Immaginare l’America. Gli Stati Uniti nella Seconda Repubblica, da Bill Clinton al Tea Party. Ipotesi di lavoro sull’uso politico dell’America nell’Italia degli anni Novanta e Duemila

Simbolo del movimento “Tea Party Italia”.

Simbolo del movimento “Tea Party Italia”.

“Crede che la morte e le tasse siano le nostre uniche certezze, signor Rearden? Non posso far niente per combattere la morte, ma se riesco a sollevare il peso delle tasse, gli uomini possono imparare a vedere il legame che esiste fra le due cose e a capire quale vita più lunga e più felice sono in grado di crearsi” (da “La Rivolta di Atlante”, di Ayn Rand).

Con la citazione di Ayn Rand si apre il manifesto del Tea Party Italia 1, una piccola associazione che si ispira al più celebre movimento americano. Un’associazione con le sue sezioni locali, l’abitudine dell’endorsement verso i candidati che sente vicini (è accaduto in queste elezioni amministrative del 2011, in particolare a Milano) e alcuni punti di riferimento all’interno dell’arena pubblica (giornalisti, riviste, think tank, politici e blogger).

Quella del Tea Party Italia è solo una delle storie, tra molte altre, che continuano a raccontarci dell’influenza degli Stati Uniti sull’immaginario politico italiano. In questi ultimi venti anni – e in particolare negli ultimi tre, dall’inizio della campagna per le presidenziali del 2008 a oggi – sono aumentate in modo esponenziale sia l’attenzione per quanto accade nel sistema politico americano, sia l’attrazione dei soggetti politici e sociali per quanto vi si esprime in termini di cultura politica e forme di organizzazione. Quasi un paradosso: mentre riprende piede il dibattito mondiale e americano sul declino degli Stati Uniti 2, l’Italia sembra guardare all’America più di quanto non facesse nell’epoca della Guerra Fredda, quando le necessità strategiche rendevano indissolubile il legame politico, strategico e militare senza che questo comportasse “l’americanizzazione” del sistema politico, delle sue culture e degli strumenti utilizzati nella competizione elettorale.

Henry Kissinger, nelle sue memorie, ricorda come durante gli incontri con Aldo Moro il suo obiettivo principale fosse quello di riuscire a tenere sveglio il Presidente del Consiglio e, al tempo stesso, quanto fosse “bizantina” e difficilmente comprensibile la sintassi complessa e articolata di Moro: due mondi che si sostenevano a vicenda, senza però dover affrontare lo sforzo di doversi piacere davvero. Tale esempio offre quindi un’immagine nitida della distanza antropologica tra questi due modelli di élite politica, resa ancor più chiara dal racconto di Kissinger – al limite del comico – della visita italiana di Nixon del 1969 3 (a partire dalla fatica del Presidente americano nel comprendere quanto il Primo Ministro fosse solo un primus inter pares tra notabili dello stesso partito, e non un interlocutore con pieni poteri di decisione).

Paradossalmente, la fine della Guerra Fredda ha reso gli Stati Uniti un potentissimo magnete politico per la ridefinizione dei modelli di riferimento istituzionali, politici, culturali e persino di comportamento di una parte consistente della classe dirigente italiana. Qualcosa che ha a che fare solo in parte con la forza del soft power americano, e che ci può dire molto sul nostro paese. Non importa quanto questo processo sia basato su una conoscenza più o meno approfondita degli Usa e delle sue istituzioni, oppure su una sua rappresentazione approssimativa o semplicemente strumentale. Quello che è certo è il dato: l’America è ancora parte integrante dell’armamentario simbolico e materiale del conflitto politico italiano. Gli Stati Uniti, nonostante oggi ci si trovi ben oltre il paradigma del bipolarismo degli anni della Guerra Fredda (quello mondiale e quello “imperfetto” del nostro sistema), sono a tutti gli effetti uno strumento della cassetta degli attrezzi della politica italiana, con modalità nuove rispetto alla stagione della Repubblica dei Partiti.

