La questione sociale e lo scontro di classe: Un confronto tra Italia e Stati Uniti d’America, di Francesco Condoluci e Francesca Ghezzi

Scatenata dalla Seconda Rivoluzione Industriale, la questione sociale esplose con forza nel corso degli anni Ottanta del XIX secolo in Europa così come in America. Si trattò di un fenomeno estremamente complesso, che assunse dimensioni e forme differenti nelle diverse nazioni in fase di industrializzazione. La questione sociale racchiudeva in sé moltissime problematiche che colpivano la grande massa delle classi lavoratrici, come la povertà, le dure condizioni di lavoro nelle fabbriche e nelle campagne, le precarie condizioni di igiene e di salute, la mortalità infantile, la crescente immigrazione. La povertà e il degrado in cui versava la grande maggioranza delle classi lavoratrici erano in contraddizione con la crescita economica favorita dall’industrializzazione e si tradussero in una decisa ondata di rivendicazioni sociali, duramente represse dalle autorità. Dopo le prime reazioni di forza nel lungo periodo i governi furono indotti a introdurre alcuni provvedimenti al fine di contenere il malessere dei lavoratori.

La questione sociale riguardò tanto l’Italia quanto gli Stati Uniti d’America ma con differenze molto significative sia circa la portata e i tempi del processo di industrializzazione, sia circa la natura del movimento operaio e le tipologie di intervento sociale intraprese dai due paesi.

La questione sociale in Italia

Giuseppe Pellizza da Volpedo, “Il quarto stato“ (1901).

Giuseppe Pellizza da Volpedo, “Il quarto stato“ (1901).

Nel neonato Regno d’Italia la “questione sociale” emerse con particolare vigore tra gli anni Settanta e Ottanta dell’Ottocento, quando alcune inchieste misero in luce l’esistenza di scenari di povertà e arretratezza particolarmente gravi, specie nel Sud della penisola. Le prime indagini – come, ad esempio, l’Inchiesta in Sicilia di Sidney Sonnino e Leopoldo Franchetti del 1876 –  riguardarono lo stato dell’industria nazionale e del Mezzogiorno. Gradualmente, il campo d’osservazione venne esteso anche alle precarie condizioni igienico-sanitarie in cui versava gran parte della popolazione e alla complessa condizione agraria del paese, trattata diffusamente dalla cosiddetta Inchiesta Jacini, elaborata da un’apposita commissione parlamentare tra il 1878 e il 1886. Le crisi economiche depressive che colpirono il paese nell’ultimo ventennio dell’Ottocento favorirono inoltre il diverso sviluppo del Sud e del Nord della penisola: mentre nel primo imperversava la crisi agraria, il secondo vedeva la nascita di grandi industrie siderurgiche e meccaniche (ad esempio la Fiat, nel 1899) e dunque l’affermarsi di nuove tecnologie, nuovi beni di consumo e una più moderna organizzazione del lavoro. Considerate le molteplici problematiche del caso italiano sarebbe pertanto più corretto parlare di “questioni sociali”, alle quali nel corso degli anni vennero date di fatto risposte differenziate.

Inizialmente la classe dirigente del paese si dimostrò indifferente nei confronti del malessere diffuso fra i lavoratori, la cui componente operaia era peraltro in costante aumento. Di fronte alla mancanza di appoggio istituzionale sorsero due movimenti di opposta matrice: quello cattolico, tradizionalmente radicato nella società italiana, e quello nascente operaio e socialista, espressione della modernità industriale. L’impegno sociale del movimento cattolico si espresse per lo più in forme paternalistiche di assistenza e carità, elargite nei numerosi istituti religiosi diffusi nella penisola, fino a quando, nel 1891, l’enciclica Rerum Novarum di Leone XIII pose le basi per una nuova dottrina sociale della Chiesa. Il documento si opponeva allo sfruttamento capitalistico dei lavoratori, promuovendo una conciliazione tra dipendenti e padroni, e contrapponeva al “falso rimedio” del socialismo e della lotta di classe lo sviluppo delle associazioni popolari cattoliche. Anche il movimento operaio si prodigò in iniziative solidaristico-assistenziali tra e per i lavoratori, come testimonia la rapidissima diffusione, in questi anni, delle Società Operaie di Mutuo Soccorso. Questo movimento, però, agì anche in campo più strettamente politico, abbracciando l’ideologia socialista ancor prima del raggiungimento di una piena industrializzazione della penisola, della nascita di un vero e proprio sistema capitalista e del corrispettivo proletariato industriale (gli operai italiani della seconda metà del secolo, infatti, spesso alternavano il lavoro in fabbrica a quello nelle campagne). Quest’anomalia spiega perché il movimento operaio in Italia assunse delle forme anarchiche molto più frequentemente che in altri paesi occidentali: mancando solide e mature basi alla coscienza di classe, esso era più soggetto a derive di questo tipo.

