Le declinazioni del liberalismo. I movimenti liberali nell’esperienza italiana, tedesca e statunitense

Per una definizione di liberalismo

Nonostante sia difficile arrivare ad una definizione univoca di liberalismo, tra la fine del Settecento e l’inizio dell’Ottocento si può osservare la presenza di una costellazione ideale comune all’esperienza europea e statunitense che ha il suo bacino di incubazione tra il 1776 e il 1789. Concretamente, nella sua declinazione politico-istituzionale, la dottrina liberale ridefinisce i rapporti tra sfera pubblica e privata promuovendo principalmente la protezione di alcuni diritti fondamentali dell’individuo dall’ingerenza dello stato (rappresentanza,  voto, habeas corpus,  proprietà, libertà d’espressione).

Il modo in cui il liberalismo si è declinato nei diversi paesi ha avuto un ruolo determinante sul processo di unificazione nazionale. In particolare, la storia del liberalismo in rapporto con l’idea di costruzione nazionale si sviluppa in due fasi temporalmente distinte: la prima nel periodo 1846–1861 e la seconda fra il 1861 e il 1880.

Il periodo 1846–61 fu caratterizzato da un confronto/dialogo transnazionale tra i movimenti liberali (es.: Giovine Italia e Giovine Europa mazziniana) che servì per giungere ad una concettualizzazione del liberalismo. In questa prima fase prevalse l’elaborazione teorica e i confini territoriali non imbrigliarono il liberalismo in definizioni prettamente nazionali. Tra il 1861 e il 1880 avvenne quella che può essere chiamata la “nazionalizzazione del liberalismo”, ovvero il liberalismo venne modellato all’interno della nazione e in funzione di essa. Si ottennero così diverse declinazioni del liberalismo.

Sia come concetto universalmente valido, sia nelle sue diverse sfaccettature in relazione all’idea di nazione e allo sviluppo del nazionalismo, l’idea di liberalismo può pertanto essere utilizzata quale strumento di analisi comparata per esaminare alcuni aspetti dei processi di unificazione italiana, tedesca e statunitense.

Liberalismo e formazione nazionale

Il liberalismo si sviluppa dunque in modi diversi a seconda del contesto storico politico. In un’ottica comparativa Jörn Leonard traccia una prima demarcazione, seppur non immune a critiche, tra il mondo continentale europeo e quello statunitense. In particolare, sarebbero tre gli elementi di base che avrebbero influenzano e condizionato l’emergere dei movimenti liberali e reso, di conseguenza, profondamente diversi i processi di unificazione dei paesi europei dagli USA: le condizioni politiche, il processo di nation-building e la ricezione dei principi liberali nelle istituzioni statuali.

Per ciò che riguarda il primo punto, e cioè l’influsso esercitato dalle condizioni politiche sui movimenti liberali, si può riscontrare una notevole differenza tra le due sponde dell’Atlantico. Guardando ad Italia e Germania si può notare che, nel periodo considerato, ovvero il diciannovesimo secolo, i due stati furono caratterizzati dalla presenza di una consistente frammentazione politico-istituzionale. Sia nella penisola italiana – data la compresenza dello stato pontificio, dello stato sabaudo e dell’occupazione austriaca – sia nella Federazione tedesca, si assisteva infatti alla compresenza di molteplici autorità sovrane sul territorio. Inoltre, in entrambi i casi, l’occupazione napoleonica aveva lasciato una pesante e ambivalente eredità, spingendo verso la centralizzazione ai danni però della nazionalizzazione. In entrambi i paesi europei non vi era inoltre alcun quadro istituzionale di riferimento che potesse costituire la base per una struttura statale unitaria. Una volta unificato il territorio, questi aspetti portarono i riformatori liberali a concentrarsi sui fondamenti costituzionali e sull’organizzazione burocratica dello stato.