Questo intervento si presenta nella forma di una brevissima rassegna dell’uso politico dell’America nel sistema politico italiano degli ultimi venti anni, dall’abbraccio della terza via di Clinton al movimento contro le tasse del Tea Party, passando per l’esportazione sempre più massiccia di strumenti istituzionali, politici e culturali Made in Usa: i think tank, le primarie, la consulenza politica, le strategie diadvocacy dei gruppi di interesse che rappresentano la società civile, il lobbismo, la personalizzazione della competizione politica, l’uso estensivo del sondaggio, i modelli di organizzazione del consenso tramite la rete e il web-attivismo; infine, l’uso politico dello scandalo e del negative advertising.

In questa sede non è importante comprendere quanto l’applicazione italiana della politica American Way rispecchi effettivamente il modello originario (sempre che sia possibile e che abbia senso un’operazione del genere), ma sottolineare piuttosto quanto l’America faccia parte dell’orizzonte della nostra politica – o meglio, quanto lo sia la rappresentazione e la rielaborazione che ne danno le attuali élite culturali, politiche e sociali del nostro paese. Questo contributo, che si propone come il punto di partenza di approfondimenti più ampi ed articolati, vuole intanto delineare tre sfere di ragionamento: le prime due riguardano le culture politiche mentre la terza ha a che fare con l’innovazione organizzativa della politica.

L’America della sinistra “modernizzatrice” e globalista

Negli ultimi vent’anni gli Stati Uniti sembrano essere diventati l’orizzonte di riferimento delle classi dirigenti italiane, in particolare di quelle dell’ex partito comunista confluite nel Partito Democratico della Sinistra (poi DS). A fare da sponda a questo riassestamento ha contribuito l’ascesa politica di Tony Blair in Gran Bretagna, divenuto il naturale ponte ideologico della creazione di un rapporto personale e politico tra le leadership delle due sponde dell’Atlantico. Il riferimento è alla breve stagione del cosiddetto “Ulivo mondiale” (Clinton, Blair, Prodi e poi D’Alema, Schroeder, Cardoso). In Italia si utilizzò questa definizione giornalistica quando, nel 1998, era ancora Presidente del Consiglio Romano Prodi. Subentrato nell’incarico Massimo D’Alema, si affiancò un altro slogan, ovvero quello del “Riformismo del XXI secolo” 4. A pensarci bene, salti velocissimi: se agli inizi degli anni Novanta la questione era l’adesione dei post-comunisti all’Internazionale Socialista, nemmeno dieci anni dopo si gettano le basi per un auspicato “riformismo atlantista” al quale poter fare riferimento (una battuta che circolò all’epoca vedeva quella classe dirigente incapace di sopravvivere senza un “Paese Guida”).

Si trattava di un’operazione per nulla scontata, ovvero la convergenza di culture politiche – quella  dei democratici statunitensi e della sinistra europea – storicamente distanti. Scriveva infatti “la Repubblica” nel 1999: “le socialdemocrazie possono far fiorire nel vecchio continente la Nuova Economia (il miracolo americano di tecnologie e piena occupazione) senza rinunciare ai loro valori?” 5. L’operazione riuscì attraverso una cabina di regia intellettuale – Sid Bluementhal, Anthony Giddens e David Miliband – e la cabina di regia politica sopra citata, nella quale l’ingresso di un post-comunista segnava la certificazione completa della fine dell’anomalia italiana (assieme alla partecipazione di un governo italiano a guida post-comunista alla Guerra del Kosovo).

In un’epoca di sostanziale crescita economica quelle culture coagularono attorno a una visione comune del fenomeno della globalizzazione, che portò alla condivisione di alcune politiche di finanza pubblica, del welfare e del lavoro. Quella cultura può essere oggi sintetizzata ricorrendo allo schema di Giuseppe Berta esposto in Eclissi della socialdemocrazia 6. In quello schema ipotizzava che se si fosse data forza e guida “riformista” – un concetto che in realtà va bene agli italiani, ma non agli americani – al processo di mondializzazione dell’economia, la crescita economica non avrebbe conosciuto crisi e cicli negativi, perché infinite erano le sue potenzialità (l’idea di “mercato globale” sembrava rendere autoevidente questa affermazione). Tale pensiero costituì l’assunto principale dei cosiddetti teorici della terza via, secondo i quali se la globalizzazione era capace di creare ricchezza senza interruzioni cicliche, il governo aveva il dovere di garantire una forte stabilità economica, sostenendo il ruolo di traino degli operatori del mondo finanziario, della produzione industriale, dei servizi e delle nuove tecnologie. Il governo doveva dunque fare in modo che l’economia non togliesse il piede dall’acceleratore; il suo compito verso la società doveva essere quello di garantirle i mezzi, soprattutto in termini di formazione, per stare al passo con i tempi e con le richieste del mercato del lavoro, sostenendo attraverso il welfare chi proprio non ce la poteva fare.

