Appunti su: Gli Stati Uniti e l’unità italiana

La pressione dell’economia nordista su quella sudista era indubitabile; nel quadro della lotta millenaria tra città e campagna si può dire degli Stati Uniti in quegli anni ciò che si può dire dell’Italia: il Nord stava al Sud un po’ come una colossale città in rapporto a una sterminata campagnola” (Luraghi 2008, 95).

In una riflessione generale sulla seconda metà del XIX secolo si evidenzia un processo in atto a livello mondiale e in particolare tra Europa e Stati Uniti: l’affermazione di un modello di stato-nazione che, prendendo le mosse dalle rivoluzioni per l’indipendenza e per la libertà di quegli anni, si consolida in conformità con le nuove esigenze emerse tra coloro che si trovavano alla guida dello stato negli anni che vanno dal 1861 al 1901. Infatti, se nello specifico ci si sofferma a riflettere sulle dinamiche che portarono all’unità d’Italia e alla Guerra Civile americana, cui seguì la Ricostruzione, si può evidenziare:

  • L’affermazione di una borghesia commerciale e imprenditoriale che impone un modello di liberalismo moderato su un sud agrario con un sistema economico non al passo con i tempi. Da una parte i protezionisti puntano a sostenere lo sforzo produttivo e di investimento della classe imprenditoriale. Dall’altra il settore agricolo si appella al liberismo economico e all’accesso ai mercati per un prodotto che non costava molto nella sua fase di produzione ma che comportava uno sforzo ingente di manodopera schiava o molto povera, legata alla terra.
  • Nei quindici anni che vanno dal 1861 al 1876 questo liberalismo moderato tende a includere le frange consenzienti dell’opposizione (che stanno nel sistema) e ad escludere invece il radicalismo democratico. Questo aveva vissuto un momento importante intorno al 1848 e si era trascinato per circa un decennio, per essere poi tacitato da chi si era consolidato al potere. La nuova élite si impegnò a evitare conflitti che potessero fomentare rivolte intestine.
  • Le rivoluzioni degli anni quaranta preoccuparono i liberali moderati per la loro carica potenzialmente sovversiva e per il fatto di essere spesso anche rivoluzioni sociali delle classi più povere. Esse spaventarono perfino alcuni dei politici più radicali (Hobsbawm 1975, 18–20).
  • Dopo la reazione o provvisoria stabilizzazione degli anni cinquanta, all’inizio dei sessanta, quando la borghesia imprenditoriale liberale ha riconquistato il controllo, essa riprende l’iniziativa militare per completare un processo di nation-building lasciato in sospeso. Rimangono però dei rischi (lo sfaldamento stesso dell’unione nord-americana, la ricostruzione radicale, il successo in Europa dei partiti radicali, ma soprattutto la Comune di Parigi del 1871). I liberali moderati riportano così l’individuo e la libera iniziativa (con la proprietà) al centro della costruzione statuale e costituzionale.

La II guerra d’indipendenza era sfociata per esempio nel temuto sbarco dei mille, poi ricondotto sotto la guida dello stato centralizzato. Mentre la spinta all’azione e all’unificazione era spesso venuta dalle forze democratiche (anche rivoluzionarie), furono poi le forze istituzionali (Savoia-Governo dell’Unione) a completare l’opera e a ricondurla in ambito moderato-liberale.  La secessione era  in sé un atto rivoluzionario, anche se qualcuno lo definisce piuttosto controrivoluzionario, e culminò in un bagno di sangue che qualcuno considerava inizialmente rigeneratore ma che ben presto sembrò diventare un inutile sacrificio di molti. Mentre i fatti del 1860–1861 portano l’esercito sabaudo a riprendere l’iniziativa dopo l’impresa garibaldina, la guerra per gli Stati Uniti porta due risultati: spazza il senso di insicurezza che gli USA continuavano a provare tanto per la debolezza interna quanto per la loro posizione rispetto all’Europa; dà la prova della potenza dell’esercito americano e della tecnologia prodotta nel paese al servizio di quello. “The military power of the United States, as shown by the recent Civil War,” affermava il Segretario di stato James Blaine nel  1881, “is without limit, and in any conflict on the American continent altogether irresistible” (Herring 2008, 242–243). Si era data così prova dell’inevitabile dominio USA sul continente e delle potenzialità della nazione a livello internazionale.

