Cittadinanza e immigrazione

Il contrattualismo imperfetto

img0-11Stravolgendo molti degli assunti del pensiero pre-moderno, il contrattualismo di Locke e Hobbes ha avuto, tra l’altro, il merito di identificare le categorie di singolo ed individuo. Titolari di diritti cosiddetti “naturali”, gli individui sono stati svincolati dalla comunità, il cui compito è divenuto quello di garantire l’effettivo esercizio di tali diritti. Se ciò è vero in linea teorica, non lo è sempre nella realtà. L’esperienza statunitense ne è una chiara dimostrazione.

Per quanto riguarda gli Stati Uniti d’America, infatti, è possibile notare una significativa, ancorché ciclicamente altalenante, discrepanza tra l’elemento progettuale, ovvero l’idea sui cui si fonda il modello della repubblica statunitense, e quello fattuale, cioè la concreta realizzazione di tale progetto nel corso della storia. Più specificamente: nonostante abbia recepito e, in buona sostanza, abbia incarnato i capisaldi del pensiero contrattualista, il modello statunitense presenta una serie di contraddizioni intrinseche, ampiamente riscontrabili nel persistere di meccanismi tendenti ad escludere quote più o meno importanti di individui dalla fruizione di quei “diritti naturali” che, proprio perché “esistenti di per sé”, dovrebbero essere assicurati dalle norme dell’ordinamento repubblicano. Analizzando il problema dell’immigrazione, tali aspetti si presentano in tutta la loro complessità.

Nonostante gli Stati Uniti siano ancora oggi considerati per antonomasia il paese dell’accoglienza, la loro storia è stata segnata da ondate cicliche di xenofobia contro le diverse minoranze etniche ritenute “non assimilabili” e, per questo, potenzialmente dannose alla presunta purezza razziale della nazione. Da qui l’introduzione, frutto di un’evidente idealizzazione del concetto di assimilabilità, di misure restrittive dell’immigrazione, in cui il discrimine, indipendentemente dal contenuto del singolo provvedimento, è di tipo razziale, dipende cioè dall’appartenenza alla razza bianca di ceppo anglo-sassone. Dal Chinese Exclusion Act (1882) al Gentlemen Agreement nippo-americano (1907), dai Litearcy Tests (1917) al sistema di Quote (1921 e 1924) – solo per citarne alcuni – l’evoluzione di tali misure restrittive presenta alcune caratteristiche che possono, in estrema sintesi, essere così riassunte: funzionalità rispetto ad interessi congiunturali specifici interni, ad esempio il bisogno di manodopera; funzionalità rispetto ad interessi congiunturali specifici legati alla politica estera e alla sicurezza nazionale, ad esempio il McCarran Act del 1952 e il conseguente “allargamento delle maglie”; slittamento progressivo della competenza in materia dai singoli Stati al Governo federale.

Esclusi de jure de facto?

img0-12A seguito dell’impressionante ondata immigratoria di inizi Novecento, l’attenzione delle élitecosiddette wasp si è però concentrata sull’estromissione sostanziale dei nuovi immigrati provenienti dal Sud-Est europeo dall’esercizio dei diritti di cittadinanza, in particolare quello di voto, ad esempio il Cable Act del 1922. Questo dimostra che, per raggiungere una corretta comprensione del meccanismo di inclusione/esclusione, non sia possibile limitarsi al solo aspetto legislativo, giuridico-formale. Bisogna affrontare anche la questione della mancata fruizione materiale dei diritti, che è emersa chiaramente in due casi significativi, quello degli asiatici a causa di una forte discriminazione culturale e quello dei cattolici, la cui perdurante estromissione dalle principali cariche pubbliche, in primis quella di Presidente, ha espresso al meglio la situazione di una comunità molto spesso integrata nel tessuto socio-economico del paese, ma osteggiata perché ritenuta portatrice di un modello religioso e culturale antitetico rispetto ai valori fondativi della nazione.

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