L’Italia e le sfide dell’unità nazionale

Nazione, costituzione e cittadinanza

Litografia dei “Padri della Patria” (Vittorio Emanuele II, Garibaldi, Cavour, Mazzini) pubblicata dalla Domenica del Corriere del 10 gennaio 1961, in occasione dei cento anni dell’unità.

Litografia dei “Padri della Patria” (Vittorio Emanuele II, Garibaldi, Cavour, Mazzini) pubblicata dalla Domenica del Corriere del 10 gennaio 1961, in occasione dei cento anni dell’unità.

La storia dell’unificazione nazionale italiana è presentata sia tramite l’analisi dei concetti di nazione, costituzione e cittadinanza, sia attraverso l’azione politica dei principali attori che hanno preso parte a questo processo. Inoltre, le vicende italiane si inseriscono all’interno di un fenomeno europeo più vasto, erede della rivoluzione francese e delle guerre napoleoniche.

Nel corso del XIX secolo i processi di composizione nazionale hanno caratterizzato  numerosi stati europei ed extra-europei. Tali trasformazioni scaturirono dal confronto fra distinte componenti sociali, così come dalla presenza di politiche statuali particolarmente lungimiranti. I processi di unificazione nazionale hanno quindi portato alla progressiva creazione delle moderne organizzazioni statuali.

La formazione dello stato-nazione italiano presenta alcune peculiarità, quali l’unificazione tardiva, la discontinuità del processo di annessione territoriale 1 ed il difficile processo di affermazione della coscienza nazionale italiana, anche dopo l’unificazione. 2 Da un punto di vista strategico, però, la formazione politica dello stato italiano gli permise di collocarsi all’interno del contesto internazionale al pari delle altre medie potenze europee.

Nella penisola italiana, l’idea di nazione era presente nell’opinione pubblica già prima del compimento dell’unità politica dello stato ed il matrimonio tra liberalismo e questione nazionale diede avvio al discorso costituzionale, che fu successivamente rivendicato dai moti popolari del 1848. I successi dei moti popolari furono però estremamente limitati poiché le costituzioni octroyées 3 furono revocate pochi mesi dopo. Fu quindi estremamente lungimirante la decisione della monarchia sabauda di mantenere lo Statuto da poco concesso. La nuova costituzione collocò il Piemonte nel più ampio contesto delle monarchie costituzionali europee, fissando i limiti dei poteri costituiti e sancendo garanzie e diritti nei confronti della popolazione, inaugurando, quindi, il passaggio dallo status di sudditi a quello di cittadini.

Cavour vs Garibaldi

Nel periodo che va dal 1848 al 1861 i protagonisti della vicenda italiana furono molteplici. Fra questi, Camillo Benso, Conte di Cavour, ministro dal 1850 e Presidente del Consiglio dei Ministri dal 1852, svolse un ruolo fondamentale nell’interpretare pienamente la situazione politica del suo tempo. Egli fu l’artefice politico e diplomatico del Risorgimento italiano e la sua abilità fu quella di guidare il processo di unificazione sotto l’egida della monarchia sabauda, controllando al tempo stesso politicamente i movimenti mazziniani. Da un punto di vista strettamente diplomatico, Cavour fu in grado di sfruttare a proprio vantaggio le situazioni e le opportunità che di volta in volta gli si presentarono, come la partecipazione alla guerra di Crimea e alla successiva conferenza di Parigi del 1856. Questo permise a Cavour di poter sollevare la questione italiana di fronte ad un consesso internazionale e, quindi, di potersi assicurare l’appoggio di Napoleone III di Francia. Sul piano interno, Cavour giocò saggiamente la carta del mantenimento dell’istanza parlamentare, un aspetto che rafforzò la legittimazione internazionale del Regno di Sardegna.

