Oltre il secolo americano?

In occasione del decimo anniversario dell’11 settembre vi presentiamo il libro Oltre il secolo americano? Gli Stati Uniti prima e dopo l’11 settembre (Roma, Carocci editore, 2011), attraverso l’intervista alle curatrici, Raffaella Baritono ed Elisabetta Vezzosi. L’intervista è di Alberto Benvenuti e Chiara Corazziari.

 

Oltre il secolo americano: Gli Stati Uniti prima e dopo l'11 settembre“Oltre il Secolo Americano?” è una raccolta di saggi che ricostruisce la storia degli Stati Uniti degli ultimi vent’anni, ponendo l’11 settembre al centro di un’analisi storica, economica, politica e culturale che lo definisce non più come punto di svolta storiografico, ma piuttosto come “momento di concentrazione delle aporie e delle contraddizioni che la Guerra fredda e l’ideologia dell’eccezionalismo americano avevano tenuto in subordine”. I sedici contributi raccolti in questo volume offrono una riflessione ampia, utile a farci comprendere con maggiore chiarezza gli Stati Uniti di oggi, impegnati a uscire dalla crisi e a ridefinire e il loro ruolo di potenza in uno scenario globale in trasformazione.

 

Dieci anni dopo l’11 settembre ricordiamo, celebriamo e riflettiamo sugli attentati terroristici che hanno provocato la morte di quasi 3000 persone, trasformato il volto di New York, sconvolto gli Stati Uniti e ammutolito il mondo. Sono tante le domande che non hanno ancora trovato risposta e dieci anni non sono forse sufficienti per una comprensione a 360° di quegli avvenimenti, per capirne tutte le conseguenze e stabilire se queste saranno durature o passeggere. “Oltre il secolo americano” pone gli eventi dell’11 settembre in relazione con la fine della guerra fredda e esamina quelle che sono le dinamiche successive agli attentati. L’11 settembre cessa di  essere un momento astorico, un fulmine a ciel sereno, per essere inserito in un contesto storico, politico e sociale definito. Allo stesso modo non viene interpretato necessariamente come l’inizio di una nuova epoca, ma parte di un processo che non inizia e non finisce con il crollo delle torri gemelle. Si può dire quindi che il libro va oltre la volontà di rispondere alle tante domande su come siano cambiati gli Stati Uniti dall’11 settembre? Potrebbe essere definito come il coraggioso e complesso tentativo di consegnare l’11 settembre alla storia attraverso un’analisi politica, economica e sociale degli Stati Uniti?

EV. Quando abbiamo cominciato a immaginare il volume, insieme a Claudia Evangelisti (Carocci Editore), l’idea è stata immediatamente quella di collocare gli eventi dell’11 settembre in uno spettro temporale molto più ampio, il ventennio a cavallo di quella data. Ci interessava infatti cercar di capire dinamiche sociali, politiche, economiche, di politica estera, nel periodo compreso tra la presidenza Clinton e Obama. In questo contesto il trauma dell’11 settembre è stato visto come un momento di “snodo” ma non necessariamente come uno spartiacque.

RB. Come ha detto Elisabetta, l’interrogativo che ci siamo poste è stato quello di considerare l’11 settembre come un momento di “snodo” di fenomeni politici, economici e sociali le cui premesse spesso risalgono al decennio precedente. Inoltre, non so se il tentativo sia stato “coraggioso”, ma certo il progetto, ambizioso per certi versi, è stato quello di calare il trauma del crollo delle due torri dentro un’analisi storica e non semplicemente di inscrivere questo evento solo nel solco tracciato dalla memoria, come pure mi pare sia emerso – e forse non poteva che essere così – nelle rievocazioni e nelle celebrazioni pubbliche. D’altra parte, come mettiamo in evidenza nell’introduzione, negli Stati Uniti la “necessità” della storia ha caratterizzato immediatamente il bisogno di dare senso, e di elaborare il lutto. Già nel 2002 lo History News Network della George Mason University pose alla comunità degli storici la domanda se l’11 settembre aveva modificato il modo stesso di guardare alla storia. Ed è significativo che il 40% rispondesse con un netto sì, anche se le posizioni, come sottolineiamo, sarebbero divenute più sfumate negli anni successivi.

