Dalle regioni al globo: Le dimensioni della potenza

Pubblichiamo la lezione Dalla regione al globo: Le dimensioni della potenza, tenuta dal Professor Federico Romero alla conferenza conclusiva della Summer School CISPEA tenutasi il 30 giugno 2011 presso la sede di Reggio Emilia dell’Università di Modena e Reggio Emilia.
Quando mi fu chiesto di fare questa conferenza conclusiva – delineando una comparazione dei tre paesi fino al presente e proiettandola su uno scenario di storia internazionale – la prima tentazione fu quella di dire: “non ci penso neanche”. Non sono un comparatista e non lo sono mai stato se non in modo superficiale e amatoriale. Nella mia esperienza, poi, i tentativi di comparazione sembrano quasi sempre arrivare alla stessa conclusione: la comparazione ci consente di porci domande molto utili, ma le risposte tendono poi – almeno per gli storici – a essere fortemente focalizzate sulla specificità della singola unità di comparazione. Vale a dire che si arriva in genere a negare la premessa dell’intera operazione. Sono però molto affezionato a questa Summer School, al CISPEA ed ai colleghi che gestiscono l’una e l’altro, e quindi prima di rifiutare ho provato a pensare a una chiave che potesse risolvere i miei dubbi e fornire una risposta positiva al problema che mi avevano sottoposto.

Sono stato colpito in primo luogo da un fatto. E cioè che nei 150 anni che intercorrono tra il nostro punto di partenza ed oggi noi vediamo non solo uno snocciolarsi di storie molto diverse in ciascuno di questi tre paesi, ma anche una palese divaricazione tra di loro. Una divaricazione crescente di ampiezza, di potenza, di ricchezza. Quest’ultima fu in parte rimediata nei decenni tra il 1945 e gli anni Ottanta, durante i quali vi fu una robusta convergenza, un catching-up della Germania e dell’Italia nei confronti dei redditi degli statunitensi, anche se nell’ultimo ventennio questo processo si è arrestato. Restiamo sostanzialmente sui livelli raggiunti una generazione fa e, per quel che riguarda l’Italia, abbiamo addirittura iniziato una regressione.

Proviamo allora a ragionare sulle implicazioni di questa divaricazione – graduale ma molto macroscopica – in termini di ricchezza, di potenza e innanzitutto di traiettoria demografica. Al nostro punto di partenza, per il quale possiamo usare i censimenti del 1870 o 1871, le tre nazioni hanno popolazioni di consistenza diversa ma tuttavia ancora raggruppabili in uno stesso ordine di grandezza: l’Italia aveva 27 milioni di abitanti, la Germania 41 e gli Stati Uniti 38. Ad oggi, i numeri naturalmente sono raddoppiati ma quelle proporzioni sono rimaste abbastanza simili tra Italia e Germania, che hanno rispettivamente 61 e 82 milioni di abitanti. Nel caso degli Stati Uniti, tuttavia, la differenza è divenuta drammatica, e non c’è più alcuna somiglianza: la loro popolazione è oggi di 312 milioni di abitanti e continua – a differenza degli altri due paesi – a crescere costantemente, con una proiezione di circa 400 milioni intorno al 2050.

Conosciamo bene tempi e fattori di questa radicale differenziazione (tra i quali ampi trasferimenti migratori proprio da qui a là) e non è il caso di soffermarcisi. Ma se correliamo questi dati con altri, di diversa natura, possiamo forse cominciare a porci delle domande più interessanti. Guardiamo i dati sul Prodotto nazionale lordo (in miliardi di dollari del 1990):

 

1870 1913
ITALIA 42 95
GERMANIA 71 237
STATI UNITI 98 517

 

Le distanze sono ben più marcate già al punto di partenza. Il PIL tedesco nel 1870 è già proporzionalmente più alto, in rapporto alla popolazione, di quello italiano, evidenziando quindi un differenziale di produttività. E la differenza è straordinariamente marcata nel caso degli Stati Uniti che con una popolazione appena inferiore a quella tedesca producono già un 25% di ricchezza in più. Non abbiamo tempo qui per indagarne i motivi, ma possiamo presumere che il decennio della Guerra Civile, con enormi investimenti e una robusta crescita industriale degli Stati Uniti, spieghi buona parte del fenomeno. Se il confronto fosse stato fatto al 1860 forse le distanze sarebbero minori, e già questo è indicativo.

Quel che a noi più interessa, ad ogni modo, è vedere quanto la dinamica economica del quarantennio successivo – fino alla data fatidica di tutte le scansioni statistiche, il 1913 – sia stata così fortemente differenziata da mutare radicalmente non solo le proporzioni quantitative tra le tre economie, ma la natura degli oggetti che stiamo paragonando. Il PIL tedesco è cresciuto del 310% , quello statunitense è più che quintuplicato, mentre quello italiano è salito “appena” del 120%. Nel quarantennio, insomma, la divaricazione si è fatta già molto marcata.

