Cittadinanza, razza e diritti civili

Razza, cittadinanza e il ruolo delle donne

Che la si consideri come una caratteristica intrinseca all’individuo o come una costruzione culturale, la razza è stata spesso discriminante nel processo dell’acquisizione di pieni diritti di cittadinanza. Sebbene gli afro-americani non costituiscano nella storia degli Stati Uniti d’America l’unica minoranza discriminata per ragioni razziali, si pensi ad esempio al Chinese Exclusion Act del 1882 e al Gentlemen’s Agreement del 1907 che impedivano l’immigrazione della popolazione cinese e giapponese rispettivamente, il loro caso è senz’altro strumentale per un’efficace illustrazione dell’intreccio tra razza e diritti di cittadinanza, oltre che del legame con la questione della leadership e del genere.

Le battaglie per la conquista di una piena cittadinanza si sono svolte tanto in ambito americano quanto a livello internazionale. Se da un lato l’internazionalismo pan-africano ha avuto in W. E. B. Du Bois e Marcus Garvey due fra i più grandi fautori nella prima parte del ventesimo secolo, altrettanto importante, ancorché generalmente misconosciuta, risulta essere l’esperienza di molte donne afro-americane.

In questa prospettiva, risulta particolarmente rilevante l’esperienza della National Association of Colored Women (NACW). Fondata nel 1896, l’Associazione si propose come scopo quello di “promuovere numerose attività a livello nazionale e internazionale”. Sulla scia di questa esperienza vennero fondate altre associazioni aventi per scopo il superamento delle barriere razziali e di genere negli Stati Uniti attraverso una prospettiva internazionale e di promuovere la formazione culturale di leaders, come ad esempio lo International Council of Women of the Darker Races, fondato nel 1922 (Reif, 2004). A tal riguardo, particolare rilevanza hanno avuto gli incontri internazionali in cui le rappresentanti delle associazioni delle donne afro-americane poterono dar voce alle loro istanze. Si pensi ad esempio all’International Congress of Women tenutosi a Chicago nel 1893 (Reif, 2004). Affrontando inoltre la questione cruciale della leadership, l’attività di intellettuali e attiviste afro-americane contribuì al dibattito interno alla comunità in merito alla supremazia di genere e alla natura della leadership stessa, anticipando in un senso l’esperienza portata avanti da Septimia Clark e Ella Baker con la creazione delle citizenship schools, sorte nei tardi anni ’50 e volte alla promozione della natural leadership.

img0-3Dal Dopoguerra a oggi: Nazionalismo, conquiste, e l’avvento di Obama

La fine della Seconda guerra mondiale, oltre a sancire un definitivo primato economico e geopolitico statunitense, portò con sé grandi cambiamenti sociali all’interno del paese. Molti veterani afro-americani iniziarono a chiedere con maggior vigore il riconoscimento dei loro diritti civili e politici e le nuove generazioni intrapresero forme di attivismo e di protesta impensabili solo alcuni anni prima. Il 1954 è l’anno a cui si fa risalire la nascita del Movimento per i diritti civili afro-americano, senza dubbio il movimento di protesta sociale più importante ed imponente della storia statunitense. La stagione dei diritti civili, che si concluse nel 1965 con la firma del presidente Johnson sul Voting Rights Act, aveva tra i suoi obiettivi principali proprio quello di estendere il diritto di cittadinanza all’intera popolazione afro-americana attraverso il riconoscimento dei diritti civili e politici. Tutt’altro che omogeneo, il movimento per i diritti civili raccolse al suo interno associazioni differenti come la NAACP (National Association for the Advancement of Colored People), la SCLC (Southern Christian Leadership Conference), la SNCC (Student Nonviolent Coordinating Committee), la CORE (Congress of Racial Equality), e riuscì ad ottenere buona parte dei suoi successi grazie al leader che dal 1957 ne divenne la figura di maggior rilievo, Martin Luther King Jr. Le forme di protesta non violente andavano dai sit-ins alle marce, dal boicottaggio dei mezzi pubblici segregati ai freedom rides, ed avevano come obiettivo quello di porre fine alla segregazione razziale, retaggio della Jim Crow Era.

img0-4img0-5Non tutto l’attivismo afro-americano di quegli anni è però associabile alla dottrina della non violenza e neppure strettamente legato alla questione della cittadinanza. Sul finire degli anni Cinquanta, infatti, si formarono gruppi armati di autodifesa in numerose città e comunità del Sud degli Stati Uniti. In quelle comunità, che si opponevano con forza alle violenze del Ku Klux Klan, si andavano formando i leader che presto sarebbero diventati figure di spicco del nazionalismo afro-americano. Il black nationalism si ispirava al prensiero di Marcus Garvey che sosteneva che la perpetuazione del razzismo americano avrebbe dovuto spingere gli afro-americani a emigrare in Africa per liberare il continente dal colonialismo bianco, con lo scopo di creare una nuova Africa. Per i nazionalisti neri, tra i quali la figura di maggior rilievo fu Malcom X, il movimento per i diritti civili, con la sua richiesta integrazionista, non faceva altro che umiliare ancora di più il nero statunitense di fronte all’uomo bianco. Questi movimenti nazionalisti persero gran parte del loro slancio negli anni Settanta, sia a causa della FBI e della CIA che ne sabotarono il lavoro, sia grazie ad un lento miglioramento della situazione afro-americana negli Stati Uniti. Forse più disomogeneo dello stesso movimento per i diritti civili, il nazionalismo afro-americano non si preoccupò molto del riconoscimento dei diritti, quanto della promozione e della diffusione di un “orgoglio nero” tra la popolazione afro-americana che sfociò spesso in forme radicali di panafricanismo e di separatismo.

La tendenza di questi gruppi a considerare la propria situazione svantaggiata negli Stati Uniti come parte di una lotta globale al capitalismo bianco diede al nazionalismo nero una connotazione internazionalista, più attenta ai problemi dell’Africa e del Terzo Mondo. L’internazionalismo afro-americano degli anni Sessanta si caratterizzò, inoltre, per un altalenante avvicinamento al mondo comunista che contribuì a isolare il suo attivismo all’interno degli USA. Numerosi sono stati infatti i rapporti intercorsi tra i leader del nazionalismo nero e alcuni stati socialisti, tra i quali Cuba, Unione Sovietica, Cina e con i gruppi comunisti di numerosi paesi africani.

Negli anni Settanta la politica della Affirmative Action ha migliorato la situazione afro-americana creando una nuova classe media che negli anni Ottanta e Novanta ha parzialmente colmato la forbice della disuguaglianza sociale dovuta al colore della pelle. Ciò che è accaduto dopo il 1965 è però scarsamente rilevante ai fini del discorso della cittadinanza da cui siamo partiti, in quanto con l’approvazione del doppio pacchetto di leggi, il Civil Rights Act del 1964 e il Voting Rights Act del 1965, la questione del diritto di cittadinanza poteva considerarsi formalmente conclusa. Alla luce di queste osservazioni rimane da chiedersi se l’elezione di Barack Obama alla presidenza degli Stati Uniti riuscirà davvero a chiudere un’epoca di discriminazioni e ad inaugurare una nuova era post-razziale.

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