L’obiettivo fondamentale della politica doveva quindi consistere nell’aiuto e nel sostegno della società nel suo adattamento all’economia (tramite politiche adeguate). Tale prospettiva entrò in crisi dopo l’11 settembre – quando si concluse l’epoca felice della globalizzazione  – ma,  soprattutto e definitivamente, dopo la crisi finanziaria del 2008.

Dopo l’11 settembre. L’America dell’identità occidentalista

Dopo l’11 settembre emerge l’Occidente identitario. Anche in questo caso c’è un segmento di Italia politica che guarda agli Usa per tentare di riscrivere il codice genetico di una cultura politica. All’ombra del partito personale di Silvio Berlusconi si muove un arcipelago vivace e variegato di traduttori del pensiero politico americano, in particolare di quello neoconservatore (un dibattito che caratterizza soprattutto la prima parte dei Duemila). Se si fa proprio il paradigma offerto da Mauro Calise nel suo testo Il partito personale (Calise, 2010) 7, la forza carismatica del leader dovrebbe sopperire alla funzione di collante svolta dalle culture politiche nell’epoca dei partiti di massa; conseguentemente, dovrebbe essere meno cogente la necessità di cercare – oltre Oceano o in qualsiasi altro luogo – ancoraggi culturali forti.

Eppure nell’ultimo decennio abbiamo assistito a un fiorire di discussioni tra fondazioni culturali, testate giornalistiche, intellettuali, blogger e organizzazioni grassroots (presenti specialmente in rete) 8.  Forse, così vivace proprio perché non decisivo da un punto di vista politico e che ha rafforzato una declinazione italiana del neoconservatorismo americano, sviluppando relazioni solide tra fondazioni e gruppi italiani e americani. Si pensi, per esempio, al rapporto tra una delle principali fondazioni italiane del centro destra, Magna Carta di Gaetano Quagliariello, e l’American Enterprise Institute: “L’attacco terroristico dell’11 Settembre 2001, tragico atto di sfida al mondo occidentale, ha messo in luce tutta l’inadeguatezza dei paradigmi e dei modelli interpretativi adottati dalle scuole di politica estera sino ad allora prevalenti in Europa e negli Stati Uniti. La necessità di una rinnovata concezione della realtà internazionale ha spinto la Fondazione Magna Carta ad avanzare nuove proposte e chiavi di lettura, d’intesa con il movimento neoconservatore americano. Nella consapevolezza che pace, sicurezza e sviluppo non possono esistere senza democrazia, libertà e rispetto dei diritti umani” 9.

Di fronte al nemico e alla minaccia esterna l’identità politica dell’Occidente è divenuta la pietra angolare della discussione intellettuale interna al centrodestra italiano ed europeo. In Italia, inoltre, questo dibattito ha favorito la ricollocazione strategica del Paese rispetto al conflitto israelo-palestinese su posizioni molto simili a quelle del neoconservatorismo americano: l’appello alla difesa dell’Occidente ha favorito così la rottura della tradizionale politica de “l’equivicinanza” fra israeliani e palestinesi.