Ci sono naturalmente diversi buoni motivi, complementari tra di loro, per queste dinamiche. Il primo e principale lo troviamo nei dati sui tassi di crescita annui della produzione industriale 1870–1913, che sono sufficientemente diversi da chiarire gran parte del fenomeno visto che dispiegano i loro effetti cumulativi per ben 40 anni: Italia 2,6%, Germania 3,5%, Stati Uniti 4,6%.

Se li incrociamo con la rapidissima crescita demografica (nel 1913 la popolazione statunitense tocca i 100 milioni) ci dicono che, pur entro un processo di industrializzazione in qualche misura condiviso, la diversa scala e intensità tuttavia sfocia in sbocchi macroscopicamente diversi. Alla vigilia della Prima guerra mondiale gli USA sono diventati una macroeconomia continentale, la prima del pianeta, la Germania è divenuta una grande economia di dimensioni regionali, con un peso centrale in Europa, mentre quella italiana, pur crescendo ed avviando la sua industrializzazione, è rimasta un’economia di dimensioni nazionali.

Questo però non ci spiega tutto, e potremmo comunque interrogarci sui motivi di una dinamica così differenziata del tasso di crescita della produzione industriale. Per questo vorrei spingermi su di un terreno che alcuni storici trattano, ma che la disciplina storica nel suo insieme tende spesso a trascurare, ed è quello della dimensione: la dimensione in termini tanto demografici che di spazialità e, a cascata, le sue numerose implicazioni. Le riflessioni recenti sulla globalizzazione e la trans-nazionalità hanno sollecitato sguardi retrospettivi sulla spazialità ed il suo nesso con la formazione della nazione, la modernizzazione, la costruzione del sistema internazionale. Charles S. Maier, per citare uno storico molto noto tra noi, indica proprio negli anni di formazione dell’unità nazionale italiana, tedesca e, nella misura che sappiamo, degli Stati Uniti della guerra civile, il momento di grande organizzazione della territorialità moderna. Il momento in cui lo stato e la nazione si organizzano e auto-definiscono anche perché, tra le altre cose, erigono confini e innervano e strutturano un territorio voluto e costruito come entità distinta e unitaria: sotto il profilo statuale, del mercato, delle reti infrastrutturali e della sua composizione etnica e culturale. Questa spazialità non delimita solo la nazione ma la definisce, contribuendo a modellare gli spazi e i ruoli in cui essa si immagina nel mondo.

Penso che questo possa essere un terreno di analisi utile, fatta salva la premessa, per me molto importante, di evitare ogni forma di determinismo geopolitico, a cui non credo nella maniera più assoluta. Non credo cioè che la geografia e la territorialità determinino tout court i percorsi e i destini di un paese, o la sua posizione nella gerarchia di potenza. Si possono fare molti esempi e uno ce l’abbiamo proprio sotto gli occhi. Benché nel discorso pubblico italiano ricorra l’idea che la centralità dell’Italia nel Mediterraneo sia una risorsa, basta guardare all’attuale conflitto in Libia per vedere quanto poco questa centralità dell’Italia nel Mediterraneo operi come risorsa. Quelli ossessionati dall’immigrazione la vedono semmai come una vulnerabilità, e pure in termini di pura politica estera l’élite dirigente non l’ha usata come una risorsa, sia verso i libici che dentro la NATO. Siamo tutti d’accordo, credo, che c’è un rapporto tra territorialità, proiezione internazionale e capacità o meno di potenza: l’Islanda non potrebbe, quand’anche lo volesse, fare la guerra in Libia. Taiwan è in posizione inevitabilmente subordinata rispetto alla Cina continentale. La geopolitica non va ignorata, spesso è importante, ma non è tutto e non va letta in modo meccanico.

Fatta questa premessa antideterministica, possiamo addentrarci con cautela ma anche con convinzione e curiosità nella questione della dimensione che, nella storia di queste tre nazioni, ha un peso e una valenza storica tutt’altro che marginale. Intanto essa contribuisce a spiegarci quella differenza così marcata nei ritmi di crescita dell’industrializzazione, che non dipende solo dal fatto che in Germania e negli Stati Uniti c’è il carbone come vorrebbe un determinismo semplicistico spesso accoppiato a spiegazioni di carattere culturale. Quelle che si affidano a categorie intuitive o solo vagamente soppesate: l’ingegnosità tecnologica, l’etica protestante ecc. La disponibilità di materie prime e le attitudini socio-culturali sono fattori importanti e spesso cruciali. Ma come li contestualizziamo ed in che traiettorie diacroniche li inseriamo ?