Un agente del Freedmen’s Bureau divide gruppi armati di euro-americani e afro-americani nel Sud degli USA.

Un agente del Freedmen’s Bureau divide gruppi armati di euro-americani e afro-americani nel Sud degli USA.

In fondo, Italia e Stati Uniti nei diciotto anni tra il 1859 e il 1877 attraversano esperienze in qualche modo comparabili.  I loro rapporti diplomatici e commerciali si consolidano proprio intorno al 1861 e i due rappresentanti che occupano le rispettive legazioni rappresentano una certa intellighenzia e borghesia commerciale legata alle due regioni che sono al tempo stesso protagoniste del consolidamento dello stato-nazione e dell’affermazione di ottimi rapporti tra Italia e USA: Piemonte e New England. George Perkins Marsh e Giuseppe Bertinatti sono esponenti significativi di un’élite tanto culturale che amministrativa. Con loro sono protagonisti importanti ministri degli esteri italiani e segretari di stato americani: Pasquale Stanislao Mancini e Emilio Visconti Venosta,  William Seward e Hamilton Fish (e successivamente anche James Blaine).

Briganti affrontano le forze di repressione del Regno d’Italia.

Briganti affrontano le forze di repressione del Regno d’Italia.

Nel processo di nation-building di quegli anni, Stati Uniti e Italia condividevano un altro aspetto determinante: la sistemazione della questione meridionale, che passava per l’affermazione di uno standard nazionale deciso dai vincitori, e l’uniformazione del paese, almeno a livello istituzionale. Questa lascia comunque ai margini la parte meridionale del paese. Se si guarda a quanto avviene dopo il 1861–1865 ci si accorge che il rapido sviluppo dell’industria si accompagna a un’affermazione dello stato-nazione secondo modelli imposti “dai vincitori”. Modelli che in qualche misura vengono rimessi in discussione dalla grave crisi del 1873 che contribuisce a una “normalizzazione” del sistema acquisito fino ad allora ma fa riflettere i liberali moderati sulla continuazione della via delle riforme.

In Italia, dopo la dichiarazione dello Stato d’assedio del 1862 contro il Brigantaggio, nel 1863 viene varata la Legge Pica che cede poteri speciali all’esercito e stabilisce una sorta di occupazione militare nel Sud fino al 1865. L’esercito divide in zone di occupazione le province meridionali. Chiunque giri armato in un gruppo di più di tre persone è considerato un brigante e può essere processato da un tribunale militare. Tra i briganti vi erano molti oppositori del sistema imposto dal governo di Torino delusi dalla speranza in una riforma agraria. Il governo sabaudo finisce per favorire lo status quo delegando ai grandi proprietari terrieri il controllo delle regioni meridionali sacrificate alle necessità dell’unificazione. Non solo, nonostante i tentativi ripetuti di alcuni liberali democratici, come nel caso di Giuseppe Ferrari, non si perviene mai alla decentralizzazione che si era auspicata attraverso la formazione delle regioni.

Negli USA, la cosiddetta Ricostruzione Radicale porta (contestualmente al tentativo di impeachment di Andrew Johnson sul Tenure of Office Act) a una nuova occupazione garantita dall’esercito, e al varo degli  emendamenti XIV (1868) e XV (1870) alla Costituzione. Il Sud viene diviso in cinque dipartimenti controllati da politici del Nord in accordo con coloro che non avevano abbracciato la secessione nel Sud. Grazie a politici provenienti dal Nord, Carpetbaggers, e a bianchi del Sud interessati a gestire la Ricostruzione, Scalawags, questa si trasforma anche in un affare per alcuni gruppi di profittatori legati a un sistema clientelare difficile da scalfire. Il “patronage system” in uso fino alla fine degli anni settanta viene definitivamente messo da parte con l’elezione di Grover Cleveland nel 1884. Nel 1883 il Pendleton Act introduce la Civil Service Commission.

