Gli Stati Uniti e le sfide dell’unità nazionale (1861–1901)

L’eccezionalismo statunitense: stessi problemi, diverse premesse

Nel suo A nation among nations: America’s place in world history, Thomas Bender sottolinea la necessità di pensare la storia americana in una prospettiva comparata. Con particolare riferimento alla guerra civile, quest’ultima è stata studiata come un’esperienza sociale, politica e culturale troppo diversa dalle contemporanee vicende europee e, pertanto, eccezionale. Le sfide dell’unità nazionale che gli Stati Uniti dovettero affrontare non furono dissimili dagli stati europei e a testimonianza di ciò è utile sottolineare come vi fosse un reciproco interesse per le rispettive questioni politiche che caratterizzavano l’Europa e il nuovo continente. Gli USA, ad esempio, intrattennero una fitta corrispondenza diplomatica con l’Italia che si affiancava ai resoconti di numerosi intellettuali statunitensi che narravano le gesta dei protagonisti del Risorgimento, in particolar modo di Garibaldi.

Se, come l’approccio metodologico di Bender ci suggerisce, le sfide dell’unità nazionale statunitense possono essere considerate simili – e in qualche maniera collegate – a quelle europee, non bisogna tuttavia dimenticare che le risposte date dagli USA furono frutto di premesse storiche e sociali assolutamente peculiari.

Nel periodo precedente alla guerra civile, gli Stati Uniti erano per certi versi ancora un paese coloniale, un paese cioè nato su un territorio occupato che comprendeva gli immigrati, ma escludeva le popolazioni native e gli schiavi neri. Il problema della schiavitù, elemento fondante del sistema sociale ed economico del Sud, era una questione comune a tutte le potenze coloniali ma gli USA, a differenza delle nazioni europee, dovevano affrontarla sul proprio territorio. La repubblica americana era organizzata, inoltre, sulla base di una struttura politica federale che comprendeva stati molto diversi tra loro, per forme di governo, sviluppo economico e appartenenze religiose. Era infatti nata dopo una guerra anti-coloniale ed espandendosi verso ovest ripeteva il rito della nascita di nuovi stati.

Un’ulteriore particolarità era poi relativa al suo status di potenza post-rivoluzionaria. Gli Stati Uniti si costituirono in seguito ad una rivoluzione di successo; tale rivoluzione nacque su base locale e produsse da un lato un governo federale che tendeva a salvaguardare i diritti periferici e il forte senso di appartenenza alla comunità, dall’altro un profondo sentimento di diffidenza verso le istituzioni centrali. Tra testi fondamentali spiccava, infine, un documento, la Dichiarazione d’Indipendenza, che enunciava diritti universali rivendicabili da tutti i popoli e, allo stesso tempo, poneva enfasi su un eccezionalismo tipicamente americano. Il messaggio in esso contenuto fu abilmente utilizzato da quanti aspiravano a fare della società statunitense un modello al punto che, nel corso dell’Ottocento, si consolidò l’idea che il “destino manifesto” della nuova repubblica fosse quello di guidare le altre nazioni verso gli ideali di libertà e democrazia.

Tra il 1850 e il 1860 Gli Stati Uniti si avvicinarono al periodo della guerra civile divisi in “due anime di una stessa realtà” – il Nord e il Sud – che proponevano due sistemi sociali ed economici dai valori antitetici: al Nord industrializzato e protezionista si contrapponeva, infatti, il Sud agrario e schiavista. Entrambi rivendicavano in maniera esclusiva il vero significato della rivoluzione, prefigurando per l’Unione un futuro differente: mentre il Nord, dei cui interessi si faceva portatore il partito repubblicano di Abraham Lincoln, proponeva un progetto di omogeneizzazione della nazione, il Sud manifestava l’intenzione di secedere dall’Unione e formare una nuova realtà politico-istituzionale.

Le “soluzioni americane”

Sagoma degli stati fedeli all’unione durante la Guerra civile.

Sagoma degli stati fedeli all’unione durante la Guerra civile.

Sagoma degli stati secessionisti.

Sagoma degli stati secessionisti.

La guerra civile pose il paese di fronte alle sfide dell’unità. Tali sfide, presenti anche nelle realtà europee contemporanee, vennero affrontate dagli Stati Uniti con soluzioni peculiari, proprio sulla base di quelle premesse differenti che avevano caratterizzato la storia e l’evoluzione della repubblica a stelle e strisce. La guerra civile si concluse con la netta vittoria degli unionisti sui confederati: la fine del conflitto determinò nel Nord la necessità di una riflessione sul futuro della nazione, in particolar modo sulle sorti del Sud. Tra le varie ipotesi, si scelse di occupare militarmente i territori degli ex stati secessionisti in modo da poter ristabilire l’ordine secondo le condizioni imposte dai vincitori. Questa politica generò nel Sud un senso di rancore e di umiliazione nei confronti del governo centrale a maggioranza repubblicana. I cittadini ex confederati si sentirono a tutti gli effetti come un popolo sconfitto costretto a subire nel proprio territorio una vera e propria invasione da parte dell’esercito nemico che, in quanto vincitore, imponeva il proprio modello di società.