Vorrei tornare alle dimensioni iniziali, che abbiamo visto in termini di popolazione e di PIL, per rapportarle anche a un’altra determinante cruciale, ovvero la disponibilità e la formazione di capitali, un indicatore cruciale per quei percorsi di grande o piccola crescita dei tre paesi. Nell’800 dell’industrializzazione i capitali si formano fondamentalmente dagli scambi commerciali e dai surplus agricoli. Questi ultimi hanno ovviamente un rapporto diretto con l’ampiezza di terre fertili. Ed è qui che casca subito l’asino, perché il territorio dell’Italia, pur non essendo povero di terre fertili, ne contiene tuttavia ben di meno della Germania, che è un paese pianeggiante e non montuoso, e infinitamente meno degli USA. La capacità di accumulare capitali che si rovescino in investimenti per l’industrializzazione è quindi già di per sé molto minore. Oltre a ciò, le differenze territoriali e climatiche consentono agli USA forme di specializzazione dell’agricoltura molto più intense, e quindi redditizie, di quanto non possa avvenire qui e in Germania.

Il secondo fattore cruciale di accumulazione dei capitali, che poi si possono rovesciare o meno sull’industrializzazione, viene dalla partecipazione al commercio internazionale, che è piuttosto alta per la Germania, soprattutto nell’area baltica, ed assai rilevante per gli Stati Uniti. È vero che in rapporto all’enorme mercato interno degli Stati Uniti i loro scambi internazionali costituiscono una quota relativamente limitata dell’economia nazionale, ma nel ricco commercio atlantico essi costituiscono nondimeno un formidabile volano di accumulazione di capitali utilizzabili, ed effettivamente utilizzati, per la costruzione di infrastrutture e per investimenti industriali veri e propri, aiutandoci a spiegare quei tassi di crescita più accelerati. Soprattutto, tassi alti di formazione del capitale, ed in generale di redditività degli investimenti (sia agricoli che industriali) hanno un effetto di volano, vale a dire ne attirano degli altri da tutto il mondo. È questa probabilmente la debolezza maggiore dell’Italia di quei decenni. Mentre invece gli Stati Uniti di fine Ottocento sono ciò che è stata la Cina degli ultimi vent’ani, ovvero il mercato su cui converge la maggiore quota proporzionale di capitali internazionali in cerca degli investimenti più redditizi. Oltre a quelli americani, anche i risparmiatori francesi o olandesi, e soprattutto britannici, investono nella costruzione delle grandi linee ferroviarie, negli impianti siderurgici, nelle miniere, nelle utilities e quant’altro, finanziando la colossale industrializzazione statunitense di fine Ottocento.

Questo elemento di volano, in cui un tasso rapido di accumulazione dei capitali ne attrae molti altri su scala internazionale, vale meno per la Germania, e tuttavia lì abbiamo già una dimensione decisamente ampia che possiamo chiamare non solo più nazionale ma regionale e, al limite, quasi continentale. Ciò consiste nel fatto che il grande apparato industriale e infrastrutturale che si forma in Germania nei decenni che andiamo considerando, si ramifica molto rapidamente e profondamente in una cerchia più ampia, in una galassia di altre aree di industrializzazione e di ricchezza crescente. Ciascuna di esse è piccola ma se le consideriamo tutte insieme siamo di fronte a una cornice, a una corona di poli economici avanzati che moltiplica il mercato, la capitalizzazione, e la rilevanza del polo industriale tedesco. La Svizzera, l’Austria, la Boemia, parte dell’agricoltura danese, l’Olanda, il Belgio e il bacino carbo-siderurgico dell’Alsazia-Lorena, sono tutti largamente integrati in un’economia industriale (e finanziaria) tedesca che è ben più ampia dei confini nazionali. Anche l’industria nascente dell’Italia settentrionale, soprattutto in Lombardia, ed i suoi istituti finanziari, sono collegati all’economia tedesca. Abbiamo così una dimensione macroregionale, quasi continentale dell’economia industriale tedesca, ed essa è un fattore ricorrente fino a noi. Anche tralasciando le ambizioni hitleriane di un nuovo ordine europeo, noi ritroviamo questa posizione di perno ed epicentro anche dopo il 1949, quando la ripresa economica della Repubblica Federale Tedesca traina il rilancio di una galassia industriale molto più ampia, che comprende tutti i poli che ho elencato (salvo ovviamente la Boemia e la Slesia, ora al di là della Cortina di ferro). E sappiamo come l’espansione tedesca all’Est dopo il 1989 sia centrale nella trasformazione di quell’area e la sua integrazione in Europa.

