Cittadinanza politica e diritto di voto

Definizione e aspetti principali

Secondo la celebre definizione di Thomas H. Marshall, l’idea di cittadinanza racchiude in sé almeno tre diverse declinazioni: quella sociale, civile e politica. In particolare l’elemento politico della cittadinanza si esprime concretamente nel diritto di partecipare all’esercizio del potere, o come membri di una classe politica, oppure come elettori di questi ultimi. Nella storia degli Stati Uniti è stato proprio il diritto di voto ad assumere, fin dai primi anni di esperienza federale, notevole importanza come espressione collettiva della cittadinanza attiva. A partire dalla seconda metà del XX secolo – e come diretta conseguenza di una profonda trasformazione del sistema partitico che ha avuto le sue origini sul finire del 1800 – tale connotazione simbolica si è andata progressivamente perdendo, anche se in occasione delle ultime elezioni presidenziali si sono registrate pratiche tese a recuperare la dimensione sociale del voto tipica degli anni ’30 e ’40 dell’Ottocento.

Come parte di un più generale concetto di cittadinanza, i diritti politici non possono che essere analizzati in relazione ad un contesto sociale definito e si intrecciano quindi con problematiche di razza, immigrazione, genere e diritti sociali. Nel corso del seminario Cispea 2010 sono state individuate tre tematiche principali che sembrano connotare il discorso sulla cittadinanza politica con particolare riferimento al caso statunitense: in primo luogo è emerso come l’idea di cittadinanza sottenda il problema del rapporto tra sfera pubblica e sfera privata, ovvero della relazione fra l’individuo e la propria comunità di appartenenza. Si può inoltre notare che, come nel caso delle declinazioni civili e sociali, qualsiasi discorso sulla cittadinanza politica porti inevitabilmente a riflettere sulle dinamiche di inclusione ed esclusione, ovvero sui criteri in base ai quali è stato storicamente disciplinato l’accesso ai diritti politici. Il rapporto tra governo centrale e governi statuali sul tema della cittadinanza rappresenta infine una caratteristica intrinseca al sistema federale statunitense. In questo senso si può dimostrare come l’assetto federale degli Stati Uniti abbia avuto un peso determinante per l’evoluzione del concetto di cittadinanza politica.

La cittadinanza politica fra Stati e Governo Federale

POSTER_7Bimg0-2Tutte le discussioni intavolate nel corso del sesto seminario Cispea hanno evidenziato un tema ricorrente, ovvero l’impulso innovatore, sia in senso progressivo che in senso regressivo, dato dagli Stati della Federazione statunitense alla definizione del concetto di cittadinanza. Per ciò che riguarda il diritto di voto, ad esempio, sembra di poter evidenziare come, almeno con riferimento al XIX secolo, la dimensione statuale abbia costituito il vero centro propulsore della legislazione relativa a tale diritto.

Per capire come si definisca e funzioni il concetto di cittadinanza e dei diritti ad essa collegati all’interno del sistema federale bisogna per prima cosa guardare al testo costituzionale e ai suoi emendamenti, in particolare al XV (1870), XIX (1920) e XXVI (1971), che trattano rispettivamente dell’estensione del diritto di voto agli afro-americani, alle donne e ai ragazzi di 18 anni. È interessante notare come tutti questi meccanismi di inclusione si esprimano in senso negativo, lasciando ampi margini di autonomia agli Stati. Anche laddove la costituzione abbia ammesso l’intervento diretto del governo federale nel definire e disciplinare il diritto di voto, questa definizione è stata costruita nel modo meno intrusivo possibile. Invece di affermare positivamente le categorie economico-sociali aventi diritto, gli emendamenti entrati finora in vigore hanno infatti sempre contenuto il riferimento a quelle categorie che non possono essere escluse dal voto. In questo modo ai singoli Stati è quindi da sempre stata garantita un’ampia libertà di regolamentazione sui requisiti dell’elettorato attivo. Sono infatti gli Stati che costruiscono e decostruiscono le coordinate che regolano l’accesso al voto, così come i criteri di accesso all’elettorato passivo e i meccanismi diapportionment 1 elettorale. Sembra quindi di poter stabilire che sia la natura stessa del sistema federale, così come definitasi nel corso della Guerra di Indipendenza prima e con la Carta di Philadelphia poi, ad avere avuto ricadute importanti per i futuri sviluppi della cittadinanza politica statunitense. Dalla conquista del white-male suffrage all’estensione del diritto di voto agli afro-americani, gli stati si sono caratterizzati come i precursori della legislazione federale. Tale dinamica di sperimentazione statuale e successiva assunzione federale, si è potuta riscontrare storicamente anche nel caso del voto alle donne. Prima di puntare direttamente al Congresso Federale, infatti, i movimenti femministi di fine Ottocento esercitarono pressione per l’allargamento del diritto di voto sulle legislature e i governi statuali.