La più importante conseguenza del dopoguerra fu, così, il rafforzamento del governo centrale, il quale ampliò le proprie competenze rispetto alle autorità locali: la vittoria del Nord sancì la supremazia dei federalisti nei confronti dei difensori delle prerogative statali. A conferma di ciò, dal 1865 vennero redatti gli emendamenti XIII, XIV e XV alla Costituzione che, almeno inizialmente, sembrarono eliminare i privilegi delle realtà periferiche. Nel 1869, in una fondamentale sentenza  (Texas v. White, 74 U.S. 700, http://supreme.justia.com/us/74/700/case.html) la Corte Suprema dichiarò che “la secessione e tutti gli atti legislativi intesi a dare effetto a tale ordinanza” erano da considerarsi nulli. Si assistette, inoltre, ad un processo di progressivo accentramento dei poteri, al punto che, a partire dagli anni Ottanta, si iniziò a parlare di sistematizzare la macchina burocratico-amministrativa rendendola più simile a quella europea. A venir rafforzato fu soprattutto il potere esecutivo, la cui autorità fu incrementata, già durante il conflitto civile, dal presidente Lincoln.

Nel processo di formazione dell’identità americana, la guerra civile può essere considerata un vero e proprio spartiacque. Vennero date due risposte al problema dell’identità: ad un’idea basata su una scelta per il futuro che proponesse una concezione inclusiva di cittadinanza si contrappose un nazionalismo fondato sul retaggio coloniale, un ideale comunitario bianco dal quale scaturiva necessariamente una visione esclusiva di cittadinanza.

A seguito del conflitto, sembrò infatti formarsi un nuovo nazionalismo: l’idea che emerse si formò a scapito di alcuni gruppi etnici, come ad esempio i nativi americani. Nonostante, infatti, l’Indian Appropriations Act del 1871 pose fine alla prassi di considerare le nazioni indiane come straniere, di fatto, le popolazioni native vennero escluse dall’idea di nazione americana che si andava formando nella misura in cui il governo federale, nel processo di colonizzazione dell’Ovest, non esitò a dar vita a nuovi sanguinosi conflitti per appropriarsi dei territori occupati dagli indiani.

Attraverso l’approvazione dei nuovi emendamenti costituzionali e, sopratutto, con l’occupazione militare del Sud, il governo federale inaugurò un esperimento di democrazia interrazziale, che, tuttavia, al termine della Ricostruzione fallì: per evitare un nuovo e forse più devastante conflitto tra le tradizioni sudiste e gli interessi dei nordisti, i cittadini afroamericani furono, infatti, nuovamente esclusi dal corpo della nazione. Il Compromesso del 1877, con il quale i democratici accettarono di assegnare al repubblicano Hayes la vittoria nelle concitate elezioni presidenziali in cambio del ritiro delle truppe federali dal Sud, sancì la fine della Ricostruzione.

Nacque, infine, un nazionalismo di tipo religioso, fondato su un vero e proprio culto per la bandiera americana, che incarnava l’armonia della repubblica, i valori condivisi e l’unità ritrovata. La guerra civile venne dunque vista come un’esperienza unificante, e questo grazie soprattutto ai racconti e ai ricordi dei veterani, che ne sottolineavano la crudeltà, e all’attenzione che tutto il paese riservò alle celebrazioni commemorative del conflitto.

Conclusioni: The United States are o the United States is?

A cavallo tra Ottocento e Novecento si assistette ad un’espansione della macchina burocratico-amministrativa statunitense e ad un accentramento progressivo dei poteri di Washington ai danni delle realtà locali. A tal riguardo è stato evidenziato come, al termine della guerra civile e del travagliato periodo della Ricostruzione, gli Stati Uniti siano passati dall’essere un “paese orizzontale” al diventare un “paese verticale”.

Dal punto di vista della formazione dell’identità nazionale, molti storici hanno sostenuto come solamente dopo il conflitto civile si sia cominciata ad utilizzare la forma singolare in riferimento agli Stati Uniti: “United States is” in sostituzione di “United States are” (McPherson 2003, viii). In realtà, alcuni studi sulle sentenze della Corte Suprema hanno rilevato come si sia continuato a privilegiare la forma plurale.

Nonostante queste premesse è tuttavia arduo constatare se sul finire dell’Ottocento si sia effettivamente consolidata un’identità nazionale vera e propria. Non è infatti semplice stabilire se un sentimento di appartenenza alla nazione fosse concretamente condiviso dalla totalità del popolo americano. Certamente, come si è visto, la guerra civile giocò un ruolo determinante nella formazione di uno spirito nazionale e nella costruzione di quella che, circa un secolo dopo, il sociologo Robert Bellah avrebbe definito una “religione civica americana”: la fede in una serie di principi e di ideali simbolicamente espressi nei documenti fondanti della repubblica e nei discorsi inaugurali dei presidenti più rappresentativi.

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