Cittadinanza e genere

Il concetto di cittadinanza determina di per sé una suddivisione degli individui entro categorie di inclusione ed esclusione. Tanti sono i fattori che determinano l’accettazione o meno di un individuo in una comunità di cittadini. Uno di questi è stato, fino ad alcuni decenni fa, il genere. Le donne sono state sistematicamente escluse dalla comunità politica, vedendosi negati diritti civili quali la proprietà e diritti politici quali il voto. La lezione sul tema “genere e cittadinanza” si è occupata proprio di questo nodo, ricostruendo la storia dei movimenti politici delle donne negli Stati Uniti. In questa relazione mi concentrerò sui punti principali di tale evoluzione: in primo luogo il processo che ha portato nel 1848 alla proclamazione di un’agenda volta alla promozione dei diritti delle donne, in secondo luogo la differenziazione dei movimenti femministi e infine gli sviluppi più recenti.

Alle origini dei movimenti politici delle donne

Fin dalla Costituzione del 1787 si era creata la contraddizione tra l’affermazione di un “noi” –  we, the people of the United States – che si professava universale e l’esclusione delle persone “disordinate”, tra cui anche le donne, dal corpo dei cittadini. Le donne venivano considerate volubili, fragili, indisciplinate e quindi da sottoporre al controllo di una figura maschile. I primi decenni della repubblica vedevano però l’apertura di crepe che aggravavano sempre più tale contraddizione originaria e permettevano alle donne di ritagliarsi un ruolo politico più significativo. La prima di queste crepe è stata aperta con la creazione del simbolo della madre repubblicana, che nella retorica patriottica attribuiva alle donne un ruolo di trasmissione dei valori politici della repubblica ai futuri cittadini. Quindi, da un lato, le donne erano ancora considerate inadatte per loro natura a un ruolo politico nella sfera pubblica, ma dall’altro erano considerate adatte a un ruolo politico nella sfera privata. La seconda crepa è stata determinata dal Secondo Revival religioso che si rivolgeva in primo luogo alle donne, considerate strumento principale per la cristianizzazione della società. Tale movimento legittimava forme associative, come le benevolent societies, con le quali le donne potevano intervenire nella società su temi quali la beneficenza e la schiavitù. Queste associazioni erano anche riconosciute dallo stato, creando così una nuova contraddizione per cui era consentito un ruolo politico collettivo delle donne all’interno di tali associazioni, ma era negata la cittadinanza politica alle donne singole. Queste esperienze associative avrebbero portato alla Conferenza di Seneca Falls del 1848, che sarebbe poi stata individuata come il punto di inizio dell’attivismo politico femminile negli Stati Uniti in quanto per la prima volta veniva fissata un’agenda che rivendicava pari diritti per le donne. Le attiviste che vi aderivano erano di estrazione bianca e middle-class, la loro cultura politica era la stessa cultura liberale della nazione americana.

Le fratture dei femminismi

img0-8img0-9img0-10Tuttavia, sarebbe stato necessario aspettare fino al 1920 per vedere riconosciuto il diritto di voto indipendentemente dal sesso con il XX emendamento. Da lì in poi, il movimento politico delle donne declinava ma non scompariva. Infatti, i pari diritti invocati erano ancora ben lontani dall’essere raggiunti, ma negli anni ’60 sarebbe avvenuto un punto di svolta, non tanto per i risultati raggiunti in quel periodo a favore dell’agenda delle donne, quanto per le evoluzioni interne al movimento. Nel contesto della contro-cultura, si aveva infatti una radicalizzazione e una differenziazione di tali movimenti. Se prima degli anni ’60 l’attivismo politico delle donne era rimasto nel contesto del liberalismo, facendo riferimento più che altro alle donne bianche di classe media, dopo si creavano due fratture: la prima era una frattura ideologica, che si appellava a una sisterhood che portasse alla rivoluzione contro l’oppressione maschile, la seconda era una frattura di classe, portata avanti da donne di minoranze etniche, le quali ponevano in cima all’agenda la lotta contro un’oppressione derivante dal razzismo e dallo sfruttamento capitalistico. Quest’ultima frattura era centrale: mentre prima degli anni ’60 il punto principale posto dall’attivismo politico delle donne era stato la rivendicazione di pari diritti, dopo i movimenti femministi poneva all’ordine del giorno la duplice questione della differenza di genere e della giustizia sociale. Tali fratture non sono comunque da interpretare in modo netto, essendovi in realtà molti tentativi riusciti di creare alleanze cross-class e cross-race (Krahulik, 2009).

L’ultima importante evoluzione è l’appropriazione di temi tipici dei movimenti delle donne da parte dei conservatori. Se già negli anni ’70 la differenza di genere era invocata da alcuni gruppi in chiave conservatrice, il Presidente George W. Bush ha in più occasioni cercato di presentarsi come sostenitore dei diritti delle donne. L’esempio più celebre e ambiguo è quello della guerra in Afghanistan, che veniva presentata anche come una battaglia per la liberazione delle donne dall’oppressione del regime talebano nel tentativo, solo parzialmente riuscito, di creare una strana alleanza tra gli interessi di sicurezza dell’Amministrazione Bush e alcuni gruppi di donne (Rosenberg, 2002).

In conclusione, si può dire che la contraddizione di cui ho parlato all’inizio è ormai risolta: legalmente, vi è parità di diritti tra uomo e donna e in molti stati sono stati approvati emendamenti costituzionali che sanciscono ufficialmente la parità tra i sessi. Pur nella sua ambiguità, l’appropriazione di temi dei movimenti delle donne da parte dei conservatori può essere inoltre vista come espressione di una loro forte influenza culturale. Tuttavia, rimane aperto il dibattito se il rapporto tra cittadinanza, e quindi pieno ed effettivo godimento dei diritti, e genere sia ancora oggi una questione rilevante o se sia ormai un nodo risolto.

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