 

L’11 settembre ha costretto gli Stati Uniti a ripensare al loro ruolo nel mondo. L’amministrazione Bush pensò di affrontare la nuova minaccia terrorista in modo simile a quanto era stato fatto con la minaccia comunista, con l’uso della potenza militare, iniziando un conflitto potenzialmente senza fine contro un nemico difficilmente circoscrivibile. Quelle che il giornalista Jeremy Scahill ha chiamato “guerre ombra” – cioè interventi militari in paesi stranieri di cui l’opinione pubblica è in larga parte all’oscuro – hanno confermato anche nell’amministrazione Obama un approccio decisamente militarista. Quanto e in che misura le guerre al terrore hanno contribuito a un ridimensionamento dell’influenza globale americana, sia da un punto di vista geopolitico, che da un punto di vista ideologico? A questo proposito, nel decennale dell’11 settembre, possiamo considerare gli attentati come l’inizio del declino dell’eccezionalismo americano?

EV. Come scrive Federico Romero nel saggio compreso nel volume, il decennio di fine ’900 è rimasto connotato dall’ottimistica percezione di una progressiva ascesa dell’America verso una centralità che ne riconfermava, e forse addirittura accresceva, un ruolo d’incontestata leadership mondiale. L’autorità americana era ben visibile anche nella politica mondiale. La guerra nel Golfo aveva evidenziato una schiacciante supremazia tecnologica e militare e una forte capacità di leadership: gli stati del Golfo avevano affidato la propria sicurezza agli USA, molte nazioni arabe erano confluite nella coalizione anti-irachena e l’assenza di opposizioni all’ONU aveva fatto intravedere la possibilità di un ordine collettivo a guida americana. Le guerre al terrore e il loro sostanziale fallimento hanno cambiato la prospettiva. Sta chiudendosi insomma un lungo ciclo storico, durato quasi un secolo, in cui gli USA non solo forgiarono e diressero il sistema internazionale, ma lo fecero grazie a una preminenza economica e ideale dalla quale scaturiva la forza della loro egemonia culturale. Oggi gli Stati Uniti sembrano condannati ad una crescente insularità, alla “solitudine”.

RB. Non credo si possa parlare degli attentati come l’inizio del declino dell’eccezionalismo americano. L’eccezionalismo come convinzione della superiorità morale degli Stati Uniti, del paese come “città sulla collina”, certo attraversa l’intera storia americana e si ripresenta ciclicamente. Non dimentichiamo che, prima che ritrovasse vigore con l’amministrazione Bush, aveva subito non pochi contraccolpi a partire quanto meno dalla guerra del Vietnam, la prima guerra “non giusta” (e mai dichiarata) combattuta dagli Stati Uniti. Inoltre, all’indomani della fine della guerra fredda, nonostante il trionfalismo dominante nel dibattito pubblico, si aprì, all’interno della comunità scientifica e intellettuale, seppure per un breve periodo, una riflessione sul presunto “declino” statunitense, nella convinzione che la guerra fredda avesse finito per logorare gli Stati Uniti stessi. Si potrebbe dire che gli attentati non portano a un declino dell’eccezionalismo, ma impongono agli Stati Uniti di ripensare la loro collocazione all’interno del contesto internazionale.

 

Dopo il trionfalismo post-guerra fredda, dall’11 settembre e ancora di più dal 2008, l’immagine economica degli USA appare notevolmente ridimensionata. Al di là delle ragioni ideologiche, religiose e politiche, legate all’emergere del movimento neoconservatore, la guerra al terrore è stata preceduta da una nuova corsa agli armamenti, iniziata con Clinton, che ha certamente dato linfa allo sviluppo economico. La guerra è inoltre stata anche una guerra per il petrolio. L’11 settembre può allora essere considerata come data simbolo per comprendere la transizione post-egemonica in corso, non solo dal lato politico-militare, ma anche economico? In altre parole, possiamo dire che con l’11 settembre è finito il “ciclo economico americano”?