Nel corso dei Duemila i punti di contatto con la cultura neoconservatrice americana si sono moltiplicati: il tema della “vita” (il dibattito sull’aborto) e della bioetica; un certo populismo antistatalista (il tema della riduzione della pressione fiscale); la questione della sicurezza. Più in generale, sembra possibile affermare che tutti coloro i quali abbiano intrapreso la strada della ricerca di un ancoraggio ideologico per il centro-destra italiano abbiano guardato con maggiore attenzione agli Usa che all’Europa (almeno fino alla virata “neo-colbertista” di Giulio Tremonti). La stella polare è stata l’identità delle società occidentali versus la disgregazione generata dai fautori del relativismo culturale (i liberal delle due sponde dell’Atlantico, gli “ideologi del permissivismo” avaloriale di Europa e America), esattamente come per i neoconservatori americani: non solo un nemico esterno (il terrorismo), ma anche un nemico interno col quale misurarsi sul senso stesso del significato di società aperta.

L’America del know how politico-organizzativo

Al di là delle culture politiche, è però sul piano delle “tecniche” – istituzionali, organizzative e del consenso – che l’America ha giocato un ruolo davvero rilevante, in Italia come in Europa (ma le tecniche sono, ovviamente, un portato culturale). Da questo punto di vista la funzione delle culture politiche appare, rispetto alla Repubblica dei Partiti, fortemente ridimensionata, sia che la si veda dal lato dell’elettore sia da quello delle leadership politiche.

Ripetiamo l’elenco di quanto è sbarcato in Italia in questi ultimi venti anni: think tank, primarie, le nuove figure della consulenza politica, le nuove strategie di advocacy dei gruppi di interesse che rappresentano la società civile, il lobbismo, la personalizzazione della competizione politica, l’uso estensivo del sondaggio, i modelli di organizzazione del consenso tramite la rete e il web-attivismo.

La fine dell’età del governo di partito, il rafforzamento dei processi di personalizzazione e mediatizzazione della competizione politica hanno permesso l’esternalizzazione di funzioni un tempo interne alle macchine di partito (senza contare il processo di presidenzializzazione degli esecutivi, soprattutto nella dimensione locale, che ha trasformato il rapporto tra eletti e partiti). Non si spiega altrimenti l’emersione di produttori di idee al di fuori di esse, come i think tank, o l’uso sistematico dei guru della consulenza politica, soprattutto americani, negli anni Novanta e nei primi Duemila – come nel caso di Frank Luntz, che inventò per Berlusconi il famoso “Contratto con gli italiani”, sul modello di quello che egli aveva costruito per i repubblicani americani nel 1994 10. Un altro importante sintomo dell’americanizzazione delle tecniche del consenso, è inoltre rappresentato dall’emersione del lobbismo in Italia, sul quale finalmente si comincia a scrivere anche da un punto di vista scientifico 11, con gli operatori del settore che guardano tanto all’esperienza americana che a quella dell’Unione Europea (un altro fenomeno che ci interroga sulla trasformazione generali dei partiti e delle istituzioni in Italia). Ma non si può nemmeno dimenticare la diffusione dei nuovi modelli di organizzazione grassroots online (da Move.on allaNetroots Nation) utilizzati da Obama nel campaigning elettorale – fatti propri in Italia da Nichi Vendola, ma analizzati con attenzione anche da attori politici e della società civile – e, last but non least, l’introduzione dello strumento delle primarie. Un lungo elenco, una matassa che andrebbe sciolta, con pazienza, filo per filo.

Conclusioni (provvisorie)

Slogan del Partito Democratico per le elezioni politiche del 2008.

Slogan del Partito Democratico per le elezioni politiche del 2008.

