Cittadinanza sociale e diritti sociali

I diritti sociali e gli Stati Uniti

Nella tripartizione classica dei diritti di cittadinanza elaborata dal sociologo britannico Thomas H. Marshall i diritti sociali costituiscono la tappa conclusiva di un lungo processo avviato dalle grandi rivoluzioni settecentesche. Nell’ottica di Marshall, lo status di cittadino comportava non solo il godimento dei diritti civili e politici, ma anche il diritto a “un minimo di benessere e sicurezza economici fino al diritto a partecipare pienamente al retaggio sociale e a vivere la vita di persona civile, secondo i canoni vigenti nella società” (Marshall, 1949). La cittadinanza marshalliana era dunque finalizzata a correggere le disuguaglianze intrinseche al sistema capitalistico, reintroducendo nella spietata logica contrattuale del mercato i vincoli e gli obblighi comunitaristici derivanti dallo status di cittadino.

Se le riflessioni di Marshall si inscrivevano nel contesto delle profonde trasformazioni occorse nell’Inghilterra laburista di Attlee, quale forma assumeva la cittadinanza sociale sull’altra sponda dell’Atlantico, in quell’America tradizionalmente refrattaria a correggere i meccanismi di un mercato in cui gli unici diritti a contare erano i diritti di proprietà? In altre parole, i diritti sociali teorizzati da Marshall erano compatibili con la cultura e la società americane?

Anzitutto, sul piano teorico, il funzionalismo di Talcott Parsons si dimostrava particolarmente adatto a recepire le suggestioni di Marshall mediante la categoria di ruolo che, con il complesso di diritti e doveri ad esso sottesi, ricalcava di fatto quella del cittadino. Analogamente, sul piano della prassi, lo choc provocato dalla Grande Depressione e i successi riscossi dall’innovativa politica di welfare del New Deal avevano legittimato la necessità di un intervento pubblico che colpisse le sperequazioni sociali. In particolare, al volontarismo di Hoover, Roosevelt contrapponeva un attivismo governativo che di fatto trasferiva a Washington il potere di stabilire le politiche sociali, sottraendolo agli stati. In tal senso, la Federal Emergency Relief Administration (FERA), la Works Progress Administration (WPA) e il Social Security Act sancivano la fine del federalismo duale e inauguravano un federalismo cooperativo imperniato sul governo centrale: i diritti sociali diventavano così entitlements di emanazione federale connessi allo status di cittadino degli Stati Uniti. Harry Truman, trionfatore delle presidenziali del 1948, proseguì sul solco tracciato dal suo predecessore e, alla luce delle riflessioni di Keynes e Beveridge, diede coerenza teorica e pratica alle politiche sociali del New Deal. Le ricette keynesiane consentivano infatti di mantenere sostanzialmente intatta la struttura di base dell’economia di mercato, ma al contempo di intervenire – sia pure con discrezione – nella dinamica del libero scambio tramite un sistema di tassazione progressiva. In tal modo, si assicurava la copertura finanziaria a provvedimenti tesi sia ad estendere i confini della cittadinanza sociale sia a sostenere tassi elevati di crescita.

Estensione e saturazione della cittadinanza sociale

Tuttavia, incentrato come era a garantire la sicurezza sociale del maschio bianco breadwinner, il concetto di cittadinanza veicolato nel dopoguerra ignorava le problematiche sociali legate al genere e alla razza. Fu proprio lo stato di fibrillazione che agitava i movimenti per i diritti civili dei neri e i movimenti femministi a spingere il governo federale a occuparsi dei diritti sociali delle fasce più svantaggiate della popolazione. Negli anni ’60, proclamando la “War on Poverty”, il presidente Johnson tentò di rispondere alle esigenze di tali gruppi sociali mediante una serie di provvedimenti tra cui spiccava l’adozione dell’affirmative action ovvero misure di discriminazione positiva volte a ristabilire l’uguaglianza delle opportunità. Tali misure erano difese dagli esponenti più progressisti del mondo liberal, come il giurista Charles Reich, il quale riteneva che l’estensione quantitativa e qualitativa degli entitlements sociali fosse necessaria a proteggere l’autonomia degli individui e, di riflesso, la democrazia americana fondata sul self-rule.