Questa composita regolamentazione del diritto di voto – e in senso lato della cittadinanza politica – attraverso emendamenti costituzionali e legislazione statuale, si è caratterizzata nel tempo soprattutto per l’assenza di uno sviluppo lineare o progressivo. Non si può in altre parole affermare che la storia dell’acquisizione del diritto di voto si diriga senza ostacoli verso l’allargamento del suffragio e che la partecipazione vada sempre più aumentando nel corso dei due secoli di storia federale. L’autonomia degli Stati rispetto alla questione dei diritti di voto ha infatti portato al verificarsi di tendenze regressive nei processi di inclusione politica. Tali fenomeni di regressione si sono manifestati, ad esempio, sul finire dell’800, quando, regolando i meccanismi di registrazione elettorale e i requisiti di accesso al voto, gli Stati restrinsero di fatto il diritto di voto degli afro-americani, costituzionalmente previsto. A questo proposito un ulteriore esempio è fornito da un tema controverso nella storia dell’evoluzione della cittadinanza politica ovvero dalla relazione tra diritto di voto e immigrazione. Non sempre la cittadinanza è stata infatti condizione necessaria per accedere al diritto di voto: per brevi periodi di tempo, all’inizio del XX secolo, in più di uno Stato gli immigrati non ancora naturalizzati hanno infatti goduto dell’accesso al voto. Cosa sarebbe successo se questa normativa di origine statuale fosse stata adottata a livello federale e quindi se il diritto di voto avesse cominciato ad essere concettualmente disgiunto dalla cittadinanza tout court? Questa domanda è interessante soprattutto per ciò che riguarda il mondo contemporaneo.  Oggi infatti la cittadinanza può essere utilizzata come strumento politico, nel senso che può essere ambita da categorie escluse non tanto per l’accesso al diritto di voto ma per beneficiare dei diritti sociali ad essa connessi. A fronte di un’originaria sacralità del voto si è così recentemente assistito ad un deciso slittamento verso una concezione del suffragio come aspetto strumentale, o addirittura accessorio, della cittadinanza.

Diritti politici e dinamiche di inclusione

Si è visto dunque come l’allargamento del diritto di voto rappresenti l’evoluzione di un processo di esclusione-inclusione di categorie sociali, razziali e di genere e come, in questo senso, esso non coincida sempre con un percorso progressivo e/o lineare. Anche quando il voto viene esteso in modo da includere una percentuale maggiore della popolazione, a tale allargamento può non corrispondere necessariamente un proporzionale incremento della partecipazione elettorale. Tale fenomeno è dovuto proprio al carattere composito del concetto di cittadinanza, al fatto cioè che l’acquisizione e l’esercizio dei diritti politici si lega inscindibilmente alla previa acquisizione ed esercizio di diritti civili e sociali. Ancora oggi alcune categorie di aventi diritto al voto non lo esercitano e questo fenomeno viene sostanzialmente imputato a tre diversi ordini di motivi: appartenenza a gruppi sociali da poco in possesso di tale diritto senza averlo sostanzialmente richiesto; scarsa abitudine all’esercizio di tale diritto; appartenenza a comunità svantaggiate, o addirittura ai margini della società.

