Religione e politica negli Stati Uniti

Il posto della religione: comparazione fra Italia e Stati Uniti

Ritratto di John Winthrop, primo governatore del Massachusetts.

Ritratto di John Winthrop, primo governatore del Massachusetts.

Nell’ambito delle ricerche sul tema dell’unità italiana e del parallelo processo di costruzione della nazione statunitense, un ruolo di particolare importanza è quello ricoperto dalla variabile religiosa. Sebbene, infatti, si sia fatto spesso riferimento agli Stati Uniti come a una nazione laica, è da rilevare la presenza di un forte spirito religioso che ha influenzato decisamente la storia e la costituzione materiale del paese d’oltreoceano.

La stessa idea di missione sulla quale gli Stati Uniti hanno basato la loro politica estera, ritenendosi una sorta di popolo eletto investito da Dio della funzione di diffondere le proprie istituzioni nel resto del mondo, è un fenomeno di lunghissimo periodo che affonda le proprie radici in A Model of Christian Charity, il sermone pronunciato dal leader puritano John Winthrop prima di sbarcare dall’Arbella sulla costa del Massachusetts nel 1630, e passa attraverso il Manifest Destiny  di John O’Sullivan nel 1845.

La retorica biblica è stata pienamente inserita nel linguaggio politico e i principi evangelici hanno ispirano la base ideologica della politica, talvolta fondendo il rapporto tra religione e democrazia in un unico tòpos. I valori religiosi sono una parte estremamente importante della vita degli statunitensi, non solo nella dimensione personale ma anche nella sfera politica e sociale, come dimostrato dall’inserimento del primo emendamento della Costituzione che sancisce la libertà di religione.

Tuttavia, il divieto di istituire una religione di Stato fu inizialmente limitata al Congresso e, indirettamente, all’esecutivo federale. Al momento della ratifica del primo emendamento, quattro Stati vietavano ai non protestanti di ricoprire cariche pubbliche e la Chiesa congregazionale del Massachusetts vide abolito il suo ruolo di Chiesa di Stato soltanto nel 1833. Solo con la sentenza Everson v. Board of Education del 1947 la Corte Suprema stabilì che anche i singoli Stati dovessero restare neutrali rispetto alle singole religioni e confessioni.

Sin dalla formazione della repubblica americana, molti intellettuali e rappresentanti politici considerarono fondamentale promuovere un’identità culturale che facesse perno intorno al tema della religione. Thomas Jefferson, in particolare, sostenne l’idea che le differenze religiose dovesser essere salvaguardate. Fin da allora, la religione fu considerata un diritto personale del singolo cittadino e il Congresso non poté emanare nessun atto che negasse la libera espressione di una confessione (vedi il Virginian Act of Religious Freedom); di conseguenza, parallelamente ai vari flussi migratori sorsero sul territorio americano diversi gruppi religiosi, liberamente organizzati, in quanto considerati come associazioni private, all’interno della società civile.

All’inizio dell’Ottocento, si attraversò una fase molto importante per la storia religiosa degli Stati Uniti, il cosiddetto “Secondo Grande Risveglio” (il primo era avvenuto nel secolo precedente), ovvero un vasto fenomeno di revival religioso, che si manifestò soprattutto nella zona “di frontiera”, definita da Frederick Jackson Turner come la linea di demarcazione tra la civilization e la savagery, cioè il limite, sempre in movimento verso occidente, della progressiva colonizzazione americana del “West”.

Negli anni che precedettero lo scoppio della guerra civile americana, l’attenzione della stampa (vedi giornalisti come Margaret Fuller) e degli intellettuali statunitensi per l’elezione di Pio IX al soglio pontificio nell’estate del 1846 mise in luce non solo le aspettative legate alla speranza per una svolta riformista nella politica del papato, ma talvolta anche la sottile intenzione di distrarre l’opinione pubblica dalle crescenti tensioni che avrebbero condotto al sanguinoso conflitto tra Nord e Sud.