Il caso statunitense si diversifica notevolmente da quello italiano e tedesco. Negli Stati Uniti, infatti, la nascita dello stato e la stesura del testo costituzionale precedettero la formazione nazionale, il processo di nation-building. Non avendo inoltre sperimentato forme di ancien régime 1 non svilupparono le ideologie derivanti, dal conservatorismo al socialismo. Il quadro liberale di riferimento negli USA poggiava quindi principalmente su una forte base teorica, e si richiamava tanto ai concetti del self-rule e di responsabilità individuale quanto al modello repubblicano jeffersoniano.

Un ulteriore elemento determinante per lo sviluppo dei movimenti liberali italo-tedeschi e statunitensi riguarda l’interazione tra i movimenti liberali ed il processo di nation-building. In Italia e in Germania il movimento liberale si fece promotore dell’idea di nazione connessa al progresso storico (ben  individuabile nella filosofia di Hegel che vede nello stato la realizzazione dello spirito della storia). Già sul finire dell’Ottocento, però, si assistette al fallimento della costruzione dello stato dal basso (esemplificato dall’alleanza dei liberali in Italia e in Germania rispettivamente con Cavour, Garibaldi e Bismarck) con il risultato che l’apparente compimento ideale liberale nell’unificazione nazionale del decennio 1860–70 venne mandato in frantumi. Una volta compiuto il processo di formazione nazionale, la nazione, fino ad allora elemento unificante del liberalismo, finì per sfidare e sfinire le stesse conquiste liberali, un fenomeno che si manifestò sia Germania, sia in Italia.

Con particolare riferimento al caso italiano è stato acutamente sottolineato che in questo contesto il movimento liberale può essere inquadrato all’interno dei sommovimenti seguiti alla rivoluzione francese e al periodo napoleonico e può essere ascritto all’interno di un fenomeno europeo molto più vasto che trovò il suo centro nell’intreccio dei concetti di nazione, cittadino e costituzione (Cammarano 2011, 72–78). Pensare in termini liberal-costituzionali implicò una nuova idea di legittimazione: la nazione cominciò a diventare una fonte di legittimazione e il concetto di liberalismo cominciò a sovrapporsi all’idea di nazione. A partire dal 1861, invece, il liberalismo si declinò secondo due anime diverse: una voleva tornare ai principi liberali e portare avanti la nazionalizzazione degli italiani attraverso il conflitto politico; l’altra voleva ibernare e neutralizzare il conflitto. Questa seconda anima si tradusse nel trasformismo politico che rappresentò la vittoria del liberalismo all’italiana basato sulla centralità del governo e la necessità di un esecutivo più forte del legislativo, soprattutto a partire dagli anni Ottanta.

Il caso tedesco evidenzia lo stesso tipo di percorso. Si può osservare come, nonostante la cultura tedesca fosse la più liberale a livello europeo, essa non si manifestasse in istituzioni politiche altrettanto liberali – come quelle sviluppatesi in Inghilterra o nei dei Paesi Bassi. Tuttavia, il concetto di nazione, oltre ad essere un concetto astratto, diventò la parola d’ordine dell’unificazione, legandosi in modo ambiguo al liberalismo. Se, infatti, da una parte la nazione legittimò e fortificò lo stato liberale, dall’altro creò una cultura liberale che divenne la base di aspirazioni e rivendicazioni a cui lo stesso stato liberale non seppe dare risposta. Così, ad unificazione avvenuta, in Germania il movimento liberale venne sfidato dalla questione sociale e dall’ampliamento dei poteri dello stato e il liberalismo venne messo in crisi dall’emergere di nuovi soggetti che minarono le basi dell’individualismo.

Nel mondo statunitense, invece, il liberalismo si fece promotore delle aspirazioni della nazione e subì una precisa evoluzione fra Otto e Novecento, parallelamente alle trasformazioni delle esigenze sociali. In questo caso è possibile individuare tre principali momenti cruciali che legarono strettamente lo sviluppo del pensiero liberale alla formazione della nazione: il periodo immediatamente successivo alla guerra di Indipendenza, la guerra civile e gli anni del New Deal.