Insomma, già a fine Ottocento siamo di fronte a una netta differenziazione di dimensioni. L’Italia opera in un mercato nazionale con un’integrazione internazionale importante ma contenuta. Quello tedesco è un mercato già ben più grande e più dinamico, ma soprattutto innervato profondamente in un’altra serie di mercati dipendenti che, tutti insieme, definiscono una grande e dinamica area economica su cui Berlino stende la propria influenza. Gli Stati Uniti sono un’economia continentale a tutti gli effetti, ormai sulla soglia di una scala incomparabile con le altre economie industriali.

Chi conosce questo periodo della storia americana sa bene quale rilevanza abbia l’ampiezza del mercato, sia perché facilita forti specializzazioni sia perché consente un alto dinamismo della domanda, con la diffusione di consumi standardizzati su scala nazionale. E questi due fattori, congiunti tra loro, attivano economie di scala molto forti. Le prime grandi corporation di tipo moderno sorgono non a caso negli USA, per la possibilità e necessità di operare in un mercato più vasto e dinamico. L’ampiezza continentale influisce anche sul lato dell’offerta, appunto per la disponibilità di capitali nazionali e internazionali che in questo caso è colossale, rispetto a ciò di cui può disporre la Germania e, ancor più, l’Italia. Ricordiamo quanto la vastità del mercato, dei suoi flussi di scambio e dei suoi circuiti finanziari corrisponda abbastanza strettamente alla potenza nei decenni che precedono la Prima Guerra mondiale. La Gran Bretagna e la Francia non sono paesi grandi, non sono nazioni con un’economia domestica particolarmente più ricca di altri – a cavallo tra ’800  e ’900 – ma sono grandi imperi di dimensioni mondiali con una spazialità economica enormemente più ampia. È entro di essa che questi paesi, ed in particolare la Gran Bretagna, trovano le risorse della loro maggiore potenza ed influenza internazionale. In modo sia pure totalmente diverso, perché è un paese enormemente più povero e per certi aspetti miserabile, anche l’altra grande potenza europea dell’epoca, la Russia, fonda la sua potenza in larghissima misura sull’ampiezza dei suoi spazi, cosa su cui tornerò dopo.

L’Italia questa spazialità più estesa non ce l’ha e non la può acquisire. C’era una consapevolezza diffusa, nell’élite nazionale, del fatto che uno spazio più ampio fosse indispensabile, e questo fu uno dei fattori essenziali che promossero l’impresa coloniale. Ma si trattò di un’avventura guidata dall’idea che possedere un impero equivalesse ipso facto a diventare una grande potenza europea. La strategia non era tanto orientata ad un ampliamento dello spazio economico, altrimenti si sarebbero più logicamente cercate altre forme di penetrazione commerciale sui mercati esteri più dinamici, invece della conquista territoriale di paesi poverissimi come l’Etiopia o la Libia (prima del petrolio). Quel che si perseguiva, in un malinteso connubio di semplicismo geopolitico e grandeur culturale, era un obiettivo di prestigio e di potenza, con strategie che di fatto digiungono la conquista territoriale dall’ampliamento delle risorse economiche. Alcuni storici economici ci dicono, in modo piuttosto convincente, che l’Italia unita avrebbe dovuto – e secondo loro avrebbe potuto – perseguire una politica non di conquista territoriale ed espansione coloniale bensì di penetrazione nei mercati, in modo analogo a ciò che fu poi fatto dopo il 1945. Sotto questo profilo, l’America Latina verso la quale andavano molti degli emigranti sarebbe stata un luogo più rilevante per i nostri circuiti commerciali. Analogamente, una deliberata politica del turismo avrebbe fatto ben di più – come poi fece – per attrarre capitali verso l’economia italiana.