Nell’ultimo ventennio dell’Ottocento ebbero così luogo le prime agitazioni importanti dei lavoratori agricoli e industriali. Fra questi ultimi si possono ricordare, ad esempio, i moti bracciantili in Val Padana, Lombardia e Piemonte, legati alle conseguenze dell’industrializzazione dell’agricoltura e le Leghe di Resistenza di Milano, dalle quali nel 1882 nacque il Partito Operaio Italiano. In questi anni lo sciopero si affermò come un nuovo strumento di protesta di massa, come nel caso dei Fasci Siciliani (1892–1894) che, seppur duramente repressi, rappresentarono l’emblema di un violento conflitto sociale ormai incanalatosi nella moderna forma della lotta sindacale. Tale lotta si sostitutiva dunque al ribellismo spontaneo ed era indicativa di uno scenario politico in trasformazione, dovuto proprio all’imporsi della classe operaia, un attore di cui era ormai impossibile non tenere conto. Tra i lavoratori si fece infatti progressivamente strada la necessità di eleggere rappresentanti politici capaci di farsi interpreti delle loro istanze. Il Partito Operaio Italiano iniziò pertanto un cammino di maturazione verso la una forma di partito moderna, che lo portò a ridefinirsi, in un primo tempo, come Partito dei Lavoratori Italiani (1891) e, infine, con una definitiva scelta ideologica, Partito Socialista Italiano (1892).

Per ciò che concerne le risposte date dal governo italiano ai problemi delle masse operaie, la rotta fu invertita solo dopo un ventennio di sostanziale indifferenza attraverso una serie di interventi di previdenza sociale, pur scarsamente coordinati. Ne sono un esempio l’istituzione della Cassa Nazionale Previdenziale per gli Invalidi e gli Anziani (1898), quella dell’Ufficio del Lavoro e la Legge sul Lavoro dei Fanciulli e delle Donne (1902). Fu però in età giolittiana che vennero create delle strutture statali che, nonostante l’arretratezza generale del paese, erano basate su criteri moderni di assistenza previdenziale e che provvidero a scalzare progressivamente il ruolo centrale sino ad allora rivestito dagli istituti religiosi.

La questione sociale negli Stati Uniti.

Bambina al lavoro in un’industria tessile a Newberry, SC (1908).

Bambina al lavoro in un’industria tessile a Newberry, SC (1908).

Con la fine della guerra civile, gli Stati Uniti vissero un imponente e rapidissimo processo di industrializzazione, che tra il 1860 e il 1900 trasformò il paese nella prima potenza industriale del mondo. Gli anni chiave di questo processo, soprattutto dal punto di vista della questione sociale, furono quelli della cosiddetta Gilded Age (l’Età dorata), in particolare il ventennio compreso tra il 1870 e il 1890, anno in cui la produzione industriale assunse il primato su quella agricola. La Gilded Age fu un’epoca di profonda e rapida trasformazione della società americana, nel corso della quale, insieme alla grande crescita produttiva, importanti innovazioni sul piano tecnologico  rivoluzionarono il mondo dell’industria, dei trasporti, delle comunicazioni e della vita quotidiana.

L’impatto dell’industrializzazione sul tessuto economico e sociale americano fu però traumatico e diede vita a una grande polarizzazione sociale, dovuta alla distribuzione fortemente squilibrata della ricchezza. Da un lato, si affermavano vere e proprie oligarchie industriali e finanziarie e si consolidavano grandi patrimoni: basti pensare alle enormi fortune accumulate dai magnati dell’industria Andrew Carnegie e John D. Rockefeller (che attraverso la Carnegie Company e la Standard Oil Company of Ohiocontrollavano rispettivamente la produzione dell’acciaio e la raffinazione del petrolio), dai proprietari delle grandi compagnie ferroviarie (come i cosiddetti “baroni delle ferrovie” Jay Gould e Cornelius Vanderbilt), o dal “re delle banche” John P. Morgan, che dominava il mondo della finanza. Dall’altro lato, l’enorme maggioranza delle classi lavoratrici viveva in una condizione di povertà e sfruttamento e doveva confrontarsi con diversi problemi, tra cui la costante corsa al ribasso dei salari (dovuta alla grande disponibilità di manodopera a basso costo resa disponibile dall’immigrazione), la lunga durata delle giornate lavorative, la pericolosità e l’insalubrità dei luoghi di lavoro, oltre alle conseguenze più deteriori della massiccia urbanizzazione, quali la nascita nelle città dei cosiddetti slums, quartieri poverissimi abitati da una grande massa di operai e immigrati. Vi era inoltre una situazione di diffusa povertà tra i lavoratori delle campagne, dovuta all’ampliarsi del divario tra la scarsa crescita dell’agricoltura e quella dell’industria.