Storicamente il declino della partecipazione elettorale è stato dovuto anche a motivi di carattere strutturale che si riallacciano in qualche modo alla mancanza di sviluppo lineare della cittadinanza politica di cui si è già detto. Tali fattori avrebbero portato ad un sostanziale svuotamento della cittadinanza politica, già anticipato in modo estremamente lungimirante dallo stesso Marshall nella sua discussione del diritto all’effettiva partecipazione (right to participate) come elemento inscindibile dal diritto di voto. Due fattori co-responsabili dell’erosione del diritto alla partecipazione sono stati individuati, da una parte, nel declino dei partiti – che raggiunse il suo apice negli anni ‘20 del ‘900 – e, dall’altra, nella burocratizzazione delle pratiche elettorali. All’inizio del XX secolo i partiti tradizionali divennero incapaci di mobilitare l’intero elettorato e incontrarono la concorrenza di altre ‘agenzie’ in grado di veicolare il consenso: i gruppi di interesse e i movimenti single issue. Nel corso della prima metà del ‘900 la curva della partecipazione politica proseguì nel suo andamento decrescente. Tale tendenza coincise questa volta non solo con la crisi dei partiti, ma anche con la restrizione delle politiche sociali (Welfare State) che contribuì alla disaffezione delle classi più svantaggiate, poveri meno istruiti, nuovi immigrati e giovani.

Nello stesso arco temporale, si può però registrare anche un importante cambiamento nelle campagne e nelle procedure elettorali cui può essere attribuita parte della responsabilità alla base di una minore partecipazione popolare. Se in piena Jacksonian Democracy il body politic si esprimeva in maniera corale, attraverso pratiche sociali di gruppo – veri e propri rituali gestiti dai partiti politici – con la fine del XIX secolo si assistette ad una burocratizzazione del processo di voto, tale da renderlo meno pubblico, meno spontaneo, in altre parole, più elitario. La burocratizzazione del processo di voto rappresenta dunque un altro restringimento della cittadinanza politica, che parte dal venir meno della dimensione pubblica della dichiarazione del voto per estendersi alla regolamentazione federale delle schede elettorali, fino ad arrivare ad isolare la volontà del cittadino votante nella privacy delle cabine. Ad oggi, tuttavia, l’esercizio del voto rimane nella maggior parte dei casi un atto esercitato in uno spazio comunque pubblico, sebbene, anche su questo aspetto, si sia manifestata una recente tendenza verso la sua privatizzazione. In occasione delle elezioni presidenziali del 2004 e del 2008, alcuni Stati hanno infatti sperimentato con successo il voto via posta che permette all’elettore di votare dal proprio spazio privato, nella propria casa. Forme intermedie, che aspirano invece a conciliare dimensione protetta e pratiche di voto di tipo rituale, sono quelle dei voting party, vere e proprie manifestazioni di voto collettivo fra sostenitori di uno stesso partito in un contesto privato, le mura domestiche.  Pur mantenendo comunque una duplice dimensione, pubblica e privata, il diritto di voto individuale recupera così un forte valore rituale e comunitario.

Note:

  1. A livello federale il termine apportionment indica la determinazione del numero di seggi parlamentari presso la House of Representatives sulla base della proporzione fra la popolazione di ogni stato e il totale della popolazione statunitense. Nel 1787, la Costituzione di Philadelphia adotta la cosiddetta regola federale, o dei tre quinti, la quale prevede che la base popolare su cui effettuare la proporzione affianchi, al totale degli uomini bianchi, i tre quinti di ‘tutti gli altri’, eccettuati gli indiani esentati dalle tasse (v. Costituzione degli Stati Uniti, art. I, sec. 2). Nella prima metà dell’800, tuttavia, il meccanismo di apportionment, utilizzato anche a livello statuale per determinare il numero dei rappresentanti parlamentari, non includeva necessariamente il criterio dei ‘tre-quinti’.

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