EV. Se fondiamo la risposta sulle teorie di Giovanni  Arrighi l’attuale crisi e l’inarrestabile processo di finanziarizzazione che le si collega sono interpretati alla luce dell’intera traiettoria di sviluppo del capitalismo mondiale, dalle città-Stato italiane rinascimentali all’ascesa degli Stati Uniti alla guida del sistema economico internazionale. In questa prospettiva, il processo di finanziarizzazione che segna la nostra epoca deve essere inteso sia come sintomo della decadenza dello Stato attualmente egemone a livello internazionale, gli Stati Uniti, sia come condizione della riapertura, in un diverso contesto geografico, di un nuovo ciclo di espansione economica “materiale” (industriale e commerciale). In questo senso dunque il “ciclo economico americano si è concluso ben prima dell’11 settembre”.

RB. Al di là della condivisione o meno delle tesi di economisti marxisti come Arrighi (uno dei suoi ultimi saggi, pubblicati prima della morte, non a caso si intitola “Adam Smith a Pechino”), mi pare che emerga, per esempio dal saggio di Duccio Basosi pubblicato nel libro, una dialettica anche questa di lungo periodo che non sembra essere stata modificata dall’11 settembre. Basosi, riprendendo le tesi di Malcom Sylvers, parla della dinamica economica americana come contraddistinta dai due termini di “dominio” e “declino” (una parola che, come si vede, ricorre spesso). Certo la crisi economico-finanziaria, emersa con la bolla speculativa dei mutui subprime, induce a vedere il pendolo oscillare più verso il “declino” – e quindi apparentemente certificare la fine del “ciclo americano” –, ma proprio la storia non lineare degli ultimi venti anni ci dimostra come in realtà sia difficile sposare una tesi rispetto all’altra. Riprenderei quindi le parole di Basosi, quando, in conclusione afferma “Al di là delle mutevoli previsioni dei futurologi, è oggi possibile affermare che vari elementi di fragilità dell’economia statunitense, a lungo denunciati dai declinisti in passato, si sono effettivamente manifestati in tempi recenti, sul piano interno come su quello  globale. Qui, tuttavia, lo storico deve fermarsi. Troppe sono le variabili in gioco, che in futuro potrebbero dare forma a configurazioni alternative dell’economia statunitense e del suo ruolo nel mondo: dagli equilibri politici interni al Paese agli equilibri politici e militari globali, dalle potenzialità delle innovazioni tecnologiche alle conseguenze dei cambiamenti climatici, dalla psicologia dei mercati valutari alle molteplici contraddizioni dell’ascesa cinese”.

11 settembre 2001. REUTERS/Brad Rickerby REUTERS FILES  BR/SVSe da un lato l’elezione del primo presidente afroamericano è stata indiscutibilmente un momento storico per la comunità nera americana, dall’altro Obama ha fatto di tutto per scrollarsi di dosso l’etichetta di presidente nero. Diversi osservatori hanno evidenziato il fatto che la questione razziale è stata esclusa dall’agenda presidenziale come pochi altri presidenti dal secondo dopoguerra avevano fatto, mentre con la crisi è aumentato il tasso di povertà degli afroamericani. Quali politiche dovrebbe adottare Obama per non rischiare di far stagnare una situazione potenzialmente esplosiva – la crisi successiva all’uragano Katrina ci insegna – nascosta dietro la maschera di un’America post-razziale? È ancora possibile parlare di “cittadinanza di seconda classe” per l’America non bianca?