Il costo sociale dell’industrializzazione fu quindi enorme e diede vita a numerosissime agitazioni operaie e contadine – in alcuni casi eccezionalmente aspre – che, come in Europa, incontrarono una dura risposta da parte delle autorità e che si risolsero spesso in scontri violenti e sanguinosi. Il movimento operaio americano conobbe un momento di estrema difficoltà nel 1886 in seguito ai fatti diHaymarket Square a Chicago, in cui durante un affollato comizio tenuto dagli anarchici scoppiarono violenti scontri che provocarono la morte di undici persone. L’episodio – che testimoniava la gravità e la radicalità dello scontro in atto – fu utilizzato dalle autorità per rafforzare la repressione nei confronti dell’attività dei sindacati e dei movimenti operai, che si ritrovarono così in una condizione di grave fragilità nei confronti degli apparati repressivi e dell’opinione pubblica.

Rispetto a quello europeo e italiano il movimento operaio americano presentava importanti peculiarità. In primo luogo era espressione di una classe operaia multietnica nata dalle successive ondate migratorie conosciute dagli Stati Uniti, dove nel corso dei cinquantanni successivi alla guerra di secessione affluirono oltre 26 milioni di persone, provenienti in una prima fase soprattutto dall’Europa nordoccidentale (fino a verso il 1880) e in seguito dall’Europa sudorientale (nel periodo compreso tra il 1880 e il 1914). In secondo luogo, nel suo complesso il movimento operaio americano non si diede una identità socialista. Benché gli immigrati europei portassero spesso con sé un bagaglio di ideali politici e sociali (di ispirazione marxista, anarchica o anarchico-sindacalista), così come di memorie e pratiche di lotta sperimentate nei propri paesi d’origine, il movimento operaio americano non si affiliò mai in massa al Socialist Party of America. Allo stesso modo i principali sindacati americani di quell’epoca, gli Knights of Labor e l’American Federation of Labor, non si rifacevano all’ideologia socialista e, come nel caso dell’American Federation of Labor, erano contrari alla sua diffusione all’interno del movimento operaio.

Anche sul piano alle risposte date alla questione sociale il governo degli Stati Uniti agì in modo molto diverso rispetto a quello italiano e ai governi europei in generale. L’amministrazione federale non elaborò infatti alcuna misura simile agli interventi di previdenza sociale introdotti  in quegli stessi anni in Italia o nelle altre nazioni europee (si pensi, ad esempio, all’assicurazione obbligatoria per i lavoratori istituita nella Germania di Bismarck). L’introduzione di eventuali politiche di tipo assistenziale venne piuttosto delegata ai singoli Stati dell’Unione, i quali godevano di autonomia decisionale in materia, anche per ciò che riguardava i soggetti destinatari dei provvedimenti di tutela e i criteri d’assegnazione. Negli Stati del Sud, per esempio, l’assegnazione dei sussidi seguì forti criteri razziali, con la conseguente esclusione di uomini e donne afroamericane dalle politiche sociali.

Un’altra peculiarità del caso americano fu l’emergere, tra le misure elaborate a livello statuale in questo periodo, di due diversi canali di welfare, basati sulla differenza di genere. Il primo canale, di tipo previdenziale, era dedicato ai maschi lavoratori e consisteva in forme di assicurazione e indennità per gli incidenti sul lavoro. Il secondo, di carattere assistenziale, era rivolto invece alle donne e consisteva in pensioni destinate alle madri povere. Occorre rimarcare come questa seconda forma di intervento riguardasse le donne esclusivamente in quanto madri, mentre non esisteva alcuna forma di aiuto per le donne lavoratrici (come il congedo di maternità). Si può parlare, in questo caso, di un welfare state di stampo maternalista: poiché si vedeva nella maternità una funzione sociale, si riteneva che la donna potesse essere portatrice di diritti sociali solo in quanto madre e non in quanto lavoratrice. Questo aspetto costituisce una significativa differenza rispetto all’Italia, dove a inizio Novecento venne introdotto il congedo durante il puerperio e si costituì una Cassa di maternità.

Conclusione

In conclusione, si può quindi notare come, a differenza dell’Italia, negli Stati Uniti la questione sociale non si accompagnò alla diffusione dell’ideologia socialista tra le classi lavoratrici. Inoltre, lasciando ampia discrezionalità in materia ai singoli stati, il governo federale non promosse politiche sociali universalistiche, ma fortemente settoriali, che non tutelavano alcune fasce della popolazione (come gli afroamericani) e prevedevano canali di intervento diversi per gli uomini e per le donne. Il caso dell’Italia fu invece diverso, poiché, fra la fine dell’Ottocento e i primi del Novecento, vide affermare un ruolo decisamente più forte dello Stato centrale nelle politiche sociali. Quello italiano fu un sistema in cui, parallelamente all’azione governativa, sia le Società di Operaie di Mutuo Soccorso sia gli enti religiosi si prodigarono in interventi di solidarietà e assistenza.

COMMENTI

WORDPRESS: 0
DISQUS: 0