Gli Stati Uniti, a differenza dell’Italia, non siglarono mai un concordato con il Vaticano. Tuttavia le relazioni consolari con lo Stato pontificio furono stabilite nel 1797 e le relazioni diplomatiche propriamente dette furono intraprese a partire dal 1848, ma nel 1867 il Congresso cancellò i fondi per la legazione di Roma e, di fatto, la rappresentanza statunitense presso lo Stato pontificio chiuse. Nel corso del Novecento alcuni presidenti nominarono un proprio rappresentante personale presso il pontefice, ma formalmente non si trattava di un rappresentante dello Stato federale e, quindi, non si poteva parlare di ripresa delle relazioni diplomatiche. Il più noto diplomatico fu Myron Charles Taylor per Franklin D. Roosevelt e Harry Truman. Le relazioni diplomatiche formali tra gli Stati Uniti e il Vaticano furono ristabilite solo nel 1984 sotto la presidenza Reagan. Il primo ambasciatore fu Wilson A. Wilson.

La questione religiosa e il rapporto tra politica e Vaticano in Italia sono sempre stati ben più complessi. La necessità di limitare il potere della Chiesa alla sfera spirituale si manifestò in occasione della proclamazione del Regno d’Italia nel 1861, quando Cavour, nel suo primo intervento in parlamento, riprese la frase di Montalembert, “libera chiesa in libero stato”. Il controverso rapporto tra religione e potere caratterizzò tutto il secolo e vani furono i tentativi di trovare una soluzione: la legge sulle guarentigie nel 1871 venne considerata dalla Santa Sede un atto unilaterale e, come reazione, nel 1874 la Chiesa vietò esplicitamente ai cattolici di partecipare attivamente alla vita politica con il “non expedit”. La Rerum Novarum, l’enciclica promulgata dal papa Leone XIII nel 1891, rappresentò un debole passo in avanti nel processo di modernizzazione del rapporto tra religione e politica: per la prima volta la Chiesa cattolica prese posizione in ordine alle questioni sociali e fondò la moderna dottrina sociale cristiana. L’enciclica esprimeva una condanna nei confronti del socialismo, della teoria della lotta di classe, della massoneria, preferendo che la questione sociale venisse risolta dall’azione combinata della Chiesa e dello Stato.

Evoluzionismo e coscienza nazionale

La pubblicazione del libro di Charles Darwin L’evoluzione della specie nel 1859 comportò uno sconvolgimento profondo del rapporto tra scienza e religione. Non si poteva più credere in Dio tramite la scienza e si avviò così il processo di secolarizzazione della società americana, dal quale prese forma l’annosa questione della laicità dell’insegnamento nelle scuole pubbliche e il problema dei finanziamenti alle scuole confessionali. Fu una materia soprattutto di ordine giudiziario, segnata da alcune sentenze della Corte Suprema come Engel v. Vitale (1962) sull’incostituzionalità della recita di una preghiera all’inizio di ogni giorno nelle scuole pubbliche e Wallace v. Jaffree (1985) sull’incostituzionalità di riservare per legge un minuto di silenzio alla meditazione o alla preghiera volontaria in apertura delle lezioni. Tuttavia sussistevano degli aspetti di rimando alla religione, come quelli che costituirono il “darwinismo sociale” e il “gospel of wealth” con cui si sostenne l’esistenza di una ristretta élite e di un proletariato subordinato, come struttura necessaria al progresso della società. Senza dubbio l’applicazione dell’evoluzionismo allo studio delle scienze umane produsse negli Stati Uniti un acceleramento del processo di modernizzazione anche in senso capitalistico.

Il caso dell’Italia è tutto sommato meno eclatante, anche se è indubbio che positivismo ed evoluzionismo abbiano giocato un ruolo importante nella modernizzazione della cultura italiana postunitaria.

L’importanza della religione si manifesta nel Novecento, quando John Scopes, un giovane insegnante, è processato e condannato per violazione del Butler Act dello Stato del Tennessee, che proibiva di insegnare la Teoria dell’evoluzione nelle scuole del Tennessee. La lotta fra creazionisti ed evoluzionisti negli Stati Uniti continua ancora adesso con sporadici scontri. Va ricordato che solo nel 1957, a causa della forte sensazione di essere in ritardo in campo scientifico, un testo comprendente la teoria di Darwin venne distribuito in parte dei distretti scolastici statunitensi, nonostante la forte avversità dei cristiani più conservatori. Lo stesso Butler Act  venne abrogato solo nel 1967.