Le tendenze radicali negli USA e la severità delle scelte economiche e politiche della Destra in Italia, con il mito del pareggio del bilancio di Sella, portano alla fine a uno stallo e ai compromessi del 1876 (il trio  Lanza-Sella-Minghetti è costretto a dimettersi). Si includono così nella gestione del potere le parti più moderate dell’opposizione che fino ad allora ne erano rimaste escluse. Contestualmente si escludono però le ali più radicali e democratiche, alcune delle quali considerate troppo vicine ai socialisti.

Nell’impasse elettorale del 1876, dopo che il democratico Samuel Tilden vince il voto popolare di oltre 300.000 preferenze, e a un solo voto dalla conferma dei grandi elettori, quattro stati sono ancora contesi. Si trova così un compromesso fuori della Costituzione: la Commissione Elettorale assegna la vittoria a Rutherford Hayes, in cambio del ritiro dell’occupazione militare mentre i governi Repubblicani controllati dal Nord lasciano il Sud. Ciò comporta, com’è ovvio, anche un compromesso con i grandi proprietari terrieri e con molti leader democratici degli stati secessionisti. Chi ne porta le conseguenze sono le popolazioni nere, che infatti cominciano a lasciare sempre più numerose le campagne meridionali, e i poveri del sud.

Si chiude così la prima fase di nation-building e si apre la crescita dei paesi sia interna che internazionale. Le loro rivendicazioni imperiali, già presenti negli anni sessanta e settanta, soprattutto negli Stati Uniti, si fanno sentire più forti. Per dirla con Baily, grazie alla grande crescita economica di questi anni che derivava in parte dall’assenza almeno parziale di guerra, e alla nuova rilevanza assunta dall’individualismo e dall’affermazione delle aspirazioni borghesi, “lo Stato poteva allargare la propria sfera di controllo anche grazie a un nazionalismo sempre più aggressivo che sventolava il rischio della rivoluzione davanti agli occhi degli scettici” (ibid., 181). Letto in questa prospettiva l’imperialismo di fine secolo diventa parte del processo di costruzione della nazione.

In tutto ciò i rapporti tra Italia e USA sono cresciuti e si sono rafforzati. Le somiglianze, qui esposte, e gli interessi comuni hanno consentito un consolidamento anche dell’amicizia tra i due paesi soprattutto sotto l’aspetto commerciale ma anche dal punto di vista diplomatico. George Perkins Marsh è stato chiamato a presiedere la commissione di arbitrato sul confine italo-svizzero. Federigo Sclopis presiede l’importante commissione internazionale per gli Alabama Claims (1871).

Il sostegno degli USA (e di Marsh in particolare) per il consolidamento dell’unità d’Italia, e in particolare per Roma capitale è stato forte, così come lo è stato quello dell’Italia e di Bertinatti per l’Unione quando diverse potenze straniere mantenevano posizioni ambigue sui diritti degli stati del sud alla secessione. Con il Trattato Commerciale del 1871 si sono rinsaldati i rapporti economici. C’è da dire che  Marsh è deluso: le speranze liberal-democratiche e repubblicane sono sfumate. Ma in fondo lo sono anche negli Stati Uniti. Bertinatti intanto ha lasciato Washington per altri incarichi. Il ventennio seguente vedrà diversi cambiamenti nei rapporti tra le due nazioni, soprattutto a causa di due fattori: l’emigrazione italiana e le aspirazioni imperiali di entrambi con risultati ben diversi.

La guerra e l’unificazione, o riunificazione, comportano un rafforzamento dello stato e successivamente un progressivo accentramento. Se questo può essere dato per scontato nel caso dell’Italia, non lo è per gli Stati Uniti. Questo accentramento si verifica attraverso alcuni percorsi comuni a diversi paesi ma di sicuro a Italia e USA: l’inclusione del sud nel discorso nazionale secondo parametri stabiliti dai vincitori di cui si è parlato; il rafforzamento della burocrazia; l’uso dell’istruzione pubblica; la diffusione della lingua nazionale. Quest’ultimo per gli Stati Uniti significò programmi di “americanizzazione” tanto per le popolazioni indigene e per gli afro-americani quanto per le masse di immigrati che si riversavano nel paese. Per l’Italia un lento e difficile percorso inteso a scalzare i dialetti per introdurre una lingua riservata fino ad allora alle classi colte.