EV. Come ho scritto nel mio saggio la candidatura di Barack Obama alla presidenza degli Stati Uniti e il suo successo elettorale, nel 2008, sono stati certo il frutto di una profonda trasformazione negli atteggiamenti razziali dei cittadini americani. Tuttavia, sebbene Obama abbia ricevuto il 53% dei voti, solo il 43% degli elettori bianchi lo ha scelto, a fronte di una larga maggioranza di consensi da parte dei gruppi di minoranza: il 67% degli ispanici, il 62% degli asiatici e il 95% degli afroamericani. Se la narrazione apparentemente prevalente negli Stati Uniti dell’era Obama parla di una società che ha ormai superato le divisioni razziali e che si presenta, dunque, all’alba del XXI secolo come  race-neutral,  essa sembra non tener conto dei dati di realtà che, innegabili, mostrano una disuguaglianza economica e sociale persistente che si acutizza se prendiamo in considerazione la realtà di molte donne nere. Forse, come scrive Imani Perry, gli Stati Uniti si trovano oggi non tanto in una fase post-razziale quanto in un periodo di razzismo “post-intenzionale”, che non è fondato sulle discriminazioni del passato, né su concezioni biologiche della razza, ma continua comunque a mettere in atto “pratiche di disuguaglianza razziale”.

RB. Non credo di poter aggiungere niente di più a quanto ha già detto Elisabetta. Mi pare difficile poter parlare senza ulteriori specificazioni di un’America post-razziale. Sulle sottili forme di un razzismo post-intenzionale vorrei rimandare a un articolo, alquanto controverso, che è stato pubblicato dalla politologa Melissa Harris-Perry su The Nation del 21 settembre (sarà pubblicato sul numero che andrà poi in edicola il 10 ottobre) dal titolo “Black President, Double Standard: Why White Liberals Are Abandoning Obama”, in cui mette il dito nella piaga di un pregiudizio che sopravvive anche negli stessi liberal bianchi.

 

L’11 settembre ha anche riproposto, da una parte, un “nuovo maschilismo” costruito sul nesso terrore-sicurezza, a consolidamento di gerarchie solo apparentemente superate, dall’altra ha visto emergere non solo una nuova retorica di destra sui diritti delle donne a giustificazione delle guerre, ma anche una forte partecipazione di donne nei movimenti conservatori, come il recente Tea Party. In questo contesto, come emerge o viene marginalizzata la questione di genere nel dibattito pubblico e politico americano?

RB. Così come appare difficile parlare di un’America post-razziale, appare altrettanto complicato, a mio avviso, definire il periodo attuale come caratterizzato dal post-femminismo, dove il suffisso post in realtà può voler dire molte cose: dall’andare oltre al superamento del femminismo a molto altro. Dal mio saggio emerge come proprio negli anni che vanno dall’elezione di Clinton nel 1992 ad oggi, il contesto politico americano non possa essere letto attraverso la dicotomia inclusione-esclusione. Anzi, questi anni sono caratterizzati da un grande protagonismo delle donne nella vita pubblica, come in quella intellettuale e politica, seppure con modulazioni diverse e oscillazioni nei processi di rappresentazione e autorappresentazione e con forti elementi di ambivalenza come il caso della presidenza Bush dimostra. La “mascolinizzazione” del discorso pubblico, all’indomani dell’11 settembre, legata al nesso sicurezza-vulnerabilità, si accompagnava a una retorica dei diritti delle donne come diritti umani che doveva legittimare l’egemonia americana. La campagna di Hillary Clinton da questo punto di vista ha rappresentato per certi versi una summa delle contraddizioni e delle ambiguità di una sfera pubblica e politica statunitense in cui a una narrazione spesso poco rispettosa delle differenze di genere (da questo punto di vista, alcuni media non solo hanno riprodotto, ma probabilmente rilanciato stereotipi e pregiudizi di genere) non sempre corrisponde la realtà dei rapporti di forza e viceversa. Il Tea Party movement è esemplificativo da questo punto di vista: grande visibilità di alcune delle protagoniste del nuovo conservatorismo che si accompagna a un’analisi che vede il movimento espressione di maschi, anziani, middle-class, così come mettono in luce Theda Skocpol e Vanessa Williamson, nel loro libro The Tea Party and the Remaking of Republican Conservatism di prossima uscita per la Oxford University Press.