All’inizio della storia degli Stati Uniti l’idea di liberalismo si fuse con quella del repubblicanesimo jeffersoniano basato sulle idee chiave di self-rule, omogeneità etnica e culturale ed autarchia agraria. Pur mettendo sempre al centro del sistema politico l’individuo, le componenti jeffersoniane del liberalismo  statunitense sembravano in contraddizione rispetto a quei processi  di modernità ed industrializzazione che percorsero i primi  cinquant’anni del 1800 e furono una delle cause della guerra  civile.

La guerra civile è considerata il vero e proprio momento fondativo della nazione americana. All’indomani del conflitto i principi jeffersoniani vennero sfidati e messi in crisi dall’industrializzazione e dall’urbanizzazione, mentre il liberalismo si fece portavoce del credo capitalista e del darwinismo sociale di Spencer. Questi radicali cambiamenti mutarono il volto degli Stati Uniti che da paese agricolo divennero un paese industrializzato. Nonostante ciò l’individuo rimase al centro del pensiero liberale e lo stato continuò ad avere il compito di non interferire; piuttosto fu il mercato a divenire il regolatore della vita quotidiana. Al concetto di liberalismo si accostò quello di liberismo e progresso economico.

Un mutamento radicale del pensiero liberale si ebbe alla fine della prima guerra mondiale e si manifestò concretamente nel 1933. La crisi del 1929 scosse i presupposti dell’economia capitalista al punto  da indurre una profonda riflessione sul sistema stesso. Un esempio di questo “nuovo corso” fu rappresentato, non a caso, dalla politica economica del New Deal promossa da Franklin Delano Roosevelt, che pose al centro del pensiero “liberal” la necessità dell’intervento dello stato, stravolgendo quindi le fondamenta del liberalismo americano fondato appunto sulla protezione dell’individuo dallo stato.

Fondamentale, infine, per spiegare l’interazione tra liberalismo e unificazione nazionale è la relazione tra il potere statale e i movimenti liberali stessi. In Italia e in Germania i fenomeni dell’assolutismo, l’occupazione militare straniera, e un sistema statuale forte segnarono profondamente la storia dei movimenti liberali, spesso costretti a svilupparsi per vie clandestine o al di fuori del territorio stesso. Al tempo stesso lo stato ingeriva  pesantemente nella vita del singolo individuo, il suddito/cittadino. Al contrario negli USA lo stato federale limitava le proprie funzioni ed aveva un’ingerenza minima sulla vita quotidiana dell’individuo. Fino al 1865, ad esempio, la Federazione non sviluppò un vero e proprio sistema fiscale e  militare a livello nazionale.

Nonostante la presenza di specifiche caratteristiche che distinguevano le esperienze liberali europee – in particolare italiane e tedesche – da quella americana, i tre contesti possono essere riavvicinati da alcune considerazioni riguardanti la trasformazione del liberalismo attraverso conflitti bellici e il suo ambiguo rapporto con la religione.

Questioni di guerra e di fede. Gli elementi controversi del liberalismo

Nel  diciannovesimo secolo i liberali pensarono alla guerra come a uno strumento di progresso, in grado di esaltare il patriottismo e l’idea di nazione. Da questo punto di vista, Italia, Germania e Stati Uniti sono accomunati da processi di formazione nazionale caratterizzati dall’elemento bellico: le guerre di indipendenza italiane, le guerre austro e franco-prussiane e, infine, la guerra civile americana. A parte questo aspetto generale, bisogna sempre ricordare che le esperienze belliche italiane e tedesche si caratterizzarono concretamente in forme molto diverse dalla guerra civile americana. Mentre per la Germania e l’Italia si trattò sostanzialmente di guerre di stato e non guerre di popolo, negli USA la guerra civile si manifestò come una vera e propria guerra totale, che coinvolse autorità statali e società civile, divenendo anche una delle guerre più sanguinose della storia contemporanea.