Invece della costruzione di circuiti commerciali e finanziari virtuosi, insomma, la conquista coloniale non rimedia alla limitata dimensione spaziale dell’economia italiana. Questa è in parte data da fattori naturali e condizioni economiche che consentono una accumulazione di capitali relativamente scarsa, ma in parte è legata anche alle scelte politiche e alle loro radici culturali che definiscono l’orizzonte geografico e storico in cui si pensa il proprio posto nel mondo. Pensiamo ad esempio al breve, fuggevole momento in cui l’Italia potrebbe esercitare un ruolo di grande potenza europea. Alla fine del 1918, l’Italia è una potenza vincitrice della Grande Guerra europea, si trova cioè per la prima volta (e anche l’ultima) con un ruolo influente ai tavoli che contano, quelli che definiscono e determinano il futuro del continente. Potrebbe ipoteticamente esercitare un ruolo di potenza egemone nei confronti di buona parte dei Balcani, subentrando all’impero austro-ungarico non in una modalità di dominio ma con un’egemonia politico-economica e culturale. Ma non lo fa, perché interpreta il suo ruolo in un senso puramente nazionalista di acquisizioni territoriali, tra l’altro abbastanza insignificanti, rinunciando così a ragionare su spazi più ampi e modalità d’influenza più indiretta. Invece di proiettare influenza come forza d’equilibrio e stabilizzazione, si auto-confina nella rivendicazione di tipo etnico e nazionalista – sull’Istria, Fiume e quant’altro – e quindi su un rapporto conflittuale con gli altri stati dell’area. Non è affatto casuale che l’Italia riesca a rompere i confini abbastanza limitati della sua spazialità economica solo in un’epoca successiva (e forse unica) della sua storia, tra il 1945 e gli anni ’80, quando cioè agisce in una sintonia e sinergia positiva con un ordinamento commerciale internazionale aperto e liberale. Quello che  consente alle esportazioni italiane di riorientarsi verso i mercati più ricchi e dinamici dove può esportare non solo frutta e pomodori ma automobili, frigoriferi e macchinari. Non siamo più fissati sul dominio di mercati poveri (come i Balcani) in funzione geopolitica, bensì sull’interazione con i mercati ricchi e dinamici dell’Europa occidentale, a cominciare da quello tedesco, e poi del Nord America e del resto del mondo. Quella straordinaria dinamicità dell’economia italiana non discende solo dalla capacità di esportare ma – è bene ricordarlo soprattutto oggi – dalla simultanea capacità di attrarre forti capitali ed avere quindi una duplice sinergia con la creazione e redistribuzione delle risorse su scala internazionale. Quella aumentata spazialità dell’economia italiana non è perduta ma sta indubbiamente restringendosi da vent’anni a questa parte, e questo è uno dei problemi della stagnazione attuale del paese.

L’importanza dello spazio, di un grande spazio economico e delle sue eventuali forme di organizzazione politica è molto presente nella consapevolezza politica e pubblica degli anni a cavallo della Prima guerra mondiale. Forse lì più che in qualsiasi altro momento. Il wilsonismo è anche un modo per integrare le crescenti interdipendenze dell’economia statunitense – che oltre che in Canada, Messico e America centrale comincia a ramificarsi su scala globale – in una struttura efficace di cooperazione internazionale. Per i britannici, ma anche per i francesi, l’intero periodo tra le due guerre è anche, se non soprattutto, un’epoca di difficile ridefinizione dell’organizzazione di un impero amplissimo, che si risolverà nel Commonwealth, e dei suoi rapporti con l’economia mondiale. E non c’è bisogno di ricordare quanto il ruolo della Germania in Europa (o del Giappone in Asia), e delle forme politiche della loro influenza, sia la chiave di volta dell’intero ciclo 1914–1945.

Siamo assuefatti a vedere i decenni centrali del Novecento secondo la grammatica delle ideologie e delle loro declinazioni più o meno totalitarie. Ma possiamo altrettanto utilmente e cogentemente considerarli alla luce dei modi in cui si pensano le relazioni tra territorialità e scambio, tra dominio di uno spazio e sua organizzazione, tra controllo e interdipendenza. Il rapporto tra le risorse dell’impero, la sicurezza europea e la connessione atlantica è, e resterà a lungo, il perno dei dilemmi e delle scelte britanniche. La spazialità della rivoluzione – i confini in cui essa può espandersi, sopravvivere o soccombere – è una dimensione precipua della storia sovietica. E ovviamente la dimensione economica, razziale, strategica e immaginaria dello spazio della nazione tedesca, fino all’incubo del nuovo ordine hitleriano,  sta ben piantata al centro della crisi dell’Europa.

Dopo il 1945 questa importanza di una spazialità estesa acquista nuove geometrie, si riconfigura e si condensa, per quel che ci riguarda, soprattutto nella dimensione economica, ma non scompare affatto. Tutte le idee che ispirano e canalizzano la costruzione della Comunità Europea e poi della UE discendono da una logica “continentale” che postula il superamento dei confini troppo angusti dei mercati nazionali – come dei nazionalismi antagonistici – per pacificare l’Europa attraverso meccanismi di crescita e collaborazione in un mercato più ampio. Negli anni della ricostruzione il modello di crescita continentale americana è la matrice di riferimento fondamentale. Siamo nell’epoca della grande produzione industriale fordista e lì le economie di scala sono fondamentali. Poter produrre (e vendere) 5 milioni di macchine invece di 500.000 fa una differenza sostanziale. Lo vediamo ancora adesso là dove si è spostato il cuore della produzione manifatturiera, nell’Estremo Oriente in cui la profondità e vastità del mercato cinese agisce da magnete indiscutibile per l’intera regione.