L’emersione del Tea Party in America ha avuto una certa eco in Europa, non solo per l’importanza in sé dell’evento, ma anche perché ha fornito ulteriori spunti su come organizzare la politica, dopo quelli che avevano suggestionato il vecchio continente grazie alla vittoria di Obama. È l’ultima sorgente che appaga la sete di ‘America’ dei politici italiani ed europei. Anche se in modo del tutto estemporaneo, alcuni commentatori hanno visto nel Tea Party un modello organizzativo – un’idea per l’organizzazione della rivolta spontanea, un modo per trasformare l’antipolitica in consenso – grazie al quale poter scuotere il sistema politico del nostro continente; mentre altri hanno fatto proprio il simbolo senza che questo avesse alcuna ricaduta reale 12. Al contrario, alcuni commentatori americani hanno letto la recente emersione dei nuovi partiti nazionalisti e populisti come la declinazione europea del modello Tea Party: un movimento nato da una forte insofferenza contro lo stato, le tasse e l’immigrazione 13. Risposte di grande presa in un’epoca di crisi economica.
Gli europei – e gli italiani in particolare – rispondono a questa crisi guardando affascinati alle novità politiche che emergono negli Usa, nonostante questi ultimi stiano a propria volta attraversando una congiuntura storico-politica particolarmente critica. Per certi versi, come si diceva all’inizio, un vero paradosso. L’uso strumentale (e quasi compulsivo) dei simboli politici americani da parte della classe politica italiana è un ulteriore segno di questa crisi: dal “Si può fare”  di Walter Veltroni (cattiva traduzione di “Yes, We Can”) all’idea improbabile di un Tea Party all’italiana, l’impressione è che i soggetti politici della Seconda Repubblica non riescano a risolvere un’impasse che riguarda le identità politiche e le forme organizzative. Si continua, però, a fare una disordinata indigestione di immagini, suggestioni e formule che arrivano da oltre Oceano (e non solo). Intanto, osserviamo trasformazioni reali che cambiano il modo di organizzare e pensare la politica e le istituzioni, portando nuovi pezzi d’America qui in Italia: che si tratti di buone o – più spesso – cattive o impossibili traduzioni, il processo è in pieno svolgimento.

Note:

  1.  http://www.teapartyitalia.it/pagina/manifesto. Il manifesto prosegue illustrando gli obiettivi del movimento: “Il Tea Party è un movimento di donne e uomini di tutte le età che condividono l’obiettivo di uno stato più leggero, meno invasivo che sia strumento utile e non ostacolo per il raggiungimento dei fini individuali. È un movimento politico che non aspira a diventare partito, quanto piuttosto ad imporre dei punti chiave nell’agenda della vita politica italiana, in una direzione liberale e di buon senso”.
  2. Un esempio tra i tanti, il recente intervento di Gideon Rachman su Foreign Policy:http://www.foreignpolicy.com/articles/2011/01/02/think_again_american_decline. Si veda anche il breve commento di Mario Del Pero che parte proprio dall’intervento di Rachman: http://www.aspeninstitute.it/aspenia-online/article/l%E2%80%99ipotesi-del-declino-americano-e-i-suoi-limiti.
  3. Kissinger, H., White House Years, Boston, Little Brown and Company, 1979, p. 101.
  4. “Il riformismo del XXI secolo – Progressive Governance in XXI Century” è il titolo di una Conferenza internazionale tenutasi a Firenze il 21 novembre 1999, alla quale parteciparono i leader della sinistra europea e il Presidente degli Stati Uniti Bill Clinton.
  5. http://www.repubblica.it/online/politica/terzavia/hillary/hillary.html.
  6. Berta, G. Eclisse della socialdemocrazia, Bologna, Il Mulino, 2009.
  7. Calise, M. Il partito personale, Roma-Bari, Laterza, 2010.
  8. L’elenco è lungo: tra gli altri, hanno guardato agli Usa e soprattutto alle novità del neoconservatorismo i think tank Liberal, Magna Carta e la rivista Ideazione; l’arcipelago intellettuale creatosi attorno al Foglio di Giuliano Ferrara (grazie anche all’amplificazione online di uno dei più seguiti blog italiani, Camillo, tenuto dall’ex corrispondente del Foglio Christian Rocca); gli attivisti online di tocqueville.it e The Right Nation.
  9. http://www.magna-carta.it/category/nuovi-temi/mondo-trans-atlantico.
  10. Nella seconda parte del decennio la quota di professionisti “autoctoni” è decisamente aumentata: vedi a questo proposito Cacciotto, M., Marketing politico, Bologna, Il Mulino, 2011.
  11. Il riferimento è a Mattina, L., I gruppi d’interesse, Bologna, Il Mulino, 2010.
  12. È successo per esempio nei dibattiti di Generazione Italia, l’ala movimentista del nuovo soggetto politico Futuro e Libertà ; lo stesso Berlusconi, nell’ottobre 2010, disse che “sarebbe bello avere un Tea Party italiano”.
  13. http://www.presseurop.eu/it/content/article/640501-il-tea-party-sbarca-europa.

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