Come avvenuto in Italia in riferimento al liberalismo, negli Stati Uniti l’ateismo è sempre stato visto come uno dei peggiori nemici della società americana. Quest’ultima rimane ancora oggi fortemente pervasa dalla componente religiosa, che si declina prevalentemente in numerose confessioni cristiane – soprattutto cattoliche e protestanti. Per diffusione sociale la prima delle confessioni religiose è sicuramente quella protestante, al cui interno si distinguono le chiese di tradizione calvinista-riformata – presbiteriana, congregazionista e battista – e quelle che rappresentano invece la versione americana dell’anglicanesimo, come gli episcopali, che raccolgono solitamente i membri dei ceti sociali medio alti. Nelle sue due ramificazioni la confessione protestante gode generalmente di una consistente fortuna tra i giovani, attirati dall’etica liberale che la caratterizza, dalle posizioni progressiste nell’abito delle riforme sociali, nonché dagli sforzi compiuti nella direzione di una maggiore integrazione razziale. La seconda confessione più seguita è quella cristiano-cattolica che balza, però, al primo posto nella classifica delle singole chiese più diffuse sul territorio. Il motivo di questa preminenza va ovviamente ricercato nell’immigrazione ispanica, che, dagli anni ’80 ad oggi ha registrato un fortissimo incremento. Non bisogna infine dimenticare la presenza di una comunità ebraica diffusa in particolare sulle due coste oceaniche, e la cui roccaforte è rappresentata dallo Stato di New York. Alle confessioni religiose tradizionali si sono poi più recentemente affiancate le cosiddette megachurches, chiese non-denominazionali di notevoli dimensioni.

Pubblicità di un programma televisivo condotto dal pastore Billy Graham (1986).

Pubblicità di un programma televisivo condotto dal pastore Billy Graham (1986).

Negli ultimi decenni le confessioni religiose hanno trovato nuovi canali di evangelizzazione sia nei mezzi di comunicazione di massa, sia nella rete telematica. Quest’opera di proselitismo mediatico si è quindi concretizzata nella fondazione di TV e web churches, che hanno portato alla ribalta i cosiddetti telepredicatori. Alcuni di loro, come gli esponenti della Destra cristiana Billy Graham, Pat Robertson e Jerry Falwell, sono rimasti nella storia per aver dato un grande apporto alla vittoria di Ronald Reagan nelle elezioni presidenziali del 1980 e del 1984. Il loro apporto è stato fondamentale anche per mobilitare a favore del partito repubblicano un bacino di elettori tendenti all’astensionismo nelle elezioni di mid-term del 1994 e in quelle presidenziali del 2000 e 2004, che hanno visto la vittoria consecutiva di George W. Bush.

Oltre alla comunicazione catodica e telematica, la dimensione religiosa ha trovato un’ulteriore mezzo di espressione nella letteratura, e questo fenomeno si pone come ulteriore conferma dell’importanza della religione nell’immaginario collettivo americano. Negli ultimi anni la religione è diventata addirittura oggetto di romanzi di fantascienza, fra i quali spicca Left Behind, un’opera di grande successo scritta da Tim LaHaye e Jerry B. Jenkins. Basata sull’interpretazione della Bibbia e, in particolare, delle scritture dei profeti Giovanni, Ezechiele e Daniele in chiave apocalittica, questa serie indaga la contrapposizione tra conservatori credenti e progressisti laici, considerata come uno dei principali fattori di divisione della società statunitense a partire dagli anni Novanta del secolo scorso. Alcuni dati statistici sulla rilevanza della religione nella vita degli statunitensi riportano che: l’83% di essi non sono atei, il 59% prega almeno una volta alla settimana, il 40% partecipa a cerimonie religiose in un luogo di culto almeno una volta alla settimana. Inoltre, il 38% degli statunitensi è attivo in un’organizzazione religiosa rispetto ad appena il 9% degli italiani. Secondo lo studio recente di Robert D. Putnam e David E. Campbell, gli Stati Uniti sono il paese industrializzato con il più forte sentimento religioso nella popolazione.

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