Sappiamo meno sul ruolo della spazialità nell’economia di oggi ma vale la pena ragionarci su perché molti indizi ci dicono che, per quanto attraverso riconfigurazioni cruciali, essa costituisca ancora una categoria importante. Alcuni settori si vanno integrando su di una scala puramente e semplicemente globale. Nell’aerospaziale, dominato da Airbus e Boeing, entreranno forse due o tre altri protagonisti brasiliani o cinesi ma solo nella misura in cui diverranno anch’essi concorrenti globali. Anche una produzione relativamente matura come quella siderurgica – ora dominata da un colosso indiano che ha comprato aziende in Europa e altrove – ha ormai una dimensione mondiale. Vale la pena notare, tuttavia, che in tutti questi casi il punto di partenza in un mercato “nazionale” di grandi dimensioni (USA, Europa, Cina, India, Brasile) costituisce un trampolino probabilmente indispensabile per l’espansione globale. E lo stesso mi sembra si possa dire per settori più innovativi delle nuove tecnologie, dove lo stessa differenziazione tra industria e servizi si offusca fino a perdere di senso.

Dove e come crescono Microsoft, Intel, Cisco, Apple, Google o Facebook? Siamo abbacinati dalle origini micro – nel famoso garage vicino a una grande università – ma le ragioni della loro crescita esponenziale non stanno solo nell’innovazione geniale, bensì nella possibilità immediata di finanziarla e venderla su un mercato enorme e ricettivo. Anche nella loro ascesa a giganti mondiali opera un meccanismo in qualche modo di scala, con una spazialità che se non è quella tipica della produzione industriale ha nondimeno un ruolo molto forte. Una Google auto-confinata a un mercato di dimensioni svizzere, o anche britanniche o texane, avrebbe fatto la fine ingloriosa del Minitel francese di 20 anni fa, che è morto per soffocamento. Il fatto che questi colossi nascano in un mercato di grande ampiezza come quello statunitense ci dice qualcosa di più della solita (e certo importante) connessione virtuosa tra l’ingegnosità di Stanford, iventure capitalist di Silicon Valley e la valorizzazione tipicamente americana dell’intraprendenza. La possibilità di immediata irradiazione su di un mercato di enormi dimensioni è la condizione – probabilmente sine qua non –  per trasformare un piccolo e audace progetto in un colosso che, proprio per questa sua ampia base di partenza, si può poi affacciare sulla dimensione globale con una forza irresistibile.

Voltiamo pagina e consideriamo un altro terreno sul quale sappiamo piuttosto bene quanto la dimensione sia stata, e tutto sommato sia ancora, essenziale: quello della sicurezza e della potenza militare, da considerare sia sotto il profilo delle risorse effettivamente disponibili, o acquisibili, sia sotto quello delle percezioni ed aspettative collettive sull’ordinamento internazionale e le sue dinamiche. È tanto ovvio quando banale, ma non per questo meno giusto, dire che la grandezza facilita la potenza, e soprattutto che la grandezza può aumentare la sicurezza e addirittura garantire la sopravvivenza. Abbiamo una casistica ampia e diversificata che conosciamo tutti abbastanza bene.

Cominciamo proprio dagli Stati Uniti. Si possono elencare una varietà di motivi per spiegare il successo della rivoluzione – dall’eroismo dei patrioti all’illuminismo dell’élite, dalla pazzia di Re Giorgio agli errori politico-militari del governo di Londra – ma è indubbio che il fattore determinante della vittoria dei coloni contro la maggior potenza mondiale risieda nell’ampiezza del loro territorio: uno spazio che, molto semplicemente e banalmente, è troppo vasto per essere e occupato e controllato da una forza di occupazione. Per quanto la Gran Bretagna impegni forze rilevanti, essa non può pensare di mantenere a tempo indefinito il dominio militare di un territorio la cui popolazione è – almeno in una parte cospicua, probabilmente maggioritaria – ostile a questa soluzione. Se le colonie fossero state compattate su un territorio molto più piccolo, è facile presumere che le cose sarebbero andate molto diversamente. Se non altro perché la Gran Bretagna avrebbe avuto un incentivo molto più grande a combattere, invece di dire a un certo punto: “il gioco non vale la candela, costa troppo, la vittoria è impensabile”.

La Cina non fu sottoposta a un’occupazione coloniale in piena regola, ed invece costretta a forme indirette di domino, di penetrazione finanziaria e missionaria sulla sua fascia costiera e su alcuni dei fiumi che penetrano all’interno. Ma nessuno si sognò mai di occupare tutta la Cina e trasformarla in un dominio coloniale diretto, tout court, come invece, per esempio, avvenne in Kenya o in Algeria. Gli stessi giapponesi ne occuparono una fetta, per quanto ampia e non è affatto detto che se non avessero incontrato quella forte resistenza dei nazionalisti e dei comunisti avrebbero mirato a occuparla tutta, perché sarebbe stata un’impresa titanica, probabilmente senza senso.