Se Cavour fu il rappresentante delle élite politiche ed intellettuali nella fase di costruzione dello stato-nazione, Giuseppe Garibaldi, altra figura centrale del Risorgimento, fu interprete dell’anima popolare e democratica del movimento di unificazione nazionale e divenne punto di riferimento del volontarismo. Oltre all’effettiva conquista del Sud, la rilevanza dell’opera garibaldina fu rappresentata dalla sua capacità di modificare la strategia di unificazione ideata dalla monarchia sabauda. Mentre originariamente la costruzione del nuovo stato consisteva nella semplice estensione del Regno di Sardegna, grazie all’opera di Garibaldi, Cavour si convinse che una spedizione di liberazione nel Mezzogiorno avrebbe ottenuto il necessario sostegno popolare.

La legittimità politica del nuovo stato derivò principalmente dalla presenza dell’istituzione parlamentare (anche se non garantiva una rappresentanza reale della popolazione) e dai numerosi plebisciti di unificazione, che si tennero tra l’ottobre ed il novembre del 1860. Questo fu anche uno dei motivi per cui non si ritenne necessaria la promulgazione di una nuova costituzione, ma venne direttamente applicata la legge fondamentale del Regno di Sardegna a tutti i nuovi territori annessi. La continuità con le legislature precedenti fu evidente nella proclamazione di Vittorio Emanuele, Re d’Italia, con il titolo Vittorio Emanuele II, rendendo il nuovo stato italiano l’erede diretto del regno sabaudo.

Il problema principale dell’Italia unita non fu dunque quello di darsi una nuova organizzazione costituzione bensì di ottenere una piena legittimazione nazionale. Contrariamente a quanto si può constatare in altri paesi europei, in cui la nuova nazione si strinse attorno sia a solide istituzioni, come l’esercito od il Senato, sia a classi sociali, come l’aristocrazia, il nuovo popolo italiano non condivideva solidi miti fondativi. Inizialmente, nemmeno la monarchia riuscì a ricoprire questo complesso ruolo, dal momento che il Re e la casa regnante non godevano del prestigio internazionale necessario e venivano addirittura percepiti come un elemento di estraneità. Fu quindi compito della classe parlamentare tentare di colmare questo vuoto, divenendo la vera figura di intermediazione tra la società ed il nuovo stato nascente. Tuttavia, la classe politica a cui ci si riferisce era composta da singole personalità e rappresentava una frazione degli interessi sociali non ancora organizzati. Si trattò quindi di un collante parziale e problematico, e non da tutti riconosciuto (Cammarano 2011, 74–75).

Le sfide della classe politica liberale

Vignetta satirica raffigurante Agostino Depretis con il corpo di un camaleonte.

Vignetta satirica raffigurante Agostino Depretis con il corpo di un camaleonte.

Nei primi decenni dell’unità, la classe politica liberale si trovò ad affrontare una situazione altamente problematica poiché, oltre a dover fronteggiare le resistenze della Chiesa cattolica, che si rifiutava di riconoscere il nuovo stato, si delineò un’altra importante frattura, di carattere sociale e regionale, quella del divario tra il Nord ed il Sud della penisola. Nel 1861 il sentimento comune alla maggior parte dei cittadini italiani era che l’unità nazionale non fosse effettivamente ancora stata raggiunta, proprio a causa di problemi territoriali legati al completamento del processo di unificazione 4 ed alle forti differenze regionali. Le condizioni storiche di emergenza dell’immediato post-1861 portarono ad un accentramento amministrativo, 5 volto a contrastare le forze anti-unitarie.

Negli anni successivi all’unità, la classe politica liberale si divise in due anime: un’area moderata, che cercava soluzioni di compromesso ed escludeva la competizione aperta in politica, rappresentata da figure come Agostino Depretis, Francesco Crispi e Giovanni Giolitti; dall’altra parte, la seconda anima del liberalismo ottocentesco italiano era rappresentata da Benedetto Cairoli e Giuseppe Zanardelli, e si caratterizzava, al contrario, per la propensione al conflitto politico. Quest’ultimi vennero sconfitti negli anni Ottanta dell’Ottocento; anni in cui emerse concretamente la pratica del trasformismo, che si concretizzò nella convergenza verso il centro dello spettro politico, con l’esclusione e la marginalizzazione delle opposizioni.

