevato tasso di natalità (nettamente superiore a quello degli altri gruppi etno-razziali), i consistenti flussi migratori e il fatto che i Latinos siano una popolazione giovane (con un’età media di 25 anni rispetto ai 36 degli Anglo-Americani) contribuiscono a rendere la popolazione Ispanica un gruppo politicamente rilevante, almeno in potenza.

La conquista dell’elettorato ispanico, dunque, sarà un elemento ricorrente di queste primarie e delle prossime presidenziali. Quello a cui abbiamo assistito in questi giorni in Florida rientra all’interno di una processo di trasformazione della geografia politica ed elettorale americana. L’imponente crescita numerica, il loro non essere più concentrati in aree limitate del paese e il crescente attivismo politico fanno degli Ispanici un segmento dell’elettorato statunitense che i candidati, di qualunque colore, non possono più permettersi di ignorare.

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