EV. Mi pare di poter aggiungere che i conservatori repubblicani vedano nella maternità le radici della cittadinanza femminile e che cerchino di usare il potere che detengono a livello istituzionale per favorire questa visione. I repubblicani in Congresso hanno sostenuto con forza, negli ultimi anni, la legislazione antichoice, una scelta che avrà enorme peso sulla vita delle donne americane. Ne è esempio l’abolizione del finanziamento dei centri Planned Parenthood, che fornivano un’assistenza medica di base nell’arco del percorso riproduttivo, praticavano test gratuiti per l’individuazione di malattie sessualmente trasmissibili, prestavano consulenza sulla contraccezione e organizzavano screening per il cancro al seno per milioni di donne americane. Un enorme passo indietro insomma.

 

Elezioni 2012: successi e sconfitte hanno caratterizzato questi primi anni di presidenza Obama, anni in cui la decisa opposizione dei Tea Parties e l’influenza che hanno esercitato sul partito repubblicano e – dopo le elezioni di mid-term – sul Congresso hanno condizionato le riforme e le proposte del presidente. Alla luce delle più recenti questioni di attualità, dall’uccisione di bin Laden al sofferto accordo con i repubblicani per evitare il default, quali saranno gli argomenti forti sui quali Obama potrà giocarsi la rielezione nel 2012?

EV. Come noto la campagna elettorale di Barack Obama è molto in salita.  Secondo i sondaggi il presidente detiene solo il 42% dei consensi a fronte del 57% nei giorni immediatamente seguenti alla cattura e uccisione di bin Laden. Naturalmente l’amministrazione paga il prezzo di una lunga crisi economica che non trova risoluzione e che vede anzi a tutt’oggi un altissimo tasso di disoccupazione. Il proseguimento, di fatto, della guerra in Afghanistan, così come le timidissime politiche sull’ambiente hanno allontanato dal presidente molti suoi sostenitori. La sua campagna si concentrerà quindi in gran parte su lavoro e occupazione, come dimostra l’American Jobs Act, presentato dal presidente ai primi di settembre. È un piano per rilanciare l’economia del paese che prevede 450 miliardi di investimenti in opere pubbliche e incentivi fiscali a famiglie e imprese.

RB. Fermo restando che molto dipenderà anche dal candidato repubblicano che emergerà dalle primarie, i temi forti, come ha sottolineato Elisabetta, sono quelli dell’economia e del rilancio della crescita, tanto in termini di assorbimento della disoccupazione che in quelli di un miglioramento della qualità stessa del lavoro. Infatti dati anche recenti (v. ad esempio le tabelle riportate in un blog come America 2012) dimostrano come a partire dal 1979, a fronte di un aumento minimo dei salari e degli stipendi della classe media, l’1% più ricco abbia visto aumentare i propri introiti  del 240%. Tuttavia un recente sondaggio Gallup ha misurato le percentuali di gradimento e di insoddisfazione degli americani rispetto al proprio lavoro, confrontando i dati del 2011 con quelli del 2008 e in alcuni casi del 2001 (http://www.gallup.com/poll/149324/Workers-Unhappy-Health-BenefitsPromotions.aspx). Ciò che emerge è un quadro di crescente insoddisfazione su una varietà di elementi presi in esame, dai piani sanitari offerti dai datori di lavoro alle norme di sicurezza, dai piani pensionistici alle relazioni con gli altri lavoratori, dalla pressione e competizione alla mancanza di prospettive di carriera, per citarne solo alcuni. Per gli analisti della Gallup la classe politica e in particolare coloro che si candidano alla leadership del paese dovrebbero prestare attenzione alla percezione che i lavoratori hanno del proprio lavoro al pari delle questioni relative alla disoccupazione e alla necessità di creare nuove occupazioni. Il tema della giustizia sociale si propone quindi di nuovo come grande spartiacque tra liberal e conservatori.

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