E pensate all’India ed alla sua penetrazione da parte britannica. Ci sono molti libri sul colonialismo britannico in India, ma tutti sottolineano – vuoi da un punto di vista nostalgico-imperiale alla Ferguson, vuoi da un punto di vista post-colonial molto critico – che il controllo britannico sull’India fu fortemente indiretto, affidato ad élites locali coordinate da uno sparuto apparato burocratico britannico, e che gli interessi britannici vitali furono posizionati in alcune piccole aree cruciali. E non è casuale che l’India sia il primo paese a rendersi indipendente: non solo perché ha un leader cruciale come Gandhi, ma anche perché l’Inghilterra non può ragionevolmente pensare di sostenere una lotta militare per l’India. Lo fa, in quei decenni, per la Malesia e per il Kenya; i francesi lo faranno inutilmente per il Vietnam e per l’Algeria. Ma per un paese delle dimensioni dell’India è semplicemente impensabile. Lo spazio in quel caso è sicurezza per gli indiani e la loro indipendenza.

E pensate alla Russia – questo è il caso da libro di testo. Se la Russia fosse stato un paese che si stendeva da Minsk, Kiev e Odessa fino a Mosca e Pietroburgo sarebbe stato di gran lunga il paese più grande d’Europa, ma sarebbe probabilmente stata sconfitta da Napoleone e certamente da Hitler. Con tutte le differenze che possiamo provare a immaginarci per la storia europea e mondiale. Non fu sconfitta, in entrambi i casi, perché al di là di Mosca c’è ancora una Russia altrettanto grande che arriva fino agli Urali e, al di là di quelli, ancora un’altra infinitamente più grande in cui i russi poterono arretrare e ricostituirsi, per poi ricostruire enormi armate e passare alla controffensiva. Altrimenti come spiegarsi la sconfitta di un paese altamente sotto il profilo tecnologico-militare come era la Germania hitleriana, a fronte di un paese enormemente più povero? Lì lo spazio – che in termini strategici viene chiamato profondità – è vitale. Prima che si arrivi agli armamenti atomici, ma per molti verso anche dopo, il grande spazio è una delle risorse di potenza cruciali, in alcuni casi decisiva, per la Russia/URSS.

Questo mi porta a due considerazioni sulle quali vorrei concludere. La comparazione dei processi di formazione e sviluppo delle nazioni, come hanno fatto diversi studiosi, è molto utile. Ci può consentire di costruire tipologie e misurare le variazioni dei singoli casi in termini di culture politiche, modalità dell’industrializzazione come della nazionalizzazione, culture e istituti dello State-building e quant’altro. Tuttavia questa indagine sulle analogie e le divergenze necessita di ampie, profonde e sofisticate contestualizzazioni, una delle quali può essere – in taluni casi probabilmente deve essere – quella spaziale. Ce ne devono ovviamente essere altre, di diversa natura, ma questa mi sembra non irrilevante per spiegare le divaricazioni su di un lungo arco di tempo.

Lo spazio e la territorialità ci possono dire cose importanti. In primo luogo, com’è abbastanza palese, in relazione alle differenze comparative di potere e di influenza internazionale, ma anche per ciò che concerne le concezioni di sé e quindi i contorni dell’identità: tra i due estremi di una massima vulnerabilità – comune a molti paesi europei – e di una sicurezza pressoché garantita dall’essere non conquistabili, come nel caso statunitense, c’è una gamma di immaginari che differenzia effettivamente le nazioni ed i loro comportamenti. Siamo abituati a imperniare l’identità americana intorno alla visione della “città sulla collina”, il modello self-righteous di un futuro universale, ma cosa sarebbe rimasto di quell’utopia senza l’effettiva, duratura sicurezza della nazione americana garantita dalla sua ampiezza e dagli oceani ? Una volta concluso il conflitto con la Gran Bretagna – tra la guerra di Indipendenza e il 1812 – bisognerà arrivare ai missili nucleari, un secolo e mezzo dopo, perché si incrini, e neppure definitivamente, la percezione degli Stati Uniti come territorio ed esperimento intrinsecamente sicuro. Che tutto questo condizioni profondamente, se non addirittura plasmi le lenti attraverso cui gli Stati Uniti leggono e interpretano i loro rapporti con il mondo, e le ambiziose strategie che ne derivano fondate sulla fiduciosa convinzione di poter guidare una modernizzazione e democratizzazione globale, credo sia indiscutibile.

Non meno rilevante, anche se di segno quasi opposto, è il ruolo esercitato dai dilemmi della spazialità nella storia della Germania e dell’Italia. Il pericolo della vulnerabilità territoriale, del soffocamento entro confini angusti percepiti come ingiusti o illogici, del confronto con concorrenti e rivali dotati di altri spazi e risorse, e delle relative aspettative di sviluppo o declino sono al centro della travagliata storia dell’una come dell’altra nazione. Il nazismo si costruisce – e per fortuna si autodistrugge – intorno alla fantasia sterminista di un grande spazio razziale, economico e territoriale. Per il fascismo italiano la dimensione del dominio e dell’impero, con la sua fantasmagoria di immagini classicheggianti e moderne, non è meno rilevante. Ma è evidente che ancor prima di essere peculiarità delle due ideologie in questione, queste sono risposte estreme ai problemi che definiscono l’intera storia nazionale, con i quali Germania e Italia si confrontano prima, dopo e ancora oggi e, presumibilmente, domani.