Difficile invece dire quanto l’elemento religioso e il rapporto stato-chiesa possano costituire elementi di confronto nei casi italiano, tedesco e statunitense. Sicuramente il diverso rapporto tra liberalismo e chiesa nei tre paesi presi in esame condizionò il processo di unificazione nazionale e il suo risultato finale. Tuttavia è difficile definirne con esattezza l’impatto. Il punto di partenza è la sostanziale diversità tra il mondo europeo e quello statunitense per ciò che riguarda il delicato rapporto tra chiesa ed autorità statale. Se il conflitto tra lo stato e la Chiesa cattolica fu particolarmente evidente in Italia (a causa, in particolare, delle conseguenze dovute alla presa di Porta Pia e alla legge sulle Guarentigie) e se in Germania Bismarck promosse una dura campagna contro i cattolici, negli USA il confronto stato-chiesa non raggiunse mai un alto livello di criticità.

Così, mentre ad esempio in Italia il liberalismo venne additato dalla chiesa come la matrice del materialismo e del socialismo – antitesi della religione cattolica – e il problema della regolamentazione dei rapporti fra stato e chiesa rimase una ferita aperta nella seconda metà dell’Ottocento (si ricordi l’espressione cavouriana “libera chiesa in libero stato”) il caso statunitense appare del tutto diverso in quanto le idee liberali e religiose si svilupparono armonicamente e non si sentì la necessità di regolamentare i rapporti tra stato e chiesa. Non solo, infatti, non vi fu conflitto ma la religione, in primo luogo quella protestante, divenne un vettore di liberalizzazione e democratizzazione.

Conclusioni

In conclusione, nonostante la schematizzazione di Leonard mostri la specificità e la divergenza del liberalismo italo-tedesco da quello statunitense, a livello concettuale è difficile contrapporre in maniera schematica il liberalismo europeo a quello che nacque e si sviluppò negli USA. Basti pensare alla prima metà del secolo diciannovesimo, quando si può individuare una fase liberale generalmente etichettata come liberalismo transatlantico in cui le idee viaggiano dall’una all’altra sponda dell’oceano e di cui il viaggio di Kossuth negli Stati Uniti è un esempio. Nel momento in cui nacque e si sviluppò l’idea di nazione repubblicana negli USA questa guardava ai movimenti liberali nazionali europei, sentendosene parte integrante. Allo stesso modo vi furono manifestazioni di adesione da parte degli europei a ciò che accadeva negli Stati Uniti. Non a caso un pensatore liberale come Giuseppe Mazzini alla fine della guerra civile avrebbe affermato che gli USA erano diventati la  nazione guida dell’internazionale repubblicana.

Si pone poi un’altra importante questione, ovvero quanto il termine liberalismo possa essere impiegato per spiegare l’esperienza statunitense. Il termine sembra infatti un vero e proprio taboo per i politici statunitensi tanto da non far parte del linguaggio statunitense (Mariano 2011, 91–105).

Da sempre la storia degli USA e la concezione che essi hanno di se stessi sono velate dal concetto di eccezionalismo. Si può parlare di liberalismo eccezionale per gli USA? Il liberalismo americano può essere inserito nella tradizione liberale europea? Esiste uno sviluppo parallelo tra le due sponde dell’Atlantico?

Probabilmente gli elementi particolari e specifici dell’evoluzione statunitense rendono l’esperienza liberale statunitense diversa, ma non necessariamente unica. In ogni caso la questione sembra rimanere aperta ad un ulteriore approfondimento. La strada per definire e comprendere il liberalismo americano è ancora lunga.

Note:

  1. L’idea secondo la quale gli Stati Uniti non hanno vissuto l’esperienza di ancien régime, pur avendo comunque sperimentato e subito una forma di imperialismo coloniale, è supportata dal fatto che il colonialismo britannico si distinse da quello spagnolo o francese, in quanto lasciò ampi spazi di autonomia alle colonie. Per le differenze fra colonialismi si veda Reinhard W., Storia del colonialsmo, Torino, Einaudi, 2002, pp. 60–76, pp. 101–125.

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