Tuttavia, i programmi sociali della “Great Society” furono sottoposti all’attacco incrociato dei conservatori e di ambienti dell’universo liberal, in procinto di dare fuoco alle polveri del neoconservatorismo, sempre più scettici verso le presunte virtù taumaturgiche dell’intervento statale e la crescente mole di richieste di protezione sociale provenienti da diversi settori della società americana. La “revolution of rising entitlements” (Bell, 1976) aveva infatti dilatato l’estensione della cittadinanza a un livello tale da raggiungere un punto di saturazione. All’inizio degli anni ’70 la categoria di cittadinanza sociale si presentava così fortemente screditata e, pertanto, inadatta ad affrontare uno dei decenni più turbolenti del cosiddetto secolo americano. A monte della crisi della cittadinanza vi erano ragioni molteplici, ma con un denominatore comune: la recessione economica che aveva interrotto circa tre decenni di sviluppo. Anzitutto, corollario inevitabile del crollo dell’economia era stata la “crisi fiscale dello stato”, che aveva indotto i policy-makers di Washington a una riconsiderazione del bilancio federale a fronte di un brusco calo degli introiti provenienti dalla tassazione. Gli americani avevano sperimentato sulla propria pelle quanto fragile fosse il modello di crescita economica costruito nel dopoguerra e i repubblicani avevano gioco facile a evidenziare tutti i limiti di una politica sociale basata sulla chimera dello sviluppo infinito. Ad aggravare la situazione e a suggerire maggiore prudenza nell’utilizzo delle risorse pubbliche era poi la forma inedita sotto cui si manifestava la crisi: un connubio micidiale tra stagnazione e inflazione noto come stagflation.

La controffensiva conservatrice

img0-6img0-7In siffatto contesto, dichiaratamente ostile ad ambiziosi programmi di spesa pubblica, gli intellettuali conservatori cominciarono a decostruire la narrativa liberal – e marshalliana – dei diritti sociali intesi comeentitlements connessi allo status di cittadino, sostituendola con una logica dicotomica che Linda Fraser e Nancy Gordon hanno sintetizzato con la formula “contract vs. charity”. In altri termini, chi forniva prestazioni contributive allo stato in virtù di una dinamica contrattuale aveva pieno diritto ad accedere alle risorse pubbliche, mentre chi reclamava “something for nothing” veniva relegato a una stato di dipendenza dalle charities, che di fatto ne squalificava le pretese di cittadinanza. Marketization e communitization diventavano così le parole d’ordine del revival conservatore che, da un lato, puntava a riarticolare le forme della cittadinanza secondo le norme e le pratiche del mercato e, dall’altro, a trasferire le competenze relative alle stato sociale dalla burocrazia federale ad associazioni private di beneficenza. Cadeva così il consueto confine tra pubblico e privato, con il secondo che si dilatava fino a quasi fagocitare il primo. Privatizzazione e mercatizzazione dello stato sociale si saldavano con un processo di globalizzazione che, mentre erodeva la sovranità statuale garante tradizionale dei diritti di cittadinanza, affrancava il mercato dalle vecchie forme di regolamentazione, legittimandone il ruolo di arbitro designato a stabilire chi avesse i titoli per partecipare ai diritti di una cittadinanza ormai svuotata dai caratteri dell’universalità.

Ciò che rimaneva delle politiche sociali pubbliche veniva piegato agli obiettivi indicati da Micheal Novak e Lawrence Mead in The New Consensus on Family and Welfare (1986): disciplinare i poveri, la popolazione di colore, le madri sole, i nuovi migranti e, più in generale, le fasce più disagiate della società americana secondo i canoni della morale tradizionale e prepararli all’autosufficienza in quanto prerequisito essenziale per partecipare a pieno titolo alla comunità dei cittadini. Provvedimenti come il Family Support Act, adottato dall’amministrazione Reagan nel 1988, e il Personal Responsibility and Work Opportunity Reconciliation Act, approvato nel 1996 sotto l’amministrazione Clinton, rispecchiavano il disegno conservatore di destrutturazione della cittadinanza sociale: per dirla con l’ultimo presidente democratico del ’900, era “the end of the welfare as we know it”.

Prospettive future

Archiviata così la fine del cosiddetto secolo socialdemocratico, quali sono i margini di sopravvivenza e quali le prospettive future per la cittadinanza sociale? Per motivi di spazio, ci limiteremo a segnalare brevemente la proposta di Engin F. Isin, che negli “esclusi”, in particolare negli aliens, individua potenziali portatori di rivendicazioni che si traducono in atti di cittadinanza in grado di scardinare lo status quo. Pur non avendo una chiara coloritura politica, tali atti si presentano come momenti di cesura rispetto all’ordine costituito e possono trasformare l’attore sociale da semplice soggetto privo di diritti a cittadino attivo. Vi è tuttavia da rilevare come tale prospettiva generi uno slittamento concettuale dell’atto di cittadinanza che, emerso da nette prese di posizione nel contesto delle rivoluzioni settecentesche, si ritroverebbe parzialmente confinato nella sfera delle azioni non intenzionali.

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