Queste considerazioni sul problema della spazialità, per quanto rapide e sommarie, forse inducono anche a conclusioni più sobrie, ma magari più lucide, sul presente e su quello che da esso possiamo estrapolare per cercare di intravedere il futuro. Voglio dire che non mi sembra affatto che stiamo assistendo al deperimento, così spesso preconizzato o auspicato, degli stati nazionali. Semmai siamo di fronte ad una forte (e, per quel poco di futuro che si può ragionevolmente intuire, probabilmente inesorabile) polarizzazione delle relazioni internazionali intorno ad alcuni mega-stati di ampiezza continentale o quasi, in termini di territorio, popolazione, mercato: la Cina, gli USA, l’India, il Brasile, la Russia, a un livello un po’ più basso il Messico, la Turchia, l’Indonesia e forse domani il Sud Africa. Pochissime cose accomunano questi paesi, ma una c’è ed è l’ampiezza dei loro spazi, della popolazione, della loro sfera economica. Ampiezza quindi delle risorse che possono essere concentrate e convertite in grandi progetti: dalla enorme spesa militare statunitense, che un’economia più piccola non si potrebbe permettere, alla gigantesca costruzione di infrastrutture in Cina, o la modernizzazione galoppante dell’economia brasiliana congiunta a cospicui investimenti in spesa sociale, pur’essi impensabili su una scala economica più piccola. O l’ampiezza che, in congiunzione con i suoi lineamenti culturali e politici, da alla Turchia la possibilità di ascendere a potenza centrale, forse determinante, nell’area Mediorientale.

C’è insomma un nesso robusto tra il dinamismo economico, e quindi l’accumulazione di potenza finanziaria e commerciale, e la possibilità di proiettare influenza politico-culturale oltre che forza militare, e questo nesso è decisamente irrobustito e facilitato da una spazialità ampia ed estesa. Perché è evidente che si può essere molto ricchi e benestanti – pensiamo alla Svezia, alla Svizzera o, in microcosmo, al Lussemburgo – ma il reddito pro capite e la qualità della vita non sono l’unica e spesso neppure la principale misura dell’influenza internazionale di un paese. Questo mi porta a pensare che il dibattito dell’ultimo decennio sull’Unione Europea – su cosa vogliamo essere e in particolare sulla UE come modello di un’aggregazione che porta al superamento degli stati nazionali – sia una riflessione molto introversa, tutta rivolta verso l’interno della nostra storia europea, se non addirittura fissata sul nostro ombelico, ma poco attenta a quello che succede tutto intorno. Perché è vero che ci sono forme di cooperazione su scala regionale, per quanto assai diluite e poco istituzionalizzate, come Mercosur, ASEAN o NAFTA, ma non si tratta affatto di aggregazioni tra stati in chiave post-nazionale, bensì di agglomerazioni abbastanza parziali di spazi economici intorno a un grande attore con una nazionalità e statualità fortemente definita, che in genere attraverso quelle collaborazioni cerca di accentuare la propria influenza regionale. La UE non sembra affatto un modello replicabile: al massimo è la forma peculiare, ed evidentemente assai parziale e imperfetta, assunta dal tentativo esitante e incompleto di stato medio-piccoli (come sono quelli europei) di scalare verso l’ampia dimensione che caratterizza il nuovo mondo multipolare. Se la UE diventerà mai un’unione a tutti gli effetti, salda e in certa misura centralizzata, potrà forse essere tra i protagonisti di questa nuova geometria mondiale. Se invece resta l’ibrido pericolante che è adesso, più disunione che unione con i vari litigi su chi si accolla i rifugiati dalla Libia o il debito greco, la UE potrà forse continuare ad essere un esperimento unico di post-nazionalità ma – a parte il fatto che rischia in ogni momento di inciampare su stessa e regredire se non addirittura disintegrarsi – anche nella più ottimistica delle ipotesi non potrà certo aspirare a divenire quella potenza con una proiezione globale di cui si fantasticava fino a poco tempo sotto la consolante etichetta di “potenza civile”. È evidente infatti che la sua pur cospicua dimensione economica e demografica è delimitata, e quindi per molti aspetti tarpata e spezzettata, dall’assenza di unità decisionale. Ed oggi sembra essere proprio questa caratteristica – in fondo la più tipica dello stato-nazione – a definire il connubio dimensione-potenza.

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