In questo stesso periodo avvenne un rafforzamento dell’esecutivo a scapito del legislativo,  reso necessario dalla rinnovata competizione internazionale e dal bisogno di un nuovo slancio in termini di efficienza e governabilità dello stato. Tale svolta fu di importanza cruciale, tanto che ridefinì gli equilibri interni della politica italiana.

La sfida principale rimase per la classe politica liberale quella di rafforzare l’unità nazionale e due furono gli ambiti che ebbero un decisivo ruolo in tal senso: la svolta in politica estera inaugurata negli anni della Sinistra al governo e la questione romana con la Chiesa cattolica.

Il coinvolgimento negli affari internazionali ed il ruolo della guerra furono fattori decisivi per la fortificazione dell’identità nazionale italiana. A partire dai primi anni Ottanta dell’Ottocento, la Sinistra al governo intrattenne sempre più stretti contatti con Germania ed Austria-Ungheria, che sfociarono nel trattato della Triplice alleanza del 1882. Questo atteggiamento di rottura con la tradizionale linea di prudenza risorgimentale fu interpretato dal governo Depretis come un fattore “atto a conferire solidità alle istituzioni del giovane Stato” (Sabbatucci e Vidotto 2005, 154). Sul piano più prettamente strategico, la classe politica italiana utilizzò la Triplice come trampolino per porsi al centro dello scacchiere internazionale e dare avvio all’esperienza coloniale.

Il secondo ambito è rappresentato dal ruolo della Chiesa, notoriamente forza anti-unitaria, alla quale si contrappose una classe politica cattolica che non volle rinunciare agli ideali liberali e patriottici. In questo contesto, quindi, emerse la profonda contraddizione fra la religione, intesa come fede personale, che accomunava la stragrande maggioranza della popolazione risiedente sul territorio italiano, e l’istituzione, in quanto tale, della Chiesa cattolica. È con la legge delle guarentigie del maggio 1871 che lo Stato italiano tentò di risolvere i complessi problemi con il Vaticano, proclamando il principio della libertà del Papa di operare come un capo di Stato nella propria enclave territoriale. Questo non impedì comunque allo Stato pontificio di mantenere una certa ostilità nei confronti del nuovo Stato italiano, che sfociò nella disposizione del non expedit nel 1874, con il quale Pio IX sanciva che non era opportuna la partecipazione dei cattolici alle elezioni politiche.

Il crocevia in cui si veniva a trovare il nuovo Stato italiano alla fine dell’Ottocento non faceva che ampliare le sfide da fronteggiare per la classe politica liberale.

Note:

  1. Ricordiamo in particolare l’opposizione della Chiesa cattolica all’unificazione ed il problema del brigantaggio nel Sud d’Italia.
  2. La famosa frase di Massimo d’Azeglio “abbiamo fatto l’Italia, ora dobbiamo fare gli Italiani rimane un emblema del difficile processo di formazione della coscienza nazionale italiana.
  3. Il primo sovrano a concedere la costituzione nel 1848 fu Ferdinando II di Borbone, Re delle due Sicilie, seguito da Carlo Alberto di Savoia, da Leopoldo II di Toscana ed infine da Pio IX.
  4. Ricordiamo che erano rimaste escluse dal processo di unificazione numerosi territori abitati da popolazioni italiane, come il Veneto, il Trentino, Roma ed il Lazio.
  5. Si pensi all’estensione tra il giugno 1859 ed il gennaio 1860 di molte leggi piemontesi alle nuove regioni annesse, come la legge elettorale.

COMMENTI

WORDPRESS: 0
DISQUS: 0