La scuola diventa un importante strumento di nazionalizzazione. Sebbene negli Stati Uniti l’obbligatorietà della common schoolvenisse introdotta soprattutto negli anni cinquanta a partire dal Massachusetts, nella seconda metà dell’Ottocento, si diffuse a livello nazionale per essere collegata all’istruzione del college. Tra il 1865 e il 1914 aumenta esponenzialmente il numero delle scuole professionali e dei college, soprattutto grazie alla legge sui Land Grant colleges, ma l’attenzione di chi è al governo si concentra sull’istruzione elementare che è fondamentale tanto per la lingua quanto per i valori da trasmettere alla massa della popolazione, soprattutto immigrata. In Italia nei quindici anni successivi all’unificazione il numero degli allievi raddoppia. Questo si deve all’estensione nel 1861 della Legge Casati (1859) sull’obbligatorietà dei primi due anni a tutto il Regno. Nel 1877 la Legge Coppino rafforza ulteriormente questa scelta. Ma se nel 1871 gli analfabeti erano il 78% nel 1881 erano ancora il 67%. Negli USA  la situazione era molto diversa: nel 1880 gli  analfabeti erano il 17%, e nonostante la grande immigrazione la percentuale non salì di molto nel ventennio successivo.

Lo sviluppo delle comunicazioni, tanto con il telegrafo che con la ferrovia, aveva garantito una crescente penetrazione della macchina statale nel paese già nella prima fase di nation-building. Secondo Nancy Cohen: la tariffa protezionista Morrill emanata con lo Homestead Act durante la guerra, e il Land College Grant Act, consentirono lo sviluppo dell’Ovest rafforzato dal Pacific Railroad Act. Ciò consentì contestualmente “the creation of a National market and the settlement of the frontier” (Cohen 2002, 27). Per quanto riguarda l’Italia, sottolinea Fulvio Cammarano, “la legge di unificazione amministrativa, destinata a diventare un perno della legislazione italiana, venne promulgata il 20 marzo 1865” (ibid., 13). Ma, scrive Raffaele Romanelli, vi fu un vero pregiudizio sulla centralizzazione anche da parte del governo, e la decentralizzazione fu da subito all’ordine del giorno (ibid., 35–37). Lo Stato finì per assumere su di sé prerogative discutibili, tanto che sia negli USA che in Italia si sviluppò un aspro dibattito circa i limiti che lo Stato doveva rispettare in particolar modo nella gestione delle ferrovie e nella crescita della burocrazia. Nonostante le molte resistenze e i numerosi discorsi e programmi politici, sul finire del secolo si vengono costruendo delle imponenti macchine burocratiche funzionali anche all’accentramento dei poteri del governo centrale. Negli USA si passa dai circa 37.000 impiegati del 1861 ai 200.000 di inizio Novecento, mentre in Italia dai 3.000 dell’unità ai 90.000 circa della fine del secolo.

Nel consolidamento (che porta all’accentramento) e nella normalizzazione che entrambe le nazioni cercano, il discorso nazionale diventa funzionale all’affermazione delle élite al potere. È uno strumento che raccoglie anche le classi emarginate nell’affermazione di sé e nel riconoscimento delle proprie qualità. In fondo sia in Italia che in USA il consolidamento dello stato nazionale è un processo guidato da un’élite che tiene fuori l’elemento democratico radicale, e in Italia questo vale anche per quello repubblicano. Si deve inoltre fare i conti con il bisogno di riconoscersi della popolazione che non necessariamente accetta i simboli della leadership (Doyle 2002, 45–47). A questo fine lo Stato avvia così anche un’attiva e aggressiva politica estera necessaria a rinsaldare l’adesione delle masse e a rilasciare tensioni e forze economiche soprattutto dopo la crisi del 1873; così gli USA si proiettano su Alaska e Midway, mentre l’Italia lotta per Venezia e Roma. Queste aspirazioni culminano in veri e propri progetti imperiali sul finire del secolo.

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